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Cattolica, inaugurato l’Anno accademico

Dopo la messa presieduta dall’Arcivescovo nella Basilica di Sant’Ambrogio, la cerimonia d’inaugurazione del nuovo Anno accademico dell’ateneo milanese è stata aperta dal discorso del Magnifico Rettore professor Lorenzo Ornaghi, cui ha fatto seguito il saluto del cardinale Dionigi Tettamanzi, presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori.
La prolusione è stata tenuta dal cardinale Angelo Scola, che ha parlato de “L’Università e la Nuova Evangelizzazione. Per una presenza stabile, pubblica e universale del pensiero Cristiano”.

Di seguito il video  della Prolusione dell’arcivescovo e quello dell’omelia della Messa celebrata in Sant’Ambrogio.

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Messa nella Basilica di Sant’Ambrogio:

Guarda il video dell’omelia dell’Arcivescovo

“Quale università, per quale uomo? L’avventura del conoscere nella società plurale”. L’intervento al VIII Simposio Internazionale dei Docenti Universitari

ROMA – Vengono qui proposti alcuni estratti dell’intervento che il card. Angelo Scola ha pronunciato nel pomeriggio di giovedì 23 giugno  presso la Pontificia Università  Lateranense a Roma in occasione della cerimonia inaugurale del VIII Simposio Internazionale dei Docenti Universitari che fino al 25 giugno affronterà il tema ”L’Università e la sfida dei saperi: quale futuro?”.

 

Card. Angelo Scola

Patriarca di Venezia

1. Un “lamento” ricorrente

Chi da anni frequenta gli ambienti universitari potrà senz’altro convenire sul fatto che poche affermazioni sono più ricorrenti e trasversali del lamento, espresso in tutte le sfumature possibili, sulla crisi dell’università. È una denuncia che accompagna la vita degli atenei e dei centri di ricerca, almeno dal 1870, quando Nietzsche, il tragico profeta del nostro tempo, a soli 25 anni scrisse: «l’Università è un ostacolo per chi voglia dedicarsi totalmente alla ricerca della verità»[1].

Non mi pare il caso di soffermarmi su un giudizio così severo e discutibile. Ad ogni modo la questione “università” rappresenta un problema che sicuramente continuerà a darci filo da torcere nei prossimi decenni. 

[...]

 

2. Frammentazione del sapere e unità dell’io

Il dato della cosiddetta “frammentazione del sapere” è talmente evidente che non ha bisogno di particolare giustificazione. Tale frammetazione è stata forse favorita dall’inevitabile necessità di demarcazione dei saperi. Si tratta di una operazione di natura epistemologica tesa ad assicurare i confini di ogni singola disciplina per definirne, con il maggior grado di certezza possibile, la peculiarità.

La demarcazione viene stabilita a partire da una concezione complessiva del mondo, dell’uomo e di Dio fondata a sua volta su una determinata visione della conoscenza. Così il sistema di demarcazione medievale era basato generalmente sulla teoria dei “gradi dell’essere”, sia di stampo platonico che di stampo aristotelico. Con l’avvento del pensiero trascendentale i confini si modificarono ulteriormente in seguito all’influsso della fisica e della matematica. La filosofia idealistica tedesca, riferendosi ad una concezione dello “spirito”, ridisegna a sua volta tutto l’impianto della conoscenza cercando di ricondurvi la storia, la soggettività e la cultura come produzione di un “soggetto spirituale”. Qui la demarcazione è definita dai diversi livelli dello “spirito”. 

[...] 

