Oggi la Chiesa celebra la Solennità dell’Annunciazione del Signore. Pubblichiamo il Capitolo ad essa dedicato del libro del cardinal Scola Maria, la donna.


Capitolo Quarto

Il vertice dell’io

Annunciazione

 

Una libertà consapevole

Nel Vangelo di Luca il dialogo tra l’angelo Gabriele e Maria si svolge secondo una triplice scansione (cfr. Lc 1,26-38).

«Entrando da lei, disse: “Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te”. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo».

Maria non pone l’accento (come forse avremmo fatto noi) sulla straordinarietà dell’apparizione dell’Angelo. Un’altra è la radice del suo turbamento. Essa è presa dal contenuto dell’annuncio. «… si domandava che senso avesse un saluto come questo»: perché mi ha chiamata “piena di grazia”? Perché mi ha detto: “Il Signore è con te”?

Fin dalle prime battute il suo io è totalmente in gioco. Nell’orizzonte di grazia aperto dall’Angelo la libertà della Vergine si mobilita e cerca la ragione di ciò che accade.

In questa ragazza che viveva alla periferia del mondo si vede bene la forza di una personalità matura. Qui Maria è l’archetipo del cristiano che, di fronte ad ogni circostanza ed ad ogni rapporto, si lascia interrogare (più propriamente dovremmo dire pro-vocare). Egli sa che la realtà, tutto ciò che accade, è una modalità attraverso la quale Dio interpella la sua persona per farla entrare sempre più potentemente in rapporto con Lui.

Tutta l’ampiezza e il fascino dell’umano conoscere sono qui messi in campo. Si vede che cosa sia una ragione mossa da una volontà, che cosa sia una libertà in atto. In una società come la nostra in cui espressioni come ‘libertà di giudizio’ o ‘spirito critico’ sono luoghi comuni usurati che rischiano di venire seppelliti dal nominalismo, guardare alle mosse di questa giovane donna può ridarci il gusto di una boccata di aria pura.

 

Quomodo?

«L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell`Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre  e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.  Allora Maria disse all`angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?».

Maria viveva, con tutte le fibre del suo essere, nell’attesa del Messia. Capofila dei poveri di Jahvè, colei di cui i profeti avevano parlato come ‘figlia di Sion’ (cfr. Sof 3,12-13). Proprio perché vigile nell’attesa chiede ragione di una rivelazione così inaudita. Stabilisce un paragone tra il contenuto misterioso dell’annuncio e ciò che le appare come un’evidenza legata alla sua umana condizione: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Pur non cedendo alla tentazione del dubbio, dispiega tutta la forza indagatrice della sua ragione. Insiste, raccoglie tutte le sue energie intellettuali ed affettive e, di fronte all’annuncio del tutto imprevedibile di una nascita così straordinaria, risponde con quella domanda la cui forza è resa meglio – come ci ha fatto notare Sant’Agostino – da uno scarno avverbio latino: quomodo? Come può avvenire questo?

Anche a Zaccaria, l’anziano (lui e sua moglie avranno avuto almeno cinquanta, sessant’anni più di Maria) sacerdote del Sancta sanctorum appare l’angelo Gabriele per portargli un annuncio straordinario, che ha dell’incredibile: «Tua moglie, che tutti dicevano sterile, nella sua vecchiaia partorirà e darà alla luce un figlio» (Lc 1,13). Ma, quanto il quomodo di Maria è fiducioso, sinceramente spalancato a quell’inaudita possibilità che le si spalanca davanti, desideroso di comprendere (secondo il significato etimologico del “fare spazio dentro di sé”) l’enorme novità che le viene promessa, tanto il quomodo di Zaccaria è pesante di scetticismo e pronunciato con una punta di supponenza. Egli dice: “Come è possibile?”, ma pensa: “Non può esserlo!”. Per questo diviene muto. Lo scetticismo, che si scioglierà solo arrendendosi ai fatti, blocca in lui la comunicazione.

