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	<title>Angelo Scola &#187; Commenti agli interventi del Patriarca</title>
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		<title>&#8220;Cercando il bell&#8217;amore&#8221;. Marina Terragni su &#8220;Bell&#8217;amore e sessualità&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Jul 2010 08:48:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">CERCANDO IL BELL&#8217;AMORE &#8211; Si propone qui di seguito un articolo di Marina Terragni, pubblicato su<em> <a href="http://www.ilfoglio.it/" target="_blank">Il Foglio</a></em><a href="http://www.ilfoglio.it/" target="_blank"> </a>il 21 luglio 2010. Una riflessione, questa proposta dalla giornalista, che  prende vita dal discorso del Redentore del Patriarca, &#8221;<a href="http://angeloscola.it/2010/07/18/bellamore-e-sessualita-redentore-2010-il-discorso-del-patriarca/" target="_self">Bell&#8217;amore e sessualità&#8221;.</a></p>
<p style="text-align: justify;">La prima cosa che ho pensato, leggendo il discorso del Patriarca Angelo Scola ai veneziani per la bella festa del Redentore, è che il puro sesso è davvero un pessimo investimento. Sempre che esista un sesso in questo supposto stato di “purezza”: il nostro ambiente naturale è il simbolico; per noi, bizzarri animali, le cose, e perfino gli istinti, cominciano a essere solo dal momento in cui gli diamo un nome.</p>
<p style="text-align: justify;">“Normati” e costretti per la vita, anche da vecchi, a rincorrere quel piacere momentaneo; un sacco di energie spese per allestire fuggevoli rendez-vous. Ma fin dai primi e provvisori bilanci esistenziali, ti rendi conto che è già un successo se di quelle circostanze roventi te ne ricordi un paio.<span id="more-4071"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un tempo il consumismo sessuale tentava solo l’umanità maschile. Gli si davano altri nomi –collezionismo, dongiovannismo- e forse, tutto sommato, qualcosa di sacro resisteva. Oggi il sesso è dappertutto, nella triste e diffusa provincia dei ragionieri scambisti e dei sabati al privé. Ma se il sesso è dappertutto, come dice Charles Melman, allievo di Lacan, vuole dire che non è più al centro. E questo è un guaio per la nostra identità.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi anche l’umanità femminile si dà al raunch e alla caccia grossa, “liberata” nel corso della cosiddetta rivoluzione sessuale, storico imprinting dell’omologazione tra i sessi. E allora, ti dicono tanti ragazzi, meglio una bella partita di pallone, una sgambata in montagna, casomai una sbronza nel week-end. E tocca a un cardinale ricordarci che cos’è il desiderio, il godimento, il “bell’amore”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sera a cena due di questi ragazzi, due ventenni fatti con il pennello e assediati da fanciulle con il piercing ombelicale, mi dicono che di tutto questo ne hanno abbastanza. Che vorrebbero qualcosa di diverso, qualcosa che duri, un’amica, una consolazione, una carezza, un progetto. Una con cui puoi parlare di tutto, perfino di figli, perché dicono di volerne due o anche tre, non come noi baby boomer che ci siamo sterilizzati in tutti i modi possibili. Ma dicono anche che “di ragazze così non se ne trovano”, consapevoli del fatto che se per loro sarà difficile trovare un posto fisso, figuriamoci un amore fisso. Poi non chiediamoci perché si sbronzino.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Patriarca vive nel celibato sacerdotale, ma la relazione, il legame, il matrimonio, il “caso serio dell’amore” sono da molto tempo al centro del suo magistero. In cerca di quella ragionevole felicità che si incontra solo quando si smette di credere nell’individuo irrelato, triste chimera che ci sta divorando e che oggi seduce più le donne, neofite dell’individualità, che gli uomini. Convinte di poter fare tutto da sole, lavoro, casa e anche figli, da tirare su senza l’ingombro di un padre, tendono a diventare loro stesse la copia conforme di quegli uomini da cui si tengono accuratamente lontane. Il rischio dunque è che l’esito di quella millenaria “perversione” dei rapporti tra i sessi (giudizio inequivoco di Joseph Ratzinger) che è stato il dominio dell’uomo sulla donna, sia una perversione ben più subdola e sottile, una nuova e più perfetta forma di dominio: l’asservimento delle donne al modo maschile di concepire la sessualità, le relazioni, il lavoro, il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il concetto di emancipazione trattiene in sé e ipostatizza l’idea della schiavitù.</p>
<p style="text-align: justify;">La donna ha sempre tenuto il posto dell’altro, e gli ha sempre fatto spazio in sé. Ma se anche lei si scorda vendicativamente di questo, se non vuole più essere l’Altra ed elimina l’Altro dalla sua strada, se non è più lì a testimoniare con il suo corpo schiuso quella radicale apertura che è il soggetto umano, inestricabile dal suo oggetto (certa psicoanalisi è giunta a parlare di oggetti-sé), quel dinamismo spirituale che nell’esperienza della maternità diventa carne, chi lo farà al suo posto suo?</p>
<p style="text-align: justify;">Viviamo in un affascinante tempo di lotta tra l’epica dell’individuo e il “bell’amore” di cui ci parla Scola, quella relazionalità che ci segna fin nella nostra fisiologia più minuta, e che neuroscienze e scienza sociale, da Giacomo Rizzolatti a Jeremy Rifkin, classificano come empatia. In questa lotta la questione della differenza sessuale e del rapporto con il nostro primo altro -l’uomo per la donna, e la donna per l’uomo- è un passaggio decisivo. Oggi il lavoro grosso tocca agli uomini, che devono abdicare dall’assoluto e riconoscersi come differenza, alla ricerca di un’identità maschile che rinunci al dominio; ma anche per le donne c’è molto da fare. Prima di tutto riscoprire che “la maternità è il viaggio”, come diceva Carla Lonzi, geniale pioniera di quel femminismo della differenza che il Patriarca mostra di conoscere bene.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte parti del suo bel discorso per il Redentore si prestano a essere lette in chiave di appello a un femminile minacciato di estinzione, che lui vede incarnato soprattutto nell’avventura di Maria, a cui ha dedicato il suo ultimo libro. Anche là dove parla del consumismo sessuale, di quella “smania del tutto e subito” radicata nella paura della morte. Il paradosso è questo: che per sfuggire alla morte ci manteniamo al suo cospetto per tutto il tempo. Che per paura di morire anticipiamo la morte scegliendo la solitudine, e mandiamo a morte le relazioni, o meglio non le facciamo neanche nascere, e non facciamo nascere più nulla. Ma questo tenersi lontani dalla nascita, categoria cara ad Hannah Arendt (e lontani dalla rinascita cristiana, mediante la Resurrezione, in una vita non più minacciata dalla morte), non può forse essere letto come eccesso di maschilità del mondo?</p>
<p style="text-align: justify;">Scola conclude parlando di castità, e riconducendo il termine al suo significato originario, che non è quello di privazione, ma vuole semplicemente dire “tenere pulito, in ordine”, attività che le donne hanno sempre praticato con pazienza meticolosa. Il senso di questa misura e di questa regola ce lo portiamo misteriosamente dentro, come un’impronta indelebile. Perfino certi sesso-dipendenti, tipo David Kepesh e altri disperati protagonisti dei romanzi dello spiritualissimo Philip Roth, con il loro disordine compulsivo non fanno altro che testimoniare la struggente mancanza del “bell’amore”, agitandosi intorno al vuoto scavato dalla mancanza di Dio.</p>
