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	<title>Angelo Scola &#187; chiesa</title>
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		<title>“Quando si impara a dire “Noi” si riesce a dire “Io” meglio”. Il Patriarca dialoga con i chierichetti della Diocesi.</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2010 22:38:49 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">VENEZIA – Martedì 16 febbraio il Patriarca ha incontrato presso il Marcianum, come ogni anno in occasione del Martedì Grasso, i giovani chierichetti della diocesi. I numerosi bambini e ragazzi di età compresa tra i 6 e i 13 anni hanno avuto la possibilità di porre domande ed esprimere le loro curiosità in un dialogo informale con il Patriarca card. Angelo Scola.</p>
<p style="text-align: justify;">La missione del sacerdote nel rendere presente Dio oggi e la Chiesa come luogo dove conta l’ “essere insieme” sono stati i punti centrali dello scambio che si è concluso, poi, con un momento di preghiera e di adorazione eucaristica nella Basilica della Madonna della Salute.</p>
<p>Si riporta qui il video con un passaggio del dialogo:</p>
<p><object width="480" height="360"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFP7ttav-w5MLkx7C8Ha91XBVBGHUhK0bEQ="></param><embed src="http://www.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFP7ttav-w5MLkx7C8Ha91XBVBGHUhK0bEQ=" type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="360"></embed></object></p>
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		<title>A San Marco la Festa diocesana della Famiglia con il Patriarca</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jan 2010 08:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Compie trent’anni l’incontro speciale e festoso, solenne ed informale al tempo stesso, che ogni anno raduna a San Marco parecchie centinaia di famiglie attorno al vescovo, nel contesto della celebrazione eucaristica e di una grande convocazione in cattedrale rivolta a tutti coloro che stanno celebrando &#8211; con la vita &#8211; il sacramento cristiano del matrimonio. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Compie trent’anni l’incontro speciale e festoso, solenne ed informale al tempo stesso, che ogni anno raduna a San Marco parecchie centinaia di famiglie attorno al vescovo, nel contesto della celebrazione eucaristica e di una grande convocazione in cattedrale rivolta a tutti coloro che stanno celebrando &#8211; con la vita &#8211; il sacramento cristiano del matrimonio. Il prossimo appuntamento per la <strong>Festa diocesana della Famiglia</strong>, giunta appunto alla trentesima edizione, è fissato nella basilica veneziana per <strong>domenica 17 gennaio, alle ore 15.30</strong>, per la messa presieduta dal <strong>Patriarca </strong>card. Angelo Scola. <strong>“Educatori sulla via dell’Amore”</strong> sarà il particolare tema della Festa di quest’anno.<span id="more-2507"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nel corso dell’eucaristia tutti gli sposi saranno chiamati a rinnovare le promesse del loro matrimonio e ad una cinquantina di famiglie sarà poi consegnata la Bibbia, ripetendo così una bella consuetudine che, da sedici anni, indica in tutta evidenza nella Parola di Dio il solido fondamento necessario per la vita di ogni casa e per far continuamente fiorire il sacramento del matrimonio. Come sempre, inoltre, sarà anche valorizzata la presenza dei moltissimi bambini che, solitamente, affollano e animano la basilica marciana assieme ai loro genitori e nonni. E alla fine della celebrazione ad ogni famiglia verranno consegnati, tra l’altro, due opuscoli: il primo farà il punto sugli elementi &#8211; cardine dell’attività svolta in questi anni dalla pastorale familiare diocesana con le relative proposte offerte agli sposi, attingendo molto dal magistero della Chiesa e dagli interventi in materia degli ultimi due Patriarchi (il card. Cè e il card. Scola); il secondo servirà a focalizzare proprio il notevole compito educativo &#8211; così ricco di responsabilità &#8211; che gli sposi hanno, in forza del sacramento ricevuto, nei confronti dei figli ma anche della comunità cristiana e della società civile.</p>
<p style="text-align: justify;">“Oggi si parla molto di educazione &#8211; osservano mons. Silvio Zardon e i membri della Commissione diocesana per la pastorale degli sposi e della famiglia &#8211; ma siamo condizionati da tanti aspetti negativi, spesso esaltati dai mass media, che ci lasciano disorientati e confusi. Possiamo domandarci: da dove incominciare? Se percepiamo che la responsabilità educativa ci riguarda, incominciamo da lì senza aspettare che altri lo facciano”. Ecco, allora, l’importanza e l’urgenza che tutte le famiglie, e specialmente i giovani sposi, riscoprano e vivano con intensità questa dimensione: “Gli sposi-genitori sono i primi ad essere chiamati a questo impegno, in forza del sacramento del matrimonio, non solo nei confronti dei propri figli ma anche all’esterno della famiglia: ambiente di lavoro, luoghi sportivi, scuola, chiesa, strada… E’ un cammino che richiede impegno di vita e collaborazione con tutta la rete educativa. L’educazione, poi, interpretata come gesto d’amore e di servizio, chiama in campo anche i nonni che spesso affiancano i genitori nella cura dei figli dedicando loro tempo e pazienza nel delicato cammino della crescita umano-spirituale”.</p>
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		<title>&#8216;Cultura e fede, una dinamica insuperabile&#8217;</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 07:31:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ disponibile l’articolo a firma del card. Angelo Scola pubblicato dall&#8217;inserto domenicale del quotidiano economico Il sole 24 ore in data 10 Gennaio 2010
Fede e cultura: il binomio, formulato con varietà di espressioni e accenti, rappresenta una costante della riflessione cristiana. Ma un corretto rapporto, sempre circolare, tra fede cristiana e cultura implica necessariamente il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>E’ disponibile l’articolo a firma del card. Angelo Scola pubblicato dall&#8217;inserto domenicale del quotidiano economico <a href="http://www.ilsole24ore.com/" target="_blank">Il sole 24</a> ore in data 10 Gennaio 2010</em></p>
<p style="text-align: justify;">Fede e cultura: il binomio, formulato con varietà di espressioni e accenti, rappresenta una costante della riflessione cristiana. Ma un corretto rapporto, sempre circolare, tra fede cristiana e cultura implica necessariamente il rapporto tra fede cristiana e religioni.</p>
<p style="text-align: justify;">La riflessione, se non vuole essere astratta, deve situarsi all’interno dell’odierno processo d’incontro di popoli, che ho più volte evocato attraverso la categoria di &#8220;meticciato di civiltà&#8221;. La qualifica “di civiltà” con cui connoto l’espressione “meticciato” spesso non è vista in tutta la sua portata delimitativa, forse perché l’espressione “meticciato” produce, in prima battuta, un certo contraccolpo. Tuttavia il meticciato di civiltà – insisto in questa precisazione – non è un programma politico: il suo carattere congiunturale esclude che lo si possa erigere a meta da perseguire lungo il divenire storico. Al tempo stesso, esso è qualcosa di più della semplice descrizione di un processo (come potrebbe essere l’enunciazione di una legge fisica o la distaccata osservazione di un fenomeno biologico), poiché si propone alle nostre libertà come un orizzonte interpretativo generale, dal carattere sintetico e globale.<span id="more-2495"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Varie sono le categorie particolari (identità, alterità, differenza, relazione, interculturalità, integrazione, sicurezza, per citarne solo qualcuna) giustamente richiamate nel dibattito pubblico al fine di rendere il processo in atto occasione di un più ampio riconoscimento tra gli attori in campo. Parlare di meticciato tuttavia ha il vantaggio di costringere a considerare in uno sguardo unitario la portata di quanto sta avvenendo e le sue potenzialità: se crediamo in un Dio che guida la storia, non possiamo pensare che la crescente interconnessione tra i popoli sia frutto del puro caso. Meticciato tuttavia dice anche dei rischi impliciti, della violenza che ne può scaturire: come ogni fenomeno umano infatti, anch’esso non può essere determinato a priori ad un esito positivo, ma solo orientato nel suo svolgimento. Giocando sull’etimologia delle parole, solo il tempo (e l’impegno delle nostre libertà, a livello personale e comunitario) deciderà se nell’ in-contro tra i popoli prevarrà l’aspetto dell’ in- o quello del contro.</p>