Maria è libera e critica, Zaccaria, molto più vecchio di lei, è ipercritico e non libero. Egli, pur essendo un uomo pio e per di più un sacerdote, è come uno che, col passare degli anni, ha sostituito il calcolo allo slancio dell’abbandono. Per un’ultima punta non si fida neanche di Dio… Così invece che sperimentare la libertà, sperimenta la paralisi della libertà.

 

Fede, culmine della ragione e principio di soddisfazione

«Nulla è impossibile a Dio». Così, concludendo un dialogo serrato, l’Angelo suggella l’annuncio fatto a Maria. L’impossibile è possibile a Dio. A conferma di questo le aveva appena detto: «Anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito un figlio…». La trama degli affetti entra in gioco nel movimento della libertà che, arrivata in fondo al suo cammino, finalmente in vista del traguardo, si abbandona.

Di fronte alla rivelazione suprema che Dio stesso prenderà corpo nel suo seno, Maria, la vergine di Sion il cui tempo è plasmato dall’attesa, risponde: «Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Il culmine della sua maturità si vede nel fiat.

Il fiat non nasce da creduloneria o da semplificazione, ma da una robusta, indomabile capacità di giudizio. Maria alla fine, dopo aver voluto conoscere tutti i dati in gioco e sapendo di aver a che fare con l’iniziativa di Dio, si abbandona.

La suprema ragionevolezza è la fede: “vedere” che la realtà corrisponde, finalmente, a ciò che il cuore desidera e aderire ad essa, dicendo il proprio “eccomi”. Il culmine della criticità e della libertà per ogni uomo è il fiat della fede.

Già abbiamo annotato che l’espressione di Luca «sono la serva del Signore» si potrebbe tradurre, con un linguaggio più vicino alla nostra sensibilità: “Io sono tua, o Signore”. La risposta di Maria all’Angelo – l’Infinito che la visita – rende evidente che la libertà tocca il suo vertice quando diventa amore. Qui sta il principio della soddisfazione.

La soddisfazione, infatti, è una libertà che si attua perché dice sì a Chi la compie.

 

La ferita inevitabile

Anche per noi è così. Ogni atto della nostra libertà è pro-vocato dall’iniziativa del Padre attraverso le circostanze e i rapporti che formano la trama quotidiana della nostra esistenza.

«La realtà è di Cristo» (Col 2,17) scrive san Paolo. Per questo tutte le circostanze e tutti i rapporti hanno una portata sacramentale, sono “segni” con cui il Padre ci raggiunge e interpella la nostra libertà, come fece con Maria, attraverso l’Angelo. Senza un segno tangibile della Sua presenza, Dio sarebbe una pura astrazione. O, per dirla con San Bernardo, “sarebbe preda dei nostri vaneggiamenti”.

A dispetto dei sapienti di questo mondo che nel secolo scorso avevano previsto la sparizione di ogni residua forma di religiosità, oggi coloro che si professano atei sono un’esigua minoranza. Tutti si dicono religiosi, ma per moltissimi Dio resta relegato nel limbo dell’astrazione.

L’annuncio dell’Angelo dà inizio ad una storia nuova che sconvolge la vita di quella giovane donna e, attraverso di lei, di tutte le generazioni dopo di lei. Da quella circostanza, per privilegiata che sia, passa l’Evento. Dio viene all’incontro di Maria e lei Lo accoglie, aderendo alle condizioni concrete di spazio e di tempo, alle modalità che Egli detta: «avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38).

Così è per noi in ogni circostanza, in ogni rapporto. Quando ti chini sul tuo bambino che frigna, quando per l’ennesima volta discuti col tuo giovanotto, quando accompagni un vecchio alla morte, quando sali sulla metro affollata per andare al lavoro, quando arrivi a sera sfinito, quando sei costretto ad affrontare la malattia, quando gusti il dono dell’amicizia… in ogni momento l’Evento percuote la tua libertà chiedendole un o un no. Al di fuori di questo l’essenza del cristianesimo è perduta.

