Proponiamo la trascrizione di un dialogo, avvenuto il 12 novembre 2022, tra il cardinale Angelo Scola e i membri dell’associazione Famiglie per l’Accoglienza, una rete di famiglie che si accompagnano nell’esperienza dell’accoglienza famigliare – adozione, affido, accoglienza, ospitalità, cura degli anziani e dei disabili – e la propongono come un bene per la persona e per la società intera.

Il testo, trascritto dalla registrazione del parlato, non è stato rivisto dagli autori.


LUCA SOMMACAL: Salutiamo Sua Eminenza il Cardinale Angelo Scola, ringraziandolo per avere accettato di dialogare con noi questa mattina per aiutarci a guardare ciò che stiamo vivendo e rintracciare gli spunti che il Signore suggerisce al nostro cammino, perché la nostra adesione a Lui sia più certa e consapevole per ciascuno di noi, per le nostre famiglie, per la nostra associazione. Tanti tra noi ricordano ancora l’incontro che è avvenuto nel 2009 (quando era Patriarca di Venezia) e il bene che da quel dialogo – e dal suo sguardo – è scaturito per la nostra opera.

L’anno appena trascorso ci ha visti impegnati in varie iniziative e diverse sfide: innanzitutto, la ripresa della nostra attività associativa dopo due anni di pandemia, fatto assolutamente non scontato; poi, la celebrazione dei quarant’anni della nostra fondazione, avvenuta attraverso l’incontro con il Santo Padre lo scorso maggio e la preparazione della mostra che abbiamo presentato al Meeting di Rimini ad agosto; infine, l’esperienza dell’accoglienza di profughi rifugiati ucraini, che continua tuttora. Tali sfide ci hanno profondamente coinvolto, portandoci a collaborare con diverse realtà fuori di noi e generando una visibilità inaspettata, attraverso la quale abbiamo potuto testimoniare la pienezza e la letizia che nascono dai nostri gesti di accoglienza, pur sperimentando dolori, fatiche, difficoltà e spesso, anche, contraddizioni. Il 18 maggio scorso il Papa ci ha rivolto queste parole: «Perseverate nella fede e nella cultura dell’accoglienza, offrendo così una bella testimonianza cristiana e un importante servizio sociale. Grazie, grazie per quello che fate! Continuate in questo abbraccio!».

A partire da queste esperienze, per indirizzare il lavoro non solo di questi giorni, ma anche del prossimo anno, abbiamo proposto a tutti il cosiddetto Filo rosso, che pone a tema la testimonianza di ciò che siamo e, ancor più, di ciò che origina e genera i nostri gesti di accoglienza. È una testimonianza che non nasce dalla nostra forza, ma passa attraverso le nostre debolezze, veicolando un modo di agire che non è frutto delle nostre capacità. Su questo tema desideriamo confrontarci con lei oggi, chiedendole prima se voglia rivolgerci un breve saluto.

ANGELO SCOLA: Sì, molto volentieri! Sono io ad essere grato di questo invito, indipendentemente da quello che riuscirò a proporvi o a darvi (l’età e gli acciacchi pesano e la mente diventa meno lucida, man mano che passa il tempo!), perché la vostra esperienza è sempre stata per me una pro-vocazione nel senso letterale del termine, un mettere davanti la necessità di essere aderenti alla vocazione a cui Dio ci ha chiamato. La strada è quella della testimonianza. La parola “testimone” viene ultimamente da ter-stis, da cui il latino testis, che indica il terzo che è nel mezzo, che fa da ponte tra l’Altro con la A maiuscola e il fratello uomo. Ho sempre ammirato – non lo dico per piaggeria – le vostre scelte, rivolte a persone (soprattutto a bambini) che, per varie ragioni, avevano perso la possibilità di identificare l’esperienza dell’amore a partire da testimoni. Così, per questi figli, siete diventati voi i testimoni del nesso inesorabile che esiste tra Dio (che è il nostro fattore) e ciascun uomo, perché la vostra esperienza di gratuità e di donazione fa capire quale dovrebbe essere (sempre!) la relazione tra uomo e uomo, tra uomo e società: il luogo che rende possibile un’esperienza conveniente di vita, perciò un’esperienza di amore! I testi che mi avete inviato in preparazione al nostro dialogo compongono un insieme molto bello, ma anche molto lungo… quindi, siccome alle tredici dobbiamo terminare, non credo che riuscirò a venire incontro a tutte le vostre domande, ma voi sarete pazienti e, se magari ometterò alcune cose, le recupererete altrove, perché siete molto più esperti di me…

SOMMACAL: Cercheremo allora di essere precisi e rapidi. Nel vivere la nostra esperienza ci ritroviamo (senza pianificarlo), pur essendo deboli e limitati, ad essere testimoni e compagni per altre famiglie; in questo occorre mettere in conto la fragilità umana. Interviene una amica di Pescara.

INTERVENTO: Sono madre adottiva di due fratellini, arrivati dalla Russia 10 anni fa. Con la prima adozione di due bambini pensavamo si fosse compiuto quello che il nostro cuore aveva avuto la forza di accogliere, pur tra infiniti ostacoli e tanta burocrazia. Di fronte alla nostra inadeguatezza nel crescere i nostri figli e alle difficoltà incontrate nel dover affrontare ogni giorno un nuovo problema, mai avremmo immaginato di scoprire in noi una forza più grande di tutta la debolezza e stanchezza derivanti da una complessa quotidianità. Non riuscivamo a capire, ma sentivamo che questa forza c’era ed era in noi, tanto che del tutto inaspettatamente, a seguito di coincidenze strane ma sempre positive che si sono susseguite e che abbiamo affrontato, siamo arrivati ad ottenere dal Tribunale dei minori l’idoneità per l’adozione di un terzo figlio. Questa forza, venuta da un Mistero che  non conosciamo,  si è introdotta nella nostra vita proprio mentre eravamo impegnati a gestire con gli altri responsabili il corso sull’adozione e ad accompagnare altre coppie in attesa (coppie con figli con problemi da risolvere, coppie indecise se iniziare questo cammino) e, nonostante le nostre  poche forze, nonostante i nostri timori nel dare supporto, eravamo felici di fare loro compagnia; eravamo felici, perché sentivamo che la nostra fragilità diventava forza per le altre famiglie. Avendo sperimentato come la nostra debolezza possa diventare una forza, ci sembra che ci sia chiesto di avere una grande fiducia in Lui. Cosa vuol dire questo concretamente, nella vita personale e, in particolare, anche nella vita coniugale? Grazie!