<p style="text-align: justify;">Fede, cultura. Nel frattempo, e per far pendere la bilancia dal lato di una vita buona, un considerevole contributo potrà essere fornito proprio da un’adeguata articolazione del rapporto tra fede e cultura. In effetti, nell’odierno contesto delle società plurali si assiste generalmente a una riduzione della fede a puro belief, un insieme di convinzioni assunte magari con decisione, ma condannate a restare nell’ambito dell’esperienza soggettiva, perché prive di ragioni oggettivamente documentabili. È evidente che dall’interno di questa prospettiva lo spazio per il dialogo tra le religioni si riduce drasticamente: esso non potrà che tradursi nell’enunciazione di alcune comuni aspirazioni, prive però delle vie e degli strumenti per attuarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche la cultura non esce bene da una tale situazione: essa si dissolve di fatto nella molteplicità “turistica” delle culture, tra loro incommensurabili (e dunque incomunicabili); le certezze, le “cose serie”, sarebbero fornite unicamente dalle tecnoscienze: «noi tutti conosceremmo, valuteremmo e decideremmo le situazioni della nostra vita dall&#8217;interno di un orizzonte culturale tecnocratico, a cui apparterremmo strutturalmente, senza mai poter trovare un senso che non sia da noi prodotto» (Caritas in Veritate, n°70). Gli articolati livelli della conoscenza sarebbero assorbiti in quello proprio della conoscenza scientifica-sperimentale. Come talora si ripete provocatoriamente, la (tecno-) scienza unisce e le religioni (e le culture) dividono. La conclusione appare obbligata, accettate le premesse. Ma siamo davvero costretti a farlo?</p>
<p style="text-align: justify;">Non era di questo avviso Giovanni Paolo II quando, nell’indimenticabile discorso all’Unesco del 2 giugno 1980, affermò: «Genus humanum arte et ratione vivit (cfr. S. Thomae In Aristotelis Post. Analyt., 1). La cultura è un modo specifico dell’ “esistere” e dell’ “essere” dell’uomo». E poco oltre: «La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, “è” di più, accede di più all’ “essere”». Nella visione di Giovanni Paolo II la cultura, ben oltre la dimensione puramente strumentale dell’avere, permette all’uomo di indagare su di sé, sul proprio essere. E poiché questo humanum che la cultura è chiamata a incrementare è comune a tutti i soggetti, ma non è mai compiutamente posseduto da alcuno di essi, la pluralità delle culture è inevitabile e tuttavia, in forza della comune radice antropologica, non può prescindere dalla cultura. Di conseguenza, la comunicazione tra le culture risulta non solo possibile, ma si rivela necessaria nel cammino verso l’incremento dell’humanum.</p>
<p style="text-align: justify;">D’altro canto, come osservava l’allora Cardinal Ratzinger in una formula particolarmente illuminante, «non esiste la nuda fede o la pura religione. In termini concreti, quando la fede dice all’uomo chi egli è e come deve incominciare ad essere uomo, la fede crea cultura. La fede è essa stessa cultura». La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura; ma, d’altra parte, la/e cultura/e, esercitandosi, interpreta(no) le fedi stesse. Nel tempo storico, una tale dinamica è insuperabile. Non ha senso pertanto contrapporre un momento iniziale di assoluta chiarezza (nel nostro caso una fantomatica “pura fede”, da situare di preferenza in una mitizzata realtà delle origini) a un tempo delle interpretazioni, dalla nebulosità crescente (“la cultura”, “la religione” in senso barthiano), ma occorre piuttosto pensare a un continuo scambio tra questi due poli. La cultura è sempre da purificare alla luce della fede, ma la fede è sempre da interpretare secondo le istanze suscitate dalla cultura. Come afferma Fides et Ratio, «il modo in cui i cristiani vivono la fede è anch’esso permeato dalla cultura dell’ambiente circostante e contribuisce, a sua volta, a modellarne progressivamente le caratteristiche». Visto dal lato della fede cristiana, ciò significa che ogni cultura valorizza alcuni aspetti dell’autorivelazione divina, ma ne omette o sminuisce altri. Peraltro il realismo cristiano afferma che il bilancio tra quanto è perduto e quanto è mantenuto dell’evento iniziale non è in semplice pareggio o peggio in secca perdita, come un’eco di una voce lontana che si ripercuotesse sempre più fioca: nel trascorrere del tempo cresce infatti l’intelligenza delle verità rivelate.</p>
<p style="text-align: justify;">È in quella più completa concezione e della cultura e della fede evocata nelle parole di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che riteniamo si fondi, senza alcuna concessione al relativismo, l’affermazione di una inevitabile interpretazione culturale della fede, così come, per converso, si deve parlare di una inevitabile critica della fede sulla cultura.</p>
<p style="text-align: justify;">Tradizioni e tradizione. Il circolo cultura-fede rimarrebbe tuttavia senza carne né sangue se non si considerasse il ruolo delle tradizioni. Nulla infatti è più astratto dell’immagine di un individuo che edifichi, ogni volta da capo, la propria interpretazione culturale, nata con lui e con lui destinata a morire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ben più concretamente, l’interpretazione culturale della fede si attua e si trasmette di generazione in generazione nelle tradizioni, offerte alla libera verifica dei singoli. Contrariamente a quanto una mentalità individualistica indurrebbe a pensare, appartenere a una tradizione non è una limitazione della libertà e inventiva personale ma, al contrario, è la condizione del loro miglior esercizio poiché fornisce un’ipotesi di partenza nella lettura del reale. Le tradizioni, nell’inesausta dialettica tra dare e ricevere che l’etimologia del termine suggerisce, si presentano pertanto come luogo del concreto esercizio dell’inevitabile interpretazione culturale di ogni fede. Proprio per questo esse appaiono sempre bisognose di purificazione e critica, poiché, come afferma Pascal, «per quanta forza abbia tale antichità, la verità deve sempre avere la meglio, quantunque di recente scoperta, giacché essa è sempre più antica di tutte le opinioni che se ne sono avute». Ma – tale è la sconcertante pretesa cristiana – quella stessa Verità che le tradizioni non sanno esaurire ha scelto di assicurare, attraverso la propria libera e definitiva iniziativa, il permanere della Traditio, luogo in cui la Verità vivente e personale, cioè Gesù Cristo, continuamente si offre nella sua oggettività alla libertà dell’uomo. La Traditio, che come ci ricorda Dei Verbum è strettamente connessa alla Sacra Scrittura e al Magistero (n°10), è «continuità e progresso, conservazione e sviluppo La garanzia divina della sua fedeltà è lo Spirito Santo».</p>