Non si intende ovviamente affermare l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra demarcazione dei saperi e loro frammentazione. Si vuole in ogni caso rilevare il dato di fatto di una frammentazione del sapere e dei saperi che conduce l’università ad essere sempre meno uni-versitas, sempre meno una. Non si tratta di negare, lo ripeto, che la de-limitazione sia implicata nella natura stessa delle diverse conoscenze e debba corrispondere a qualcosa che attiene originariamente al sapere umano. Bensí di riconoscere che nessuna conoscenza particolare si sviluppa a prescindere da uno scambio con le altre conoscenze, non foss’altro perché il singolo soggetto partecipa contemporaneamente ai diversi ambiti del sapere, aldilà di quello proprio della specialistica. Così, ad esempio, si rivela sempre più un’operazione destinata al fallimento quella di chi vuole staccare interamente la fisica e la biologia dalla matematica, la psicologia e la linguistica dalla filosofia, o la filosofia dalle matematiche. Basta sfogliare le pagine culturali dei giornali per renderci conto che oggi tale operazione è sempre meno realistica. Eppure continua spesso ad essere proposta come ideale anche nell’organizzazione degli studi.

Di fronte ad una tale situazione che cosa può costituire un punto di riscossa? Solo l’affermazione del soggetto del sapere, l’uomo reale, il cui impeto di conoscenza è caratterizzato da un’apertura integrale che si fonda su una capacità recettiva che domanda la sua unità. L’unità del soggetto del sapere è la imprescindibile fonte della conoscenza.

Infatti, in ogni conoscenza la ragione naturaliter si relaziona all’oggetto con un’apertura integrale, rivelando così una misura “adeguata” alla realtà totale. Questa proprietà essenziale della ragione – apertura integrale – non è ovviamente sinonimo di onnipotenza. Non si tratta di postulare una ragione infinita; “totale”, significa piuttosto che la ragione dispiega tutte le sue proprietà (memoria, percettività, proiettività, induttività, deduttività, speculatività…) nei confronti di tutto il reale, sia pure in modo discorsivo e limitato. 

[...] 

Non è però sui ben noti limiti della ragione che vogliamo qui attirare l’attenzione. Piuttosto notiamo come questa apertura integrale alla realtà totale sia la condizione che permette alla ragione di essere e restare “una” non solo nel singolo atto conoscitivo, ma anche nella elaborazione, tendenzialmente organica, di una determinata conoscenza. 

[...] 

In questa apertura integrale della ragione alla realtà totale si evidenzia un’altra proprietà essenziale della ragione stessa. Hans Urs von Balthasar la definisce con la categoria della ricettività: «Il soggetto diventa ricettivo in senso universalissimo… Ricettività dice appellabilità mediante altro essere, restare aperti per qualcosa d’altro che per il proprio soggettivo spazio interno, significa avere finestre per tutto ciò che esiste ed è vero. Ricettività dice il potere e la possibilità di ricevere in casa propria una realtà estranea e per così dire ospitarla»[2]. Con una bella metafora la ricettività viene definita, in ultima analisi, come «la capacità di farsi regalare da quest’esistente la sua propria verità»[3]. Questa ricettività non è passività, ma, al contrario, è l’espressione dinamica del «selvaggio e vivo intelletto dell’uomo»[4]. Colui che riceve, anche se i doni sono molteplici, è in se stesso capace di unità: il principio unificatore è un carattere insopprimibile della natura razionale del soggetto che riceve “il regalo”. 

Nell’apertura integrale della ragione alla realtà totale e nella sua capacità ricettiva si rivela quindi che l’unità del soggetto del sapere sta alla base della ricerca, dell’insegnamento e dello studio, cioè dell’Università.

 

3. Società plurale ed io-in-relazione

Voglio ora compiere il secondo passo con qualche riflessione riguardo al fatto che l’università oggi, almeno nei Paesi euroatlantici, vive nella cosiddetta “società plurale”. Essa è l’ambito in cui pertanto si deve porre la domanda quale uomo, in quale Università?

La constatazione che il nostro sia un mondo “pluralistico” e, soprattutto, che lo sia “sempre stato”[5] suggerisce soltanto l’idea che le diversità sono potute e possono ancora essere positive per una determinata società. Tuttavia l’espressione “società plurale” assume oggi, inesorabilmente, un certo significato tecnico. Essa infatti, parte sì dal prendere atto della pluralità dei soggetti in campo, ma intende soprattutto indicare che questa pluralità è divenuta così rilevante e così spesso conflittuale da domandare una inedita configurazione politica, etica, giuridica ed economica della società stessa.