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		<title>Filo diretto, Mons. Cilia su amore e celibato</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 12:07:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[FILO DIRETTO – Viene pubblicata qui di seguito la riflessione di Mons. Lucio Cilia, rettore del seminario del Patriarcato di Venezia, proposta in occasione del “filo diretto” curato da BluRadio Veneto lunedì 19 luglio durante il quale alcune personalità hanno commentato il discorso del Redentore  del Patriarca. (il testo sbobinato non è stato rivisto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">FILO DIRETTO – Viene pubblicata qui di seguito la riflessione di Mons. Lucio Cilia, rettore del seminario del Patriarcato di Venezia, proposta in occasione del “filo diretto” curato da <a href="http://bluradioveneto.it/" target="_blank">BluRadio Veneto</a> lunedì 19 luglio durante il quale alcune personalità hanno commentato il discorso del Redentore  del Patriarca. (il testo sbobinato non è stato rivisto dall’autore):</p>
<p style="text-align: justify;">Il Patriarca riconosce che c&#8217;è un&#8217;esperienza di fragilità anche nella vita della sessualità tra le persone che credono in Gesù. Ma la fragilità non deve spaventare né deve eliminare l&#8217;ideale grande dell&#8217;amore di cui ha parlato. Il “bell&#8217;amore” deve stare dentro al cuore delle persone anche quando sperimentano la loro fragilità. Quindi la fragilità non deve eliminare il desiderio di amare in maniera giusta,come il Patriarca ha spiegato.</p>
<p style="text-align: justify;">Ha parlato anche di timore e tremore, parlando dell&#8217;adesione alla scelta del celibato per il Regno dei Cieli e del matrimonio indissolubile, di queste scelte così impegnative perchè in esse uno deve tener conto della propria fragilità. Ma questa non deve bloccarlo. Ciascuno deve, semmai, riconoscere il proprio peccato e nello stesso tempo deve essere capace di allargare il proprio cuore a questa prospettiva grande dell&#8217;amore. Quindi sentire che il sacrificio &#8211; legato alla scelta della indissolubilità nella vita e della fedeltà &#8211; non è qualcosa che blocca la vita, ma rende l&#8217;amore più vero. Accettare il sacrificio del dono di sé nell&#8217;amore fa giungere a quella gioia e qual gaudio pieno che dura per la vita. E questo vale anche per la scelta del celibato per il Regno dei Cieli. C&#8217;è un timore tremore perchè di fronte a questo ideale così alto uno deve sempre fare i conti con la propria fragilità.<span id="more-4008"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Certamente, oggi, la nostra società fa fatica a capire queste parole. Ma come il Patriarca dice, importante è che anche noi, che le pronunciamo, cerchiamo di raggiungere le ragioni antropologiche di queste parole. Non è soltanto un imperativo morale ed etico distaccato dalle esigeneze della persona. Quando si parla della castità, di questa necessità di tenere unito l&#8217;io, di questa capacità di sacrificio, non lo si fa perchè si ha quasi la volontà di complicare la vita ma perchè si riconosce che questa è la strada per giungere alla gioia vera, al gaudium, al quale il Patriarca fa riferimento nel suo discorso. Che cosa vuol dire? Vuol dire che, parlando per esempio  dei giovani che scelgono la via del celibato sacerdotale, non è che lo scelgano per un motivo funzionale, perchè siano più liberi per il servizio nella Chiesa. Questo sarebbe un motivo insufficiente che non sostiene poi la fatica e la capacità di sacrificio.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò non si tratta soltanto di aver più tempo o essere “più libero da”. Certamente un prete testimonia anche questa libertà nel servizio ma c&#8217;è una ragione più profonda che lo sostiene: seguire Gesù che è stato celibe, che non ha avuto una famiglia, che non ha generato secondo la carne. Ma la ragione che spinge un giovane a vivere questo ideale è proprio l&#8217;aver sperimentato quella promessa che Gesù ha fatto: chi abbandona famiglia, padre, madre per me, riceverà un centuplo nella relazione con i fratelli e le sorelle. Ha sentito che di fatto il sacrificio gli apre un&#8217;opportunità di amore, di relazione, di relazione profonda che  sostiene. Perchè nessuno può vivere senza affetto, nessuno può vivere senza esercitare la propria capacità di amare. Ma la convinzione è che il sacrificio, la rinuncia per il Regno piuttosto che per la moglie, per il marito, la rinuncia alla propria vita per donarsi, è una strada che dà forza all&#8217;io, lo rende più convinto, lo rende più gioioso. Per questo il Patriarca anche alla fine dell&#8217;omelia parlava delle coppie che alla fine della messa o della visita pastorale vanno da lui e pieni di gioia dicono: “sono cinquant&#8217;anni anni che siamo sposati”, “sono sessent&#8217;anni che siamo sposati”. Questa vita di fedeltà alla fine è feconda. E&#8217; feconda proprio di umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">La differenza sessuale non si può negare perchè sarebbe falso e sarebbe impossibile. Quindi, che cosa vuol dire accettare questa differenza? Vuol dire riconoscere innanzitutto che uno non è completo in sè stesso ma che ha bisogno di relazione, ha bisogno di uscire da sé stesso. Questo è innanzitutto il messaggio della differenza sessuale: nessuno si compie da solo, nessuno può darsi la gioia da solo. Inoltre è necessario anche, per colui che sceglie il celibato, il confronto, con la donna, con il mondo femminile. Certo dentro l&#8217;ottica del dono totale al Signore. Io credo che sia molto significativa questa espressione in un mondo che spesso presenta cattivi modelli e dove noi dovremmo essere capaci di far emergere invece la positività della proposta cristiana.</p>
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		<title>Filo diretto, Antonia Arslan riflette su amore e sacrificio</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:02:25 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[FILO DIRETTO – Viene pubblicata qui di seguito la riflessione della scrittrice Antonia Arslan proposta in occasione del “filo diretto” curato da BluRadio Veneto durante il quale alcune personalità hanno commentato il discorso del Redentore  del Patriarca. (il testo sbobinato non è stato rivisto dall’autore):
L&#8217;amore come bellezza capace di far scaturire il bello dall&#8217;altro è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://angeloscola.it/files/2010/07/Arslan.jpg" rel="lightbox[3996]"><img class="alignleft size-full wp-image-4030" title="Arslan" src="http://angeloscola.it/files/2010/07/Arslan.jpg" alt="" width="150" height="165" /></a>FILO DIRETTO – Viene pubblicata qui di seguito la riflessione della scrittrice Antonia Arslan proposta in occasione del “filo diretto” curato da <a href="http://bluradioveneto.it/" target="_blank">BluRadio Veneto</a> durante il quale alcune personalità hanno commentato il discorso del Redentore  del Patriarca. (il testo sbobinato non è stato rivisto dall’autore):</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;amore come bellezza capace di far scaturire il bello dall&#8217;altro è un tema estremamente stimolante. Il tema della bellezza coniugato a quello dell&#8217;amore è un tema pieno di implicazioni, pieno di strade parallele che ci riconducono tutte a una realtà, l&#8217;amore. Spesso amore, come lo si intende oggi, è una forma scarnificata, deprivata, povera dell&#8217;amore. E&#8217; stato buttato via il bambino, come si dice, “con l&#8217;acqua del bagno”. Certe forme di liberalizzazione, anche sessuale, erano anche utili, auspicabili in certe occasioni, o cancellazioni di certe ipocrisie hanno portato con sé questa povertà attuale. Una povertà che nega