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	<title>Angelo Scola &#187; laicità</title>
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		<title>UNA NUOVA LAICITA&#8217;/ &#8220;La domanda di senso oggi&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Aug 2010 07:40:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">UNA NUOVA LAICITA’ – Viene proposto anche questa settimana, sull’acceso dibattito sulla laicità dello stato, uno stralcio del capitolo VII del libro del card. Angelo Scola, “<a href="http://www.ibs.it/code/9788831792196/scola-angelo/una-nuova-laicita.html" target="_blank">Una nuova laicità. Temi per una società plurale</a>” (Marsilio, 2007):</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;La domanda di senso oggi&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono pochi gli stimoli pieni di fascino che il pensiero contemporaneo non cessa di offrire con i suoi variegati tentativi, più o meno consapevoli, di prendere sul serio sia la radicalità della domanda leopardiana – «ed io che sono?» – sia l’urto della provocazione rivolta dal Creatore ad Adamo: «Adamo, dove sei?». Infatti, attraverso le mille circostanze della storia e una qualche rete di rapporti di autentico amore, il Padre benefico continua a suscitare nell’uomo l’instancabile desiderio di scoprire <em>chi è e dove è</em>. E anche quando questo desiderio si perde lungo sentieri interrotti senza incontrare il volto luminoso perché liberante dell’Origine-Meta (Verità), resta in ogni caso indizio di una sete che non si spegne e che in ultima analisi lascia sperare.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche a noi, uomini impagliati, accade di veder spuntare miracolosamente, sul terreno della solidale umana compassione, le domande ultime del senso religioso, fragile filo d’erba che riesce a bucare la montagna dei detriti sotto cui l’abbiamo sepolto: «Per me esiste la pressione assoluta mente innegabile di una Presenza aliena alla spiegazione» (G. Steiner, <em>Errata</em>, Milano, Garzanti, 1998, p. 200). Attraverso gli affetti e il lavoro, l’Autore della storia non si stanca di richiamare l’uomo a quell’esperienza elementare che costituisce la via sicura lungo la quale correre verso la meta senza la meccanica pretesa di fabbricarla e di dominarla.<span id="more-4301"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Su queste basi il problema di ripensare la direzione della storia torna inevitabilmente in campo, ma con i connotati culturali propri del nostro tempo. Una prima direzione ci viene suggerita dal filone politico. Basti pensare alla diffusione avuta dalla tesi di Fukuyama sulla <em>fine della storia</em>. Da una parte l’uomo occidentale ha dimostrato di sapersi liberare da una concezione di storia intesa come il progressivo realizzarsi di un’idea astratta e assoluta, concepita a priori. E la caduta dei totalitarismi che di questa «idea» hanno rappresentato l’incarnazione pratica e violenta ne è clamorosa conferma. Dall’altra però, Fukuyama e i suoi corifei non hanno saputo evitare l’ingenuità di ritenere che la forma politica del liberismo, che sarebbe posta per sempre al riparo da crisi distruttive in forza del suo presunto equilibrio interno, potesse rappresentare la fase finale della storia. Il tragico scenario che oggi, dopo la mitica caduta del muro, sta sotto i nostri occhi, smentisce la presunzione di non dover più attendere radicali trasformazioni perché è venuta meno la forma immanentistica e assolutista della storia e si è imposto quale panacea il liberismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Una seconda direzione che indica – sia pure con notevoli ambivalenze – il bisogno di ripensare in senso giudaico-cristiano il progresso, è quella scientifica. Qui conviene fare cenno almeno a due dati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo è rappresentato dagli strabilianti risultati ottenuti, soprattutto in campo biologico, grazie al connubio scienze-tecnologie. Come evitare che l’esaltante avventura della libertà di ricerca, invece che a servizio effettivo della persona e di tutta la famiglia umana, sia ancora una volta strumentalizzata dalla violenza ideologica che attenta al sacrario dell’umana dignità e libertà?</p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo elemento, su una scala più ampia, è legato alla cosiddetta questione ecologica. Anche qui siamo sospesi a un’antitesi che invoca una scelta di libera civiltà. Dopo tanta colpevole trascuratezza, oggi siamo molto più avveduti e continuamente richiamati a riscoprire il creato e averne cura, certo. Ma come evitare di cadere in una sorta di escatologia minacciosa, i cui «novissimi» sembrano destinare l’umanità a una lotta senza quartiere, catastrofica e disperata, dell’intelligenza contro un destino di entropia e, quindi, di annientamento?</p>
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		<title>UNA NUOVA LAICITA&#8217;/ &#8220;Il travaglio della cultura contemporanea. Dualismo pubblico-privato&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Aug 2010 07:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[UNA NUOVA LAICITA’ – Viene proposto anche questa settimana, sull’acceso dibattito sulla laicità dello stato, uno stralcio del capitolo VI del libro del card. Angelo Scola, “Una nuova laicità. Temi per una società plurale” (Marsilio, 2007):
&#8220;Dualismo pubblico-privato&#8221;
Dal punto di vista dell’azione sociale un primo elemento s’impone con una notevole forza persuasiva. Mi riferisco all’eclisse di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">UNA NUOVA LAICITA’ – Viene proposto anche questa settimana, sull’acceso dibattito sulla laicità dello stato, uno stralcio del capitolo VI del libro del card. Angelo Scola, “<a href="http://www.ibs.it/code/9788831792196/scola-angelo/una-nuova-laicita.html" target="_blank">Una nuova laicità. Temi per una società plurale</a>” (Marsilio, 2007):</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Dualismo pubblico-privato&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista dell’azione sociale un primo elemento s’impone con una notevole forza persuasiva. Mi riferisco all’eclisse di quella concezione adeguata, perché vera, dell’azione umana – e quindi della filosofia morale, politica, del diritto – per cui ogni azione di ogni uomo deve essere armonicamente tesa a perseguire la <em>vita buona</em> di tutto l’uomo e di tutto il popolo, senza dualismi e false separazioni tra dimensione personale e dimensione sociale dell’azione stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, invece, ci troviamo davanti a un’immagine dell’azione che divide il «privato» dal pubblico, che contrappone l’etica pubblica all’etica cosiddetta privata, fedele riflesso della divisione esistente fra libertà personale e libertà civile e giuridica. Un’etica pubblica sempre più formale e basata solo sulle norme, dalla quale viene bandita, come osserva giustamente MacIntyre, la dimensione della virtù, abbandonata al «privato», al puro arbitrio di un individuo pensato come separato dalla società.<span id="more-4240"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E l’esito è una dialettica insanabile tra la sfera dell’interesse soggettivo e il campo delle esigenze morali obiettive, creando un’artificiosa opposizione tra desiderio e compito, tra volere e dovere. Facciamo qualche esempio.  Nell’ambito della famiglia constatiamo questo dualismo nell’opposizione tra il desiderio di paternità e di maternità, da una parte, e il figlio come soggetto personale capace di autonomia socio-giuridica, dall’altra. Il figlio non viene più considerato come un frutto gratuito dell’amore dei coniugi, bensì come <em>un oggetto</em> sottoposto alla volontà sovrana dei genitori. Sia nella coscienza individuale che nell’immaginario collettivo (come si vede nelle legislazioni approvate dalle democrazie cosiddette <em>avanzate</em>), il figlio ha perso rilevanza. Se non è desiderato si ricorre all’aborto. Se invece esistono problemi per procrearlo, tutto è permesso, purché <em>venga soddisfatto</em> il desiderio soggettivo dei genitori (basti pensare alla cosiddetta «procreazione medicalmente assistita» che trasforma il figlio nell’esito di un processo di produzione).</p>