L’università, in forza della sua stessa ragion d’essere, è attraversata dalle innumerevoli pressing issues che caratterizzano questa società plurale. 

[...] 

Propongo due considerazioni sull’argomento.

In primis occorre riconoscere che la società plurale esige di non trascurare mai un dato antropologico costitutivo e, quindi, insuperabile: l’uomo è sempre un io-in-relazione.

L’uomo, infatti, scopre di essere uno – per questo si può dire io -, ma sempre e solo nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di persona-comunità. L’unità dell’uomo è quindi segnata da un’insopprimibile tensione drammatica – come tra i due poli di una calamita – che mette sempre in gioco la libertà del singolo in ogni suo atto.

L’uomo della nostra epoca è però contraddistinto da una ricerca spasmodica di una identità puramente individuale che postula una rottura dei legami o almeno una loro riduzione agli aspetti funzionali. Questo fenomeno di vasta portata psicologica e sociale si riflette nell’università. Soprattutto esso rende fragile la trasmissione del significato della vita tra le generazioni. Indebolisce l’educazione come processo generativo. 

[...] 

Gli uomini dell’Università debbono proporre allora con forza una paideia intesa in senso generale e non sostitutiva della competenza. Far valere il fatto che l’uomo per l’università non può che essere l’io-in-relazione potrebbe rendere l’Università un ambito privilegiato per il riconoscimento pieno dell’humanum. Quella dell’università come communitas docentium et studentium è una proposta anche oggi realistica, percorribile.

Ma perché questo possa accadere è necessario far riferimento, anche in ambito universitario, alla benefica prassi di partecipazione. Non c’è dubbio che l’università debba essere, secondo la terminologia ormai d’uso, “laica”, purché con questo termine non si intenda concepirla come “indifferente” alle visioni sostantive, siano esse religiose o laiche. Essa sarà pertanto laica perché aperta al confronto che sta alla base, tra l’altro, dell’ormai necessaria pratica della transdisciplinarietà. 

[...]

 

Note:
[1] Lettera ad Edwin Rohde del 15 dicembre 1870.
[2] H. U. von Balthasar, Teologica t. 1, op. cit., 48.
[3] Ibid. 49.
[4] Così Newman, che «mette la ragione al suo posto, come facoltà di persone concrete immerse nel vortice di passioni, relazioni, contingenze storiche. Non è semplicemente un ricettacolo passivo di dati sensibili, né un potere che compie la sua vera funzione nel mondo cartesiano o lockiano della pura matematica» J. M. Hass, La ragione al suo posto, op. cit., 102.
[5] R. Spaemann, La diceria immortale. La questione di Dio e l’inganno della modernità, Cantagalli, Siena 2008, 12.

“Fede pensata e fede vissuta non possono sussistere indipendentemente l’una dall’altra”. Il Dies Academicus della Facoltà Teologica del Triveneto

Angelo Scola ad una conferenza

PADOVA – Si è tenuto mercoledì 2 marzo, nel teatro della Facoltà Teologica del Triveneto, a Padova, il Dies academicus inaugurale del sesto anno di attività della Facoltà.

L’atto accademico ha preso avvio con il saluto di S. E. mons. Antonio Mattiazzo, vescovo di Padova e Vice Gran Cancelliere della Facoltà, al quale sono seguiti gli interventi di S. Em. card. Angelo Scola, patriarca di Venezia e Gran Cancelliere della Facoltà, del preside prof. don Andrea Toniolo. Quindi, la prolusione, affidata a S. E. mons. Peter Henrici, dal titolo “La teologia, volto pubblico della fede”.

In conclusione, il saluto del prof. Giuseppe Zaccaria, Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Padova, e la firma della convenzione stipulata tra la Facoltà Teologica del Triveneto e l’Università degli Studi di Padova, che permetterà lo scambio di docenti e studenti e la realizzazione di attività accademiche e iniziative culturali aperte anche al pubblico.