SCOLA: Se ricordo bene, il titolo di una mostra del Meeting del 2006 sul carisma di San Benedetto curata dai monaci della Cascinazza recitava: «Con le nostre mani, ma con la Tua forza». Con le nostre mani, ma con la Tua forza: è la formula che Benedetto utilizza per educare i suoi monaci all’unità dell’io, che è fatto di luce e di ombra, è fatto di risorse e di impotenza, è fatto di slanci appassionati (come la nostra amica ha raccontato a proposito della modalità di adozione del terzo figlio) ma è fatto anche di tantissime fragilità che giocoforza, direi, si vedono molto bene in un’esperienza come la vostra di adozione. Sarebbe sorprendente il contrario, perché prendere un figlio che nasce non come tuo figlio – prenderlo con la tua famiglia (con tua moglie, con i tuoi cari) come se fosse tuo mantiene inesorabilmente (come giustamente emerge da tutte le vostre domande) un elemento di fragilità molto più marcato di quanto ognuno di noi possa sperimentare; tuttavia – come detto nell’intervento  – mostra anche che questa fragilità, se è collocata in questa visione integrale dell’io «Con le nostre mani, ma con la Tua forza»  diventa una strada per la crescita, diventa un’esperienza di gratuità che, in definitiva, è l’unica consolazione per l’uomo. È la gratuità a consolare l’uomo, a risollevarlo dalle sue comprensibili ed evidenti fatiche, che nel vostro caso sono molto imponenti. Mi è molto piaciuto il fatto che questa mamma nella sua domanda ha voluto legare tale questione all’esperienza del matrimonio, oltre che all’esperienza personale: questo è un punto estremamente importante su cui voi potete dare molto, soprattutto alla nostra gioventù di oggi che ha perso il senso e il destino dell’affezione – normalmente l’ha perso – ed è immersa in una società adulta che a sua volta è preda di confusione riguardo al matrimonio, all’amore tra l’uomo e la donna o all’educare i figli. Perché? Perché il matrimonio è il luogo normale che Gesù ci ha lasciato come sacramento, è il luogo normale dove si è educati ad amare, coinvolgendo la totalità delle due personalità che si legano nel sacramento e che fondano la loro permanenza e la loro crescita nell’amore, soprattutto in quell’espressione enorme dell’amore che è la crescita dei figli; la fondano non sulle sabbie mobili della loro fedeltà, ma sulla fedeltà di Cristo. Quando i due, rivolgendosi alla comunità, si impegnano a una fedeltà definitiva, non lo fanno sulle sabbie mobili della loro capacità di fedeltà, ma lo fanno perché Cristo entra in quel rapporto e vi porta il suo stile di amore alla Chiesa, vi porta la modalità con cui Lui ama la Chiesa, che – non a caso – la Scrittura definisce modalità sponsale o nuziale. È essenziale, quindi, mantenere viva quotidianamente la coscienza del fatto che nel rapporto tra te e tuo marito e nel vostro rapporto con i figli è Gesù stesso che è in gioco. È Lui in gioco! Come è in gioco nel mio essere prete, così lo è nel vostro essere sposo, sposa, padre o madre di figli naturali e di figli adottati… quindi, nella vita personale come nella vita coniugale, bisogna trovare la fonte sorgiva da cui continua a sgorgare acqua fresca per imparare che, anche nella fragilità e nella difficoltà, se ci si abbandona a Cristo vivo – a Cristo, che è il Dio vivo – si cresce. Allora, anche questa esperienza può essere conveniente – umanamente parlando – come taluni di voi, che hanno fatto la vostra scelta e che ho avuto occasione di conoscere, mi hanno costantemente testimoniato.

SOMMACAL: Questa esperienza di stupore e di fatica fa crescere nelle nostre famiglie la consapevolezza che accogliere sia un bene per la persona, per la famiglia stessa e per la società intera. Ascoltiamo un intervento in proposito.

INTERVENTO: Ho accolto per qualche giorno mia mamma malata. Le mie energie erano finalizzate ad organizzare, starle vicino, curarla, cercare di scorgere in lei quella forza che ho sempre visto, ma che gli anni e i malanni hanno nascosto; cercare di organizzare, intanto, la vita dei miei bambini, la scuola, la spesa, il mio lavoro… avevo fretta di vedere la fine del tunnel. Poi, un giorno, stravolta dalla stanchezza e dalle cose che non andavano, ho aggiunto alle mie preghiere una domanda: «Ma dove sei? Non vedi che accudisco e accolgo bambini di altri, faccio e corro… e non solo le cose non si risolvono, ma sono pure triste e affannata?». Pensavo di servirLo nei volti di mia madre, dei miei bambini, delle madri dei miei bambini, di mio marito e dei miei amici, come se per servirlo ci fosse una buona o una cattiva prestazione. Ero nel tunnel, stanca, triste e delusa, ed è stato il momento in cui ho chiesto e ho riguardato la mia storia. È stato decisivo ritornare lì: la convenienza dell’accoglienza è sempre stata legata a quello che ricevo, non a quello che faccio, allo stare in silenzio davanti a quei regali, ai legami di bene che sono nati dal sì che io e mio marito abbiamo detto. Così, mi è stato chiarissimo che non ero io che accudivo e accoglievo, ma era Lui che ritornava a chiedermi. Le cose non si sono risolte, non ho un happy ending, ma sono stata ossigenata, ho ripreso a respirare e ad allargare lo sguardo, e ora sono più lieta. Sono convinta che questo passaggio di consapevolezza sia stato regalato dall’educazione che in questi anni ho avuto attraverso il lavoro e la compagnia all’interno dell’Associazione. Chiedo se può aiutarci a cogliere i fattori per mantenere viva questa coscienza e cosa vede come suo punto d’origine. Capisco che questa letizia è sicuramente un regalo, ma deve essere sempre alimentata e coltivata; come può essere sostenuta? Grazie!