<p style="text-align: justify;">Un secondo esempio è la dicotomia tra economia e diritto. Non è necessario fare riferimento al dibattito, presente in tutte le società occidentali, sullo <em>stato di benessere</em> (<em>Welfare</em>), per riconoscere che il rapporto fra diritti ed economia sta attraversando oggi un grave conflitto. Paradossalmente, la riduzione sempre più accentuata dei diritti della persona alla sfera dell’individuo, conseguenza di una lettura formalistico-kantiana della regola d’oro «non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te», può spiegare questo conflitto. Sostenere, infatti, i diritti della persona svincolando la libertà di coscienza (che si pretende assoluta) dal suo necessario riferimento alla verità, finisce di fatto col favorire la logica della riduzione di ogni bene in termini di denaro e di mercato, che diventano le chiavi per interpretare e soddisfare qualsiasi desiderio-necessità dell’uomo. In questo contesto, i diritti fondamentali finiscono per essere rilevanti solo in quanto si riferiscono alle necessità alle quali il mercato è in grado di rispondere in termini monetari. In questo senso, il conflitto tra economia e diritti presuppone un’ulteriore radicalizzazione della dicotomia tra libertà personale e libertà civile, riflesso a sua volta della separazione tra pubblico e privato.</p>
<p style="text-align: justify;">Dal punto di vista politico, infine, assistiamo alla dialettica tra forme utopistiche non conclamate (segnate dall’ideologia) e una sorta di ideologia pragmatica del mercato come modalità di affermazione egoistica dell’io, del proprio gruppo o <em>lobby</em>, della propria nazione, del proprio popolo o della propria zona di influenza mondiale(nord/sud).</p>
<p style="text-align: justify;">Invece l’uomo – in quanto soggetto razionale – tende normalmente ad agire secondo fini e beni precisi, ai quali si sforza di proporzionare i mezzi. L’uomo di per sé – al di là dei suoi limiti e delle sue fragilità – tende a una <em>vita buona</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Senza artificiose separazioni tra privato e pubblico, la vita buona – cui ogni azione umana è ordinata – deve avere di mira, simultaneamente, tutti i comportamenti personali e sociali dell’uomo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>UNA NUOVA LAICITA&#8217;/ &#8220;Meticciato di culture e civiltà. Un processo in atto&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Aug 2010 07:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[UNA NUOVA LAICITA’ – Viene proposto anche questa settimana, sull’acceso dibattito sulla laicità dello stato, uno stralcio del capitolo V del libro del card. Angelo Scola, “Una nuova laicità. Temi per una società plurale” (Marsilio, 2007):
&#8220;Meticciato di culture e civiltà. Un processo in atto&#8221;
In questo quadro vorrei proporre un’ipotesi di lavoro per leggere il delicato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">UNA NUOVA LAICITA’ – Viene proposto anche questa settimana, sull’acceso dibattito sulla laicità dello stato, uno stralcio del capitolo V del libro del card. Angelo Scola, “<a href="http://www.ibs.it/code/9788831792196/scola-angelo/una-nuova-laicita.html" target="_blank">Una nuova laicità. Temi per una società plurale” </a>(Marsilio, 2007):</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>&#8220;Meticciato di culture e civiltà. Un processo in atto&#8221;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In questo quadro vorrei proporre un’ipotesi di lavoro per leggere il delicato frangente storico che ci vede protagonisti. Si tratta appunto di un’ipotesi che propongo alla libera e critica discussione da parte di tutti. Mi riferisco al tema del <em>meticciato di civiltà</em>. Mi preme, però, sottolineare che questa espressione non intende, a sua volta, essere una categoria teoretica compiuta – sarei, in tal caso, come il celebre gatto che si mangia la coda – ma vuol solo suggerire una pista che mi sembra emergere dall’ascolto della realtà. Non intendo quindi proporre una riflessione di filosofia o teologia della storia, ma solo offrire un possibile orizzonte interpretativo dei complessi, articolati e contraddittori fenomeni di cui siamo spettatori e protagonisti contemporaneamente.</p>
<p style="text-align: justify;">In connessione con la globalizzazione, con la cosiddetta «civiltà delle reti» e con i poteri delle biotecnologie stiamo assistendo, negli ultimi decenni, a un <em>processo</em> di inedita <em>mescolanza tra i popoli</em>. Non che l’incontro tra i popoli rappresenti una novità assoluta, anzi le migrazioni e mescolanze di popoli sono una costante nella storia degli uomini. Pensiamo a che cosa abbiano significato le migrazioni dei popoli germanici per l’impero romano o l’invasione mongola per il califfato abbaside. Il fatto nuovo è che oggi il fenomeno investe la totalità del pianeta e possiede, per i caratteri sopra ricordati, una rapidità da progressione geometrica. Un aspetto importante di questa mescolanza di popoli è costituito dalla sua natura inedita «bidirezionale».<span id="more-4164"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Se infatti molti abitanti dei paesi in via di sviluppo vengono a cercare fortuna in Europa, nel Nord America o in Australia, è vero anche che ogni anno milioni di persone visitano, per lavoro o per svago, le località più remote del globo. Nonostante i suoi evidenti limiti, il turismo ha contribuito a rompere le barriere dell’isolamento. Il <em>meticciato </em>di civiltà è, anzitutto, un <em>processo in atto </em>che, come tutti i processi e i fatti storici, non chiede il permesso di accadere.</p>
<p style="text-align: justify;">L’espressione non indica, quindi, né una teoria sull’integrazione culturale, né una categoria complessiva di comprensione della realtà. Vuole semplicemente registrare una situazione di fatto che ci sta dinanzi e che, volenti o nolenti, coinvolge ciascuno di noi individualmente e socialmente, come persone e come membri di corpi intermedi e di società civili.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarà inutile ribadire che quando parlo di meticciato di civiltà lo interpreto come Larousse che lo definisce <em>production culturelle résultant de l’influence de civilisations en contact</em>. L’accento è quindi posto sul genitivo (a un tempo soggettivo e oggettivo) di civiltà per sottolineare che nel mescolamento di uomini e popoli in atto nel pianeta (non si possono qui dare le cifre relative agli imponenti fenomeni migratori e di scambio in atto nei continenti!) si attua un fenomeno di incontro e di compenetrazione più o meno violenta di culture, che inesorabilmente mettono in discussione il fatto «nazione» (basti pensare a quanto sta accadendo nell’Unione europea), le relative certezze etiche e domandano nuove formulazioni giuridiche con la connessa necessità di un’inedita delimitazione dei poteri. Non è inoltre superfluo notare che la qualifica di «<em>civiltà</em>» apposta al termine «<em>meticciato</em>» lo tiene al riparo da semplicistiche letture etniche e antropologiche.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia, più che un susseguirsi di fatti, è il loro intrecciarsi complesso e il loro dar vita e dipendere da una molteplicità di fattori umani, religiosi, sociali, economici, culturali e politici che suscitano processi. E i processi storici non devono essere solo giudicati, ma possono vederci come attori liberi e consapevoli che cercano di orientarli. Innanzitutto conoscendone i dinamismi e le cause (è la dimensione del giudizio), per poi tentare di scorgerne e proporne possibili sviluppi. Con i processi si deve criticamente e liberamente interagire per cercare di orientarli alla vita buona personale e sociale, mediante un buon governo.</p>
<p style="text-align: justify;">Per queste ragioni mi assumo il rischio di proporre la categoria di <em>meticciato di civiltà </em>come quella che, almeno fino a oggi, mi appare la più capace di leggere e di suggerire piste di comprensione e di accompagnamento critico del processo – sottolineo la parola processo – in atto. Se usata con prudenza, questa categoria non solo trova conferme storiche, ma sembra a me in grado di illuminare un poco la molteplice complessità dei fenomeni emergenti dall’inedito e inevitabile intreccio di popoli, razze, culture e religioni che costringe a ridefinire i rapporti tra gli stati e pensare a un nuovo ordine mondiale. Oltretutto, noi uomini delle religioni siamo convinti che tutti i popoli sono alla fine parte di un’unica famiglia umana e viviamo nella certezza di un Dio che guida la storia.</p>