proprio il concetto di bellezza, l&#8217;idea della bellezza dell&#8217;altro. Proprio nella “<em>Masseria delle allodole</em>”, quello è un tema che corre lungo tutto il libro, anche se non è in primo piano, perchè naturalmente in primo piano c&#8217;è la tragedia, la persecuzione e la fine del popolo armeno. Ma il tema dell&#8217;amore fra i due protagonisti, il mio prozio Senbat e la moglie Sushaniti, invece, è un vero amore coniugale, un tipo di amore di cui oggi non si parla più, non si parla mai, ma che è pieno di implicazioni, di ricchezza e, se bene inteso, vede proprio nell&#8217;altro il completamento di sé stessi e la bellezza e crea una bellezza nuova che si percepisce intorno. Tutti noi abbiamo visto delle volte delle coppie antiche, che sono insieme da tanti anni e che miracolosamente non danno quell&#8217;impressione di ammuffito o di prevalenza di vecchie abitudini, ma che danno l&#8217;idea di qualche cosa che, in qualche modo, riposa su una solida intesa ,che è una continua creazione. Secondo me è proprio creazione di bellezza. La fatica c&#8217;è, ma è una fatica che diventa, appunto, come la fatica del creatore: si suda, ci si stanca, ogni tanto si prenderebbe a pugni la propria opera, ma alla fine la si compie.<span id="more-3996"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ecco, il Patriarca nel suo discorso cita anche più volte la parola “sacrificio”. Fatica e sacrificio, appunto, nella costruzione e nel mantenimento di questo amore, ma solamente attraverso il sacrificio c&#8217;è poi il compimento di sé. La parola “sacrificio” è una parola che oggi sembra fuori moda ma che in realtà è estremamente praticata, per esempio, da tutti coloro che vogliono ottenere un risultato in una disciplina agonistica. A quanti sacrifici si sottopone una ragazzina, per esempio, come una giovane liceale che io conosco bene, che fa anche danza ritmica e che riesca a fare tutt&#8217;e due con una quantità di sacrifici, di stanchezza aggiunta a quello che è il suo lavoro di studente. Qualsiasi campione te lo può dire, no? Quanta fatica, quante ore e ore di allenamento. Allora perchè questa parola diventa, nel campo dei sentimenti, come qualcosa di ammuffito e di obsoleto? Ma è ovvio, tutti facciamo qualche sacrificio. Se tu aspetti l&#8217;amata di cui sei innamorato, sotto un albero, e questa ritarda, tu ti stanchi a stare in piedi, fai un piccolo sacrificio per lei, piccolo o grande. E&#8217; una parola che, appunto, è stata cancellata da questa visione riduttiva, solipsistica e amara, possiamo dire, del sentimento e dell&#8217;amore.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ho usato per caso la parola “amaro”. E&#8217; un&#8217;amarezza alla fine questa ripetizione che non si esaurisce mai, ma che diventa in qualche modo una specie di catena vincolante. Ma l&#8217;esistenza non passa attraverso il puro atto sessuale, altrimenti sarebbe tutto così triste. Noi abbiamo una quantità di dimensioni meravigliose nel cuore. L&#8217;atto sessuale è importantissimo, è una forza che muove la vita ma non può essere una forza solipsistica. Il compito allora della letteratura contemporanea in questo campo è smettere di guardarsi l&#8217;ombelico. Il lavoro dello scrittore è come un artigianato, proprio perchè è paziente, deve continuamente anche aprirsi. Se tu badi solo a te stesso e ai mille movimenti delle tue emozioni, in pratica, ti limiti fortemente, ti autocensuri in quello che puoi o potresti fare. Anche se racconti di cose pratiche, anche se racconti di eventi che sono in sé tragici, essendo tu, essere umano, che attraverso i tuoi personaggi attraversi questa storia, in qualche modo, porti la tua umanità e se la neghi, anche il lettore magari ti legge, ma poi si stufa. L&#8217;anno scorso quando sono stata ammalata mi è capitato di sentire proprio su di me, questa volta ne ero io il centro, l&#8217;amore di tante persone, l&#8217;affetto che mi circondava, che mi aiutava ed è stato un&#8217;esperienza straordinaria che mi ha cambiato in profondità.</p>
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		<title>&#8220;Filo diretto&#8221;, la Prof.ssa Eugenia Scabini riflette sulla differenza sessuale</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jul 2010 09:29:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[FILO DIRETTO &#8211; Come ogni anno Bluradio Veneto ha trasmesso &#8220;filo diretto,&#8221; un programma durante il quale alcune personalità commentano i passaggi della relazione del Patriarca.
Viene oggi pubblicato l&#8217;intervento della Prof.ssa Eugenia Scabini direttrice del Centro Studi e Ricerche sulla famiglia. Università Cattolica del Sacro Cuore (il testo sbobinato non è stato rivisto dall&#8217;autore):
In un momento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://angeloscola.it/files/2010/07/eugenia-scabini.jpg" rel="lightbox[3983]"><img class="alignright size-medium wp-image-4028" title="eugenia-scabini" src="http://angeloscola.it/files/2010/07/eugenia-scabini-262x300.jpg" alt="" width="157" height="180" /></a>FILO DIRETTO &#8211; Come ogni anno <a href="http://bluradioveneto.it/eventi-news/bellamore-e-sessualita-discorso-patriarca-scola" target="_blank">Bluradio Veneto</a> ha trasmesso &#8220;filo diretto,&#8221; un programma durante il quale alcune personalità commentano i passaggi della <a href="http://angeloscola.it/2010/07/18/bellamore-e-sessualita-redentore-2010-il-discorso-del-patriarca/" target="_self">relazione del Patriarca</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Viene oggi pubblicato l&#8217;intervento della Prof.ssa Eugenia Scabini direttrice del Centro Studi e Ricerche sulla famiglia. Università Cattolica del Sacro Cuore (il testo sbobinato non è stato rivisto dall&#8217;autore):</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In un momento di smarrimento dell’uomo e della donna, della famiglia in questo momento, ci aiuti lei a capire come va intesa la “differenza sessuale”. </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Innanzitutto vorrei dire che il Cardinale è stato molto coraggioso a mettere in primo piano questo tema della differenza che io oserei dire è un tabù nel senso che se ne parla per nasconderla, cioè per dire che non c’è. Possiamo dire con un’espressione così, se mi si consente, la differenza è diventata indifferente oggigiorno, siamo indifferenti di fronte alla differenza: una cosa vale l’altra, fa lo stesso essere maschi o femmine o entrambi, una cultura vale l’altra, una religione vale l’altra; la differenza tende ad essere annullata. E’ diverso da dire che queste cose hanno pari dignità, qui non ci piove, ovviamente hanno pari dignità. Ma quello che viene negata è appunto la differenza, cioè la specificità. Allora, all’origine di questo proprio strano appiattimento della differenza &#8211; in un mondo che invece è molto sensibile agli aspetti specifici di ciascuno &#8211; c’è una grande paura. Io me la figuro così: intanto la paura originaria è che la differenza, soprattutto la differenza sessuale, è un dato; non può essere scelta, quanto meno non può essere scelta dal soggetto che nasce. Uno può pensare che in un futuro i genitori possano scegliere se avere un figlio maschio o un figlio femmina, ma chi nasce non può scegliere il suo sesso, non può scegliere la famiglia dove nasce, non può scegliere i suoi genitori, è dipendente da questa sua struttura.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ed è questo che fa paura?