SCOLA: Grazie a te! Forse, dovendo essere sintetici, possiamo dire che bisogna riprendere ogni giorno – come tu hai fatto – il rapporto diretto e personale con il Donatore, con la D maiuscola, cioè col Dio vivo. Anche oggi, in una società apparentemente scristianizzata e secolarizzata (ma su queste categorie si dovrebbe avere il tempo di ragionare con pacatezza e con senso storico) tutti parlano più o meno di Dio: c’è, non c’è, è un’energia, è questo o quest’altro, ma non è mai il Dio vivo! Gesù è il Dio vivo, e noi abbiamo avuto il dono della fede, che è il dono di un rapporto personale con Gesù. Se non ci fosse questo rapporto, come potremmo pensare ai nostri cari che sono già passati all’altra riva, come faremmo a trattenerli? Non è certo con la nostalgia del passato che li possiamo trattenere nella nostra vita, ma con un rapporto vivo. Gesù è il Dio vivo, che ti offre un rapporto vivo, come giustamente tu hai detto. Noi non possiamo dimenticare che siamo, esistiamo, viviamo, agiamo, compiamo delle scelte coraggiose (come le vostre piene di rischi, che voi conoscete bene già prima di partire), perché siamo degli a-donati, cioè siamo donati a noi stessi – creati dalla Trinità nel Signore Gesù Cristo che ci ha rivelato in cosa consista il nostro io come apertura all’esperienza della verità, del bene, dell’amore, della giustizia, dell’unità dell’io. Credo quindi che, per mantenere i fattori cui tu hai accennato, bisogna riprendere coscienza ogni giorno che siamo degli adonati, bisogna cioè ritrovare il rapporto vivo con Gesù, magari per un minuto, magari per due. C’è bisogno di ritrovarlo, e qui entra in gioco il peso della preghiera, che può essere semplice, deve esserlo! Si continuano a pubblicare libri scritti da preti, e non solo, che vogliono insegnare come si fa a pregare. La mia esperienza è un continuo ritorno alle preghiere che ho imparato da bambino: Padre Nostro, Ti adoro mio Dio, il Rosario, qualche giaculatoria che ho imparato dalla mia mamma (capisco che sono molto inadeguato a dirle bene, cioè con la consapevolezza adeguata), … Mi sorprende sempre ritornare a un episodio che mi è rimasto molto impresso: una volta, tornando a Malgrate per una breve visita ai miei – ero già prete e professore a Friburgo -, sono entrato in casa…per modo di dire! Era un appartamento di trenta metri quadrati e ci vivevamo in quattro, finché è morto il mio povero fratello…. La stanza era tutta buia, intravvedevo appena mia madre che era lì seduta e così le chiesi perché non accendesse la luce. Mi rispose: «Per leggere il libro che sto leggendo io, non c’è bisogno di luce». Accesi la luce: stava dicendo Rosario. È stata per me come l’espressione di una libertà costitutiva. Mia mamma aveva fatto la terza elementare… Una volta mi aveva rubato un Nuovo Testamento e talvolta lo leggeva; io la prendevo in giro e le dicevo: «Mamma, ma cosa hai letto, cosa capisci…?», ed ero immancabilmente sorpreso dalla profondità delle sue interpretazioni del Vangelo da cui io, nonostante tutti i miei studi, ero infinitamente lontano, perché Cristo non era ancora una presenza viva in me. Adesso, forse, visto che sono al redde rationem, magari prego un pochino di più, se non altro per paura… La paura è una fragilità – voi state mettendo a tema questo, per cui si può attraversare anche questa fragilità. Potremmo anche dire che, se ci rivolgiamo al Dio vivo, a Lui, a Gesù come il vero Tu (con la T maiuscola), viviamo la vita come deve essere vissuta, cioè come vocazione, come risposta a una chiamata. In fondo, la stessa nascita è risposta a una chiamata che avviene attraverso il papà e la mamma, e questo è un punto fondamentale su cui voi dovete lavorare, perché per adottare un figlio che non è della vostra carne e del vostro sangue, dovete scoprire il senso della nascita nella sua totalità, nella sua ampiezza: infatti dovete assumerlo anche a partire dalla sua nascita, comunque sia avvenuta.

Vita come vocazione: quello che stiamo vivendo adesso è una risposta all’iniziativa ecclesiale che Gesù vi ha consentito e vi consente, quindi è una vocazione. Vocazione, infatti, non è soltanto lo stato di vita – matrimonio, verginità, celibato -, ma ogni circostanza. Ogni circostanza, ogni rapporto è chiamata.

SOMMACAL: Grazie! La nostra opera scaturisce da un’esperienza cristiana profondamente vissuta. Il cristianesimo allarga l’orizzonte della famiglia naturale, generando un rapporto più grande della carne e del sangue; non ci fa stare fermi, ma ci muove verso l’altro, perché lo riconosciamo come fratello. Interviene un’altra amica dall’Abruzzo.

INTERVENTO: «Quando sono debole, allora sono forte». Spesso ho fatto esperienza nella mia vita di questa frase di San Paolo, perché nelle situazioni in cui mi sono sentita più fragile sono riuscita ad affidarmi maggiormente a Dio, a dargli lo spazio necessario per permettergli di agire nella mia vita. Famiglie per l’Accoglienza è l’unico posto dove io non ho paura di manifestare le mie debolezze, perché esse vengono accolte, la mia fragilità è presa per mano e diventa per i miei compagni uno sguardo privilegiato sull’umano, che può aiutare anche gli altri a riconoscere l’Opera di Dio nelle vicissitudini della propria vita e di quella altrui.

Il loro modo di accogliermi ed accogliere gli altri desta ogni volta in me stupore e sento il mio cuore che mi chiede di diventare più grande.

Dopo aver adottato il mio primo figlio e dopo la gravidanza e l’arrivo del secondo figlio ho continuato ad interrogarmi su cosa fosse l’accoglienza. Due anni fa ho sentito il desiderio di avvicinarmi al mondo dell’affido, con grande timore e nello stesso tempo con gioia grande. Mi chiedevo se fossi pronta ad accogliere qualcuno e mi rispondevo che avevo i figli ancora troppo piccoli, che mio marito e io non eravamo in grado… Ho capito (soprattutto dopo aver seguito un percorso sull’affido) che non c’era ancora quello spazio necessario per poter accogliere un altro figlio e ho percepito tutta la mia piccolezza.