<p style="text-align: justify;">Usare la categoria di <em>meticciato di civiltà</em> per definire il processo in atto in quest’epoca di travaglio, rende a nostro avviso più agevole leggere i dati, talora brucianti, della cronaca, per meglio affrontare problemi diventati oggi particolarmente complessi quali la pace, la giustizia, la libertà, i diritti, le democrazie. Evidentemente, un fenomeno per certi aspetti così inedito porta con sé problemi immensi e, per trovare soluzioni adeguate, richiede grande capacità creativa. Nel mondo occidentale il dibattito tende soprattutto a focalizzarsi su questioni di natura giuridica, nella convinzione che sia urgente fornire un quadro legislativo solido entro cui accogliere i soggetti che stanno progressivamente entrando a far parte delle nostre società. In effetti, questa posizione mette in luce un aspetto importante del problema, ma può nascondere – e di fatto spesso nasconde, soprattutto se insegue le sirene del nichilismo gaio – la tentazione stigmatizzata dal poeta Eliot di sognare «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono» (Cori da «<em>La Rocca</em>», p. vi).</p>
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		<title>UNA NUOVA LAICITA&#8217;/ &#8220;Valore della laicità dello stato e valori fondanti della società&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Jul 2010 08:33:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[UNA NUOVA LAICITA&#8217; &#8211; Per il periodo estivo questo sito propone di ripercorrere alcuni ambiti affrontati dal card. Scola: Famiglia, Maria, Sacerdozio, Educazione, &#8220;Caritas in Veritate&#8220;. In particolare, sull&#8217;acceso dibattito sulla laicità dello stato, viene pubblicato qui di seguito uno stralcio del capitolo I del libro del card. Angelo Scola, &#8220;Una nuova laicità. Temi per una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">UNA NUOVA LAICITA&#8217; &#8211; Per il periodo estivo questo sito propone di ripercorrere alcuni ambiti affrontati dal card. Scola: <em>Famiglia, Maria, Sacerdozio, Educazione, &#8220;Caritas in Veritate</em>&#8220;. In particolare, sull&#8217;acceso dibattito sulla laicità dello stato, viene pubblicato qui di seguito uno stralcio del capitolo I del libro del card. Angelo Scola, &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788831792196/scola-angelo/una-nuova-laicita.html" target="_blank">Una nuova laicità. Temi per una società plurale&#8221;</a> (Marsilio, 2007):</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Valore della laicità dello stato e valori fondanti della società</strong></p>
<p style="text-align: justify;">In quanto istanza superiore lo stato deve essere – secondo la terminologia ormai d’uso – «laico». Ma è chiaro, a questo punto, che cosa debba significare laicità: la non identificazione con nessuna delle parti in causa, cioè dei loro interessi e delle loro identità culturali, siano esse religiose o laiche. Tuttavia, in forza della sua stessa funzione, stato laico non è sinonimo di stato «indifferente» alle identità e alle loro culture. Soprattutto non può essere e, di fatto, non è mai indifferente ai valori della tradizione nazionale prevalente cui esso fa storicamente riferimento, come di mostrano le diverse «storie costituzionali» degli stati. <span id="more-3834"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In ogni caso, uno stato democratico non può essere indifferente ai grandi valori che stanno a fondamento della stessa convivenza democratica, quali quelli delle libertà civili e politiche, della convivenza dialogica, del rispetto delle procedure per il consenso ecc. A questi e ad altri valori e beni comuni fa riferimento lo stato di diritto e lo stesso potere pubblico statale. Dunque lo stato democratico è laico per la sua non-identificazione con qualsivoglia «visione del mondo», ma non è affatto «neutrale» nei confronti dei suoi valori fondanti. Laicità dello stato in tutte le sue istituzioni (fino al consiglio di quartiere) è dunque esercizio costitutivo e reciproco di promozione e tutela (tuitio) del diritto e di positiva valorizzazione di tutti i soggetti in campo, mediante il coinvolgimento nella relazione di riconoscimento. Solo il riconoscimento rigenera continuamente le identità ponendole al riparo da ogni integralismo, mentre impedisce che le differenze portino a esclusioni conflittuali. Una tale laicità domanda poi agli organi statuali l’esercizio equo dei poteri di garanzia tesi a perseguire instancabilmente il «com-promesso nobile», cuore dell’azione politica, che ha nel popolo il suo arbitro insindacabile e mai surrogabile da alcuna auctoritas che si pretenda interprete avanguardistica dei bisogni della gente. A questo punto la società post-secolare e post-moderna deve porsi con coraggio una seconda questione centrale. Non la introdurrò a partire dalla troppo discussa categoria di verità, perché voglio accogliere, sia pure come ipotesi di lavoro, l’istanza, oggi cara a molti, che «la costituzione dello stato liberale sappia provvedere al proprio bisogno di legittimazione in modo autosufficiente» senza dover far ricorso a premesse unificanti di tipo metafisico, religioso o etico. In questa ipotesi, che cosa diventa un esercizio concreto della laicità, rispettoso della relazione costitutiva e insuperabile di identità-differenza nella quotidiana convivenza di persone e soggettività religiose e agnostiche di vario genere e grado? Quali prerogative debbono essere conseguentemente assegnate alle istituzioni costituzionalmente normate?</p>
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		<title>All’Europa un compito universale: testimoniare che la vita buona è praticabile. Il Patriarca al Collège des Bernardins a Parigi</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Feb 2010 07:56:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[PARIGI &#8211; Il card. Scola è stato invitato a partecipare ai lavori dei Colloqui promossi dall&#8217;Istituto Jean-Marie Lustiger sul tema &#8220;“L’Europa secondo Jean-Marie Lustiger: attualità e avvenire”, che si tengono giovedì 11 febbraio nel pomeriggio presso il Collège des Bernardins a Parigi.
Avvenire publica oggi un estratto del suo intervento che qui si riporta:
Il fatto che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="patriarca febbraio 2010 038" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/4364358407/"><img class="alignnone" src="http://farm5.static.flickr.com/4054/4364358407_805af0e9c3.jpg" alt="patriarca febbraio 2010 038" /></a>PARIGI &#8211; Il card. Scola è stato invitato a partecipare ai lavori dei Colloqui promossi dall&#8217;<a href="http://http://www.collegedesbernardins.fr/index.php/rencontres-a-debats/colloques.html">Istituto Jean-Marie Lustiger </a>sul tema &#8220;“L’Europa secondo Jean-Marie Lustiger: attualità e avvenire”, che si tengono giovedì 11 febbraio nel pomeriggio presso il Collège des Bernardins a Parigi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.avvenire.it">Avvenire</a> publica oggi un estratto del suo intervento che qui si riporta:</p>
<p style="text-align: justify;">Il fatto che le religioni siano chiamate a giocare un ruolo nel futuro dell’Europa è la conclusione che ognuno può trarre dalla semplice osservazione delle circostanze attuali. La presenza di diverse realtà religiose, penso in primo luogo all’Islam, ha contribuito in maniera sostanziale a dimostrare quanto fossero infondate le previsioni formulate solo qualche decennio fa sull’avvento di “un mondo mondano”. Certo, il moltiplicarsi di soggetti e visioni religiose a volte radicalmente diverse fra loro e l’affacciarsi sulla scena di nuovi attori hanno suscitato la diffidenza di molti. Ma non possiamo dimenticare il fatto che nella storia europea le vicende religiose, le vicende culturali e socio-politiche si siano mostrate, al di là delle necessarie distinzioni, così intrecciate da essere di fatto inscindibili.<span id="more-2660"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In Europa oggi prevale un atteggiamento teso ad affermare che il confronto pubblico debba necessariamente prescindere dalla radice religiosa delle convinzioni personali. Ma questo significa alla fine obbligare i credenti a comportarsi come se fossero atei e di conseguenza privare la società di importanti risorse.