Qui di seguito viene proposto il testo dell’intervento di S. Em. card. Angelo Scola, patriarca di Venezia e Gran Cancelliere della Facoltà:

+ Angelo Card. Scola

Patriarca di Venezia

 

«Quaedam impressio divinae scientiae»[1]: nella sua geniale sintesi, la classica definizione di san Tommaso d’Aquino ci ricorda una caratteristica propria della teologia. La singolare modalità con cui il Signore ha voluto renderci, per grazia, in certo modo partecipi del Suo stesso conoscere, implica infatti che l’intelligenza della fede non sia un privilegio accordato a un cerchia ristretta di credenti, ma appartenga all’atto di fede in quanto tale. La testimonianza dei cristiani non può dunque mai fare a meno di mostrare al mondo intero «le ragioni della propria speranza» (cfr 1Pt 3,15). Queste però possono essere da noi comunicate solo perché Dio ha fatto abitare in Gesù Cristo, il Verbo che per amore si è “abbreviato”, ogni pienezza (cfr Col 1,19). E lo Spirito di Verità – che è lo Spirito del Figlio di Dio incarnato – consente alla nostra natura finita l’accesso alla Teo-logica[2].

Il dono di questa vertiginosa connaturalità tra il nostro conoscere e il conoscere divino impone peraltro di sgravare il cristianesimo da zavorre che ancora ne condizionano la credibilità. Penso innanzitutto all’indebito estrinsecismo tra fede e ragione e tra natura e grazia, sulla base del quale si finisce per ammettere una tanto infondata quanto pretestuosa esclusione della religione, e quindi della teologia, dal dibattito pubblico. Ma mi riferisco anche all’equivoco dualismo tra teologia e pastorale, quasi che la fede pensata e la fede vissuta potessero sussistere indipendente una dall’altra. A questo proposito intendo ribadire l’importanza del lavoro svolto da questa Facoltà che, impegnata nell’approfondimento della teologia pratica, è chiamata a mostrare il nesso inscindibile tra la riflessione sistematica e critica e la fede vissuta dalla comunità ecclesiale. Solo l’annuncio di tutti i misteri cristiani nelle loro implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche ci aiuterà a superare la dolorosa spaccatura tra fede e vita che già Paolo VI indicava come il tarlo dei cristiani contemporanei.

È quindi l’unità dell’esperienza cristiana adeguatamente intesa a garantire la fecondità della riflessione teologica. Ed è a partire da questa visione unitaria che la teologia può rivendicare il diritto di esprimersi nella pubblica piazza, interagendo ed entrando in dialogo, a pari titolo, con le altre discipline e gli altri saperi. Anche in questo ambito la Facoltà teologica del Triveneto ha fatto una scelta precisa, scommettendo con forza, oltre che sul classico percorso sistematico e su quello pedagogico, su percorsi accademici specifici di carattere pastorale atti ad offrire una formazione capace di preparare a nuove professioni. La logica di tale scelta, assai ardua e per molti difficile da comprendere, mi pare più che mai evidente: la complessità delle questioni che gli uomini e le donne di oggi quotidianamente affrontano, e che si rivela con particolare concretezza in alcuni ambiti lavorativi – pensiamo per esempio ai radicali cambiamenti in corso in campo medico e sanitario, o a quei settori particolarmente toccati dalla crisi economica, o ancora alle persone impegnate nell’assistenza sociale o nella mediazione interculturale – può far emergere una domanda di senso cui la mera formazione professionale non è sempre in grado rispondere. Da qui i curricula che già taluni ISSR offrono nell’ambito della bioetica, dei beni culturali ed artistici, delle scienze delle comunicazioni e della famiglia ecc.