Ma allora come potevo seguire le aspirazioni del mio cuore? Mi sono quindi coinvolta, oltre che nel gruppo adozione, anche nel gruppo affido regionale per l’organizzazione di eventi, di cui uno nella mia città, approfondendo la conoscenza con i Servizi Sociali locali. Ma il movimento del mio cuore sembra inarrestabile, esso mi chiede di spalancarsi ancora… Pensavo di dover aspettare il momento giusto per accogliere, quando noi e i nostri figli fossimo stati pronti, ma il mio cuore mi chiedeva di non fermarmi. Nell’ultimo anno ho capito che non devo attendere il prossimo, ma sono io a dovermi fare prossimo agli altri. Così ho iniziato a rispondere alle situazioni di bisogno che mi si presentano davanti, per esempio aiutando una mamma che si è appena separata, supportando una signora con due ragazzini in affido che ha tantissime difficoltà, rendendomi disponibile ad aiutare una ragazza madre nella gestione del figlio, una coppia in crisi…

Come posso dare un seguito al desiderio del mio cuore di accogliere, senza che ci sia da un lato una pretesa di dover rispondere a tutto, e dall’altro un rischio, un azzardo? Cosa può voler dire attendere il momento giusto e riconoscere ciò che il Signore mi sta mettendo davanti?

SCOLA: Di questo intervento, così intenso, riprenderò inevitabilmente solo alcuni contenuti. L’espressione che mi ha colpito di più è “il movimento del mio cuore”. Voi sapete che il cuore, nel mondo semitico ebraico, come nel cristianesimo, è il centro delle evidenze e delle esigenze oggettive dell’uomo. Quindi, il “movimento del cuore” in questo caso, verso un’ulteriore apertura gratuita nell’adozione, va sempre ascoltato, perché è per sua natura positivo.  Il che è già un primo criterio per evitare la tentazione di dover rispondere a tutto o rischiare di cadere nell’azzardo. Ciò, ovviamente, non significa che non ci debba essere un giudizio oculato su una scelta come quella che la nostra amica prospettava, ma lei stessa aveva già trovato la risposta a questa domanda quando, all’inizio, ha parlato della decisività della compagnia. Insomma, l’uomo – noi cristiani lo sappiamo bene, anche se poi lo trascuriamo – è un io in una relazione, sempre. Che significato ha, quindi, l’esservi associati in questa bella esperienza comunitaria di Famiglie per l’Accoglienza, che partecipa del carisma di don Giussani, di cui stiamo finendo di celebrare il centenario? Significa che, di fronte a un’impresa come quella che avete compiuto e che vi sentite ancora chiamati a compiere – l’affido, l’adozione o altri tipi di accoglienza – non potete reggere senza un’appartenenza all’espressione che Gesù stesso ha scelto come condizione per restare vivo presso ogni uomo di ogni tempo e di ogni luogo. Senza un’appartenenza non ce la si fa… il disastro affettivo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze è che non sentono più questo, come molto spesso mi hanno detto i miei preti nelle varie realtà in cui sono stato: nessun/nessuna giovane si accusa più di peccati contro il sesto comandamento e, al di là di quel che pensano i genitori, decidono di convivere, di non sposarsi e non capiscono quel che perdono, perché l’elemento affettivo – anche nella sua implicazione sessuale – senza il “per sempre” non esplode tutto, non soddisfa il moto profondo del cuore, in quanto solo la fedeltà garantisce la verità di un’esperienza di amore… Credo si possa allora partire dal riferimento a 2Cor12, per me molto chiaro perché ho tratto da lì il motto del mio episcopato: la frase «Sufficit gratia Tua» («Mi basta la Tua grazia») è immediatamente precedente a quella citata «Quando sono debole, è allora che sono forte». Inesorabilmente siamo portati a fare spazio alla presenza di Gesù e della comunione che attraversa tutta la storia; certo, questo implica che la nostra libertà venga educata anche alla dimensione del rischio che un simile gesto sempre contiene.

Dialogando talvolta con famiglie che desideravano aprirsi all’adozione, ho sempre detto che il rischio in una scelta così (ma lo sapete meglio di me, è inutile che stia a descriverlo!) è inevitabile. Voi lo vedete bene, quando il ragazzo/la ragazza cresce e – volutamente o meno – utilizza il bisogno di conoscere la sua paternità e maternità biologica (anche) contro di voi, (anche) contro la famiglia che ha dato tutto adottando; è normale che questo avvenga, è assolutamente normale. Perciò, credo che una scelta come la vostra non sia possibile senza una compagnia decisiva; è per questo che l’assemblea che state facendo è carica di significato, perché mostra che l’appartenenza a una comunità rende evidente per chi io vivo.

La grande tragedia della Chiesa in Europa a partire dal secondo dopoguerra è la dimenticanza del per chi io vivo – agisco, lavoro, amo, faccio quello che faccio, metto al mondo figli, adotto figli, mi impegno in una realtà dove emergono dei bisogni … Solo in una compagnia sensibilmente espressa è possibile correre il rischio ragionevole di una scelta così e il rischio ragionevole ti rende libero dal futuro, da ciò che questo ragazzo o ragazza sarà o diventerà; ti rende libero, cioè ti evita il rischio dell’onnipotenza. Questo ragazzo/ragazza ha vissuto una prova gravissima, è, di fatto, senza genitori… arrivo io, sistemo la questione! No, no, non la sistemi, perché la paternità biologica è sempre dentro il cuore di un ragazzo o di una ragazza così, e quando arriva l’adolescenza giunge a farne un uso, appunto, ricattatorio. Quindi, perché avvenga che “quando sono debole, è allora che sono forte”, devo assecondare il movimento del mio cuore, movimento che coincide col lasciarmi attrarre da Gesù, come lui ha detto: «Quando sarò innalzato come il serpente, allora attirerò tutti a me». Noi dimentichiamo che la vita è tensione, come ci diceva sempre don Giussani. La prima volta che lo sentii parlare nel 1958 lui svolse appunto il tema della gioventù come tensione… tensione verso chi? Verso il Crocifisso, che ci attrae e ci fa entrare in quella casa piena di porte aperte che è la Trinità, il luogo dell’esperienza definitiva dell’amore a cui devo guardare per imparare ad amare anche queste persone che accolgo e che non vengono dalla mia carne e dal mio sangue; eppure le tratto realmente come miei figli, perché tutti noi siamo fratelli in Cristo Gesù. Cito sempre un passaggio del Vangelo in cui Gesù, ormai stremato da una passione iper-violenta come, al di là di tutte le critiche inconsistenti, l’aveva ben descritta Mel Gibson nel suo film; perché c’è una prova, c’è una prova chiara della violenza terribile della Passione di Gesù nella via della Croce: quando vanno dire a Pilato che Gesù è morto, Pilato si sorprende, come se fosse morto molto prima del solito… per forza, l’avevano conciato da buttar via già durante la Passione e nel cammino verso il Calvario!.