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò nonostante alcuni pensatori di rilievo, quali Habermas, Böckenförde, Rawls, David Novak, hanno cominciato a riconoscere nelle tradizioni religiose, a partire dal cristianesimo, l’espressione di un potenziale cognitivo e il riferimento di un impegno civile di cui è impossibile non tenere conto. Perché, ed è difficile negarlo, le religioni possiedono la capacità di proporre l’universale in modo concreto: contrariamente a quanto ha finito per postulare la cultura europea nel corso della modernità, i valori non si danno mai in astratto (la stessa Carte dei diritti fondamentali rischia di essere un semplice elenco di proposizioni formali), ma soltanto all’interno di tradizioni vissute. Per cui per esempio, alcuni assiomi che stanno alla base delle nostra società, penso all’idea di libertà o a quella di uguaglianza, possono ricevere nuovo slancio dalla testimonianza di fedeli che li vivono già all’interno della loro stessa esperienza comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Se si prendesse atto di ciò, non solo il potere politico giungerebbe al riconoscimento della soggettività pubblica delle religioni (Donati), ma le stesse istituzioni pubbliche promuoverebbero attivamente un’effettiva libertà religiosa. Nel corso di alcune mie visite in paesi del Medio Oriente mi è capitato di incontrare realtà in cui cristiani e musulmani, sulla base di alcune visioni condivise, per esempio la costitutiva dignità di ogni uomo, mettono insieme le loro forze in opere culturali e sociali dai risultati sorprendenti. Penso alla capillare azione nei confronti del grande numero di persone diversamente abili attuata dall’Associazione giordana Our Lady of Peace, composta da musulmani e cristiani. Se tutto questo avviene in contesti in cui la libertà religiosa non è certo incoraggiata, immagino quale potenziale potrebbe essere espresso in Europa se crescesse un clima sinceramente più favorevole al confronto reciproco. Ovviamente ciò è possibile a condizione che le religioni abbandonino le autointerpretazioni di tipo privatistico da una parte o fondamentalistico dall’altra per creare uno spazio di incontro reciproco tra di esse e con tutte le altre culture.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa luce si comprende perché l’idea di una missione universale dell’Europa sia sempre stata cara al Cardinal Lustiger, così come al Cardinal Ratzinger ora Papa Benedetto XVI. Ma, come entrambi hanno osservato, tale compito è stato complicato e in parte oscurato dalla vicenda coloniale dell’Europa, che ha talora portato con sé conquista e sopraffazione. Come riproporre allora una visione universale in grado di rendere l’Europa significativo attore della globalizzazione e nel contempo di preservarla dalla tentazione di fagocitare con la sua cultura altre realtà? Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare riferimento al singolare rapporto con i beni antropologici, sociali ed ecologici implicati nella rivelazione cristiana ma che possiedono valore universale. Romano Guardini nel suo breve saggio Il significato del dogma del Dio trinitario per la vita etica della comunità mostra, ad esempio, una decisiva implicazione sociale del mistero trinitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Proprio perché l’Europa ha ricevuto questi beni gratuitamente non può considerarsene padrona. Essi sono offerti dal disegno di un Padre che guida la storia di tutta la famiglia umana. Nessuna realtà, per quanto raffinata e sviluppata, potrà mai pretendere di esaurire la totalità del reale. A questo proposito è decisivo quanto Etienne Gilson scriveva proprio nel 1952 proprio a proposito dell’Europa: «Sarà dotta, ma non sarà la Scienza. Saprà generare la bellezza, ma non sarà l’Arte. Sarà giusta, ma non sarà il Diritto. E speriamo che sarà cristiana, ma che non sarà la Cristianità». Il suo compito resta quello di offrire al mondo ciò che essa ha ricevuto, di mostrargli, per usare un’espressione del Cardinal Lustiger, «una nuova arte di vivere». Volendo fare ricorso a una categoria cristiana potremmo dire che la missione propria degli europei è, nel confronto constante con le altre culture, testimoniare il perseguimento, personale e comunitario, di quella vita buona, fatta come diceva Aristotile di filìa, che non può non stare a fondamento dell’edificazione della polis.</p>
<p style="text-align: justify;">Se mantenuto all’interno di queste caratteristiche, l’apporto europeo alla costituzione di un nuovo ordine mondiale, da tempo auspicato dal Magistero sociale della Chiesa, potrà essere rilevante: l’Europa potrà coinvolgere tutti i continenti nella pratica di una libera convivenza di cittadini, di corpi intermedi e di nazioni che diano vita ad una società civile capace di non sacrificare le differenze, ma di esaltarle senza che esse lacerino la sempre più urgente unità tra i popoli del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Democrazia in tempo di crisi: vince il metodo della partecipazione e dell&#8217;ascolto reciproco</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 22:28:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Una prova di democrazia in tempo di crisi”, a partire dall’analisi (critica e propositiva) del “caso Venezia”: non è solo il titolo del convegno che si è tenuto venerdì 5 febbraio a Zelarino (Mestre), né solo della pubblicazione presentata in questa sede (Ed. Marcianum), ma riflette anche un metodo di lavoro, partecipato e condiviso da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Una prova di democrazia in tempo di crisi”, a partire dall’analisi (critica e propositiva) del “caso Venezia”: non è solo il titolo del convegno che si è tenuto venerdì 5 febbraio a Zelarino (Mestre), né solo della pubblicazione presentata in questa sede (Ed. Marcianum), ma riflette anche un metodo di lavoro, partecipato e condiviso da più soggetti.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello portato avanti, ormai da un paio d’anni, dalla Pastorale sociale e del lavoro del Patriarcato di Venezia che ha messo insieme una “rete” di realtà socio-economiche formata da una ventina tra organizzazioni di categoria e sindacali, ordini professionali, enti ed associazioni).</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori del convegno sono stati chiusi dall&#8217;intervento del Patriarca, di cui si riporta la prima parte:</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Gt8CpKkOaGo"><span class="youtube">
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<param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Gt8CpKkOaGo&amp;color1=d6d6d6&amp;color2=f0f0f0&amp;border=1&amp;fs=1&amp;hl=en&amp;autoplay=0&amp;showinfo=0&amp;iv_load_policy=3&amp;showsearch=1?rel=1&amp;hd=1" />
<param name="allowFullScreen" value="true" />
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<param name="wmode" value="transparent" />
</object>
</span><p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=Gt8CpKkOaGo&fmt=18">www.youtube.com/watch?v=Gt8CpKkOaGo</a></p></a></p>
<p><span id="more-2635"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso del 2009 i rappresentanti di questi soggetti si sono confrontati, in maniera rigorosa e “scientifica” ma anche provando a coltivare una sorta di “amicizia civile” tra loro, a partire sempre dalla riflessione comune sul “caso Venezia”. Un vero e proprio esperimento di “democrazia deliberativa”. Ne è scaturita una ricerca ora raccolta in una pubblicazione edita da Marcianum Press e curata dalla Fondazione Leone Moressa e da mons. Fabiano Longoni, delegato patriarcale per l’azione sociale e il lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca ed alcune proposte che, successivamente, ne sono scaturite per un progetto di rilancio dello sviluppo socio-economico dell’area veneziana (e, in senso ampio, veneta) saranno presentate la mattina di venerdì 5 febbraio al Centro pastorale card. Urbani di Zelarino, con inizio alle ore 9.00. Accanto alla Fondazione Moressa e alla Pastorale sociale e del lavoro saranno presenti i rappresentazioni delle istituzioni locali e delle numerose organizzazioni e realtà associative coinvolte. E’ prevista una tavola rotonda -- moderata dal direttore del Gazzettino Roberto Papetti -- con Luigi Brugnaro (presidente Confindustria Venezia e Umana), Massimiliano De Martin (presidente Collegio Geometri), Lino Gottardello (segretario generale Cisl Venezia), Angelo Grasso (presidente Confcooperative Venezia) e Maurizio Drezzadore (presidente nazionale Enaip). Parteciperà ed offrirà il suo contributo di riflessione ai lavori della mattinata il Patriarca di Venezia card. Angelo Scola che ha scritto anche la prefazione del libro.</p>
<p style="text-align: justify;">“I principi che ci hanno guidati -- rileva mons. Longoni nell’introduzione della ricerca -- fanno parte delle comuni radici culturali nelle quali il nostro territorio si riconosce. I soggetti sociali protagonisti, pur provenendo da appartenenze e riferimenti intellettuali e storici differenti, si sono collocati nell’ambito di una ricerca complessiva comune: quella del “bene-essere” del nostro territorio, composto da persone, famiglie e gruppi intermedi”.</p>
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		<title>&#8220;Seguire sempre l&#8217;interpretazione più benevola&#8221;. L&#8217;omelia del Patriarca alla messa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2010 20:20:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sabato 23 gennaio, nella cripta della Basilica di San Marco a Venezia, il Patriarca ha celebrato la messa in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.
