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«Vita come vocazione», riflessioni su “La vita buona”

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Dio è un Padre. Il Suo amore precede e accompagna le nostre esistenze, su ciascuna delle quali Egli ha un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie

di Angelo Scola

«Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?». Dobbiamo ammettere che la domanda, a bruciapelo, di san Paolo ai fedeli di Corinto spiazza anche noi oggi, con la forza di un’evidenza inattaccabile. Tutto ciò che è decisivo per l’uomo (la vita, lo sposo, la sposa, il figlio, il battesimo, la vocazione…) ha questo carattere di dato, di dono. Incomincia da un ricevere. E ne sappiamo anche la ragione. L’abbiamo detta fin dal primo articolo, richiamando la Lettera di san Giovanni: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». Sempre un amore ci precede e ci accompagna. Dietro alle cose che capitano, alle circostanze e ai rapporti che formano il tessuto della realtà di ogni uomo, non c’è un Motore immobile che, dopo aver dato il via all’immensa macchina del mondo, si ritira nella sua imperturbabile indifferenza, né un Caso capriccioso e beffardo, ma un Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito… perché il mondo si salvi per mezzo di lui». Per questo – non mi stanco di ripetere ai giovani – è tutta la vita a essere vocazione.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

«Nella buona e nella cattiva sorte: accompagnare a vivere e a morire»

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Come nessun neonato può sopravvivere senza la cura di chi gli vuole bene, così nessun ammalato deve arrivare sulla soglia della morte da solo. Perché per i cristiani il giorno della morte segna una nascita, non la fine

di Angelo Scola

Non so se ci avete fatto caso, ma quello della morte è un argomento tabù nei discorsi con i bambini, in famiglia. Non se ne parla. Come, quando ero piccolo io, non si parlava di sesso. Invece allora era abbastanza normale che un bambino assistesse, insieme con i genitori, alla morte del nonno. Forse perché il senso della morte, come quello della vita (le due cose sono inscindibili), era più familiare agli uomini e alle donne, anche se a malapena sapevano leggere e scrivere. Interrogarsi sul significato della vita e della morte è un’attitudine universale, che scavalca i confini delle culture e delle religioni. E spesso sono proprio i bambini, molto più «diretti» e senza pre-giudizi di noi, a ricordarcelo: «Mamma, perché le vacanze finiscono? Perché tutto finisce? Perché si nasce se poi si deve morire?». Ma spesso gli adulti, spiazzati, cambiano discorso.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

 

«Volere il dovere della fedeltà»

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Sulla scia della fedeltà e dell’unità/indissolubilità, la famiglia fondata sul matrimonio assicura
come coessenziale l’apertura alla vita

di Angelo Scola

L’unione degli sposi non elimina la differenza: persino nell’atto coniugale, l’altro mi resta altro. […] Il frutto dell’amore è invece il terzo, il figlio: un’altra persona singolare, non un semplice individuo della specie umana. La procreazione, in quanto apertura alla vita, è quindi intrinseca al mistero nuziale e all’unione corporeo-spirituale dell’uomo maschio con l’uomo femmina. È l’essere stesso dell’individuo umano, situato nella sua specifica differenza sessuale, a mostrare come la vita non possa che essere il frutto prezioso e totalmente gratuito dell’amore tra l’uomo e la donna. L’apertura alla fecondità è dunque implicazione costitutiva del mistero nuziale.

(Da Angelo Scola, “L’Amore tra l’uomo e la donna. Persona, famiglia e società”,
Milano, Centro Ambrosiano, 2012)

 

Una vita per la Ricerca, la Ricerca per la vita

Giovedì 3 maggio, il cardinale Angelo Scola, in qualità di presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, ha accolto Benedetto XVI in visita alla Facoltà di Medicina e Chirurgia “Agostino Gemelli” dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma in occasione del 50° anniversario della sua istituzione. Con lui, a ricevere il Santo Padre, anche il professor Franco Anelli, prorettore vicario della Cattolica.

Successivamente, nel pomeriggio, presso l’Auditorium della Facoltà, il cardinale Angelo Scola ha aperto i lavori della prima Giornata per la Ricerca “Una vita per la Ricerca, la Ricerca per la vita”, promossa dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma in occasione del 50° anniversario dell’istituzione della Facoltà.