Mi sorprende sempre ritornare ad una bellissima affermazione di don Giussani ne Il senso della caritativa, che dovrebbero aver recentemente ristampato: «Vivere è condividere». Inevitabilmente, che tu lo voglia o meno. Quando sei sul luogo di lavoro e ti trovi accanto un collega che ti scoccia tutto il tempo e che cerca di fregarti per far carriera… anche quello è condividere! Non ci si può sottrarre a questo. L’assolutezza della relazione – del condividere – l’ho compresa bene tanti anni fa. Era l’estate del ’69 – precisamente il mese di agosto – e io mi trovavo a Monaco di Baviera per motivi di studio. Mi capitò di comperare il quotidiano Die Zeit che quel giorno conteneva l’inserto culturale, e aprendolo, notai lo scritto di uno che allora era giovanissimo, sconosciuto, un filosofo della scienza che si chiama Jöngen e che oggi è uno dei punti di riferimento della cultura tedesca. Un enorme titolo su due pagine: L’uomo è solo il suo stesso esperimento Facciamola finita con questi discorsi noiosi sulla persona, sul soggetto spirituale, sulla relazione, basta! … Ormai siamo entrati in una fase in cui la cibernetica, attraverso il discorso dei cyborg, addirittura prospetta un cambiamento radicale, chiamato di volta in volta post-umanesimo, trans-umanesimo ecc; per cui l’uomo nelle varie fasi dello sviluppo sarà sostanzialmente tutto concentrato nel suo cervello, mentre il corpo non avrà più alcuna importanza. Per “trascendere” l’umano, la cibernetica dovrà “invadere” l’uomo (il cyborg è l’espressione di questa nuova realtà) finché, finalmente, arriveremo ad essere immortali … Se, dal punto di vista del fondamento, tali teorie sono molto discutibili e appaiono più una gnosi che una vera possibilità per l’uomo, è tuttavia vero che le grandi potenze stanno investendo miliardi su queste ricerche. Proprio leggendo quel pezzo ho scoperto che non si può mai dire “io” senza dire “relazione”, e da quel momento ho cominciato sempre a scrivere io-in-relazione. La comunione cristiana cos’è, se non questo? Perché vi siete riuniti a Pacengo, sacrificando un weekend per approfondire il senso di questa vostra scelta gratuita e potente, grande segno missionario per l’uomo di oggi? Perché la relazione la sentite come costitutiva a tal punto che vi permette di capire meglio il matrimonio, la famiglia, l’amicizia nella Chiesa, l’amicizia con chiunque, l’apertura a tutti.

SOMMACAL: Grazie! Nella storia di ciascuno di noi sono tante le fatiche, le delusioni, i fallimenti che ci interrogano e rischiano anche di metterci in crisi, di minare le nostre certezze. Vivendo le nostre esperienze di accoglienza ci accorgiamo che a un certo punto è necessario lasciar andare, accettare la fatica e il dolore dei nostri figli e anche le nostre – come famiglia e come persone. Ascoltiamo ora il contributo di una mamma adottiva.

INTERVENTO: Dal 2019 nostra figlia (con noi dal 2004 da quando aveva 15 mesi e ora diciannovenne) soffre di un disturbo della personalità, una psicosi depressiva e autolesionista, che si è manifestata assumendo più volte farmaci indiscriminatamente e poi, in seguito, tagliandosi. In tre anni abbiamo fatto sette ricoveri e venti accessi al Pronto Soccorso. Abbiamo vissuto in stato di emergenza costante, tentando di tenere sotto controllo ogni rischio e cercando ogni possibile aiuto.

A un certo punto, appena dopo la morte di mia mamma, mi sono ritrovata con mio padre ricoverato in ospedale a Milano e mia figlia ricoverata in ospedale a Varese. In quel momento è stato chiaro che, davanti al desiderio di morire di mia figlia, non potevamo fare altro che stare con lei. Per me è stata la sconfitta e la vittoria più grande della vita. La realtà urlava tutta, con mia figlia, che non potevo toglierle neanche un’ora di dolore ma solo stare con lei, mentre tutto di me desiderava scappare. Finché non mi sono arresa sul serio, incapace di vederla ancora così, eppure certa che era stata data proprio a me e mio marito: non potevamo fare nulla di più che chiedere al Signore che si facesse capire e vedere.

In questa situazione di assoluto bisogno il buon Dio si è infiltrato in ogni fessura, si è fatto vedere in mille modi diversi e sorprendenti: dall’amica che ci portava il pranzo in ospedale durante il lockdown, alle telefonate in psichiatria degli amici a mia figlia, all’incontro con persone mai viste prima che pregavano per noi da mesi. Siamo stati portati fisicamente dalle preghiere (la comunione dei santi è molto concreta). Non avevo più niente da difendere ma solo chiedere consiglio, compagnia e preghiere. E ho scoperto che si può vivere un’ora alla volta, massimo un giorno alla volta, ed essere affidati e misteriosamente lieti. Pur nella paura, ogni mattina, di come sarebbe andata e, nello stesso tempo, nella certezza che non eravamo soli.

È un’esperienza senza ritorno quella di essere portati dalla carità della nostra amicizia. Sempre più stupita dalla forza di mio marito e dalla grandezza del sacramento del matrimonio, ho sperimentato che veramente il buon Dio è fedele e usa ogni fragilità e non perde nessuna umiliazione per farne qualcosa di Suo. Ho verificato la certezza della fede nella mia vita ma, davanti al dolore distruttivo di mia figlia, come vivere la speranza per la sua vita, come imparare la pazienza davanti all’operare segreto del buon Dio nelle sue giornate apparentemente così desolate?