<p style="text-align: justify;">L’interpretazione culturale degli Islam. Alla luce di queste considerazioni risulta ora più chiara l’opzione a favore delle interpretazioni culturali degli Islam – o, se si preferisce, delle sue diverse tradizioni. Attraverso questa scelta non s’intende operare un’artificiosa separazione sulla pelle dei nostri fratelli musulmani, privilegiando al loro interno i filosofi, i prosatori, gli scienziati, i mistici a detrimento di un nucleo di fede popolare che rimarrebbe estraneo alla nostra ricerca, se non guardato con sospetto. Lo smentisce il dato che della necessità di un’interpretazione culturale della fede si deve parlare anche per il Cristianesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così pure l’accento posto sulle diversità interne all’Islam, fino al punto di usare talvolta il plurale, non nasconde una strategia del divide et impera, ma intende dar conto delle molteplici traduzioni che ogni fede conosce (quelli che chiamiamo “Islam di popolo”), senza per questo rinunciare a un nucleo distintivo che le è proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">Vi sono ormai molti esempi di come l’incontro tra credenti di diverse religioni, se vissuto con adeguata coscienza, possa tradursi in un arricchimento vicendevole. Ciascuno infatti può essere stimolato a vivere più in profondità la propria appartenenza religiosa, a comprenderla meglio e più a fondo. Non senza il rischio della libertà, comunque: la possibilità della conversione dev’essere ammessa perché il dialogo possa essere autentico e senza infingimenti. Nell’odierna società plurale questa stessa dinamica d’incontro che i singoli credenti già praticano è chiamata a trovare forme di espressione anche a livello comunitario, principalmente nel campo che chiamiamo delle implicazioni delle fedi. In una prospettiva cristiana, le implicazioni costituiscono le modalità nelle quali i Misteri della fede, secondo la logica sacramentale della Rivelazione (Fides et Ratio n°13), si incarnano dinamicamente nella storia del soggetto che li vive, incidendo sul modo di concepirsi come uomini, sul modo di concepire la società e il rapporto con il creato.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel rispetto delle procedure stabilite, essenziali per il buon funzionamento di uno stato democratico, le diverse interpretazioni culturali dovrebbero potersi confrontare prima di tutto a questi livelli. Ne beneficerebbe la società tutta, ma prima ancora le tradizioni religiose stesse, in un’avventura di reciproca edificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La società civile è chiamata a realizzare l&#8217;integrazione che il processo del meticciato di civiltà esige. La riflessione del Patriarca sulle sfide poste dall&#8217;immigrazione</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Jan 2010 09:09:13 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sul tema bruciante dell&#8217;immigrazione il Patriarca diVenezia è tornato a esprimersi durante il tradizionale scambio di auguri natalizi con la stampa, tenutosi mercoledì 23 dicembre nel Palazzo patriarcale, un momento di dialogo informale tra il cardinale Scola e i cronisti che seguono la sua attività durante l&#8217;anno. Qui è possibile rivedere il video con le risposte del Patriarca alle domande dei giornalisti dedicate al tema dell&#8217;immigrazione, della fatica dell&#8217;accoglienza, del rapporto tra azione politica e società civile.</p>
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		<title>Per affrontare le sfide della modernità bisogna recuperare uno sguardo integrale sull&#8217;Uomo. Le risposte del Patriarca ai giornalisti</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 08:21:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell&#8217;ambito della Visita Pastorale venerdì 4 dicembre il card. Scola è stato invitato dalla Giunta e dal Consiglio Comunale di Mira ad un dialogo aperto sui problemi della cittadina. Al termine dell&#8217;incontro alcuni giornalisti presenti hanno intervistato il Cardinale sul ruolo che la Chiesa e la società civile hanno in un periodo di trasformazioni socio-culturali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nell&#8217;ambito della Visita Pastorale venerdì 4 dicembre il card. Scola è stato invitato dalla Giunta e dal Consiglio Comunale di Mira ad un dialogo aperto sui problemi della cittadina. Al termine dell&#8217;incontro alcuni giornalisti presenti hanno intervistato il Cardinale sul ruolo che la Chiesa e la società civile hanno in un periodo di trasformazioni socio-culturali così inedito come l&#8217;attuale, caratterizzato anche da una pesante crisi economica e lavorativa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco il video con la risposta del Patriarca.</p>
<p><span class="youtube">
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		<title>Tre donne a servizio della Chiesa, restando nel “mondo”. Viene istituito a Venezia l&#8217;Ordo Virginum</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Dec 2009 09:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lunedì 7 dicembre, alle ore 18.00 nella basilica di S. Marco a Venezia, il Patriarca card. Angelo Scola presiede il rito di consacrazione delle prime tre donne che entrano nel neocostituito “Ordo virginum” diocesano.
L&#8217;Ordo Virginum è una forma di vita consacrata riconosciuta dalla Chiesa, di origini antichissime e riattivata a partire dal Concilio Vaticano II. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Lunedì 7 dicembre, alle ore 18.00</strong> nella basilica di <strong>S. Marco</strong> a Venezia, il Patriarca card. Angelo Scola presiede il rito di consacrazione delle prime tre donne che entrano nel neocostituito “<strong>Ordo virginum</strong>” diocesano.<span id="more-2208"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Ordo Virginum è una forma di vita consacrata riconosciuta dalla Chiesa, di origini antichissime e riattivata a partire dal<strong> Concilio Vaticano II</strong>. Non è una nuova congregazione, né un ordine religioso o monastico né un istituto secolare. Tale forma di consacrazione è scelta da alcune donne chiamate a vivere la verginità nella vita ordinaria, cioè accanto e insieme a tutti gli altri fedeli e con diretto riferimento al vescovo, a servizio della Chiesa locale. Le prime tre donne che, dopo anni di preparazione, entreranno a far parte dell’Ordo Virginum diocesano sono:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong>Silvia Marchiori</strong>, 44 anni, della parrocchia di S. Barbara di Mestre; insegna italiano, storia e geografia presso l’Istituto Giovanni Paolo I di Venezia ed è attualmente presidente dell’Azione cattolica diocesana;</li>
<li><strong>Nella Pavanetto</strong>, 43 anni, originaria di Ca’ Tron di Roncade (Treviso) e proveniente dalla parrocchia di S. Michele di Quarto d’Altino; lavora in uno studio di progettazione navale a Scorzè e collabora con la Caritas diocesana;</li>
<li><strong>Katia Vanin</strong>, 35 anni, della parrocchia di S. Giorgio di Chirignago; dopo alcune esperienze in campo educativo (con minori in stato di disagio ed anziani) è ora segretaria nella Scuola S. Domenico Savio di Oriago (Fondazione Giovanni Paolo I).</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">“Esprimeremo davanti alla Chiesa &#8211; spiegano in un’intervista al settimanale diocesano Gente Veneta &#8211; il nostro proposito di vivere il battesimo con il dono della verginità e lo mettiamo nelle mani del vescovo che raccoglie, benedice e custodisce quest’intenzione. E’ come nel matrimonio: uno non si sposa perché deve assolvere a una serie di compiti ma perché si dona a un’altra persona. Così noi: solo che ci doniamo a Dio invece che a un marito. Ma rimarremo nel mondo, condividendo con tutti gli altri laici, uomini e donne, l’ordinarietà della vita ed anche le stesse difficoltà, ad esempio nel lavoro. Sentiamo, infatti, la vocazione ad amare il Signore vivendo in mezzo a tutti gli altri, senza qualcosa che necessariamente ci distingua da loro”.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrando nell’Ordo Virginum le tre candidate esprimeranno il proposito di seguire Cristo secondo i consigli evangelici: <strong>la verginità, la povertà e l&#8217;obbedienza</strong>. La loro regola di vita, inoltre, prevede che preghino assiduamente con la <strong>Liturgia delle Ore</strong> (Lodi &#8211; Vespro &#8211; Compieta) e partecipino quotidianamente alla <strong>messa</strong>, che riservino ogni giorno un adeguato tempo di meditazione e partecipano periodicamente a ritiri ed esercizi spirituali. Le vergini consacrate provvederanno al proprio mantenimento con i proventi del loro lavoro e i beni personali. Potranno vivere da sole, in famiglia o insieme ad altre vergini consacrate.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Un lavoro comune, un impiego per ciascuno. Il Patriarcato di Venezia in Assemblea ecclesiale a San Marco rilancia il metodo della testimonianza come sequela di Gesù</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Oct 2009 16:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oltre 1500 delegati di tutte le realtà della Chiesa veneziana si sono riuniti domenica 11 ottobre nel pomeriggio nella Basilica di San Marco per la seconda Assemblea ecclesiale diocesana. Il programma è stato molto intenso e articolato in momenti diversi di ascolto, testimonianza, preghiera e teatro (vedi post precedente).