</strong> <span id="more-3983"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Questo fa paura perché il mondo odierno è un mondo centrato sul controllo, noi pensiamo di poter controllare tutto. Ciò che sfugge al nostro controllo viene temuto. C’è molto poco l’idea che c’è un’attrattiva a ciò che sfugge al nostro controllo, cioè un’attrattiva di un dato, di una misteriosità di qualche cosa che vado a ricercare, piuttosto la parola è “controllo”. Quindi, questa fa a pugni con l’idea che tutto possa essere controllato e tutto possa essere soggetto alla scelta della persona. Allora forse possiamo andare un tantino indietro e dire che comunque questo tema della differenza, che oggi ci vede protagonisti in difficoltà, è sempre stato un tema, a dire il vero, molto difficile da affrontare. Come l’hanno affrontato in fondo i secoli passati, la storia da cui veniamo, i greci, fino ai nostri giorni? Dal punto di vista di ridurre la differenza uomo-donna secondo la categoria della subordinazione: un sesso più forte dell’altro. Già i greci dicevano che la nascita era legata al seme maschile, che la donna non serviva ad altro che per l’utero, per contenere il seme, non dava niente di attivo. Come dire, la figura di una passività totale. Ma possiamo avere milioni di esempi di questa subordinazione dell’uomo e della donna che vige anche oggigiorno in molti paesi; le donne, le bambine vengono eliminate. Allora, la subordinazione è un modo per negare la differenza ma in modo chiaro, cioè un sesso domina sull’altro. L’altra figura, più vicina a noi, che è stata di moda, era quella della complementarietà. Cioè degli stereotipi che ti dicevano, in fondo, “l’uomo ha da essere forte, aggressivo, competitivo sull’esterno ed è complementare alla donna che invece ha da essere dolce, debole, da proteggere”. Questa seconda figura, molto più adeguata della prima, aveva una funzione rassicuratrice; ma io penso che per la mia generazione la differenza rassicurava. Uno si aspettava che l’uomo fosse differente da me nel suo comportamento, non ricercavo la somiglianza, ricercavo proprio una differenza. La situazione odierna è molto centrata invece sulla categoria della simmetria, dobbiamo essere simmetrici, cioè qualsiasi diversità dell’uno dall’altro costituisce un problema o un possibile sopruso dell’uno o dell’altro. Ecco, questa categoria rende molto difficile pensare la differenza in senso positivo, la mette sempre in senso sottilmente competitivo oppure uno sta con l’altro se l’altro è il prolungamento di sé. Ecco, io trovo che è questa la nostra grossa difficoltà attuale di concepire la differenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Alcuni neuro scienziati, e nel suo discorso il Patriarca fa un accenno a questa categoria, dicono che si tratta di una differenza biologica .</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Che tutte le differenze umane abbiano un principio biologico, questo è del tutto lapalissiano, l’uomo è anima e corpo e certamente, quanto più sofisticati si fanno gli esperimenti, tu trovi dei correlati biologici a qualsiasi tua azione, a qualsiasi tuo stato. Ma quello di ridurre tutto al biologico, questo è un salto assolutamente inaccettabile. Tra l’altro devo dire che tutti questi studi fanno vedere molto lo stadio dell’innamoramento perché è lo stadio nel quale le persone hanno una condizione emotiva molto forte nel quale si rilevano molto questi tipi di differenziazione. Ma in realtà il problema delle relazione tra i sessi e tra le persone non è solo l’innamoramento ma il passaggio dall’innamoramento all’amore che è il passaggio fondamentale, da questo stato di prima passionalità che fa vedere l’altro molto come simile a sé, è proiettivo di sé, al passaggio all’amore in cui l’altro è appunto altro, si rivela nella sua differenza &#8211; distanza da me &#8211; e io lì devo costruire una relazione effettiva. Curioso che questo passaggio, che è quello poi fondamentale che costituisce poi la trama delle relazioni familiari, viene totalmente messo in un angolo e tutti vanno a parlare solo di questo primo elemento che è quello introduttivo alla grande avventura dell’amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In chiusura, Professoressa, il Patriarca fa anche un continuo richiamo al “governo di sé”, proprio per attuare questo passaggio, dall’innamoramento all’amore.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un fatto importantissimo, decisivo. Il Patriarca ha trovato un punto importantissimo. “Governo di sé” legato alla cultura del “tutto subito”. Guardate, questo noi lo vediamo stando con i giovani in una maniera veramente rispetto allo stesso tema sessuale perché è proprio una cultura del “tutto subito” che “consuma” l’altro, che usa l’altro per soddisfare sé e quindi non arriva mai all’altro. Si vede in tutte le relazioni questo strano modo di vedere l’altro come specchio di sé come prolungamento di sé, si vede anche nella relazione genitori – figli. L’altro nella sua alterità, nella sua misteriosa alterità viene totalmente negato e quindi viene negato il legame. La vera parola che potremmo riprendere è la “cura” del legame. La cura dell’altro è la cura del legame con l’altro e coincide con la cura di me stesso perché io sono fatto dei legami più significativi ma la parola “legame”, la parola “relazione” è una parola totalmente assente dal nostro universo culturale e affettivo.</p>
<p style="text-align: justify;"> </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Le scelte della politica non spiegano il mistero del dolore: il commento di Maurizio Sacconi</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2009 08:42:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riportiamo il commento di Maurizio Sacconi, Ministro del  Welfare, pubblicato da Il Gazzettino domenica 26 luglio, al Discorso del Redentore pronunciato dal card. Scola:
&#8220;Il Patriarca di Venezia ha opportunamente voluto dedicare la sua omelia in occasione della Festa del Redentore al senso e al valore della vita. Si tratta di temi che impegnano anche i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="sacconi" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/3768453257/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2644/3768453257_731f00aa63_m.jpg" alt="sacconi" width="224" height="199" /></a>Riportiamo il commento di Maurizio Sacconi, Ministro del  Welfare, pubblicato da Il Gazzettino domenica 26 luglio, al Discorso del Redentore pronunciato dal card. Scola:</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il Patriarca di Venezia ha opportunamente voluto dedicare la sua omelia in occasione della Festa del Redentore al senso e al valore della vita. Si tratta di temi che impegnano anche i decisori istituzionali chiamati a nuove responsabilità dalle crescenti evoluzioni della scienza e dai conseguenti interrogativi posti dal rapporto tra essa e l&#8217;etica.<br />
La prima, semplice osservazione del Cardinale è quella decisiva, che va al cuore dell&#8217;esperienza cristiana: non esiste una teoria adeguata a spiegare il mistero del dolore.<span id="more-1365"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Neppure Colui che è venuto in suo nome sulla terra &#8211; per chi crede &#8211; ce ne ha lasciata una. Perché non sono mai le parole a consolare dal dolore, e neppure a spiegarne fino in fondo il senso, il significato che può avere nella vita di ciascuno di noi. L&#8217;unica certezza è quella che, sicuramente, ognuno di noi farà esperienza di dolore su questa terra, se non altro perché ognuno di noi affronterà, inevitabilmente, la propria morte.<br />