- Il saluto dell’Arcivescovo

- L’intervento del cardinale Scola

 

Vita come vocazione, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Dio è un Padre. Il Suo amore precede e accompagna le nostre esistenze, su ciascuna delle quali Egli ha un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie.
di Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?». Dobbiamo ammettere che la domanda, a bruciapelo, di san Paolo ai fedeli di Corinto spiazza anche noi oggi, con la forza di un’evidenza inattaccabile. Tutto ciò che è decisivo per l’uomo (la vita, lo sposo, la sposa, il figlio, il battesimo, la vocazione…) ha questo carattere di dato, di dono. Incomincia da un ricevere.
E ne sappiamo anche la ragione. L’abbiamo detta fin dal primo articolo, richiamando la Lettera di san Giovanni: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». Sempre un amore ci precede e ci accompagna. Dietro alle cose che capitano, alle circostanze e ai rapporti che formano il tessuto della realtà di ogni uomo, non c’è un Motore immobile che, dopo aver dato il via all’immensa macchina del mondo, si ritira nella sua imperturbabile indifferenza, né un Caso capriccioso e beffardo, ma un Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio uni­genito… perché il mondo si salvi per mezzo di lui».
Per questo – non mi stanco di ripetere ai giovani – è tutta la vita a essere vocazione. Poi, all’interno di questa che è la questione decisiva, lo stato di vita a cui ciascuno è chiamato – matrimonio indissolubile o verginità per il Regno – si imporrà con semplicità e chiarezza, nella pazienza del tempo e nella fedeltà alla vita della comunità ecclesiale in cui il Signore ci ha raggiunto e persuaso.
Il Padre ha infatti su ogni uomo un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie. Alcuni li chiama a imitare alla lettera la modalità di rapporto con persone e cose vissuta da Cristo, anticipando nell’al di qua quella gratuità assoluta che tutti vivremo in Paradiso e di cui affiorano tracce visibili e affascinanti in Sua madre, in san Giuseppe, in san Giovanni… su su fino ai moltissimi che, riconosciuti o ignoti alla storia ufficiale, lungo i due millenni di cristianesimo lo hanno riprodotto nella loro umanità. Quel modo di possedere con un «distacco dentro» che la tradizione della Chiesa ha sempre chiamato verginità.
Ve ne cito solo un paio di esempi presi dai Vangeli.
San Matteo e san Luca, dando conto delle circostanze straordinarie in cui avviene la nascita di Gesù, lasciano trapelare la drammatica prova affettiva cui è sottoposto Giuseppe. Questo giovane uomo innamorato (egli non era certo il vecchietto un po’ dimesso presentatoci da gran parte dell’iconografia popolare, quasi a voler esorcizzare il rischio di ogni capacità generativa!) abbraccia senza riserve, pur non riuscendo a comprenderlo, il destino della sua giovane sposa. Così da Giuseppe – l’uomo obbediente (vir oboediens), secondo l’ineguagliabile titolo attribuitogli dalla Liturgia – nella dedizione gratuita e appassionata a chi gli è stato affidato per la vita, fiorisce una fecondità nuova.
La stessa sperimentata da Maria, ai piedi della croce, quando udì la voce di Suo figlio che le affidava Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio». Da quel momento memorabile – narra l’Evangelista – «il discepolo l’accolse con sé». Immaginiamoci come Giovanni – dopo essersi sentito dire da Gesù: «Ecco tua madre» – avrà guardato Maria, e come Maria avrà trattato Giovanni, dopo quell’invito: che potenza di affezione e che potenza di verità in quell’affezione! Che purificazione profonda e radicale della possessività della carne e del sangue in un legame non fatto di dominio – volontà di potenza e seduzione –, ma di pura, gratuita accoglienza dell’altro!
Siamo ora in grado di comprendere che la circolarità degli stati di vita sulla base della carità, l’amore che supera ogni cosa, è essenziale per la vita di ogni comunità cristiana.
(da Il Messaggero di Sant’Antonio – Dicembre 2011)

Collaboratori di Dio, da “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

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Il lavoro dell’uomo è un’opera esaltante, perché eleva l’essere umano al Signore e lo rende socio del «primo imprenditore» per eccellenza.

Il lavoro dell’uomo è un’opera esaltante, perché eleva l’essereumano al Signore e lo rende  socio del «primo imprenditore» per eccellenza. Iniziamo con questo numero le conversazioni sul tema del lavoro, la seconda delle tre dimensioni costitutive dell’umana esperienza (affetti, lavoro e riposo), che ci accompagnerà almeno fino al termine del 2012. Il tema è scottante: non ho la pretesa di esaurirlo. Vorrei ripassarne in sintesi i lineamenti costitutivi, rintracciandoli nell’insegnamento della Chiesa, e suggerire qualche spunto di giudizio sulla
situazione attuale.