Qui è possibile vedere il video e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oltre 1500 delegati di tutte le realtà della Chiesa veneziana si sono riuniti domenica 11 ottobre nel pomeriggio nella Basilica di San Marco per la seconda Assemblea ecclesiale diocesana. Il programma è stato molto intenso e articolato in momenti diversi di ascolto, testimonianza, preghiera e teatro (vedi post precedente).</p>
<p style="text-align: justify;">Qui è possibile vedere il video e leggere l&#8217;intervento del Patriarca Angelo Scola.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="360" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFP7ttav-w5MLtx6jIKmYLw16Hj2qIwOkxI=" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="360" src="http://www.youtube.com/cp/vjVQa1PpcFP7ttav-w5MLtx6jIKmYLw16Hj2qIwOkxI="></embed></object></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">«ANDARONO DUNQUE E VIDERO DOVE EGLI DIMORAVA» (GV 1, 39)</p>
<p style="text-align: justify;">IL VALORE DELLA TESTIMONIANZA</p>
<p style="text-align: justify;">1. Testimonianza: una parola chiave</p>
<p style="text-align: justify;">«E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio Dio» (Gv 1, 34). Di che cosa il Battista è testimone? Di fronte a chi non accetta o addirittura nega che Gesù è Dio («Era nel mondo e il mondo è stato fatto attraverso di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto», Gv 1, 10-11) il Battista testimonia pubblicamente le cose come stanno [«io ho visto»], la verità.<span id="more-1861"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La stessa attitudine è domandata ai seguaci di Gesù in ogni tempo: sono testimoni perché sono chiamati a “deporre pubblicamente” a favore di Gesù affermando la verità: Gesù è il Figlio del Dio vivente. I Vangeli sono tutti intrisi di questa autentica testimonianza, soprattutto il Vangelo di Giovanni. Gli studiosi hanno calcolato che i vocaboli che possiedono la radice del testimoniare (martyr: da cui martirio) ricorrono più di 200 volte nel Nuovo Testamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Lungo tutto l’arco della Visita pastorale, dal momento della sua decisione nel 2004 a quello della sua indizione in occasione della Prima Assemblea ecclesiale (Aprile 2005) fino ad oggi, testimonianza è stata la parola chiave. Di più, è stata il metodo del nostro comune cammino.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche questa Seconda Assemblea Ecclesiale, nella sua preparazione e ora nel suo svolgimento, poggia sulla testimonianza come metodo di conoscenza e di comunicazione della verità. Questo metodo di conoscenza e di comunicazione è primario rispetto ad ogni altra forma di conoscenza e di comunicazione: scientifica, filosofica, teologica, artistica ecc.</p>
<p style="text-align: justify;">Per meglio comprendere quello che voglio dire vi propongo di ritornare per un istante alla nostra esperienza infantile. Quando balbettiamo le prime parole e quindi cominciamo a fare l’esperienza del conoscere e del comunicare, cosa avviene? Entriamo in rapporto con gli altri e le cose in forza del bene ricevuto dal papà e dalla mamma col dono della vita e delle relazioni buone con cui si sono presi cura di noi. Generandoci, cioè donandoci la vita e prendendosi cura di noi, essi hanno destato in noi quella promessa di compimento di noi stessi (felicità) che ci inoltra nella realtà. Allora il nostro conoscere è anzitutto un ri-conoscere. E questo riconoscimento consiste di fatto nel dare loro pubblica  testimonianza. La stessa cosa fa il Battista nei confronti di Gesù: lo ri-conosce come Figlio di Dio rendendoGli pubblica testimonianza. Ogni altra conoscenza o fiorisce su questo livello primario o resta in qualche modo monca, astratta (che vuol dire “separata”), anche se mi offre una grande quantità di sapere. Non riesce a mobilitarmi, non mi lancia nella vita e nella realtà (bimbo “autistico”). Rendere testimonianza alle relazioni buone è la radice di ogni conoscenza, anzi è la più importante forma di conoscenza. Ciò non vale solo per l’infanzia, vale lungo tutto l’arco dell’esistenza. La testimonianza quindi coglie la mia persona nel suo essere in relazione. Per questo è sempre, nello stesso tempo, personale e comunitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">La Visita pastorale e questa stessa Assemblea ecclesiale ci stanno educando al senso pieno della testimonianza, cioè della conoscenza e della comunicazione, da cui dipende lo stile di vita di ogni uomo. Cerco ora di descrivere un poco il significato della testimonianza.</p>
<p style="text-align: justify;">2. La «bella testimonianza» di Gesù</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Prima Lettera a Timoteo (6, 13-16) troviamo questa preziosa affermazione: «…Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato…».</p>
<p style="text-align: justify;">Immedesimiamoci per un istante con Gesù davanti a Ponzio Pilato, il potente e scettico governatore romano, seguendo la narrazione del Vangelo di Giovanni (18, 28-38)</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza di quanto aveva fatto con le autorità giudaiche Gesù, con grande apertura, instaura un dialogo con il pagano Pilato. Questi si è accorto di trovarsi, suo malgrado, in mezzo ad un grande imbroglio. Si sente preso in trappola. Nello stesso tempo, sia pur con distratto scetticismo, ora che si trova di fronte l’uomo del momento, il protagonista, non resiste all’idea di penetrarne un poco la personalità. Percepisce che nel rapporto con Gesù è in gioco qualcosa che lo riguarda di persona, anzi che riguarda un po’ tutti gli uomini («Ecco l’uomo!», 19, 5). Ne è conferma il fatto che a fronte di tutto il bene compiuto da Gesù i capi del popolo ed il popolo stesso l’avevano trascinato davanti a lui con espliciti intenti di condanna capitale. La fecondità della testimonianza di Gesù è già rilevabile all’inizio dell’incontro con Pilato.</p>