In questo orizzonte la pretesa della teologia è radicale: non si tratta di contribuire soltanto alla formazione professionale della persona, bensì di partecipare alla sua educazione integrale (paideia) offrendole un criterio per pensare e interpretare la realtà “secondo il tutto”. Scriveva a tal proposito il Cardinale Newman: «Ammettete un Dio, e voi introducete tra gli argomenti della vostra conoscenza, un fatto che racchiude, che avvolge, e che assorbe ogni altro fatto concepibile. Come possiamo investigare ogni parte di qualunque ordine di conoscenza, e fare a meno di quella conoscenza che entra in ogni ordine?»[3].

Benché espresso in termini assai diversi, è da valutare con positivo interesse il fatto che alcuni celebri pensatori, penso per esempio ad Habermas, abbiano recentemente preso più esplicitamente posizione a favore della legittima presenza delle religioni nell’agorà, ammettendone il potenziale cognitivo e affermando che, nell’argomentazione pubblica, “l’onere della prova” riguarda tutti i soggetti coinvolti e non solo i credenti[4].

Ma la rilevanza pubblica della fede non è solo un riconoscimento che i cristiani debbano attendersi dagli altri. È una dimensione che essi stessi sono chiamati a realizzare mostrando le buone ragioni per cui la religione può effettivamente rappresentare, come ha dichiarato Benedetto XVI in occasione del suo recente viaggio nel Regno Unito, «un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione»[5]. È un’esigenza intrinseca al fatto cristiano, che chiede per sua natura di essere comunicato secondo la logica della testimonianza. Essa però è tale solo se è conoscenza adeguata della realtà che tende, pertanto, a comunicare verità. Ogni altro sapere fiorisce sul terreno fertile di questo sapere testimoniale. Tra l’altro questa è una necessità della nostra società plurale, la cui difficile armonia dipenderà a mio avviso dalla disponibilità di tutti i soggetti coinvolti a raccontarsi e a lasciarsi raccontare pubblicamente in vista di un riconoscimento reciproco[6]. Il compito della teologia si fa qui decisivo, perché è anche su questo terreno che potrà essere valutata la sua capacità di incidere effettivamente sulla vita delle nostre comunità cristiane e di intercettare il desiderio dei nostri fratelli uomini, i quali inesorabilmente ricercano un senso, cioè un significato ed una direzione, per la propria vita.

Il prezioso gesto che stiamo compiendo visibilmente esprime la bellezza dell’universitas intesa come communio docentium et studentium. Assume quest’anno un significato del tutto speciale. Le diocesi del Nordest, che non a caso sono, in particolare attraverso gli ITA e gli ISSR, parte integrante della Facoltà Teologica del Triveneto, stanno vivendo in trepida attesa l’ormai prossima venuta del Santo Padre tra di noi. La Sua presenza, la Sua testimonianza i Suoi insegnamenti rappresenteranno un punto di riferimento decisivo per il compito di ricerca, di insegnamento e di studio di questa Facoltà Teologica.

Per questo tutti noi vorremo partecipare di persona al momento centrale della visita del Santo Padre. Mi riferisco alla solenne Santa Messa che Benedetto XVI presiederà nel grande parco di San Giuliano a Mestre. Saranno tra noi anche gruppi rappresentanti delle 57 Chiese nate da Aquileia: non solo per ricordare un fulgido passato, ma soprattutto per lasciarci spalancare al futuro. Il reale NordEst non è solo il Triveneto. Coinvolge popoli e paesi di lingua italiana, slava, tedesca e friulana. per un compito che non è più solo quello di collegare Est ed Ovest, ma di essere, nel quadro dell’Europa, cerniera per l’incontro tra l’Est-Ovest in continuo fermento e i paesi del Sud che si affacciano sul Mediterraneo ormai alla ricerca del loro giusto posto nella geopolitica mondiale. All’osservatore attento non sfugge il fatto che l’Adriatico è il vertice nord del Mediterraneo che così entra nel cuore dell’Europa.