SCOLA: Se al centro di questo incontro c’è il tema della fragilità, l’esperienza di questa amica e di suo marito ci spinge oltre, fino all’impotenza che a un certo punto del gesto gratuito (adozione, affido, accoglienza) si impone, e che qui emerge con una chiarezza che ferisce. Però lei ha usato parole giustissime: il problema non è risolvere una situazione. La morte di una persona cara ci educa a questo. Il problema, come diceva Luca, è anzitutto lasciar andare (il che non significa disinteressarsi), poi stare con lei; terzo, con l’aiuto della comunità, della comunione, perché non si dà Cristo senza comunione. Scriveva Lessing: «Chi mi aiuterà a superare il terribile fossato che mi separa, dopo duemila anni da Gesù Cristo?», perché, nella sua concezione protestante della fede, non aveva visto il peso della comunione. La comunione è la presenza reale di Gesù nella nostra vita. Il fatto che abbiate preso due o tre giorni con grande sacrificio – viste le situazioni che vivete – per trovarvi insieme e imparare dalle vostre reciproche testimonianze, è segno della insostituibilità della Chiesa. Capisco che dire questo oggi, con tutte le obiezioni che gli uomini di Chiesa (anche nei più alti ranghi) sollevano, può sembrare un’astrazione; eppure è nella comunione (che viviamo ogni domenica attraverso il sacramento dell’Eucarestia ossia della Sua presenza in mezzo a noi) che si impara a “stare con” veramente, come testimoniato da questa mamma, mettendo al primo posto lo stare con sua figlia. Del resto, uno degli elementi fondanti della Chiesa è legato allo Stabat Mater di Maria sotto la croce. “Stabat” indica in latino che Maria era lì incrollabile, sicura nonostante tutto il suo dolore. Sicura del rapporto vitale pieno di futuro con quel suo figlio crocefisso ormai distrutto dalla prova, al punto da perdere quasi di vista il volto del Padre «Perché mi hai abbandonato?» e dello Spirito Santo, l’amore che tiene insieme i due in quel momento. “Stabat Mater”: il verbo dà l’idea dell’incrollabilità del cuore, della posizione del cuore di Maria in quel momento. Allora quella descritta dalla nostra amica, è la scelta giusta, la scelta che era da fare, come vedrete emergere chiaramente se rileggerete la sua testimonianza, compresa la frase molto bella sulla comunione dei santi… ma in quel caso, i santi son tutti i battezzati! Siamo anche noi… la comunione dei santi è molto concreta anche se io, nonostante i miei ottantun anni, sono molto lontano dal viverla così! Noi non pensiamo, normalmente, di essere dentro una compagnia che non si limita alle persone ancora vive che sono intorno a noi; certo, di queste abbiamo bisogno in un modo del tutto particolare, ma anche dei nostri cari trapassati abbiamo bisogno e loro intervengono nella nostra vita sorreggendoci, sostenendoci, correggendoci in vari modi. Lei ci ha detto che in questa situazione il buon Dio si è infiltrato in ogni fessura – espressione bellissima, perché noi siamo così tonti che neanche ci accorgiamo quando Lui viene, mentre è Lui che si infiltra, è Lui che ci viene veramente incontro… però tutto questo sottostà a quanto premesso da Luca: lasciar andare.  Lasciamo andare… Balthasar descrive la Trinità – quel poco che possiamo capire della Trinità – come la capacità di ogni Persona di lasciar essere l’altro; il Padre lascia essere il Figlio donandogli tutta la sostanza divina, e il Figlio gliela restituisce immediatamente, perché il Padre continua ad essere il Padre e il rapporto tra i due è un nesso e un frutto così grande che suscita lo Spirito Santo. Lasciar andare: dobbiamo farlo con tutti, dobbiamo farlo nella morte con i nostri cari (lasciarli andare nella definitività, nell’eterno), dobbiamo farlo con i nostri figli divenuti adulti che fanno famiglia, prendono le loro decisioni, magari in contrasto con il nostro punto di vista. Dobbiamo farlo, a maggior ragione, con i figli adottati per il motivo cui ho già accennato, cioè che la paternità biologica non si può cancellare, fa valere i suoi diritti sempre; può essere stata la cosa più ingiusta di questo mondo, può aver costretto i ragazzi a subire le pene dell’inferno (e grazie a Dio che hanno trovato famiglie come le vostre!), però non la tocchi; ed è significativo che la cultura di oggi tende sempre di più a negare questo dato; tende a negarlo col discorso sul gender, tende a negarlo pretendendo che l’aborto sia un diritto, e così via (non ho ancora letto niente di veramente interessante che fondi un’affermazione di questo genere).

Quindi, è necessario lasciar andare, perché il dono che voi fate è fondamentale, è straordinario, è commovente, è qualcosa che tocca me e ciascuno di noi, ma non è risolutivo. Risolutivo è solo il rapporto con Gesù dentro la Chiesa. Tornando alla domanda finale della nostra amica sul futuro, rispondo che deve – in pace – star dentro a questo lasciar andare, al di là del dolore e della sofferenza che questa situazione della figlia (che, mi pare di capire, non è ancora stabilizzata) può provocare. L’uomo non può fare l’impossibile; solo a Dio tutto è possibile, quindi come sarà l’esito? “Stare con”, come lei ha detto, affidare al buon Dio la figlia e sostenersi in famiglia, sostenersi nella compagnia comunionale degli amici, senza dimenticare che lo stare dentro non ci rende padroni del futuro né tantomeno dell’esito e, quindi, prendendo sul serio l’origine della comunione. La conseguenza dello “Stabat Mater” è la nuova parentela («Donna, ecco tuo figlio; figlio, ecco tua madre»), che giustamente voi avete definito come più potente di quella che deriva dalla carne e dal sangue, il che non toglie niente all’importanza di questa parentela, ma è più potente ed è su questo «Donna, ecco tuo figlio; ecco tua madre» che voi fondate la vostra scelta di accoglienza.

SOMMACAL: Grazie! La bellezza e la ricchezza dell’esperienza che viviamo passano attraverso la quotidianità della nostra vita, in una serena condiscendenza alle circostanze, da quelle più semplici a quelle più dure e difficili che ci accade di vivere.