<p style="text-align: justify;">«Sei tu il re dei Giudei?» domanda il governatore. Gesù gli offre una carta, una carta decisiva: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» Ecco lo stile di Gesù il testimone veritiero, degno di fede, fedele (cfr. Ap. 1, 5; 3,14). Dove sei tu, Pilato, in questa domanda? Perché a me interessi tu, non il tuo ripetere il “sentito dire”. Io rischio con te, tu rischia con me. Invece, come spesso capita a noi uomini quando siamo invitati ad esporci, Pilato si ritrae quasi stizzito: «Son forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me». “Teniamo le distanze”… pensa Pilato. Anzi, pensa tra sé, “Costui deve sapere che qui sono io a condurre il gioco”. E per rimettere Gesù al suo posto gli intima: «Cosa hai fatto?» “Rendimi conto!” Anche in quel momento estremo, quando ormai l’ombra dell’imminente condanna già vela il suo capo, con la sua potente conoscenza del cuore dell’uomo [questo bimbo… «è qui come segno di contraddizione, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» Lc 2, 34-35, aveva profetizzato il vecchio Simeone] Gesù riprende l’iniziativa e invita di nuovo Pilato a compromettersi con la Verità che vive nel Figlio di Dio: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ma il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18, 36). Tu sei potente, Pilato, autorità massima del grande impero romano in questa provincia con soldati e milizie ai tuoi ordini, ma non sospetti che ci sia un’altra dimensione della vita tua e di tutti gli uomini che conta? Un “potere” di altra natura rispetto al tuo, anzi superiore al tuo. Un potere che non è di quaggiù e tuttavia investe il quaggiù e da ultimo lo chiama a giudizio? Non te lo fa pensare se non altro il fatto che se il mio regno fosse come il tuo anch’io avrei fatto uso di truppe per combattere contro i giudei? Pilato non capisce, la sua esperienza religiosa non gli consente tanto. Forse è avvezzo in modo formale al culto di qualche divinità pagana e dell’imperatore. Probabilmente è anche un po’ intimidito dalle premonizioni della moglie che come dice un altro evangelista (Mt 27, 19) gli aveva raccomandato: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Un sogno, materiale labile e per giunta un sogno di donna, pensa Pilato. Qui c’è in ballo ben altro: bisogna affrontare questi capi popolo ostinati, e soprattutto la folla inferocita che ha sete di sangue, altro che sogni. Torniamo con i piedi per terra, restiamo quaggiù, bando a discorsi sull’oltre .</p>
<p style="text-align: justify;">«Dunque tu sei re?» Gesù, il testimone degno di fede, per la terza volta non si tira indietro. Rischia tutta la sua persona per affermare la verità anzitutto a favore di Pilato. Qui si vede bene cos’è la testimonianza autentica, è sempre personale e comunitaria perché inesorabilmente coinvolge gli altri. Implica quel dono di sé che provoca e contagia. Ma questo dono è veramente tale solo se rende omaggio, costi quel che costi, alla verità tutta intera. «Tu lo dici – senza capirlo, forse senza volerlo capire e di questo sei responsabile – io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».</p>
<p style="text-align: justify;">Essere Re, regnare, per Cristo è servire la Verità e la verità si serve con l’autoesposizione, pagando di persona per affermarla. Per i seguaci di Cristo la verità è Gesù stesso. Colui che nel corpo donato e nel sangue versato ci ha coinvolto nell’Amore crocifisso e risorto perché noi si impari l’amore oggettivo ed effettivo. L’amore fedele e fecondo. L’amore anima della testimonianza.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel colloquio tra Gesù e Pilato si manifesta tutta la forza della testimonianza, la fonte principale di conoscenza carica di affetto che spalanca la nostra persona ad una condivisione radicale di tutti i nostri fratelli uomini, in tutti gli ambiti dell’umana esistenza. Essa ha sempre due decisivi connotati: il coinvolgimento personale, il dono totale di sé che si esprime nella comunicazione, nel racconto che però deve giungere sempre a rendere omaggio alla verità tutta intera.</p>
<p style="text-align: justify;">In concreto per il cristiano la testimonianza consiste nell’obiettiva sequela di Gesù, carica del coraggio di riconoscerLo di fronte al mondo, come Lui fece di fronte a Pilato. Senza pretese egemoniche verso il mondo, ma anche senza complessi. Così vissuta la testimonianza è sempre comunitaria: lo è nella genesi (come per il bimbo che comincia a parlare dando testimonianza delle buone relazioni con i suoi cari), lo è nel contenuto che non è mai pura autobiografia (perché il cristiano è sempre immerso nel noi ecclesiale), lo è nell’esito perché genera rapporti (sempre chiama l’altro a coinvolgersi). Qualunque sia la situazione di fede, di pratica cristiana, di vita morale, di condizione sociale in cui versa. Sempre la testimonianza poggia sui due pilastri indicati: il racconto e il giudizio di fede sull’esperienza narrata.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando vive questi due aspetti il cristiano dà testimonianza a Cristo di fronte a tutti gli uomini (così fecero il vecchio Simeone, Giovanni il Battista, gli apostoli e soprattutto così fece la Vergine Maria col «custodire nel suo cuore» (cfr. Lc 2, 51), col suo abbraccio addolorato e pietoso al cadavere di Gesù sul Golgota, con la sua gloriosa assunzione). La testimonianza degna di fede com-muove la libertà dell’altro e lo invita alla scelta.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è il senso delle quattro grandi direttive che abbiamo posto al cuore della vita della nostra Chiesa nella Visita pastorale. Approfondire la nuova parentela tra di noi. Essa vive per la Sua potenza nell’azione eucaristica, nella liturgia, nell’immedesimazione alla Parola di Dio, nella comunione vissuta, attraverso l’educazione al gratuito e al pensiero di Cristo («Io penso che abbia l’intelletto di Cristo chi pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte le cose», Massimo il Confessore) e la presenza quotidiana in tutti gli ambienti dell’umana esistenza. Tutti infatti sono stati toccati dalla redenzione (cfr. GS 22) di Cristo. A tutti gli uomini noi siamo mandati e mandati dall’amore del Crocifisso risorto.</p>
<p style="text-align: justify;">Agostino, commentando la scena descritta in Gv 21, 15-19 &#8211; quando Gesù affida la Sua missione a Pietro, dopo la triplice insistente domanda: «”Mi ami tu?”» &#8211; afferma: «Prima veniva chiesto l’amore e poi imposto l’onere, perché dove maggiore è l’amore, minore è il peso della fatica». Ecco la bella testimonianza (cfr. 1Tim, 6, 13), cuore della nostra vocazione e della nostra missione di cristiani fratelli di tutti i fratelli uomini.</p>
<p style="text-align: justify;">3. Con Gesù: incontrare, andare per vedere, dimorare, comunicare</p>
<p style="text-align: justify;">Torniamo per un istante alla secca chiusa del brano del Vangelo di Giovanni: «Gli dice Pilato: “Che cosa è la verità”?». Poi Gli volta le spalle seccato ed esce per affrontare la tragica situazione in cui è stato, letteralmente, tirato dentro. Lo si vede bene dalle parole con cui attacca il discorso ai giudei: «Io non trovo in lui colpa alcuna». Comincia la mediazione politica. Non vuol compiere un’ingiustizia. Propone loro uno scambio. La lotta però è impari anche per il grande governatore. I capi sono duri e decisi, il popolo è inferocito. Intuiscono che Pilato cederà travolto dalla paura. Ma perché? La risposta è tutta in quella scettica replica del governatore a Gesù. “Sì, la verità… Ma chi sa mai cos’è la verità? Ammesso che esista…” È tutta qui la ragione della sconfitta di Pilato che poi ricade su Gesù. Se non dai testimonianza alla verità in ogni situazione, gioco forza in quelle eccezionali, perdi e ti perdi. Sei gettato fuori di scena. Dice Agostino: «Veritas est vir qui adest». La verità è l’uomo presente, vivo, che aderisce, che si compromette. È il testimone.</p>