A seguire il card. Angelo Scola e Mario Calabresi, direttore de La Stampa, hanno dialogato sui temi e le provocazioni offerte dalla realtà a chi fa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sabato 23 gennaio, nella cripta della Basilica di San Marco a Venezia, il Patriarca ha celebrato la messa in occasione della festa di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti.</p>
<p style="text-align: justify;">A seguire il card. Angelo Scola e Mario Calabresi, direttore de La Stampa, hanno dialogato sui temi e le provocazioni offerte dalla realtà a chi fa il mestiere di giornalista.<em> (Ecco alcune immagini del dialogo)</em></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="360" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="flashvars" value="offsite=true&amp;lang=it-it&amp;page_show_url=%2Fphotos%2Fangeloscola%2Fsets%2F72157623148583809%2Fshow%2F&amp;page_show_back_url=%2Fphotos%2Fangeloscola%2Fsets%2F72157623148583809%2F&amp;set_id=72157623148583809&amp;jump_to=" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="src" value="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=71649" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="360" src="http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=71649" allowfullscreen="true" flashvars="offsite=true&amp;lang=it-it&amp;page_show_url=%2Fphotos%2Fangeloscola%2Fsets%2F72157623148583809%2Fshow%2F&amp;page_show_back_url=%2Fphotos%2Fangeloscola%2Fsets%2F72157623148583809%2F&amp;set_id=72157623148583809&amp;jump_to="></embed></object></p>
<p>Qui si propone un estratto dell&#8217;omelia del Patriarca, presto sarà disponibile il video integrale del dialogo tra il Patriarca e Calabresi.</p>
<p style="text-align: center;">- &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - &#8211; - -  &#8211; - &#8211; - &#8211; - -  -</p>
<p><em>Estratto dall&#8217;omelia</em></p>
<p style="text-align: justify;">«“Come sono andate le cose? Su, dammi notizie!”. Rispose: “È successo che il popolo è fuggito nel corso della battaglia, molti del popolo sono caduti e sono morti; anche Saul e suo figlio Gionata sono morti”» (2Sam 1,3). Il messaggero che annunzia a Davide la morte di Saul crede di essere un messaggero di buone notizie. Non si trattava forse della morte del suo nemico e della possibilità di salire sul trono? Ma quell&#8217;uomo non conosceva colui a cui si stava rivolgendo. Nel cuore del “diletto” dell’Altissimo brillano la grazia, il disinteresse, l&#8217;amore per il suo popolo e il rispetto dell&#8217;ordine divino. Come potrebbe egli rallegrarsi quando Israele è vinto e il suo principe disonorato dinanzi ai nemici di Dio?<span id="more-2570"></span></p>
<p style="text-align: justify;">[«La carità è magnanima, benevola è la carità…non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4. 6-7)].</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’atteggiamento di Davide emerge un decisivo suggerimento di metodo per il vostro lavoro. Una lettura dei fatti e uno sguardo alle persone magnanimo, che sottolinea il bene (che pensa bene), che non concede nulla a chi vorrebbe speculare sull’errore e sul male altrui per il proprio tornaconto.</p>
<p style="text-align: justify;">Seguire «l&#8217;interpretazione più benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo, Filotea, interpretando sempre in favore del prossimo; e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione al più bello… L&#8217;uomo giusto quando non può scusare né il fatto né l&#8217;intenzione di chi sa per altre vie essere uomo per bene, rifiuta di giudicare, se lo toglie dallo spirito, lascia a Dio solo la sentenza. … Quando non ci è possibile scusare il peccato, rendiamolo almeno degno di compassione, attribuendolo alla causa più comprensibile che si possa pensare, quali l&#8217;ignoranza e la debolezza” (San Francesco di Sales, Filotea).</p>
<p style="text-align: justify;">Con la famosa “elegia dell’arco” Davide invita il popolo di Israele a piangere su Saul e celebra l’amicizia di Gionata. «Tu mi eri molto caro; la tua amicizia era per me preziosa, più che amore di donna» (2Sam 1,26). Un’amicizia profonda e tuttavia pallida figura dell’amore di Gesù.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vostro lavoro, come il carisma del vostro Santo Patrono ci documenta, è chiamato ad avere la cifra dell’amicizia con i fratelli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">«Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologiche. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione» (Benedetto XVI, Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 maggio 2009).</p>
]]></content:encoded>
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		<title>«La Vita Buona. Dialoghi su laicità, scienza e fede, vita e morte alla vigilia del Redentore». Angelo Scola intervistato da Aldo Cazzullo</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Nov 2009 11:52:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Esce in questi giorni in tutte le librerie un volume-intervista che Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera, ha realizzato al Patriarca Scola dal titolo «La Vita Buona. Dialoghi su laicità, scienza e fede, vita e morte alla vigilia del Redentore» (con prefazione di padre Ugo Sartorio, direttore editoriale delle Edizioni Messaggero Padova e postfazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="vita buona" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/4112149700/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2551/4112149700_afa6be3181_m.jpg" alt="vita buona" width="148" height="240" /></a>Esce in questi giorni in tutte le librerie un volume-intervista che Aldo Cazzullo, giornalista del Corriere della Sera, ha realizzato al Patriarca Scola dal titolo <a href="http://www.lavitabuona.it" target="_blank">«La Vita Buona. Dialoghi su laicità, scienza e fede, vita e morte alla vigilia del Redentore»</a> (con prefazione di padre Ugo Sartorio, direttore editoriale delle Edizioni Messaggero Padova e postfazione di Maria Laura Conte).</p>
<p style="text-align: justify;">Dal 2005 ogni anno alla vigilia del Redentore &#8211; la ricorrenza religiosa più importante per la città di Venezia che ricorda la fine della pestilenza del 1576 &#8211; il Patriarca della città, cardinale Angelo Scola, anticipa in un&#8217;ampia intervista al giornalista Aldo Cazzullo, inviato speciale del Corriere della Sera, il tema del suo discorso dedicato sempre a questioni brucianti per la vita sociale e personale: nuova laicità, scuola, rapporto tra scienza e fede, famiglia, difesa della vita&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">In questo libro sono raccolte in testo integrale le sei interviste che dal 2005 ad oggi il Patriarca ha rilasciato a Cazzullo. Rispondendo alle sue domande, il Patriarca Scola offre alla riflessione condivisa la sua proposta sui fondamenti della «vita buona».</p>
<p style="text-align: justify;">Sul sito <a href="http://www.lavitabuona.it" target="_blank">www.lavitabuona.it</a> è possibile visionare le interviste in esclusiva al card. Scola e ad Aldo Cazzullo, leggere in anteprima degli estratti del libro e acquistare il volume.</p>
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		<title>Verso la festa del Redentore: il discorso del Patriarca del 2006</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2009 08:49:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[cristo redentore]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Il discorso pronunciato il 16 Luglio 2006 si intitola: &#8220;Educare nella società in transizione&#8221;.
(Per la versione integrale del testo selezionare l&#8217;apposita sezione &#8220;Discorsi del Redentore&#8221;)
1. «Perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 15)
Per questo Dio ha mandato Suo Figlio nel mondo. Per questa stessa ragione ogni anno, dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il discorso pronunciato il 16 Luglio 2006 si intitola: &#8220;Educare nella società in transizione&#8221;.<br />
<em>(Per la versione integrale del testo selezionare l&#8217;apposita sezione &#8220;Discorsi del Redentore&#8221;)</em></p>
<p style="text-align: justify;">1. «Perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 15)<br />
Per questo Dio ha mandato Suo Figlio nel mondo. Per questa stessa ragione ogni anno, dal 1577, il popolo veneziano onora il Crocifisso Risorto, riversandosi in questo tempio o almeno partecipando alla festa del Redentore secondo modalità che, per quanto secolarizzate, restano ultimamente riferite a Gesù. Tutti noi, credenti in Cristo, diversamente credenti, dubbiosi, agnostici o sedicenti atei, aneliamo &#8211; come dice il Vangelo &#8211; a non morire, vogliamo la vita eterna. E nessuno è indifferente all&#8217;annuncio evangelico che Gesù Cristo ha realizzato questa aspirazione profonda di ogni uomo.<span id="more-1227"></span></p>
<p style="text-align: justify;">2. «Non per giudicare il mondo» (Gv 3, 17)<br />
Il Padre ha mandato Suo Figlio nel mondo non per «giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Gv 3, 17). Queste parole riempiono di consolazione. Non certo perché promettano un comodo colpo di spugna fondato sull&#8217;immagine di un Dio incapace di comporre misericordia e giustizia. Dio non è uno che, a nostra misura, fa pendere, di volta in volta, la bilancia dall&#8217;una o dall&#8217;altra parte. Sappiamo che con Lui non si scherza. La nostra consolazione ha radici ben più solide. Sta tutta nel potere umile del Redentore che, come ci ha ricordato la Lettera ai Romani, «è morto per noi». (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">3. «Avrò cura» (Ez 34, 11)<br />
L&#8217;azione del Redentore è descritta nella stupenda anticipazione profetica di Ezechiele (Ez 34, 11-16), che con rapidi tratti delinea la figura del Buon Pastore. (&#8230;)<br />
Cosa caratterizza questo stile di esercizio della potestas che anche oggi la Chiesa coltiva con tanta attenzione? Attraverso l&#8217;azione pastorale dei sacerdoti, dei religiosi, delle religiose, di tanti laici, si coinvolge ogni giorno con il Buon Pastore nella solerte attenzione a tutto il popolo e ad ogni suo membro. Ezechiele lo concentra in una lapidaria, ma profonda espressione attribuita al Buon Pastore stesso: «avrò cura» (Ez 34, 11). È la cura lo stile del pastore. La cura di chi ama senza risparmiarsi, di chi si china sulla «pecora grassa e forte», ma ancor di più sulla «perduta, sulla smarrita, sulla ferita, sulla malata» (Ez 34, 16). E lo fa «con giustizia» (Ez 34, 16). Il Crocifisso Risorto salva il mondo perché compie la giustizia nella misericordia. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">4. Educazione e progresso<br />
(&#8230;)L&#8217;educazione è manifestazione primaria e fondamentale di quella cura che, anche quest&#8217;anno, il nostro Redentore ci testimonia. Nel 40° anniversario della morte di don Milani risuona forte l&#8217;I care della celebre Lettera a una professoressa  che significa non solo prendersi cura, ma anche farsi carico di e quindi sentirsi responsabile del bene dell&#8217;altro.<br />
Anche questa ricorrenza è un invito a chinarci su questo tema decisivo per il presente e per il futuro. Senza educazione infatti non c&#8217;è progresso. Progresso viene da pro-gredior, &#8220;corro avanti&#8221;. Può esserci progresso perché non mi reputo già arrivato. Se non mi aspettassi nulla di nuovo, se ritenessi di essere arrivato, non avrei più bisogno di correre in avanti, di progredire. Ma per progredire, per innovare è necessario educare. In ogni settore dell&#8217;umana intrapresa oggi si richiede innovazione e giustamente se ne identificano i fattori portanti. Una cosa è certa: non ci sarà innovazione se l&#8217;educazione non sarà rimessa al centro dell&#8217;interesse e delle preoccupazioni delle persone, delle famiglie, dei corpi intermedi, di tutta la società civile e quindi dello Stato stesso. A maggior ragione per la transizione in atto nel Nordest dove, come abbiamo avuto modo di ricordare qualche anno fa, il modello di sviluppo è chiamato a diventare modello di civiltà. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">5. Educare: relazione consapevole della persona con la realtà<br />