Se, come abbiamo visto, la fede è il principio della soddisfazione, noi spendiamo la maggior parte delle nostre energie insoddisfatti perché non stiamo dentro la realtà con l’umiltà di Maria, con  il suo eccomi.  Certo: la soddisfazione non è senza ferita, non è senza mortificazione.

In effetti, quando l’atto di libertà non vive come risposta al segno dell’evento del Dio che mi accompagna, si spacca: da una parte la ragione e dall’altra l’affezione. E la ragione, lasciata a se stessa, conduce all’opinione, che può prendere la forma di una resistenza (ogni circostanza mi fa problema), o la forma della gnosi, cioè la presunzione di una conoscenza totale che annulla il Mistero. Quando l’atto della libertà non è intero, l’affezione si separa dalla ragione e produce solo reazione: rabbia, depressione, malinconia, angoscia, eccitazione… nulla che abbia una “tenuta”.

Solo se viviamo ogni circostanza e ogni rapporto in pienezza come sacramento dell’Evento – ma diciamolo più semplicemente – come modalità con cui Gesù, la Via, ci accompagna passo dopo passo verso il luogo della soddisfazione definitiva, verso il Paradiso, solo in questo caso, senza averla calcolata né pretesa, nel ricostituirsi dell’unità dell’io, si riaffaccerà la possibilità  della soddisfazione.

 

E l’angelo si allontanò da lei

«E l’angelo si allontanò da lei» (Lc 1,38). sempre, ogni volta che la leggiamo,  questa frase dell’evangelista Luca ci dà un brivido[1]. Che cosa sarà passato nel cuore e nella mente di Maria, una volta rimasta sola con quella promessa enorme, ma ancora senza nessuna percettibilità?

Tutto, infatti, sembrò tornare come prima…  Quanti interrogativi, problemi, preoccupazioni allora dovettero assalirla fino, forse, a toglierle il sonno (come hanno immaginato non pochi scrittori, intrigati da questa pagina del Vangelo). Come affrontare Giuseppe, i suoi? Come spiegare una cosa inspiegabile? Eppure Maria lo fece. Quella giovanissima donna affrontò tutta la drammaticità del rischio che il Mistero le chiedeva. Non cedette alla tentazione di dividere la ragione dall’affezione, ma accettò di aderire con tutta la propria capacità affettiva al “segno” che Dio le aveva mandato – anche se ora non aveva più l’imponente evidenza iniziale – fidandosi e affidandosi a Lui. Il rischio, infatti, non è un salto nel buio. è il coraggio di aderire con la volontà, con tutta la propria libertà ad una scelta ragionevole anche se ardua.

Io faccio sempre l’esempio dell’andare in montagna. Quand’ero giovane, mi capitava spesso di fare un po’ di roccia sulla Grigna: c’erano dei passaggi, in cordata, in cui bisognava staccarsi dalla parete e spiccare un salto verso quella di fronte. Il capocordata l’aveva già fatto ed era di là ad aspettarmi, facendo sicurezza – “Dai, salta! Non avere paura” -: più ragionevole di così… ma il rischio dell’abbandonarmi era tutto mio.

Qual è, allora, la strada per superare la strana paura che sempre si accompagna al rischio perché nasce dalla nostra innata resistenza al sacrificio? Guardiamo ancora a Maria: quella giovanissima donna riuscì a fidarsi e ad affidarsi, perché la fede del popolo di Israele di cui era nutrita la sosteneva nel rischio, ne custodiva la ragionevolezza. È così anche per noi.

Del resto basta, ancora una volta, guardare con lealtà all’esperienza umana elementare per sorprenderne la dinamica. Un bambino si decide ad entrare in una stanza buia non se suo padre insiste a convincerlo con tutte le ragioni, né se ne aizza la volontà, ma semplicemente se lo prende per mano e la attraversa con lui.

La strada per sostenere il rischio della nostra libertà ad aderire al Padre che ci chiama dentro tutte le circostanze e tutti i rapporti – potremmo anche dire a vivere la vita come vocazione – è la compagnia della Chiesa.