<p style="text-align: justify;">Su questo terreno testimoniale fiorisce tutto il valore prezioso di questa umile Assemblea ecclesiale. Un semplice incontro dei familiari di Cristo. Noi, con tutti i nostri difetti ed i nostri peccati, abbiamo fatto la scelta contraria rispetto a quella di Pilato. Noi, quando Lo abbiamo incontrato, abbiamo reso omaggio alla Verità vivente che Egli è. Lo abbiamo seguito. Non ce ne siamo andati scettici di fronte a quella Presenza, portandoci addosso tristi il peso di una cattiva solitudine con cui affrontare la vita ridotta a puro mestiere. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto come Andrea e Giovanni: «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio”. E i suoi discepoli sentendolo parlare così, seguirono Gesù» (Gv 1, 35-36). Veritas est vir qui adest. Andrea e Giovanni aderiscono alla relazione buona con Gesù, come noi da bambini con i nostri genitori. Lo seguono.Il dinamismo della testimonianza che li spalanca al senso pieno della vita si mette in moto. E non è tutto. Quello slancio alimentato dalla promessa di pienezza che li aveva decisi a lasciare il primo maestro, il grande Giovanni Battista &#8211; riflettiamo bene su questo distacco &#8211; riceve subito una ricompensa straordinaria. Gesù li sorprende: «… Si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”» (v. 38). La spinta che li aveva messi in movimento, l’umile testimonianza del Battista, è provocata da Gesù a diventare consapevole. E la risposta è straordinariamente bella perché umanissima. Non fanno discorsi, non balbettano ipotesi. «“Rabbì, maestro, dove dimori?”» (v. 38). Cercano Lui, vogliono coinvolgersi con Lui. Veritas est vir qui adest. La strada alla verità è relazione, rapporto, comunione con Gesù e, in Lui, tra di loro. Come dice la Lettera di indizione di questa Seconda Assemblea Ecclesiale, “Stare con Lui, stando tra di noi”. E la risposta, se è possibile, è ancor più umana: «Venite e vedrete». Chi di noi può ancora oggi restare indifferente a questo invito? Quale uomo può mai evitare l’eco di felicità che è contenuto in questa proposta? Ma qui viene il bello: «Andarono dunque e videro dove Egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (v. 39). La trama della loro esistenza quotidiana muta. Gesù diventa per la loro persona il nuovo ed esaltante centro affettivo. Nasce un nuovo stile di relazione: incontrare, andare, vedere, dimorare, comunicare. Ecco il contenuto della vita cristiana, il senso della Visita pastorale, la trama di vita di ogni comunità cristiana. Il tempo nella sua implacabile funzione di misura trattiene il fatto con semplicità: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1, 39). Come ora sono 18.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa avran detto Andrea e Giovanni agli amici, al ritorno? Andrea incontra Simone e comunica, dà testimonianza dell’esperienza straordinaria di conoscenza scaturita da quell’incontro: «Abbiamo trovato il Messia». Per loro, convinti figli di Israele animati dall’attesa, il Messia è la Verità… E così la catena dei nuovi parenti di Gesù prende avvio. Se siamo qui è solo perché del tutto gratuitamente ci è dato di essere un anello di questa preziosa catena. E la vita che si svolge tra noi, per Sua volontà, altro non è che la Sua modalità di presenza nella storia a favore di tutti gli uomini. La storia nostra e quella di tutti. In quest’Assemblea ecclesiale, ecclesiale e quindi essenzialmente diversa da ogni umana assemblea, stiamo dimorando insieme qualche ora per mendicare un’altra volta dal Suo Spirito la consapevolezza dell’incontro risolutivo con Lui. L’incontro che si prolunga nella memoria eucaristica. E questa Memoria, nutrita dalla nostra preparazione, dal nostro ascolto, dal nostro canto, in una parola dalla nostra responsabile condivisione di questo pomeriggio, ha la stessa forza dell’incontro personale con Lui. Anzi la memoria sacramentale lo rende ogni giorno più forte e più convincente. Andremo così per le strade del mondo in semplicità, colmi di gratitudine. Testimoni lieti nella speranza (Rm 12, 12) per il bene di quanti il Signore pone sulla nostra strada.</p>
<p style="text-align: justify;">4. «Un lavoro comune, un impiego per ciascuno»</p>
<p style="text-align: justify;">Il poeta Eliot nei suoi Cori della Rocca descrive il quotidiano, umile e tuttavia imponente contenuto della testimonianza che il vero cristiano rende a Gesù-Verità vivente e personale: «In luoghi abbandonati/Noi costruiremo con mattoni nuovi./Vi sono mani e macchine/E argilla per nuovi mattoni/E calce per nuova calcina./Dove i mattoni sono caduti/Costruiremo con pietra nuova./Dove le travi sono marcite/Costruiremo con nuovo legname./Dove parole non sono pronunciate/Costruiremo con nuovo linguaggio./C’è un lavoro comune/Una Chiesa per tutti/E un impiego per ciascuno/Ognuno al suo lavoro». Il compito è la vocazione e missione quotidiana di ciascuno di noi (affetti, lavoro, riposo).</p>
<p style="text-align: justify;">Permettetemi ora di richiamare qualche passo comunitario che è andato man mano profilandosi in questi anni di Visita pastorale.</p>
<p style="text-align: justify;">1.	Prendere sul serio le quattro finalità tesi ad edificare comunità ben espresse per poter dire “Vieni e vedi”. Comunità dove dimorare come uomini nuovi spalancati alla realtà, sempre aperte a tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">2.	Impegnarsi con la scelta della parrocchia dal volto missionario o, dov’è il caso, delle comunità pastorali, con le comunità educanti per l’iniziazione cristiana. Ridare vita nuova ai patronati. Aver cura del pensiero di Cristo attraverso gli strumenti di formazione culturale. Sostenere la famiglia e far scoprire la bellezza del matrimonio agli sposi e soprattutto ai fidanzati. Riconoscersi tra cristiani in tutti gli ambienti dell’umana esistenza (quartiere, scuola e lavoro). Amare di vero amore (non ideologico) ma di preferenza gli ultimi. Farsi carico della missione ad gentes (Ol Moran).</p>
<p style="text-align: justify;">3.	Una Eucaristia feriale (settimanale, quindicinale, mensile) partecipata almeno da quella che abbiamo chiamata “la mano”.</p>
<p style="text-align: justify;">4.	L’Adorazione eucaristica.</p>
<p style="text-align: justify;">5.	Il pellegrinaggio mariano ai santuari (Nicopeia, Borbiago, Caorle).</p>
<p style="text-align: justify;">6.	Ricevere e portare in tutte le famiglie l’icona della Deesis (intercessione).</p>
<p style="text-align: justify;">7.	Vivere con coscienza l’impegno di solidarietà con i terremotati del Pakistan (300 case e due scuole).</p>
<p style="text-align: justify;">8.	Ritrovare la strada della Confessione regolare favorita da celebrazioni comunitarie del Sacramento della Riconciliazione.</p>