Sarebbe illusorio parlare di educazione senza chiamare espressamente in causa tre categorie fondamentali: persona, realtà, libertà. Poiché è manifestazione sublime di cura, forma piena di &#8220;governo&#8221;, l&#8217;educazione nasce e vive di rapporti interpersonali. Non vi è cura senza farsi carico di tutta la persona. E la persona, a differenza del semplice individuo, mette in campo la relazione. Relazione con gli altri secondo una gerarchia di prossimità che, iniziando dai genitori, si dilata alla famiglia, ai vicini, alla scuola, all&#8217;università, al variegato mondo del lavoro. Relazione poi con le &#8220;cose&#8221; ed il cosmo, con le &#8220;circostanze&#8221; e la storia.<br />
L&#8217;educazione è, in sintesi, la capacità di mettere consapevolmente in relazione la persona con la realtà. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">6. Libertà di educazione, misura della democrazia<br />
(&#8230;)La libertà di educazione misura la natura autenticamente democratica e popolare di una società. Di conseguenza giudica anche la capacità dello Stato di svolgere la sua funzione di promotore e garante di una società civile in cui le persone e tutti i corpi intermedi &#8211; anzitutto i genitori e le famiglie &#8211; in piena libertà possano esercitare, tra gli altri, il diritto fondamentale primario di istruzione e di insegnamento. Ma quest&#8217;ultimo resterebbe velleitario se non fosse accompagnato dal diritto di costituire delle associazioni e di intraprendere delle attività sociali, culturali ed economiche.</p>
<p style="text-align: justify;">7. Il &#8220;mito&#8221; della scuola unica<br />
Se guardiamo ora alla situazione italiana, senza isolarla dal contesto generale (soprattutto europeo) e dai problemi provocati dai molteplici, rapidi e spesso dolorosi processi di transizione in atto, che dire del nostro sistema scolastico ed universitario?(&#8230;)<br />
Mi sembra tuttavia onesto riconoscere che la scuola e l&#8217;università italiane devono ancora compiere un lungo cammino di trasformazione per garantire veramente il diritto alla piena libertà di educazione.<br />
È anzitutto necessario superare un fattore di blocco che dal punto di vista del principio &#8211; al di là quindi dei problemi strutturali e di quelli contingenti che non sono di competenza del Patriarca &#8211; impedisce l&#8217;attuazione di una piena libertà di educazione nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università del nostro Paese. Lo esprimo con una felice formula coniata dall&#8217;americano Charles Glenn: l&#8217;ostacolo principale per un cambiamento innovatore del nostro sistema educativo è il mito della scuola unica.  Questo modello, al di là degli indubbi meriti storici, persiste oggi oltre ogni ragionevolezza. Infatti in una società frammentata e plurale come quella attuale esso è radicalmente inefficace.</p>
<p style="text-align: justify;">8. Ragioni storiche<br />
(&#8230;)La scuola indipendente, di qualunque matrice culturale, è stata ed è sostanzialmente sopportata quando non guardata con sospetto come potenziale fattore di divisione. Il massimo che le è stato consentito &#8211; la parità &#8211; come dice la parola stessa, la relega ad essere sostanzialmente una copia, più o meno riuscita, della scuola unica di Stato. E solo nel 2000 &#8211; con la Legge 62 che istituisce il sistema scolastico nazionale composto di scuole statali autonome e di scuole paritarie &#8211; si riconosce, almeno sulla carta, il ruolo pubblico della scuola non statale. A ben vedere, con l&#8217;introduzione della &#8220;autonomia&#8221; non avrebbe più alcun senso operare distinzioni legate al tipo di gestione. La validità di una scuola autonoma non dipende dall&#8217;essere statale o indipendente, ma dal suo progetto educativo. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">9. Un diverso compito per lo Stato in campo educativo: dalla gestione al governo<br />
Quale via percorrere? Non v&#8217;è altra strada che quella del coraggio di applicare fino in fondo anche al campo dell&#8217;educazione il principio delle libertà realizzate sempre più invocato in tutti i settori delle democrazie laiche e plurali odierne. (&#8230;) Lo Stato deve rinunciare in linea di massima a farsi attore propositivo diretto di progetti scolastici ed universitari per lasciare questo compito alla società civile. Deve impegnarsi invece a garantire, attraverso opportune forme di accreditamento, le condizioni oggettive di rispetto della Costituzione, soprattutto l&#8217;equità nel diritto all&#8217;accesso e alla riuscita e la qualità delle proposte formulate. Lo Stato deve passare dalla gestione al puro governo del sistema scolastico-universitario. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">10. Neutralità scolastica ed egemonia<br />
Eliminare il blocco della scuola unica consentirà di superare due difetti che hanno segnato la nostra storia e segnano il nostro presente nel delicato campo educativo.<br />
Mi riferisco da una parte ad una concezione equivoca della neutralità scolastica, spesso colpevole, dall&#8217;altra, di aver trasformato scuole ed università in terreno di lotta per l&#8217;egemonia. Si sostiene che la scuola può essere laica solo se neutra, cioè indifferente a tutte le &#8220;diversità&#8221;, ivi comprese quelle etniche, culturali e religiose, destinate a crescere esponenzialmente con la massiccia presenza di studenti di origine straniera.<br />
(&#8230;)In secondo luogo la scuola neutra e laica attuata come scuola unica di Stato ha condotto alla pratica di un&#8217;egemonia che contraddice in se stessa l&#8217;attuazione delle libertà in una società veramente plurale. Infatti trasforma la scuola de iure pubblica in una scuola de facto privata perché progettata, gestita e governata da gruppi egemoni. Non interessa in questa sede chi abbia esercitato tale egemonia.</p>
<p style="text-align: justify;">11. I sostanziali vantaggi di un sistema scolastico libero<br />
Lasciarci alle spalle il modello della scuola unica per scegliere fino in fondo la strada dell&#8217;attuazione del pieno diritto alla libertà di educazione riconosciuta ai soggetti che ne sono detentori &#8211; in primis ai genitori e alle famiglie &#8211; presenta invece innegabili vantaggi. Mi limito ad elencarli.<br />
Anzitutto può mettere in moto la forza pedagogica creativa della pluralità dei corpi intermedi che già normalmente agiscono e si confrontano nel paese.<br />
In secondo luogo può finalmente consentire una autonomia scolastica non formale ma che si eserciti sulle materie, sui programmi, e ancor più sulla cura dei soggetti che, come abbiamo detto, è il fondamento di ogni educazione.<br />
In terzo luogo può raccogliere la sfida di elaborare, con molta maggior efficacia, una cultura di sintesi, capace di esaltare tutte le diversità. Una simile scuola potrà meglio inserirsi nel processo di &#8220;meticciato&#8221; di civiltà per orientarlo positivamente.<br />
In quarto luogo permette una sana emulazione e confronto tra scuole, all&#8217;interno delle condizioni minime fissate e controllate dallo Stato, per eliminare le situazioni carenti, migliorare la qualità del sistema, fare un uso adeguato delle risorse economiche e realizzare l&#8217;eccellenza.<br />
In quinto luogo accelera l&#8217;inevitabile processo di integrazione con altri sistemi scolastici europei e non solo, eliminando definitivamente l&#8217;anomalia per cui l&#8217;Italia è stata fino al 2000 il solo paese, con la Grecia, a identificare scuola pubblica con scuola di stato. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">12. Il soggetto del sapere: unità pedagogica, pluralità di istituzioni<br />
Una piena libertà di educazione, poggiata su un sistema effettivamente plurale, è esigita anche dalla molteplicità e complessità delle discipline in cui versa oggi l&#8217;oggetto dei saperi che scuola ed università sono chiamate ad elaborare e a comunicare. Questo stato di cose orienta alla formulazione di un &#8220;patto educativo&#8221; fra famiglia, scuola e i diversi soggetti sociali, culturali ed imprenditoriali perché contribuiscano a liberi progetti educativi. L&#8217;educazione infatti è l&#8217;esito di una rete di relazioni tra soggetti educanti. È anzitutto un fatto &#8220;corale&#8221;, non una funzione specialistica. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">13. Un&#8217;autentica partnership societaria e culturale per Venezia<br />
(&#8230;)La tradizione culturale della nostra città può fregiarsi dell&#8217;esistenza di un antica e solida rete di istituzioni culturali che contribuiscono a fare di Venezia una delle capitali dell&#8217;umanità. (&#8230;)<br />
Come è possibile che una migliore interazione di tutte queste realtà con scuole ed università dia forma ad un processo di qualificazione culturale del tessuto quotidiano della nostra città? (&#8230;)<br />
È necessario pensare ed attuare insieme iniziative che aiutino tutti questi soggetti a realizzare una dimensione culturale stabile. I sociologi parlano di partnership societaria, cioè di una collaborazione tra istituzioni, soggetti di terzo settore e imprese responsabili socialmente finalizzata a condividere progetti che arrechino benefici alla comunità cittadina, facendo leva su relazioni e scambi improntati alla sussidiarietà.</p>
<p style="text-align: justify;">14. Chiese del Nordest, Scuola ed Università<br />
La Chiesa che è in Venezia intende interagire con questo processo storico che vede l&#8217;educazione al centro dell&#8217;interesse personale e sociale.(&#8230;)<br />
L&#8217;iniziativa dello Studium Generale Marcianum, il polo pedagogico-accademico del Patriarcato, vuol essere uno strumento offerto a tutti i fedeli e a tutti gli uomini di buona volontà per lo specifico compito di libera educazione radicata nell&#8217;esperienza del popolo. Per questa ragione le iniziative del Marcianum riguardano sia la terraferma che il centro storico della nostra città, sia i livelli scolastici dell&#8217;istruzione che quelli propriamente universitari per giungere fino alla formazione post-grado e a centri di eccellenza come Oasis.(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">15.« Le condurrò in ottime pasture»<br />
«Condurrò le mie pecore in ottime pasture&#8230; là riposeranno in un buon ovile e avranno rigogliosi pascoli. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare» (Ez 34, 14-15). L&#8217;iniziativa del Redentore ci dà sicurezza e ci apre al futuro. Sciogliendo oggi di nuovo il nostro solenne voto, guidati dalle autorità costituite, rispondiamo pieni di speranza a questa decisa presa di posizione di Nostro Signore a nostro favore. E, colmi di gratitudine, facciamo festa. Amen.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Verso la festa del Redentore: il discorso del Patriarca del 2005</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jul 2009 08:32:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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Il discorso del 17 luglio 2005 si intitola: &#8220;Dalla speranza del Redentore una rinnovata laicità&#8221;.
