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L’IDENTITA’ E LA SPIRITUALITA’ DEL PRESBITERO – Si è tenuto giovedì 7 ottobre nella Basilica di San Marco a Venezia il tradizionale incontro di inizio del nuovo anno pastorale con i sacerdoti del Patriarcato. Qui di seguito viene pubblicato il testo dell’istruzione al clero pronunciata dal Patriarca:

Note introduttive 

Testo guida: Gv 10,1-18 

1 In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. 2Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3 Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7 Allora Gesù disse loro di nuovo: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. 11 Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18 Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio“. 

1. Pastori in Cristo

La scelta di questo brano evangelico con cui intendiamo oggi approfondire un poco il tema della identità e della spiritualità del presbitero è legata, da una parte, al cammino da noi effettuato lungo l’anno sacerdotale, dall’altra all’approfondimento domandato, già da qualche anno, da parte dei Vicari foranei e del Consiglio di curia, sfociato in una doppia Due giorni, svoltasi l’una in gennaio, l’altra in questo settembre al Cavallino.

La scelta del celebre passaggio del capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, oltre che dal suo intrinseco nesso con il nostro tema, è corroborata anche dal fatto che il nostro amato predecessore, il Beato Giovanni XXIII, ha a lungo riflettuto su questo testo giungendo ad elaborare una peculiare e significativa pratica e dottrina sul rapporto pastore-padre.

IL RIFORMISTA – Viene proposta qui di seguito un’intervista al Patriarca a cura di Benedetto Ippolito e pubblicata da “Il Riformista” il 29 settembre sull’ultima pubblicazione del cardinale, Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50).

1. Nell’Introduzione al libro Buone ragioni per la vita in comune, appena uscito nelle librerie per i tipi Mondadori, Lei fa riferimento ai valori morali come ad “una serie di questioni incalzanti” che segnano la vita umana. Può spiegare brevemente qual è il significato di questa definizione?
 
Nell’usare questa espressione mi riferisco al fatto che oggi ci troviamo come “gettati” dal cosiddetto post-moderno in situazioni inedite, nelle quali ancora fatichiamo ad orientarci. Le questioni che cito sono problematiche che incalzano la vita comune, che non possiamo trascurare: sono le domande nuove che investono la sessualità, il matrimonio, la famiglia; sono tutte le nuove provocazioni che suscita il mistero della vita di fronte alle nuove scoperte tecnoscientifiche, dall’aborto e all’eutanasia; ma sono anche tutte le tematiche connesse alla libertà individuale, alla rilevanza pubblica delle cosiddette “mondovisioni” (siano esse religiose, agnostiche o atee), al significato di democrazia; sono le ferite aperte da processi come quello della globalizzazione e dell’immigrazione, ma anche dalla crisi economica che ha costretto a ripensare il senso del lavoro, del capitale e del profitto; le provocazioni connesse allo sviluppo della civiltà delle reti, e molte altre ancora… Tutto ci riguarda e scuote nel profondo.
 
2. I temi religiosi in genere hanno acquisito un’enorme importanza nel nostro tempo anche a causa dell’interculturalità, ossia del confronto tra persone di fede diversa. In che modo le confessioni possono contribuire insieme a far crescere un nuovo umanesimo?

CACCIARI SU SCOLA – Viene pubblicata qui di seguito un’intervista a Massimo Cacciari, filosofo, sul nuovo libro del card. Angelo Scola, Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia” (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50) e pubblicata su Gente Veneta il 18 settembre:

L’anima e lo spirito? Sono compagni di viaggio molto graditi dalla società d’oggi che, se vuole funzionare, ha bisogno di essi.

Lo stare insieme, oggi, ha un forte bisogno di spiritualità, ma il rischio è che politica, scienza ed economia cerchino la compagnia della religione non perché credano in un Dio davvero fondante la realtà. Dio e la religione sono invocati per rendere più efficaci i processi messi in moto dalle stesse politica, scienza ed economia. Nella società globale, insomma, il pericolo è che la spiritualità sia solo un utile strumento. Anche per poter stare assieme. Lo rileva Massimo Cacciari, commentando il nuovo libro del Patriarca Scola.

Prof. Cacciari, una preoccupazione sostanziale che il card. Scola manifesta in questo volume è che nella società plurale, dove l’io dei singoli e dei gruppi è sempre più enfatizzato, si perda di vista il valore basilare dell’essere in relazione, dello stare insieme, della polis. D’accordo?

Questo è un processo secolare. I classici della sociologia parlavano della trasformazione dalla Gemeinschaft alla Gesellschaft, dalla comunità alla società. E’ lo spirito delle nostre grandi metropoli, in cui l’elemento comunitario è sopraffatto da un essere insieme del tutto individualistico. Da qui il tema della solitudine delle masse. E’ una nota questione di cui si può dire che nelle società attuali sta giungendo al suo compimento. E quindi, nel suo compiersi, può dar vita ad aperture imprevedibili, a opportunità positive o a catastrofi.

CRISTIANI IN EUROPA – Viene pubblicato qui di seguito il testo integrale dell’intervento del Patriarca alla Conferenza internazionale sul tema “Il contributo dei cristiani nel processo di integrazione europea” che si è tenuta il 10 e 11 settembre a Cracovia. (per ulteriori info sulla conferenza si rimanda al post precedente).