<p style="text-align: justify;">9.	Pregare per i sacerdoti in questo anno a loro specialmente dedicato da Benedetto XVI. Questo comporta sostegno ed affetto per la nostra comunità seminaristica. Quest’anno 7 giovani si sono aggiunti a questa bella compagnia.</p>
<p style="text-align: justify;">Voglio darvi ora una bella notizia. Nei prossimi giorni istituirò ufficialmente in Diocesi l’Ordo Virginum. Si tratta di una forma di vita consacrata riconosciuta dalla Chiesa. Non è una congregazione, un ordine religioso o monastico, né un Istituto secolare. È una forma di consacrazione per donne che sono chiamate, per puro dono di Dio, a vivere la verginità nel mondo accanto agli altri fedeli. Sono donne consacrate che fanno riferimento al Vescovo. Esse scelgono di vivere un rapporto nuziale con Cristo, con particolare attenzione al Suo corpo che è la Chiesa, in special modo alla diocesi. Questa forma di consacrazione assai antica, secondo taluni già attestata in Atti 21,9, è stata dopo molti secoli rivalutata dal Concilio Vaticano II (SC, 80). Il rito pubblico di solenne consacrazione è stato emanato da Papa Paolo VI nel 1970. Il Codice di diritto canonico vi dedica il canone 604. Il prossimo lunedì 7 dicembre, alle ore 18.30, Vigilia della Solennità dell’Immacolata Concezione, tre donne della nostra Chiesa, Silvia Marchiori, Nella Pavanetto, Katya Vanin, dopo anni di preparazione, saranno pubblicamente accolte dal Patriarca nell’Ordo Virginum in questa Basilica Cattedrale. Sono certo che da tutta la diocesi vorrete convenire numerosi per ringraziare Dio di questo dono prezioso per la Chiesa e per il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">5. L’Innominato ti aspetta</p>
<p style="text-align: justify;">Seguire Gesù, domandare ogni giorni di esserGli familiari (“Dove abiti?”), andare a vedere, dimorare con Lui per poter dire a tutti “Vieni e vedi”. Ecco il compito che scaturisce dalla Seconda Assemblea ecclesiale, dalla Visita pastorale, ma a ben vedere dalla vita di ognuno di noi nella Santa Chiesa di Dio che è in Venezia. Ti è ora domandato un soprassalto di libertà. Veritas est vir qui adest. Ora tocca a te. Lasciamo spazio alla drammatizzazione della conversione dell’Innominato. Non ha nome ma ha un volto ben definito. Come l’uomo del nostro tempo. Lasciamoci percuotere dal suo dramma. È una testimonianza preclara. Ricordati che fuori da questo splendida Basilica, nel quotidiano, l’Innominato ti aspetta.</p>
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		<title>Scola e Cacciari in dialogo su &#8220;testimonianza e militanza&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2009 13:44:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
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		<category><![CDATA[incontro interreligioso]]></category>
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		<description><![CDATA[Giovedì 8 ottobre l’incontro &#8211; dialogo a Zelarino (Centro pastorale card. Urbani) alle ore 18.00 per i 30 anni di Esodo
“Credere e operare la giustizia. Testimonianza e militanza oggi”: su questo tema dialogheranno il card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, e Massimo Cacciari, filosofo e sindaco di Venezia, nel pomeriggio di giovedì 8 ottobre, alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Giovedì 8 ottobre l’incontro &#8211; dialogo a Zelarino (Centro pastorale card. Urbani) alle ore 18.00 per i 30 anni di<a href="http://www.esodo.org/" target="_blank"> Esodo</a></p>
<p style="text-align: justify;">“Credere e operare la giustizia. Testimonianza e militanza oggi”: su questo tema dialogheranno il <strong>card. Angelo Scola</strong>, Patriarca di Venezia, e <strong>Massimo Cacciari</strong>, filosofo e sindaco di Venezia, nel pomeriggio di <strong>giovedì 8 ottobre, alle ore 18 </strong>presso il Centro pastorale card. Urbani di Zelarino.<span id="more-1839"></span></p>
<p style="text-align: justify;">L’iniziativa è organizzata in occasione del 30° compleanno di <a href="http://www.esodo.org/" target="_blank">Esodo</a> (realtà nata, appunto, nel 1979) e dell’omonima rivista trimestrale che svolge attività di ricerca e approfondimento nell’ambito dell’interculturalità e dell’incontro interreligioso, della cultura della pace e della giustizia.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>L&#8217;ASSOCIAZIONE E RIVISTA ESODO</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.esodo.org/" target="_blank">Esodo </a>nasce nel 1978, come Bollettino ciclostilato di coordinamento, dall’incontro delle esperienze dei “preti operai”, dei gruppi biblici, delle  “comunità di base” e di gruppi e singoli del mondo del lavoro e sindacale.  Successivamente si caratterizza, sulla base di una riflessione anche autocritica, come Rivista,  strumento di confronto, studio e apertura di dibattiti, anche oltre i confini iniziali.<!--more--></p>
<p style="text-align: justify;">In questi anni ESODO ha mantenuto alcune costanti prioritarie, pur nei cambiamenti che si sono sviluppati nelle varie fasi,  a partire dalle esperienze personali e di gruppo nel confronto con la Parola e con la realtà sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">1.	Un atteggiamento di fondo che cerca l’accoglienza delle diversità; la definizione dei problemi e l’offerta degli strumenti più che delle soluzioni, delle risposte; cerca i modi per vivere l’Attesa della Verità, di esprimere la propria ricerca (anche con discriminanti forti) e non l’affermazione “contro”, in polemica.</p>
<p style="text-align: justify;">2.	La ricerca di fede che superi lo schema sia dell’integralismo, sia del “dialogo”, sia del sincretismo, del “fai da te” individuale, per costruire la via assieme all’altro (di diverse “fedi”, il “non credente”). Pensiamo sia questa la dimensione costitutiva, non opzionale ma necessaria, dell’antropologia del cristiano in “esodo”, in continua conversione, che cerca nella propria identità, data dalla Parola, le verità degli altri, non racchiuse in una appartenenza storica, culturale, sociologica, ideologica. E’ questa la caratteristica che ci viene riconosciuta anche da chi non si dice cristiano, che ci chiede anzi di non perdere questa identità “forte”, di mantenere questa visibilità considerata condizione di ogni ricerca comune.</p>
<p style="text-align: justify;">3.	Il percorso intende partire dagli interrogativi che nascono dalla narrazione delle esperienze, personali e di gruppo, nelle diverse dimensioni (soggettiva, familiare, sociale, professionale, ecclesiale…). Nel lavoro redazionale della rivista e negli incontri-seminari cerchiamo di tematizzare le domande e le problematiche di questi racconti e di approfondirle nel confronto con testimoni e studiosi di varie provenienze e discipline, con differenti posizioni teologiche, culturali, filosofiche, per acquisire e fornire molteplici strumenti conoscitivi. Priorità viene data alla lettura biblica. Partire da noi stessi, dalla problematicizzazione delle nostre storie,  pensiamo permetta  di mantenere autentico il nostro lavoro, radicato sulla persona e non su ideologie, dottrine, appartenenze e, nello stesso tempo, di cogliere tensioni e problemi di un “pubblico” più ampio, di cui pensiamo di interpretare le tensioni, senza inseguire mode e successo. E’ perciò una strada provvisoria, parziale, labirintica, una ricerca, di cui rivendichiamo anche la caratteristica non specialistica-rigorosa, senza pretesa se non appunto quella di esprimere le domande di senso alla radice della nostra vita di relazione</p>