Voglio ora esprimere il mio più sentito ringraziamento a S.E. Mons. Peter Henrici, la cui sensibilità ecclesiale e competenza filosofica e teologica è nota a tutti. Io poi ho avuto il privilegio di apprezzarle nel comune lavoro presso la Congregazione della Dottrina della Fede e ho modo di continuare a goderne nell’ambito della rivista Communio. Egli si appresta ad intervenire, con la sua prolusione sul tema “La teologia volto pubblico della fede”.

Saluto infine con viva soddisfazione la firma della convenzione tra la Facoltà Teologica del Triveneto e l’Università degli Studi di Padova che avverrà al termine di questo atto accademico.

 

Note:
[1] Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae I, q.1, a.3, ad 2um.
[2] Cfr. H.U. Von Balthasar, Teologica 3. Lo spirito della Verità, Jaca Book, Milano 1992, 24.
[3] J.H. Newman, L’idea di Università, Vita e Pensiero, Milano 1976, 70.
[4] J. Habermas, Tra scienza e fede, Laterza, Roma-Bari 2008.
[5] Benedetto XVI, Incontro con Esponenti della società civile, del Mondo Accademico, Culturale e Imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i Leaders Religiosi nel Westminster Hall, 17 settembre 2010.
[6] Cfr. A. Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007 e Id., Buone ragioni per la vita in comune. Religioni, politica, economia, Mondadori, Milano 2010.

Al card. Angelo Scola il Dottorato Honoris Causa dell’Università cattolica di Lublino

Angelo Scola ad una conferenza

UNIVERSITA’ CATTOLICA DI LUBLINO – Giovedì 9 dicembre 2010 al card. Angelo Scola, Patriarca di Venezia, verrà conferito il titolo di Dottore Honoris Causa dall’Università cattolica “Giovanni Paolo II” di Lublino.
La cerimonia si svolgerà presso l’aula Stefan Wyszyński della stessa Università. Sarà aperta dal saluto del rettore rev. prof. Stanisalw Wilk, cui seguiranno la lettura della delibera del Senato e la laudatio dell’arcivescovo di Lublino, mons. prof. Józef Zyciński. Infine il card. Angelo Scola terrà la lectio magistralis sul tema: “Dio si è reso familiare. L’insegnamento di Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II e l’uomo postmoderno”.

Tale dottorato è conferito quale riconoscimento al contributo singolare offerto dagli studi del card. Angelo Scola nel campo dell’Antropologia teologica, in particolare sul Mistero nuziale e la relazione uomo-donna. (continua…)

“Questo solo io cerco”, l’omelia del Patriarca alla messa con gli universitari

MESSA CON GLI UNIVERSITARI – Mercoledì 3 novembre, nella chiesa dei Tolentini, il Patriarca ha celebrato la messa d’inizio anno accademico promossa dall’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria coordinato da don Marco Scarpa. “Questo solo io cerco” è stato lo slogan che ha accompagnato alla riflessione ed alla preghiera i numerosi studenti presenti insieme ai docenti e a coloro che operano in ambito universitario.

Viene pubblicato qui di seguito un passaggio dell’omelia del Patriarca:

Ai Tolentini la messa del Patriarca con gli universitari per l’inizio dell’anno accademico

MESSA CON GLI UNIVERSITARI – E’ in programma mercoledì 3 novembre alle ore 18.30, nella chiesa veneziana dei Tolentini (vicino Piazzale Roma), la messa d’inizio anno accademico che, tradizionalmente, chiama a raccolta tutti coloro che operano in ambito universitario, dagli studenti ai docenti. La celebrazione eucaristica sarà presieduta dal Patriarca di Venezia card. Angelo Scola.
L’iniziativa è curata dall’Ufficio diocesano per la Pastorale universitaria coordinato da don Marco Scarpa e viene immediatamente dopo il recentissimo incontro – dialogo del card. Scola, avvenuto la settimana scorsa nel contesto della Visita pastorale a Venezia, con un gruppo di docenti universitari sui temi dell’impegno educativo.