1. Identità europea e integrazione

Per tentare in poco tempo una risposta al tema propostomi – il contributo dei cristiani al processo di integrazione europea – evitando astrazione e retorica bisogna guardare in faccia ai repentini e spesso violenti cambiamenti che si sono mostrati in tutta la loro ampiezza negli appena trascorsi anni zero del XXI secolo: il processo (sottolineo processo e non programma prescrittivo) di “meticciato di civiltà”, i problemi del terrorismo, la crisi energetica e climatica, la crisi economica. Per non parlare del cambiamento del panorama religioso europeo. Come ha notato Jenkins[1] chi avrebbe potuto prevedere il forte declino della pratica cristiana in Europa[2]? Chi avrebbe immaginato una presenza islamica così rilevante a Roma e a Madrid, oltre che a Parigi e a Londra? Per non parlare delle urgenti questioni più strettamente connesse con l’attuale configurazione politica e istituzionale dell’Unione Europea, dalla crisi finanziaria con le sue preoccupanti ricadute sulla moneta unica europea, al riassetto degli equilibri fra gli organi delle istituzioni europee, al crescente euroscetticismo recentemente sviluppatosi in molti paesi dell’area, fino alla problematicità in cui sembra versare l’intero processo di unificazione. Tra l’altro esso fatica a guardar “fuori casa”, in modo particolare alla cosiddetta area del MENA (Medio Oriente e Nord Africa) che nel 2030 avrà 600 milioni di abitanti. 

I DIALOGHI DI SAN GIORGIO – E’ stato il Patriarca ad aprire in data 13 settembre la sesta edizione de I Dialoghi di San Giorgio, tradizionale appuntamento autunnale organizzato dalla Fondazione Giorgio Cini che dal 14 al 16 settembre 2010 inviterà presso l’Isola di San Giorgio Maggiore studiosi, artisti ed esperti di fama internazionale a riflettere e confrontarsi su una tematica di grande attualità come il rapporto tra ecologia e teologia. Oltre all’intervento del Patriarca, l’evento inaugurale ha visto l’introduzione del Segretario Generale della Fondazione Cini Pasquale Gagliardi e l’esecuzione per pianoforte e orchestra d’archi de La creazione del mondo di Darius Milhaud, suonata da Aldo Orvieto e dall’Accademia Musicale di San Giorgio, e da alcuni brani di Gustav Mahler tratti da Il canto della terra e cantati da Christa Mayer.

Protecting nature or saving creation? Ecological conflicts and religious passions”. E’ questo il titolo del Dialogo 2010 che prenderà in esame il rapporto tra ecologia e teologia attraverso gli interventi di: Matthew Engelke, Eric Geoffroy, Izabela Jurasz, Bruno Latour, Ignazio Musu, Ted Nordhaus, Anne-Marie Reijnen, Simon Schaffer, Michael Shellenberger, Elizabeth Theokritoff, George Theokritoff, Andrea Vicini, Eduardo Viveiros de Castro.

Viene pubblicato qui di seguito il testo integrale dell’intervento del Patriarca:

1. Uno spunto mahleriano

«O Schönheit! O ewigen Liebens, Lebens trunk’ne Welt!»: «O bellezza! O mondo ebbro di amore eterno, di vita eterna!». In queste poche parole, aggiunte proprio da Mahler al testo dell’ultimo movimento di Das Lied von der Erde (1907-1909), forse si trova concentrato tutto lo spirito espressivo di quest’opera. È in esse, infatti, che possiamo rinvenire i concetti fondamentali che la articolano.

Innanzitutto la bellezza che, secondo la celebre affermazione del principe de L’Idiota di Dostoevskij, «salverà il mondo»[1]. Una bellezza che, se sciolta dal bene e dalla verità, sarebbe, per usare ancora parole di Dostoevskij, questa volta prese a prestito da Dimitri Karamazov, «tremenda, perché impossibile a definirsi: e definire non si può, perché Iddio non ci ha proposto che enigmi […] Il terribile è che la bellezza non è solo una cosa tremenda, ma anche misteriosa. Qui il diavolo lotta con Dio, e il campo di battaglia sono i cuori degli uomini»[2]. E, tuttavia, come ci insegna il grande Sant’Agostino, non a caso, nel De musica: «Dimmi, ti prego, che altro si può amare se non le cose belle?»[3].

Conferenza internazionale, Cracovia

CRISTIANI IN EUROPA – E’ stata promossa a Cracovia il 10 e 11 settembre, dall’Università Cattolica Giovanni Paolo II di Cracovia, dalla Fondazione Adenauer e dalla Fondazione Schuman, la Conferenza internazionale sul tema “Il contributo dei cristianiani nel processo di integrazione europea”.

Tra i relatori: il Patriarca di Venezia, card. Angelo Scola, il card. Stanislaw Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, Hans Gert Pöttering, presidente della Fondazione Adenauer, Jacques Santer, presidente della Fondazione Schuman e diversi membri del parlamento europeo.

Qui di seguito un estratto dell’intervento del Patriarca pubblicato dal “Gazzettino” domenica 12 settembre (sarà disponibilenei prossimi giorni, su questo sito, il testo integrale):

Quale il contributo dei cristiani oggi all’Europa?

L’identità europea ha sempre presentato tratti paradossali.

La storia del nostro continente mostra, da una parte, una comune appartenenza, dall’altra è altrettanto evidente come il patrimonio condiviso molti secoli si sia sempre declinato in una tale pluralità di forme, di culture, di lingue da far apparire, ad uno sguardo superficiale, quasi ingiustificato il riferimento a una qualche unità originaria. Interrogarsi oggi sull’identità europea dopo i 60 anni di cammino significa da una parte riconoscere che, stante la complessità dei processi in atto, nessun Stato nazionale può affrontarli da solo e quindi l’Europa non è un’opzione ma una vera necessità; dall’altra non rinunciare ad un ideale identitario che, in qualche modo, funga da principio unificatore.