«Il lavoro – dice il Catechismo – proviene immediatamente da persone create a immagine di Dio e chiamate a prolungare, le une con le altre e per le altre, l’opera della creazione sottomettendo la terra» (CCC 2427).
Il lavoro dell’uomo, quindi, è sempre e comunque un’opera esaltante, perché lo eleva al ruolo di collaboratore di Dio, il quale è, in un certo senso, il primo imprenditore di cui l’uomo diventa socio.

Certo, il lavoro ha anche i caratteri ruvidi del dovere, come ricorda san Paolo: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi»; e comporta sempre una fatica (labor significa, infatti, fatica). Fatica attestata fin dalle prime pagine della Bibbia, che la inserisce all’interno della maledizione inflitta all’uomo per il peccato originale: «Maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane». Eppure il lavoro non perde mai la dimensione di compito svolto insieme a Dio. Infatti, il disegno buono in cui il Padre ha introdotto l’uomo con la creazione non viene meno con il peccato, in forza della redenzione operata dal Crocifisso risorto. In questo contesto la Laborem exercens del beato Giovanni Paolo II può affermare che scopo del lavoro non è il lavoro stesso, ma l’uomo.

Oggi anche il lavoro è esposto ai rapidi cambiamenti che caratterizzano la fase di transizione che stiamo vivendo. Conoscenze e tecniche hanno una emivita molto breve: spaventarsi di questo o ostinarsi a guardare
e ad affrontare il lavoro con i vecchi schemi mette fuori gioco.
La prima risorsa per affrontare lo scenario con cui il lavoro si presenta oggi è, ancora una volta, la fede.
In altre parole: il tipo umano generato dalla fede può affrontare con fiducia anche questo aspetto dell’umana esperienza.

Vi faccio qualche esempio che spero sia utile soprattutto ai giovani, i più esposti al «terremoto» che si sta verificando in questo campo.

1) La flessibilità – non la precarietà! – di cui tanto si parla, per il cristiano è anzitutto l’attitudine di un io che non si sclerotizza, che – come dice la Bibbia – ha un cuore di carne e non di pietra.

2) Il contesto di globalizzazione in cui siamo inseriti chiede sempre più di essere aperti al nuovo. Per esempio: a lavorare in gruppo e con persone diverse da noi per lingua, cultura, etnia, religione; ad affrontare situazioni diverse da quelle per cui ci si era preparati. Insomma, quella disponibilità a imparare sempre di cui parla la Bibbia: «Erunt semper docibiles Dei» («Saranno sempre educabili da Dio»).

3) In forza del dono del battesimo siamo diventati figli nel Figlio. Come in ogni umana situazione, anche in quella del lavoro la dignità sta nel soggetto e non nell’oggetto. Ogni lavoro, se svolto nel rispetto del valore e della dignità della persona, è nobile.

4) Lo abbiamo già visto a proposito degli affetti. Dalla contrapposizione tra individuo e realtà, tra volere e dovere, noi siamo fuorviati. Se per il cristiano la vita è vocazione, quello che ci è dato, quando è assunto con libertà, proprio perché è dato da un Padre che ci ha donato suo Figlio, ci corrisponde. «Se Dio è per noi niente sarà contro di noi» (Rm 8,31).

La realtà è il dito di Dio che orienta il nostro desiderio e lo porta a compimento. Pertanto, meglio un lavoro qualsiasi che nessun lavoro. E si potrebbe continuare con molto altro… Con questo mio intervento introduttivo ho solo aperto la partita: ci sarà tutto l’anno per giocarla.

“Etica cristiana e vita in società”

Il cardinale Angelo Scola è intervenuto domenica 26 febbraio alla prima delle “Conferenze di Quaresima” organizzate dalla Diocesi di Parigi nella Cattedrale di Notre-Dame. Dopo l’intervento ha risposto alle domande dei presenti.
Le “Conferenze di Quaresima” sono una tradizione che si ripete a Parigi dal 1835. È un percorso che accompagna la vita diocesana ed entra nel dibattito sociale e politico. A partire da prospettive diverse, approfondiscono il nesso tra la fede cristiana e le sfide poste dalla contemporaneità. Il ciclo di conferenze, che quest’anno ha come titolo “La solidarietà, esigenza etica e speranza spirituale?”, si tiene nel pomeriggio delle domeniche di quaresima nella cattedrale di Notre-Dame.