<p style="text-align: justify;">4.	 Si intende rimanere un piccolo gruppo, essenzialmente realtà di laici, piccolo segno nella Chiesa e nella società veneziana. Ciascuno di noi ha posizioni  culturali e politiche diverse, differenti storie personali, da chi ha vari ruoli nella Chiesa di Venezia, a chi non ha alcun ruolo, a chi non si considera credente ma in ricerca.. L’allargamento si è costruito nel tempo, con gradualità in base ai forti legami di amicizia che hanno coinvolto anche persone di altre religioni e “non credenti”, legami fondamentali nella nostra attività, fattore e condizione della ricerca stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">5.	Permanente è stata l’attenzione alla realtà del Triveneto per capire i processi culturali e antropologici, e quindi anche quelli propri della religiosità, connessi alle trasformazione economiche-sociali; i cambiamenti dei modelli e dei ruoli della presenza della Chiesa e quali tendenze si possono coglier nelle proposte di Chiesa.</p>
<p style="text-align: justify;">6.	L’allargamento delle iniziative e degli amici ha prodotto un’articolazione della struttura:</p>
<p style="text-align: justify;">•	La Rivista, con una redazione ristretta più operativa e un’altra allargata, la rete di collaboratori</p>
<p style="text-align: justify;">•	L’associazione che opera attraverso incontri e seminari, viaggi e incontri anche a livello internazionale, la collaborazione con altre associazioni, enti e centri culturali.</p>
<p style="text-align: justify;">•	La collaborazione con parrocchie, associazioni, gruppi, istituzioni sociali.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Consigli di lettura 14. Gesù e la Chiesa. Che cosa dice il Nuovo Testamento?</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Aug 2009 06:24:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pubblicazioni]]></category>
		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[gesù]]></category>
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		<description><![CDATA[Il nuovo consiglio di lettura rivolto ad un pubblico adulto è il libro di Thomas Söding &#8220;Gesù e la Chiesa. Che cosa dice il Nuovo Testamento?&#8221; (Queriniana, Brescia 2008). Nel volume il biblista esplora le origini del cristianesimo per attingere impulsi utili a noi oggi. Perché la Chiesa? Chi vi appartiene? Come può mettersi a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://angeloscola.it/files/2009/08/e-chiesa.jpg" rel="lightbox[1635]"><img class="alignleft size-full wp-image-1636" style="margin: 5px 6px;" title="e chiesa" src="http://angeloscola.it/files/2009/08/e-chiesa.jpg" alt="e chiesa" width="139" height="223" /></a>Il nuovo consiglio di lettura rivolto ad un pubblico adulto è il libro di Thomas Söding &#8220;Gesù e la Chiesa. Che cosa dice il Nuovo Testamento?&#8221; (Queriniana, Brescia 2008). Nel volume il biblista esplora le origini del cristianesimo per attingere impulsi utili a noi oggi. Perché la Chiesa? Chi vi appartiene? Come può mettersi a servizio di Dio e degli uomini? La Chiesa ha un futuro? L’autore non pretende di dare risposte risolutive; intende piuttosto aiutare a capire meglio quel messaggio gioioso di cui la Chiesa vive.</p>
<p><a href="http://www.libreriadelsanto.it/libri/9788839928672/gesu-e-la-chiesa.html" target="_blank">Cliccando qui è possibile acquistare il libro on line.</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo volume, la cui lettura è consigliata a tutti coloro che hanno a cuore la vita e la missione ecclesiali, ma anche a coloro che talvolta senza troppa conoscenza problematizzano pregiudizialmente la realtà ecclesiale, si segnala per la centralità dell&#8217;argomento in questione &#8211; il rapporto tra Cristo e la Chiesa -, per la puntuale analisi dei documenti, condotta senza indulgere in troppi tecnicismi. </em>(S. Mazzolini, in La Civiltà Cattolica 3807 del 07/02/09).</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Un nuovo luogo di culto a Caorle: il Patriarca consacra la chiesa intitolata a Papa Roncalli</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2009 18:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicati stampa]]></category>
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		<category><![CDATA[chiesa]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni XIII]]></category>
		<category><![CDATA[preghiera]]></category>

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		<description><![CDATA[Verrà consacrata domenica 21 giugno alle 10 dal patriarca di Venezia, Angelo Scola, la nuova chiesa della Parrocchia della Croce Gloriosa di Porto Santa Margherita e Brian (Caorle).
La nuova chiesa, intitolata a Papa Giovanni XXIII (la prima pietra della costruzione proviene proprio dalla casa di papa Roncalli), di forma quadrangolare (circa 22 x 21 metri) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Verrà consacrata <span style="text-decoration: underline;">domenica 21 giugno alle 10</span> dal patriarca di Venezia, Angelo Scola, la nuova chiesa della Parrocchia della <strong>Croce Gloriosa di Porto Santa Margherita e Brian</strong> (Caorle).</p>
<p style="text-align: justify;">La nuova chiesa, intitolata a Papa Giovanni XXIII (la prima pietra della costruzione proviene proprio dalla casa di papa Roncalli), di forma quadrangolare (circa 22 x 21 metri) ha una grande sala centrale che sarà utilizzata per le celebrazioni in estate, quando l&#8217;affluenza è elevata, ed un&#8217;altra sala, più piccola per le celebrazioni invernali.<span id="more-1094"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Pregevoli le vetrate che illumineranno l&#8217;edificio: raffigureranno immagini sacre del vecchio e nuovo testamento. Il grande porticato, che porta all&#8217;ingresso della chiesa, nella stagione estiva diventerà una prosecuzione dell&#8217;unica navata della chiesa. Oltre alla chiesa sono stati costruiti il campanile (alto circa 22 metri) ed altri edifici necessari per la vita della parrocchia: la canonica, la sacrestia, il patronato, una sala parrocchiale capace di ospitare almeno 80 persone e tre sale per la catechesi.<br />
Tutti i locali sono comunicanti e si affacciano su un chiostro che verrà abbellito con una fontana. Alle spalle del complesso religioso troverà posto infine un campo sportivo.</p>
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