Non esiste una teoria, e infatti il dolore più grande non è quello fisico, ma quello dell&#8217;abbandono. Quando si sta male fisicamente avere qualcuno vicino che stringe una mano è già consolante, aiuta a sopportare. L&#8217;uomo dolorante è l&#8217;uomo abbandonato, tanto che neppure i cadaveri, dopo morti, vengono lasciati soli. Quindi per spiegare il dolore, e per lenirlo, ciò che serve non è una teoria, ma un&#8217;esperienza di condivisione, di compagnia, dentro l&#8217;esperienza del dolore. Gesù Cristo non ci ha spiegato il dolore, l&#8217;ha patito insieme a noi, e con questo ce ne ha dato un senso, misterioso, ma allo stesso tempo con un&#8217;indicazione chiara: da soli non siamo capaci di affrontarlo, di starci davanti.<br />
Questo non significa certamente che non dobbiamo alleviare le pene di chi soffre; dalle cure palliative &#8211; delle quali si è occupato il Governo con un finanziamento annuale di 100 milioni e per le quali il Parlamento sta varando un provvedimento specifico &#8211; al supporto ai malati nel fine vita, ma anche nel sostegno ai più fragili dal punto di vista sociale. La politica e la legge sono innanzitutto chiamate a tutelare i deboli, i fragili, coloro che da soli non ce la fanno.<br />
Tra costoro si collocano le persone in «stato vegetativo persistente», la cui condizione è ben lontana da quella di coloro che sono in condizione di morte cerebrale. Nel primo caso sussistono le funzioni vitali e una certa attività cerebrale. Nel secondo caso tutto questo manca al punto che è consentito ed è eticamente riconosciuto l&#8217;espianto degli organi ai fini di un loro trapianto in un&#8217;altra persona. Come opportunamente ricorda il Patriarca si tratta di persone fortemente disabili per le quali alimentazione e idratazione costituiscono bisogni vitali non negoziabili e che devono essere ancor più garantiti nel momento in cui non sono in grado di provvedere a se stesse. Alla luce del provvedimento giudiziario «creativo» che ha consentito di condurre a morte Eluana Englaro deve essere ora completato l&#8217;iter della legge sulla regolazione della fine di vita in termini tali da distinguere l&#8217;accanimento terapeutico da ciò che non costituisce terapia. Il Governo su questo punto si è pronunciato con decisione unanime del Consiglio dei ministri secondo contenuti condivisi dal Senato e, ci auguriamo, prossimi ad essere condivisi anche dalla Camera dei Deputati.<br />
Nell&#8217;attraversare questa grande transizione, la nostra società, resa insicura e disorientata dai cambiamenti epocali che la caratterizzano, ha la necessità di apprezzare il senso e il valore della vita quale premessa per ritrovare in sé le motivazioni di un rinnovato vitalismo economico e sociale. E&#8217; difficile pensare che una comunità pervasa da una visione scettica della vita possa essere capace di generare una nuova stagione di sviluppo umano.<br />
Tutto ciò non significa peraltro che la migliore soluzione politica sia in grado di risolvere il problema ultimo del dolore. Potrà solo spostarne i confini. Sta a noi riconoscere il mistero del dolore all&#8217;interno dell&#8217;esperienza umana e avere l&#8217;onestà di stare laicamente davanti alle domande che questa esperienza ci pone.</p>
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		<title>Non sarà la scienza a salvarci: l&#8217;analisi di Eugenia Roccella</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Jul 2009 06:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sofferenza, il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Eugenia Roccella, Sottesegretario di Stato al Lavoro, alla Salute e alle Politiche sociali, pubblicato da Il Gazzettino del 27/07/2009.
&#8220;L&#8217;esperienza del dolore è sempre stata la più misteriosa e contraddittoria [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="roccella" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/3769252612/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2657/3769252612_c4093ddcaf_m.jpg" alt="roccella" width="155" height="232" /></a>La sofferenza, il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Eugenia Roccella, Sottesegretario di Stato al Lavoro, alla Salute e alle Politiche sociali, pubblicato da Il Gazzettino del 27/07/2009.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;L&#8217;esperienza del dolore è sempre stata la più misteriosa e contraddittoria della condizione umana, il muro contro cui si sono infrante tutte le spiegazioni razionali, e tutti i tentativi di affermare l&#8217;orgogliosa autosufficienza dell&#8217;individuo. Non c&#8217;è un&#8217;etica laica in grado di dare senso al dolore, non c&#8217;è che il grido disperato contro il Dio che è morto, o la rassegnazione all&#8217;assoluta casualità dell&#8217;essere qui, confortata al massimo da una consapevolezza dignitosa e sommessamente eroica. Oggi anche questa consapevolezza leopardiana tende ad affievolirsi, e prevale la volontà di scansare il problema: sempre giovani, in buona salute, attivi e disposti al consumo, speranzosi nelle infinte possibilità della tecnoscienza, allontaniamo il pensiero della morte e affidiamo il dolore, anche quello interiore, ai farmaci. Solo la Croce è rimasta a ricordare a tutti che l&#8217;uomo è impastato di sofferenza, solo il simbolo del divino è rimasto a testimoniare i limiti dell&#8217;umano.<span id="more-1360"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La grandezza del cristianesimo, che il Patriarca di Venezia illumina con questo discorso, è proprio nel rovesciamento di ogni canone del sacro, nella condivisione assoluta dell&#8217;esperienza del dolore umano da parte del figlio di Dio. Gesù ha sperimentato la sofferenza fisica estrema, ma anche l&#8217;estrema sofferenza morale, quella dell&#8217;abbandono, della solitudine, della mancanza d&#8217;amore. Ed è questo, che noi siamo chiamati a fare nella nostra esistenza: a condividere le nostre e le altrui sofferenze nelle relazioni di amore e fratellanza. Il dolore non si può eliminare, ma si può lenire e consolare, così come il male si può riparare. Non sarà la scienza, spesso ormai accompagnata da un&#8217;enfasi ingenuamente miracolistica e assai poco scientifica, a salvarci dalla morte e dal dolore, nemmeno manipolando e trasformando radicalmente l&#8217;umano: è illusoria la prospettiva di una sconfitta assoluta del dolore, che resta parte profonda di noi, capace di produrre creatività e di fecondare il nostro pensiero e la nostra azione.</p>
<p style="text-align: justify;">Una buona legge sulle cure palliative, come quella che la Camera sta preparando, finanziamenti consistenti e vincolati, come quelli che il governo ha già destinato allo scopo, sono testimonianza di civiltà e di un&#8217;attenzione doverosa verso i malati più fragili. Non c&#8217;è, nella nostra esistenza, momento più intimo, e insieme più esposto, di quello in cui la morte si avvicina, e in cui siamo inermi, affidati alle relazioni personali e a quelle sociali. Strutturare una rete efficiente di cure palliative, combattere il dolore è un obiettivo che qualifica l&#8217;organizzazione sanitaria, e verifica la capacità della politica di rispondere ai bisogni dei cittadini. Ma la battaglia per il diritto a morire non ha niente a che fare con il sollievo del dolore: è una battaglia tutta ideologica, per affermare da una parte l&#8217;assoluto diritto all&#8217;autodeterminazione, dall&#8217;altra l&#8217;idea della &#8220;qualità della vita&#8221; come standard oggettivo, che lascia fuori la malattia e la disabilità.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è casuale che i testamenti biologici raccolti su Internet siano in grande maggioranza di giovanissimi in ottima salute, convinti però che sia meglio morire che vivere in condizioni di disabilità, e che la vita è un bene come un altro, a nostra totale disposizione. Dobbiamo quindi stare molto attenti, come legislatori, affrontando il nodo delle Dichiarazioni anticipate di trattamento, a tracciare un confine netto tra la libertà del paziente di rifiutare un trattamento medico e il diritto a morire. Raccogliamo, su questo tema, l&#8217;invito alla prudenza espresso dalla Cei e ribadito nel suo discorso dal Cardinale Scola: varcare quel confine vuol dire consegnare l&#8217;uomo al freddo della solitudine, che nessuna rivendicazione di diritti può scaldare.&#8221;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;azione della medicina è autentica solo se proposta all’interno di una visione integrale dell’uomo: l&#8217;opinione di Gian Luigi Gigli</title>