“Etica cristiana e vita in società” (testo integrale)

“Ethique chrétienne et vie en société” (texte intégral)

Scola: la famiglia per noi è questo

La frammentarietà della società attuale e la mancanza di chiarezza impongono di chiamare le cose con il loro nome e famiglia in senso autentico significa solo un’unione stabile tra uomo e donna, fedele e aperta alla vita

Chiamiamo le cose con il loro nome, riflessioni su “La vita buona”

Continua, anche nel mese di febbraio, la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Una famiglia è tale solo se poggia sulla differenza sessuale tra uomo e donna, sull’amore come dono di sé e sulla fecondità.

Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Che cosa desidera l’anima più ardentemente della verità?» si chiedeva il grande sant’Agostino. Quale verità? Oggi su tutto ognuno dice la sua e la confusione o i «dogmi» del tv-pensiero regnano sovrani. Ma questo – e lo si vede benissimo nei giovani, che sono i primi a farne le spese – non favorisce la libertà. Spesso anzi acuisce l’intolleranza. Infatti, solo quando il sentiero è ben segnato e i piedi poggiano su pietre solide noi procediamo sicuri. Se i sassi sono scivolosi e traballanti avanziamo a fatica e ci sentiamo minacciati. Come non si stanca di ripetere il Papa, la prima responsabilità storica di noi cristiani del Terzo millennio è difendere la ragione nella sua capacità di ospitare la realtà intera. «Occorre tornare alle cose come stanno» scriveva Husserl, uno dei più grandi filosofi contemporanei. Occorre tornare al primato della realtà e, quindi, a chiamare le cose con il loro nome.

Il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano.
Oggi, sollecitato da alcuni lettori, vorrei tornare su una delle parole-chiave del nostro percorso. Quale realtà corrisponde alla parola famiglia nelle società avanzate del XXI secolo? «Di famiglia – scrivevo fin dal primo articolo, più di un anno fa – si parla ancora, ma mi sembra un puzzle con i pezzi intercambiabili!». Tuttavia l’esperienza di famiglia comune a ogni uomo, pur nelle innegabili trasformazioni connesse alle vicende storiche e culturali dei vari popoli, ci rimanda ad alcuni tratti indistruttibili, scolpiti in una roccia dura come il diamante. L’amore fedele tra un uomo e una donna, aperto alla vita e capace di prendersene cura, caratterizza «il vero bene comune» – così Benedetto XVI ha definito la famiglia lo scorso settembre ad Ancona – su cui si fonda ogni autentica civiltà. Un bene prezioso da trasmettere alle generazioni future, per condividerlo con esse. Eppure i mass media continuano a sostenere chi pretenderebbe che i propri «desideri affettivi» fossero riconosciuti quali «diritti fondamentali» (basti vedere il caso delle coppie di fatto). Come se il vivere sotto lo stesso tetto «in ragione dell’esistenza di vincoli affettivi» fosse sufficiente a costituire un unico nucleo familiare. Ma le cose non stanno così: non bastano i vincoli affettivi a costituire una famiglia. Nel rispetto delle scelte di tutti, una famiglia è tale solo se poggia su tre fattori inseparabili: la differenza sessuale (uomo-donna), l’amore come dono di sé e la fecondità. Di questa proposta integrale si nutrono le speranze più elevate dei giovani, cioè le speranze di una vita pienamente riuscita.
Ma accogliere integralmente la realtà della famiglia non è un compito che può essere lasciato semplicemente alla libertà individuale. La famiglia, infatti, mette in campo la dimensione comunitaria e sociale dell’umana esistenza, e questo implica la necessità di sostenerla anche attraverso politiche essenziali al buon governo di ogni società democratica. La legge ha il compito di educare la persona a vivere secondo virtù. E questo significa che leggi che non rispettano la realtà delle cose (come sono le leggi che chiamano «famiglia» le convivenze di diversa natura) non sono neutre e provocano un danno alla convivenza sociale. Il «buon senso» del nostro popolo è più orientato alla difesa dei capisaldi di questa vita buona di quanto lo siano certi intellettuali o certi politici. Ho letto qualche tempo fa una notizia che me ne ha dato conferma. Il Comune di una grande città italiana, all’avanguardia in materia di politiche sociali, ha attivato nel gennaio 1999 la cosiddetta «attestazione di famiglia affettiva», una sorta di «registro delle coppie di fatto» tuttora oggetto di dibattito nel nostro Paese: il dato sorprendente è che in questi anni i cittadini che hanno scelto di avvalersene sono pochissimi. La realtà è testarda e finisce per aprirsi sempre una strada nella vita degli uomini.
(Da Il Messaggero di Sant’Antonio – Febbraio 2012)

Italia: il gelo demografico toglie futuro

Commentando il Messaggio dei Vescovi italiani per la Vita, il cardinale Scola ha riflettuto sui segnali allarmanti del calo demografico per il futuro del Paese.