EDUCAZIONE/ “Insegnamento ed educazione hanno bisogno di coinvolgimento reciproco di vita”. Il Patriarca su “Paideia e università”

Istituto Universitario Redentore

EDUCAZIONE – Viene pubblicato qui di seguito il testo della lezione del Patriarca tenuta in occasione del Dies Academicus della Pontificia Università Salesiana sul tema “Paideia e università”:

1. Paideia e società post-moderna

Un’efficace osservazione di Jacques Maritain può aiutarci a precisare il titolo, assai ampio, di questa prolusione. Nel suo ancor attuale volume Per una filosofia dell’educazione il celebre pensatore francese afferma: «La cosa più importante nell’educazione non è un “affare” di educazione, e ancora meno di insegnamento…». Infatti: «L’esperienza, che è un frutto incomunicabile della sofferenza e della memoria, e attraverso la quale si compie la formazione dell’uomo, non può essere insegnata in nessuna scuola e in nessun corso»[1]. (continua…)

“Paideia e Università”. La Lectio Magistralis del card. Scola per la Festa dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

L'auditorium

ROMA – In occasione della Festa dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma il card. Anegelo Scola,  nella mattinata di mercoledì 24 marzo,  ha tenuto una lezione dal titolo “Paideia e Università”.

Viene proposto qui di seguito il testo integrale della lezione:

1. Paideia e società post-moderna

«A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale» . Questa affermazione di Benedetto XVI acutizza la problematicità che il concetto di valore, usualmente associato alla nozione di educazione, possiede nel clima culturale odierno. Che la trasmissione dei grandi valori del passato da una generazione all’altra sia oggi incerta risulta evidente dal travaglio sociale relativo alle numerose pressing issues che caratterizzano la vita comune soprattutto nei Paesi euroatlantici. (continua…)

Lo Studium Generale Marcianum cresce: le immagini di due momenti solenni presenziati dal Patriarca

VENEZIA – Mercoledì 17 marzo due importanti eventi si sono svolti nel tardo pomeriggio alla Fondazione Studium Generale Marcianum: la consegna degli attestati ai 32 studenti che hanno concluso il master in “Gestione ed etica d’azienda” organizzato in collaborazione con l’Università Bocconi di Milano e giunto alla terza edizione, e la presentazione di don Nicola Petrovich come  nuovo docente stabile dell’ISSR San Lorenzo Giustiniani.

Vengono pubblicate di seguito alcune foto dei due momenti:

“La teologia non teme di raggiungere gli uomini di oggi nella concretezza della loro esistenza”. L’intervento del Patriarca al Dies Academicus della Facoltà Teologica del Triveneto

Intervento al Dies Academicus Facoltà Teologica del Triveneto

Martedì 2 marzo in mattinata il Patriarca è intervenuto al Dies Academicus della Facoltà Teologica del Triveneto. Questo il testo del suo intervento in qualità di Gran Cancelliere della stessa Facoltà:

«La teologia è ecclesiale per natura sua» . Questa affermazione dell’allora Cardinal Ratzinger può aiutare a mettere a fuoco il lavoro di ricerca, insegnamento e studio che ormai da cinque anni è in atto nella nostra Facoltà. La Facoltà Teologica del Triveneto è particolarmente impegnata nell’approfondimento della “teologia pastorale”. Il termine pastorale, rettamente inteso, esprime la natura salvifico-sacramentale della missione della Chiesa. Esso suggerisce, da un lato, che la teologia non può concepirsi indipendentemente dall’annuncio della Chiesa, anzi è «proprio questo annuncio l’oggetto della sua riflessione» . Dall’altro, che il criterio indispensabile per poter fare buona teologia è l’esistenza di un soggetto cristiano che viva l’appartenenza e la comunione ecclesiale quali condizioni permanenti per la sua indagine scientifica. In questo senso la nostra Facoltà, attraverso docenti, studenti e personale addetto coinvolti nella conoscenza appassionata della realtà alla luce della Rivelazione cristiana, è chiamata ad essere un luogo di reale fraternità e sororità cristiane. (continua…)