		<link>http://angeloscola.it/2009/07/28/lazione-della-medicina-e-autentica-solo-se-all%e2%80%99interno-di-una-visione-integrale-dell%e2%80%99uomo-lopinione-di-gian-luigi-gigli/?utm_source=rss&amp;utm_medium=rss&amp;utm_campaign=lazione-della-medicina-e-autentica-solo-se-all%25e2%2580%2599interno-di-una-visione-integrale-dell%25e2%2580%2599uomo-lopinione-di-gian-luigi-gigli</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Jul 2009 05:54:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Continuano le reazione del mondo intellettuale e scientifico attorno al Discorso del redentore pronunciato dal card. Scola. Proponiamo un articolo scritto da Gian Luigi Gigli, professore di Neurologia nell&#8217;Università di Udine, e pubblicato da Il Gazzettino il 25/07/2009.
&#8220;Il Discorso del Redentore, pronunciato dal Patriarca di Venezia domenica scorsa, nell&#8217;annuale ricorrenza della liberazione della città lagunare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="gian luigi gigli" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/3761945989/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2472/3761945989_fbd8086848_m.jpg" alt="gian luigi gigli" width="150" height="166" /></a>Continuano le reazione del mondo intellettuale e scientifico attorno al Discorso del redentore pronunciato dal card. Scola. Proponiamo un articolo scritto da Gian Luigi Gigli, professore di Neurologia nell&#8217;Università di Udine, e pubblicato da Il Gazzettino il 25/07/2009.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il Discorso del Redentore, pronunciato dal Patriarca di Venezia domenica scorsa, nell&#8217;annuale ricorrenza della liberazione della città lagunare dalla peste del 1576, muove da alcuni eventi che nel 2009 hanno lacerato la &#8220;spessa coltre di distrazione e di evasione con cui sovente attutiamo l&#8217;urto della realtà&#8221;. Non si è trattato solo della crisi economica, delle guerre lontane o dei fenomeni migratori, ma di eventi entrati prepotentemente nelle case degli italiani. Tragedie come il terremoto in Abruzzo e la strage di Viareggio o vicende laceranti, come quella di Eluana Englaro, &#8220;ci hanno costretto a guardare in faccia la realtà del dolore e della sofferenza&#8221;. <span id="more-1333"></span>Ancora una volta, l&#8217;uomo comune ha dovuto rendersi conto che &#8220;nella storia dell&#8217;umana famiglia l&#8217;aggressione del dolore e della sofferenza sembra non spegnersi mai&#8221;. L&#8217;incontro con la sofferenza, tuttavia, suscita interrogativi non meno pesanti per la teologia, per la medicina e per la stessa politica.</p>
<p style="text-align: justify;">La Chiesa, fin dagli inizi, ha avuto un&#8217;attenzione speciale per i luoghi di cura, consapevole che al loro interno l&#8217;uomo si confronta con le domande ultime dell&#8217;esistenza: il significato del nascere, del soffrire e del morire. Oggi, tuttavia, la sofferenza ha cambiato il volto stesso della teologia. &#8220;Il partner della teologia, infatti, sembra non essere più l&#8217;incredulo, ma l&#8217;uomo che soffre&#8221; e che a questa sofferenza non riesce più a dare un significato. Impotente a rispondere con brillanti teorie a chi, come Cristo sulla croce, lamenta l&#8217;abbandono da parte del Padre, la Chiesa, più che nel passato, è costretta a prendere consapevolezza che la risposta cristiana al mistero della sofferenza non è una spiegazione più intelligente delle altre, ma una Presenza. &#8220;La sofferenza dell&#8217;uomo, investita dall&#8217;amore del Crocifisso, può diventare a sua volta feconda&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla sofferenza, soprattutto davanti a quella di chi è incapace di riconoscerle un significato, anche la medicina è oggi costretta a ripensare il suo statuto. Il Patriarca ci ricorda che l&#8217;azione della medicina è autentica solo se è proposta all&#8217;interno di una visione integrale dell&#8217;uomo, perché benessere e dolore non sono separabili da una domanda di significato. Di fronte alla sofferenza e al dolore, soprattutto se estremi, l&#8217;uomo è sempre stato tentato dalla resa (pensando di liberarsi dell&#8217;eccesso di sofferenza col suicidio) o dalla ribellione velleitaria.  Oggi però egli è sedotto da una visione della medicina, che gli propone di usare la scienza e la tecnologia per sconfiggere il dolore e la sofferenza, rimuovendo alle radici l&#8217;interrogativo che è al cuore della domanda sull&#8217;uomo. A quest&#8217;uomo si prospetta di poter divenire padrone della salute (cui secondo l&#8217;OMS avrebbe diritto) e della stessa vita. Se non fosse per le tragedie che di tanto in tanto ci richiamano alla realtà, forse qualcuno incomincerebbe a illudersi anche di poter vincere la morte. Esiste tuttavia anche un&#8217;altra medicina, convinta &#8211; come il teologo &#8211; che la risposta sia in una presenza, capace di accompagnare chi è nel dolore, consapevole che la sofferenza ultima del malato è nell&#8217;abbandono, cioè nel sentire di non essere amato. È una medicina che non ha deliri di onnipotenza, che non sogna alcun accanimento terapeutico, ma che non rinuncia, quando è sconfitta nella sua capacità di guarire, alla sua ineliminabile e potente possibilità di prendersi cura, offrendo a chi soffre, insieme alla migliore sedazione del dolore, anche ciò di cui ha più bisogno: la compagnia e il sentirsi amato. È la medicina della palliazione che, di fronte ai suoi limiti terapeutici, non mira ad affrettare una morte con dignità, ma ritrova i fondamenti della sua missione nel &#8220;preservare la migliore qualità della vita possibile fino alla fine&#8221;. È auspicabile che il dibattito in corso nella Federazione degli Ordini dei Medici dopo il convegno di Terni porti la presidenza della FNOMCeO ad abbandonare la rivendicazione di un &#8220;diritto mite&#8221; con cui si rischia solo di minare il ruolo di garanzia che da sempre la tradizione ippocratica attribuisce al medico.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, anche la politica è stata richiamata da Scola a tener fede alla sua vocazione di servizio al bene comune, producendo un diritto forte, capace di garantire principi irrinunciabili. La responsabilità del legislatore, tuttavia, sarebbe farisaica se fosse disgiunta da una reale attenzione per chi soffre. È per questo che il Patriarca sollecita l&#8217;approvazione del disegno di legge sulle cure palliative e &#8220;tutti i mezzi finanziari affinché siano capillarmente applicabili nel nostro Paese&#8221;. Ne va della civiltà di un popolo e dell&#8217;umanità della convivenza civile.&#8221;</p>
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		<title>La risposta cristiana al dolore è la presenza di chi assiste e ama: le parole di don Corrado Cannizzaro</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 05:21:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: riportiamo qui il commento al Discorso del card. Scola di don Corrado Cannizzaro, insegnante di teologia e Bioetica allo Studium Generale Marcianum.