(Per la versione integrale del testo selezionare l&#8217;apposita sezione &#8220;Discorsi del Redentore&#8221;)
1. «Io stesso&#8230; ne avrò cura» (Ez 34, 11)
(&#8230;)Con potente capacità evocativa Ezechiele scolpisce nella nostra mente il volto di questa formidabile promessa: cercherò, riposeranno, le pascerò&#8230; Il susseguirsi dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p>Il discorso del 17 luglio 2005 si intitola: &#8220;Dalla speranza del Redentore una rinnovata laicità&#8221;.<br />
<em>(Per la versione integrale del testo selezionare l&#8217;apposita sezione &#8220;Discorsi del Redentore&#8221;)</em></p>
<p style="text-align: justify;">1. «Io stesso&#8230; ne avrò cura» (Ez 34, 11)<br />
(&#8230;)Con potente capacità evocativa Ezechiele scolpisce nella nostra mente il volto di questa formidabile promessa: cercherò, riposeranno, le pascerò&#8230; Il susseguirsi dei verbi al futuro fa crescere con ritmo progressivo la certezza del suo compimento. La nostra vita, personale e comunitaria, non è in balìa dell&#8217;ignoto, ma possiede un futuro certo perché poggia sulla misericordia di un Padre. <span id="more-1220"></span>Egli con grande amorevolezza ci ha permesso anche quest&#8217;anno di convenire, insieme alle nostre autorità civili e militari, che di tutto cuore ringrazio per la loro presenza, per celebrare l&#8217;Eucaristia e benedire la nostra amata città e le terre del Nord Est.</p>
<p style="text-align: justify;">2. «La speranza poi non delude» (Rm 5, 5)<br />
Qual è il nome della serena fiducia con cui guardiamo il nostro futuro? Essa non è certo un ottimismo ingenuo né una giovanilistica spensieratezza. È il nome che Paolo, nella Seconda Lettura, ripropone con forza: si chiama speranza e speranza che non delude (Rm 5, 5).<br />
La speranza è il dono che lo Spirito del Signore riversa nei nostri cuori, che ci consente di guardare al futuro come ad un positivo perché è custodito, in ogni caso, dalla Sua misericordia. Questa speranza vogliamo comunicare con la Visita pastorale. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">3. Alle fonti della speranza<br />
Qual è l&#8217;origine di questa indomabile positività che caratterizza la vita di un uomo capace di speranza? Il Santo Vangelo che abbiamo ascoltato ne è prezioso documento, col mostrarci il realismo con cui la misericordia di Dio opera nella storia, nella nostra storia personale e in quella mondiale: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Gv 3, 17). La speranza nasce dalla consapevolezza che la promessa fatta da Dio per bocca del profeta Ezechiele («Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura» Ez 34, 11) si è realizzata compiutamente in Gesù Cristo.<br />
(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">4. Il rischio della speranza<br />
Proprio perché godono del dono gioioso ed inestimabile della speranza, i cristiani si riconoscono fratelli di tutti gli uomini di buona volontà e prendono su di sé il compito dell&#8217;edificazione personale e sociale. Lo fanno anzitutto nella Chiesa. Ma, con le dovute distinzioni, si sforzano anche di contribuire alla vita buona della società civile fin nella sua dimensione istituzionale.<br />
Con il drammatico acume che caratterizza tutta la sua produzione letteraria, Georges Bernanos osserva: «La speranza è un rischio da correre. È addirittura il rischio dei rischi» .<br />
Mossi dall&#8217;indicibile letizia che la speranza dona loro, i cristiani se ne assumono anche tutto il rischio. E così, pieni di speranza, vogliamo domandarci questa sera: qual è il rischio che oggi la festa del Redentore ci chiede di correre? Stante il noto risvolto civile di questa festa, mi assumo il rischio che penso essere di una qualche utilità di riflettere su un aspetto decisivo del nostro civile convivere in società.</p>
<p style="text-align: justify;">5. Una contrapposizione vecchia e insoddisfacente<br />
Le recenti vicende referendarie nel nostro paese hanno dato nuovo vigore al dibattito sulla cosiddetta &#8220;laicità&#8221;.<br />
Senza voler entrare, in questa sede, in valutazioni relative alle varie posizioni che non cessano, più o meno costruttivamente, di confrontarsi non si può evitare un sentimento di amara insoddisfazione. Forse negli ultimi anni sono mancati interpreti della materia, laici e cattolici, così autorevoli da essere riconosciuti da tutte le realtà in campo. In ogni caso è necessario un ripensamento e, soprattutto, una pratica radicalmente rinnovata della laicità in riferimento sia alla società civile, sia allo stato. Ad imporlo, soprattutto ai paesi europei, è la rapida transizione che stiamo vivendo nel passaggio epocale dalla modernità al cosiddetto post-moderno, che ha nella globalizzazione, nella civiltà delle reti, nell&#8217;imponenza delle scoperte biotecnologiche e nel processo, spesso tragico, di &#8220;meticciato di civiltà&#8221; le espressioni più clamorose.</p>
<p style="text-align: justify;">6. Per una rinnovata idea di laicità</p>
<p style="text-align: justify;">I pensatori più avveduti, riconoscono che le società europee attuali si trovano in una situazione di post-secolarizzazione, conseguente al crollo delle utopie che, di fatto, sono state religioni politiche sostitutive.(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">Sul terreno di queste linee di pensiero mi sembra possa fiorire il necessario rinnovamento della categoria e della pratica della laicità anche nel nostro Paese. Si tratta di un&#8217;urgenza resa ancor più improcrastinabile in considerazione dei recenti antiumani attentati terroristici che hanno colpito ancora una volta l&#8217;Occidente, perché di tutto l&#8217;Occidente si tratta. Senza società e stati europei plurali, ma coesi al loro interno in forza di una sana laicità, è facile che intere fasce di popolazione si convincano che non esista alternativa reale al conflitto di civiltà, finendo in tal modo con lo sperperare la speranza dell&#8217;inizio del terzo millennio e regredendo alla tragica logica moderna dello scontro estremo tra ideologie nemiche.<br />
In questa sede vorrei offrire qualche spunto, benché, per forza di cose, non adeguatamente argomentato.</p>
<p style="text-align: justify;">7. L&#8217;insuperabile relazione di identità e differenza: la radice antropologica del potere<br />
(&#8230;)<br />
Il costitutivo essere in relazione di riconoscimento del soggetto individuale con altri, che mantiene in dialogica tensione unità e differenza, dà vita alla società civile. La società non è dunque una somma di individui, perché la relazione è costitutiva della persona. Lo si vede dal fatto che nella società si esprimono i preziosi corpi intermedi primari come la famiglia e le comunità di prossimità, tra le quali spiccano quelle suscitate dall&#8217;appartenenza religiosa cui si possono equiparare oggi anche forme di solidarietà primaria concretamente agnostiche. A queste si mescolano poi i corpi intermedi, per così dire, secondari o derivati, ma anch&#8217;essi decisivi, quali le forme svariate di associazione fondate sul gratuito o su scopi (interessi) condivisi quali i partiti, i sindacati, le intraprese economiche e finanziarie. Da questo variegato insieme, amalgamato dalla lingua come radice di cultura e storia, nasce un popolo ed una nazione.</p>
<p style="text-align: justify;">8. Laicità dello Stato<br />
(&#8230;)<br />