INTERVENTO: Lavorando sul contenuto delle domande di questi giorni non ho potuto non riconoscerne la verità, paragonata con la mia esperienza di marito, padre e figlio. Quest’anno, infatti, è stato segnato già dall’ inizio dalla malattia di mia moglie, vera locomotiva familiare in tanti anni per le tante accoglienze, poi dalla malattia e la morte di mio padre (che ancora mi ronza per la testa) e dal grave decadimento cognitivo di mia madre che abbiamo portato alla fine in RSA, il che ha ridisegnato il rapporto con lei, non sempre facile. In aggiunta poi, dopo un bellissimo, appassionato e a volte faticoso lavoro per contribuire (come riuscivo), alla preparazione della mostra dei quarant’anni di Famiglie per l’accoglienza al Meeting, il Covid, alla vigilia della partenza, col furgone già carico e la famiglia pronta, ha bloccato tutti a casa. In quei giorni, per grazia, ho vissuto la serena condiscendenza alle circostanze che mi erano date da vivere con mia moglie e i miei figli, offrendo al Signore il mio tifo totale per tutti gli amici che costruivano la mostra, accompagnavano i visitatori e facevano incontrare la nostra esperienza al Meeting. Anche nel lavoro di corresponsabilità a livello nazionale, talvolta mi sono accorto che mi ha caratterizzato proprio questa consegna del poco di me che riesco più o meno fedelmente ad offrire, per la costruzione di un’opera che per me è innanzitutto una compagnia fraterna a sostegno della mia vita.

A volte, però, viene meno la posizione di consapevolezza del fatto che la mia debolezza e fragilità, piuttosto che la stanchezza della giornata sono il primo passo per una disponibilità certa che il Signore faccia accadere grandi cose attraverso “servi inutili”. Quando tale consapevolezza sbiadisce, iniziano i problemi, si introduce una tristezza o una tensione negativa, che non è assolutamente desiderabile nell’accettare o vivere le cose.

Ciò che in molti casi mi ha tirato fuori dalla tentazione di ripiegarmi è qualcuno che mi stima e mi vuole bene, che dentro le mie e le nostre vicende fa il tifo per me, non per le mie performances o le mie “prove”; allora sento che anche le prove, le fragilità o le debolezze non sono l’ultima parola, che non è più un problema di autostima da recuperare, ma di poter stupirmi di nuovi per i tanti padri (e madri) buoni che mi aspettano sull’uscio della porta per abbracciarmi e far festa. Per me questa è l’esperienza in Famiglie per l’accoglienza e nel Movimento.

Nel farsi compagnia tra noi e con le famiglie che incontriamo, come possiamo nei fatti aiutarci a testimoniare la bellezza e l’utilità di tenere aperte le domande e a non chiuderle? Che strada di mendicanza, di umiltà e di immedesimazione con chi accogliamo ci insegnano la debolezza e la fragilità?

 

SCOLA: Grazie! Partirei dall’umiltà, che è la chiave di tutte le penetranti questioni che tu hai posto e anche di tutte le domande che stanno emergendo. Umiltà è una parola derivante dal latino humus, che vuol dire terra. Umiltà vuol dire, quindi, stare a terra, toccare la terra, toccare il pavimento, stare aderenti alla terra. “Non nobis Domine, sed nomini Tuo da Gloria”. Pensiamo ai grandi santi, pensiamo a san Carlo Borromeo di cui abbiamo appena celebrato la festa (è compatrono della diocesi di Milano): il motto suo (e, prima ancora, della sua grande famiglia) era, appunto, humilitas. Ed era anche il punto di riferimento di Giovanni Paolo I quando era patriarca a Venezia; ho visto non pochi dei suoi manoscritti, in cui lui ritornava continuamente su questo tema. L’umiltà è quella posizione che dal di sotto – dal basso – ti assimila (come ha detto il Papa all’Angelus qualche settimana fa) al modo con cui Cristo ti guarda. Commentando l’episodio di Zaccheo, il Papa notava che Zaccheo sta in alto e guarda giù verso Gesù, mentre Gesù, per guardare lui, dal basso deve guardare in su e concludeva che Gesù fa così con ciascuno di noi. Ciò che Rossano ha raccontato circa la sua esperienza un po’ tribolata ci conduce proprio lì: c’è qualcuno che mi vuol bene, mi stima, fa il tifo per me e per le mie vicende, non per le mie performances. Altrove voi dite (giustamente!) che non vi sentite dei supereroi e non volete essere guardati come tali, ma come è possibile tutto questo? Perché siete così maturi nel cammino così delicato che voi avete scelto: dare spazio all’amore vero, all’amore appassionato per il destino dell’altro, soprattutto dei bambini e degli adolescenti (ma non solo), con un cuore che vi ha condotto a guardare da sotto in su – umilmente – le esigenze/evidenze costitutive del cuore stesso. Allora l’umiltà si trasforma in mendicanza, come testimoniò don Giussani nell’incontro con Giovanni Paolo II: «Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo». Continuate, quindi, a mendicare la bellezza della vostra compagnia e della vostra comunione!

“Serena condiscendenza alle circostanze”: questo dovrebbe essere lo stile di vita del cristiano, dell’uomo maturo, di chi è uomo fino in fondo. Le circostanze possono essere buone o meno buone, favorevoli o avverse, così come gli stessi rapporti possono essere buoni o meno buoni, favorevoli o avversi; però, se noi teniamo questa serena condiscendenza alle circostanze – e per questo è importantissima e inevitabile l’appartenenza comunionale – la vita non perde mai una certa leggerezza, anche nei casi più difficili come quelli che il nostro amico adesso ci ha raccontato.

SOMMACAL: Pur nella fatica e nel dolore, le nostre famiglie hanno a cuore questi figli strani, che non sono come li si immaginava o si desiderava che fossero; e li aiutano in tutti i modi, anche se ciò non sempre è condiviso da chi è vicino. Leggiamo la domanda di una famiglia di Modena, che oggi non riesce ad essere presente.

 

INTERVENTO: Con i figli stiamo riscoprendo la bellezza di accompagnarli nella loro ricerca della felicità (che non coincide con quello che pare a noi più giusto) guardando alla loro libertà come a un bene prezioso che aiutiamo a crescere e, se Dio vorrà, a far fiorire.

Abbiamo anche ripreso un cammino di coppia, grazie agli incontri con don Francesco Braschi, il quale ha dato una nuova sferzata alla nostra vita matrimoniale che sembrava aver quasi seppellito sotto tanta cenere il motivo per cui abbiamo a suo tempo adottato e preso in affido i nostri ragazzi.

Insomma, dire di sì a questa responsabilità ha spalancato i nostri occhi, di nuovo tesi a guardare il bello che Famiglie per l’Accoglienza ha portato nella nostra famiglia.