&#8220;I frequenti richiami a numerosi autori e il saldo aggancio alla concretezza dei grandi temi bioeticiattuali (fine vita, cure palliative&#8230;) che troviamo nel Discorso del Redentore 2009 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: riportiamo qui il commento al Discorso del card. Scola di don Corrado Cannizzaro, insegnante di teologia e Bioetica allo Studium Generale Marcianum.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;I frequenti richiami a numerosi autori e il saldo aggancio alla concretezza dei grandi temi bioeticiattuali (fine vita, cure palliative&#8230;) che troviamo nel Discorso del Redentore 2009 del card. Scola, lasciano intravedere alcuni pilastri che ne costituiscono l&#8217;ossatura portante. Quali sono? Ne abbiamo ravvisato almeno due, più una fondamentale indicazione di metodo.<br />
Il primo pilastro è costituito dall&#8217;attenzione alla persona sofferente considerata in tutta la sua complessità. «Salute e malattia riguardano sempre tutto l&#8217;io» afferma il card. Scola, e più oltre chiarisce che «benessere e dolore non sono separabili&#8230; da una domanda di senso». Così, a partire dalla lancinante richiesta di significato, emerge in tutta la sua prepotenza la questione antropologica.<span id="more-1327"></span><br />
Nulla di nuovo, dirà l&#8217;attento frequentatore del pensiero del Patriarca.<br />
Eppure proprio nel continuo richiamo alla centralità dell&#8217;uomo e del suo autentico valore sta la novità. Infatti, in un contesto bioetico in cui ci si affanna a litigare su questioni meramente procedurali o su posizioni evidentemente ideologiche, è insostituibile la voce di chi sa ricondurre l&#8217;attenzione del dibattito a ciò che veramente conta: la realtà complessa dell&#8217;uomo, il senso profondo del suo esistere, il significato autentico del vivere e del morire, dello star bene e del soffrire, grandezze ultimamente personali (non perché individuali e quindi del tutto relative, ma nel senso che toccano e coinvolgono la radice profonda di ogni uomo, ossia la persona).<br />
La bioetica, prima che di diritto o di morale, è una questione sostanzialmente antropologica.<br />
A questa profondità &#8211; ecco il secondo pilastro &#8211; si colloca l&#8217;annuncio cristiano, fondato sull&#8217;opera del Redentore: il Cristo infatti «non ha elaborato alcuna teoria per spiegare l&#8217;esistenza del dolore o della sofferenza nel mondo», egli al contrario «ha compiuto un&#8217;opera di totale immedesimazione nella sofferenza».<br />
Il nostro mondo politico e culturale è troppo spesso fautore di una bioetica da salotto, tutta intenta allo sfoggio (ipocrita) di idee e concetti. «La risposta cristiana al mistero della sofferenza &#8211; afferma il Patriarca, citando C. Saunders geniale inventrice dell&#8217;hospice per malati terminali oncologici &#8211; non è una spiegazione, ma una presenza». La risposta alla questione antropologica che attanaglia il cuore dell&#8217;uomo di oggi allora non è un discorso, ma un &#8220;essere là&#8221;, anche senza dir nulla; silenziosa ma attiva presenza che, opera, assiste, lenisce&#8230; ama. È la presenza di Cristo, l&#8217;unico Redentore che con la sua croce e risurrezione &#8211; ossia la sua feconda opera di obbedienza &#8211; ha salvato il mondo, accogliendo la sofferenza di ogni uomo. Lontano da Lui, al di fuori del suo abbraccio crocifisso, nulla più ha senso; tantomeno l&#8217;umano soffrire.<br />
Il Patriarca ci suggerisce anche il metodo più corretto per avvicinarsi a questi temi: partire dall&#8217;esperienza.<br />
Molto discretamente egli prende le mosse dalle visite ad alcuni malati gravi o gravissimi compiute durante la visita pastorale: «La questione per me si è fatta più urgente, direi indilazionabile, a partire dai volti, dagli sguardi e dalle parole, poche ma radicali, che mi sono state rivolte da loro e dai loro cari». Solo chi &#8211; come Gesù &#8211; è accanto anche silenziosamente a chi soffre può essere trafitto nel cuore e cominciare a comprendere.<br />
Allora le parole non bastano e non servono più: non c&#8217;è nulla da dire, c&#8217;è solo da imparare.&#8221;</p>
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		<title>La cura è capacità di conservazione di ciò che è umano: il parere di Giuliano Ferrara</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jul 2009 15:51:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sofferenza, il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Giuliano ferrara, direttore de Il Foglio.