In quanto istanza superiore lo stato deve essere &#8211; secondo la terminologia ormai d&#8217;uso &#8211; &#8220;laico&#8221;. Ma è chiaro, a questo punto, che cosa debba significare laicità: la non identificazione con nessuna delle parti in causa, cioè dei loro interessi e delle loro identità culturali, siano esse religiose o laiche. Tuttavia in forza della sua stessa funzione, stato laico non è sinonimo di stato &#8220;indifferente&#8221; alle identità ed alle loro culture. Soprattutto non può essere e, di fatto, non è mai indifferente ai valori della tradizione nazionale prevalente cui esso fa storicamente riferimento, come dimostrano le diverse &#8220;storie costituzionali&#8221; degli stati.<br />
In ogni caso uno stato democratico non può essere indifferente ai grandi valori che stanno a fondamento della stessa convivenza democratica, quali quelli delle libertà civili e politiche, della convivenza dialogica, del rispetto delle procedure per il consenso, ecc. A questi ed ad altri valori e beni comuni fa riferimento lo stato di diritto e lo stesso potere pubblico statale. Dunque lo stato democratico è laico per la sua non-identificazione con qualsivoglia &#8220;visione del mondo&#8221;, ma non è affatto &#8220;neutrale&#8221; nei confronti dei suoi valori fondanti.<br />
Laicità dello stato in tutte le sue istituzioni (fino al consiglio di quartiere) è dunque esercizio costitutivo e reciproco di promozione e tutela (tuitio) del diritto e di positiva valorizzazione di tutti i soggetti in campo, mediante il coinvolgimento nella relazione di riconoscimento. Solo il riconoscimento rigenera continuamente le identità ponendole al riparo da ogni integralismo, mentre impedisce che le differenze portino ad esclusioni conflittuali. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">9. Un&#8217;ipotesi di lavoro<br />
(&#8230;)<br />
Un quadro di adeguata laicità deve consentire a me credente di operare nella convinzione che Dio regge ultimamente la storia, con decisive implicazioni sul vivere civile, e deve riconoscere pari diritti e doveri a chi nega questa ipotesi con tutte le fibre del suo essere. Mi sembra allora che, in una società pluralistica, una piena laicità richieda le migliori condizioni possibili per promuovere soggetti personali e sociali tesi al dialogo e al reciproco riconoscimento, in vista della più ampia ed armonica intesa richiesta dal bisogno primario della condivisione dei beni comuni (materiali e spirituali).<br />
(&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">10. Logica democratica e superamento del vietato vietare<br />
(&#8230;) Lo stato protegge il libero dibattito delle idee e delle proposte legislative, ma non è indifferente al risultato del confronto democratico tra le parti. Al contrario, è tenuto ad assumerlo. In altri termini, a discernere è il popolo, con la sua storia e la sua sensibilità, direttamente o attraverso i suoi legittimi rappresentanti, nel rispetto dei diritti ma anche dei doveri sanciti dalla costituzione.<br />
Questo deve mettere in moto la virtuosa ricerca del modo migliore (compromesso nobile) di salvare il diritto di ogni minoranza, ma con il realismo di chi sa che non si dà convivenza civile senza sacrifici e che, in ogni caso, il prevalere di un certo tipo di legislazione, essendo le materie di interesse generale, limita gli interessi materiali e/o ideali di una parte. In questa logica come è adeguato esigere dai musulmani, che sono minoranza in Italia, il rispetto della costituzione, anche là dove potesse chiedere loro un ‘sacrificio&#8217; dal punto di vista della loro ermeneutica del bene comune (ad esempio, a proposito della poligamia), così, in base a questo sano concetto di laicità, non mi pare contraddittorio chiedere qualche sacrificio ad una minoranza che pretenda un riconoscimento giuridico-legislativo rigettato dalla maggioranza, sempre fatto salvo il riconoscimento e l&#8217;esercizio dei diritti fondamentali personali.</p>
<p style="text-align: justify;">11. Venezia e il rinnovamento della laicità<br />
Se in questa splendida festa, ad un tempo carica di storia e di slancio verso il futuro, poniamo ora mente a Venezia e alla sua peculiare vocazione di città dell&#8217;umanità, sorge spontaneo un invito.<br />
Venezia, in se stessa e nel suo essere simbolo universale del dinamismo innovativo di tutto il Nord-Est, diventi sempre più un luogo privilegiato e paradigmatico in cui praticare ed approfondire i risvolti di questa rinnovata fisionomia di laicità in grado di farsi carico della natura post-secolare e post-moderna del mondo attuale. La singolare attrattiva della città lagunare che la rende quotidianamente crocevia di etnie, popoli, religioni e culture, non la urge ad assumere una responsabilità creativa nell&#8217;interpretare la rinnovata fase della laicità sociale e politica così necessaria almeno in Occidente? (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">12. Il contributo della comunità ecclesiale<br />
A questo compito siamo chiamati tutti. Sicuramente lo sono le legittime autorità che esprimono la sovranità del popolo. Ma anche e innanzitutto i diversi corpi intermedi educativi, culturali, economici, politici&#8230; di cui vive la società civile.<br />
La Chiesa che è in Venezia intende interagire rispettosamente con tutti per assolvere questo compito comune.<br />
(&#8230;)<br />
Forse qualche pregiudizio impedisce di cogliere con chiarezza l&#8217;apporto che, nella stessa direzione, la Chiesa offre attraverso le proprie opere educative. Il fatto che siano ultimamente mosse dall&#8217;intento di educare al «pensiero di Cristo» (1Cor 2, 16), non significa che non siano laiche. Esse infatti operano rispettando statuto e metodi delle scienze di cui si occupano e considerano la fede come vertice critico della ragione. Sono pertanto aperte a tutti e si confrontano a tutto raggio sul comune terreno del libero incontro delle ermeneutiche di cui abbiamo parlato. In quest&#8217;ottica lo Studium Generale Marcianum, il polo pedagogico-accademico del Patriarcato, vuol essere uno strumento a disposizione di tutti i fedeli del Patriarcato e di tutti gli uomini di buona volontà. (&#8230;)</p>
<p style="text-align: justify;">13. «Dio ha infatti tanto amato il mondo&#8230;» (Gv 3, 16)<br />
Un simile lavoro quotidiano, capace di dar vita ad una virtuosa, creativa e critica convivenza tra credenti e non credenti alla ricerca di una rinnovata nuova laicità, è veramente possibile? A crederlo tale noi cristiani siamo spinti non tanto dalla nostra capacità, ma dalla «speranza che non delude» (Rm 5, 5). Noi per primi facciamo l&#8217;esperienza del gratuito potere di riconoscimento che è al cuore della festa di oggi. Infatti, «mentre noi eravamo ancora peccatori» (Rm 5, 6) Dio ha mostrato il Suo amore per noi. Quando eravamo «ancora nemici» (Rm 5, 10) si è preso cura di noi ed ha inviato il Suo Figlio per la nostra salvezza.<br />
Il Padre ha voluto così mostrare il vertice del riconoscimento, l&#8217;autentico volto del Suo potere di cui, senza alcuna pretesa, noi cristiani vorremmo testimoniare i benefici frutti anche per la costruzione della vita sociale e politica. Questo potere ha il volto tenero e forte della misericordia del Padre. Non a caso il nome di Gesù è Redentore. E oggi, commossi, noi veneziani e veneti siamo qui a celebrarlo solennemente.<br />
(&#8230;)</p>
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