Un esempio recente: poiché a settembre i nostri ragazzi compiono gli anni a distanza di dieci giorni l’uno dall’altro, mio marito mi propone la tal domenica di andare a mangiare tutti insieme in un posto bellissimo a loro scelta. Il nostro intento era che comprendessero quanto li stimiamo, anche se fanno casini a ripetizione.  Così abbiamo fatto: siamo andati sulle colline bolognesi in un posto mozzafiato, abbiamo mangiato benissimo e siamo stati felici come non succedeva da tempo.

Una mia amica, che sa quanti casini ci combinano, mi ha detto che non approvava che li avessimo trattati così bene. Io non ho ribattuto, ma in cuor mio avrei voluto dirle che li abbiamo portati lì per far loro capire che non sono le loro disavventure a definirli e che per noi sono figli perfetti così come sono. Ho imparato qui a perdonare i loro comportamenti per noi incomprensibili, ma è una posizione vertiginosa che non sempre si riesce a mantenere. Come si può perdonare sempre, come si può stare di fronte ai nostri errori nel giudicare noi stessi e gli altri senza essere definiti dagli errori stessi? Insomma, come conservare nello sguardo la gratuità del primo incontro?

 

SOMMACAL: Mi permetto di collegarmi a quest’ultimo intervento, in quanto spesso ci richiamiamo affinché il nostro agire non venga determinato dall’esito che riscontriamo. Qualche settimana fa, durante un dialogo di preparazione per questo seminario, lei Eminenza, a un certo punto ha citato Eliot: «Bisogna puntare tutto sulla semina, e non sul raccolto, il raccolto è nelle mani di Dio».

Può aiutarci ad approfondire cosa significa, nelle nostre esperienze di accoglienza, vivere la libertà dall’esito, e da dove possa trarre origine il “puntare tutto sulla semina”, che porta ad avere un amore sincero per la libertà dei nostri figli?

SCOLA: Per venire incontro alle esigenze di Luca, il tema più giusto da introdurre è quello del perdono, richiamato dall’intervento precedente. Etimologicamente, la parola “perdono” è composta da dono e da per, che è un moltiplicativo. Il perdono, è, dunque, un dono che si moltiplica sempre e che non può venir meno o, meglio, è ciò a cui non si può rinunciare, tant’è vero che il motivo per cui non riconosciamo i nostri peccati e non ci confessiamo più è che non abbiamo più coscienza di quanto Dio sia disposto a perdonarci, sempre, fino all’ultimo, se noi glielo chiediamo. È il perdono la strada attraverso la quale noi impariamo a lasciare nelle mani di Dio l’esito, senza pretendere di dominarlo noi. E non si tratta di un particolare: uno dei motivi del travaglio che la Chiesa – anche in Italia – sta attraversando è che tutti, a partire da noi preti, crediamo invece che inventando iniziative sempre nuove, costruendo strutture, organizzando meglio la modalità di rapporto e di comunicazione noi renderemo la Chiesa più vera. Si parla molto del Sinodo 2023-2024 su cui il Santo Padre ha deciso di insistere, ma bisognerà essere molto vigili ed evitare l’errore di pensare che i problemi si possano risolvere con iniziative, strutture, documenti. Si risolvono realmente se, attraverso la comunione, la verità di ogni singolo io-in-relazione viene a galla, così che ogni singolo io-in-relazione diventi realmente testimone di Cristo. Non occorre, appunto, essere eroi, bisogna solo essere se stessi. Questo mette in evidenza il fattore primario cui siamo stati chiamati dai fatti che hanno spinto don Giussani, a un certo punto della sua vita, a fare certe scelte e hanno configurato quello che giustamente viene chiamato il suo carisma: la passione educativa. È questa la strada a cui il perdono conduce. Per questo non potremo smettere di far valere il nostro diritto a un’effettiva scuola paritaria – paritaria anche dal punto di vista dei finanziamenti! -, perché tocca al popolo la libertà di fare la scuola – ovviamente sotto il Governo ultimo, soprattutto per il riconoscimento dei titoli; del potere costituito. Il gesto che dà inizio al movimento è la scelta di Giussani che, sul treno che lo portava da Venegono a Milano, avendo sentito ciò che tre ragazzi dicevano della chiesa, decide di lasciare una promettente carriera presso la Facoltà Teologica di Venegono per venire a Milano a salire i famosi tre gradini del Berchet.

Perché voi adottate dei figli? Perché vi duole il cuore a pensare che uno non possa avere un cammino di crescita, che uno non possa essere educato. È la passione per l’educazione che vi spinge a questo, non una generosità, perché quest’ultima non terrebbe. Non è neanche, ultimamente, il fatto di non avere figli (al di là dell’esperienza psicologica che spesso attesta la nascita di figli naturali dopo un’adozione – ma questo è legato al dinamismo del nostro profondo, del nostro inconscio). Scommettere tutto sulla semina vuol dire educare – e la prima condizione per educare è amare fino al perdono, per cui questi coniugi hanno compiuto una scelta bellissima, con l’idea di un pranzo eccellente e in un luogo bello. Reputo molto preziosa l’affermazione «non sono le loro disavventure a definirli, per noi sono figli perfetti, così come sono», dove “perfetti” va attribuito al loro essere figli, non alle sciocchezze che fanno, evidentemente… Quindi, sono contento di poter concludere questo incontro, che – ne sono certo – mi ha fatto del bene e lo constaterò nelle ore che vengono e (spero!) anche nei giorni futuri, perché, anche se può apparir strano, a ottantun anni percepisco quanto abbia bisogno di convertirmi. Ci si potrebbe chiedere se non sia un po’ tardi, dopo esser stato prete, vescovo, cardinale…  Non è tardi – non lo è mai -, però condividere con voi quest’ora e mezzo è stato per me un grande dono, di cui vi sono veramente molto grato. Vi incoraggio a continuare nella vostra scelta, nel vostro cammino con la libertà che le vostre domande hanno mostrato. Grazie!

Sommacal: È stata davvero una grazia averla con noi questa mattina. Prima di questo incontro con lei c’è stata un’assemblea in cui molti di noi si sono chiesti perché facciamo ciò che facciamo. Ora lei ci ha aiutato, a mio parere, a fare un passo – dal perché al per chi, evidenziando che l’io è relazione. Noi ci sosteniamo ad avere questo sguardo e lei ci ha aiutati ad entrare così profondamente nelle nostre esperienze, che sicuramente riprendere le parole che ci ha detto sarà un una grande grazia per il nostro cammino. Grazie ancora! Ringrazio anche chi è intervenuto, sollecitando risposte tanto profonde.