(testo non rivisto dall&#8217;autore)
&#8220;Il tema del dolore, della sofferenza, non sono nuovi; tutto il Novecento è stato caratterizzato dalla riflessione su questi temi. Penso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignleft" title="giuliano ferrara" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/3754556329/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm4.static.flickr.com/3425/3754556329_3f2b9c2332_m.jpg" alt="giuliano ferrara" width="240" height="177" /></a>La sofferenza, il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Giuliano ferrara, direttore de Il Foglio.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(testo non rivisto dall&#8217;autore)</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Il tema del dolore, della sofferenza, non sono nuovi; tutto il Novecento è stato caratterizzato dalla riflessione su questi temi. Penso alla &#8220;Montagna incantata&#8221;, di Thomas Mann, pubblicato nel 1924: si svolge in un sanatorio, un luogo di sofferenza. Qui si comprende cosa sia la concezione integrale della persona umana, grazie allo scontro tra il giovane Hans Castorp, il protagonista che in questo sanatorio cerca il significato della propria vita e Lodovico Settembrini, un vecchio massone italiano pieno di ideali repubblicani e laici, che è intento a scrivere una sorta di enciclopedia della sofferenza per giungere alla sua eliminazione. <span id="more-1323"></span><br />
La reazione del giovane Castorp al tentativo di indottrinamento di Settembrini, secondo il quale la sofferenza è solo retaggio di un&#8217;epoca in cui l&#8217;uomo non sapeva padroneggiare la vita e la morte, mentre adesso con la scienza saranno tutte eliminate, va nella direzione opposta: qui, in questo sanatorio dove la morte e la sofferenza venivano nascoste &#8211; i funerali non si facevano, i malati di tubercolosi venivano accompagnati fuori nella clandestinità &#8211; comincia a mandare dei fiori agli ammalati, a visitarli, a parlare con loro. Cominciadi fatto la cura. La cura è una dimensione preziosa del senso dell&#8217;umanità ed è una dimensione decisiva e realista.<br />
Dal momento che è ineliminabile, la sofferenza deve avere un senso e un significato e noi dobbiamo essere capaci di darglielo, il che non significa essere cinicamente sordi al grido di disperazione che sale. Noi dobbiamo capire il grumo di disperazione, l&#8217;incapacità di leggere la creaturalità dell&#8217;uomo che sta dietro questa disperazione, ma possiamo per questo rassegnarci? Può la Chiesa Cattolica, può la cultura cristiana, possono i portatori di idee millenarie che vanno nella direzione della cura rassegnarsi? Io penso di no, per questo, al di là del fatto che si rispettano le scelte di tutti, nel caso di Eluana io ho pensato che la cosa più giusta fosse parteggiare, senza animosità, non per la squadra di volontari della morte che l&#8217;hanno spenta in una clinica simile al sanatorio di Thomas Mann, ma parteggiare per le suore della clinica di Lecco che la curavano. La cura è quello: è dedizione di sé, assistenza, puntualità e capacità di conservazione di ciò che è umano.<br />
Il discorso del Patriarca ha una venatura teologica e civile. Ma a proposito della legge sul fine vita voglio sottolineare che la norma pubblica scatena un problema drammatico: come si fa ad autorizzare una volontà all&#8217;insegna dell&#8217;autodeterminazione, anche di morire (con la cosiddetta dichiarazione anticipata di trattamento), ma negarla quando la persona è incapace di agire in proprio? E&#8217; vero che idratazione e alimentazione non sono terapie nel senso sofisticato del termine, però dal punto di vista della volontà del soggetto sono cose che si possono avere o non avere e si possono anche rifiutare attraverso un testamento.<br />
Fare un testamento che esclude quella possibilità di rifiuto significa mettere per iscritto in una legge che l&#8217;uomo non è libero di fare ciò che vuole della propria vita. Io sono convinto che l&#8217;uomo non è libero di fare ciò che vuole della propria vita e questa per me è una certezza laica che mi riempie di speranza e mi da di mistero. Però temo che escludere idratazione e nutrizione dal cosiddetto testamento biologico ci porterà molti guai.</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La sofferenza umana ha senso solo se accompagnata da una cura amorevole: l&#8217;opinione di Livia Turco</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jul 2009 10:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>ufficiostampa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: riportiamo qui il commento al Discorso del card. Scola di Livia Turco, ex ministro della Salute e ora componente alla commissione affari sociali  alla Camera.

(testo non rivisto dall&#8217;autore)
&#8220;Ho letto con grande interesse questo testo molto impegnativo del card. Scola, e mi ha colpito molto la riflessione sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a class="flickr-image alignnone" title="livia turco" href="http://www.flickr.com/photos/angeloscola/3751250739/"><img class="alignleft" style="margin: 5px 6px;" src="http://farm3.static.flickr.com/2575/3751250739_7480335c43_m.jpg" alt="livia turco" width="181" height="208" /></a>Il dolore dell&#8217;uomo e l&#8217;opera del Redentore: riportiamo qui il commento al Discorso del card. Scola di Livia Turco, ex ministro della Salute e ora componente alla commissione affari sociali  alla Camera.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em>(testo non rivisto dall&#8217;autore)</em></p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ho letto con grande interesse questo testo molto impegnativo del card. Scola, e mi ha colpito molto la riflessione sulla dimensione umana del dolore e sulla sofferenza, e sulla capacità di saper cogliere la sapienza che c&#8217;è nella sofferenza; vi ho colto lo sforzo di lettura della dimensione umana della sofferenza in un duplice aspetto: da un alto c&#8217;è la necessità di volerla capire, come pezzo della propria storia personale a cui dare senso. L&#8217;altro aspetto che colgo è come vivere con dignità la sofferenza, la sofferenza è parte della vita e dunque in quanto tale va vissuta con dignità.<span id="more-1312"></span><br />
Dall&#8217;esperienza che ho fatto ho capito che si può promuovere la dignità della vita, del fine vita nella sofferenza solo promuovendo una relazione con l&#8217;altro, con forte relazione di cura amorevole: l&#8217;idea di cura va intesa non solo come assistenza, ma come donazione di sé, reciprocità con l&#8217;altra persona, ed è soprattutto sconfiggendo la solitudine che si riesce a rendere meno tremenda e più sensata la sofferenza umana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Patriarca racconta di come durante la Visita Pastorale visiti le diverse parrocchie di Venezia e i parroci lo portino spesso a casa dei malati, anche terminali, anche molto gravi, e nel discorso afferma che spesso siamo noi sani a chiedere morte degna, mentre i malati chiedono vita degna: questo è un aspetto fondamentale. Tutti chiedono fino all&#8217;ultimo una vita degna, e troppe invece assistiamo a situazioni di rinuncia e di abbandono terapeutico, la vita degna è quella in cui non si è soli, si riescono a superare le situazioni più tremende se si può contare su una carezza, un sorriso, una persona accanto: sono profondamente  convinta che questa sia la dimensione completa di cura e di prendersi cura di un malato, in qualunque atto medico e non solo per l&#8217;idratazione e la nutrizione. La distinzione tra curarsi e il prendersi cura deve essere superata perché anche un familiare deve sapersi prendere cura della persona. Da questo punto di vista c&#8217;è nuova consapevolezza nella classe medica italiana, nei nuovi atti dei congressi a cui ho preso parte avverto un nuovo rispetto del paziente e anche la necessità di superare il rapporto paternalistico o l&#8217; approccio di cura come prestazione che spesso si instaura tra medico e paziente; se si ha rispetto della persona di fronte, se si mette in gioco una cura amorevole allora questi atteggiamenti possono essere superati.<br />
Penso ci sia nel nostro paese una domanda di vita e non è vera ala rappresentazione che la proposta di legge in discussione alla Camera sul fine vita fa della società italiana, anzi mi colpisce la dimensione antropologica che emerge da quel testo: come se in Italia ci fosse un pessimismo diffuso, una domanda di eutanasia: no, nel nostro paese c&#8217;è domanda di vita, di dignità, le persone vogliono vivere con dignità. Parte di quella dignità è possibilità di scelta, non di autodeterminazione, non mi piace questa parola, perché se si parla di sofferenza meglio parlare di scelta.<br />
La sofferenza esalta una dimensione fondamentale della umana: l&#8217;apertura e il riconoscimento all&#8217;altro, e il riconoscimento propria dipendenza. Così una persona può scegliere se ha accanto qualcuno che lo aiuta e gli sta vicino.<br />
La dignità, la buona vita, la possibilità di domandare sempre di vivere esistono e si svolgono all&#8217;interno della possibilità di avere una carezza e di non essere abbandonati.<br />
La volontà di una persona è tanto più rispettata quanto più forte lì c&#8217;è qualcuno che si prende cura di te, che ti è accanto che ti accompagna.&#8221;</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
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