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2003 – 2011 I passi del Redentore. “Bell’amore e sessualità”

VENEZIA – Si conclude con il discorso del 2010, “Bell’amore e sessualità”,  l’excursus cominciato lunedì 11 giugno in preparazione alla festa del Redentore 2011.

In questi giorni sono stati riproposti alcuni estratti dei discorsi pronunciati dal 2003 ad oggi, quasi a ripercorrere un percorso che si chiuderà domenica 17 luglio 2011 con l’ultima celebrazione del Redentore presieduta dal card. Scola:

 

“Bell’amore e sessualità”

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Cosa vuol dire bell’amore? Quando l’amore è bello? Tommaso parla della bellezza come dello “splendore della verità”. Per Bonaventura la persona che “vede Dio nella contemplazione”, cioè che lo ama, è resa tutta bella (pulchrificatur) .

La tradizione cristiana, con le parole del Salmo, definisce Gesù Cristo come «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3). Il bell’amore pertanto non è un’Idea astratta, ma la persona di Gesù, bellezza visibile del Dio invisibile, che per amore si è fatto come uno di noi. Il bell’amore imprime la sua forma in chi lo accoglie aprendolo a relazioni nuove e partecipate. Questo ci permette di dire che l’amore è bello quando è vero, cioè oggettivo ed effettivo. San Paolo, nel capitolo 5 della Lettera agli Efesini, lo rinviene nell’amore tra Cristo e la Chiesa intrecciato a quello tra il marito e la moglie (cfr Ef 5, 32-33).

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Con la dottrina del bell’amore il cristianesimo ha dunque la pretesa di intercettare una delle dinamiche fondamentali della vita dell’uomo. Questo dato, tuttavia, non può ignorare le pesanti prove cui oggi sono sottoposte le relazioni, anche le più intime, come quelle tra uomo e donna, tra marito e moglie, tra genitori e figli. L’amore non è mai stato una realtà a buon mercato, tantomeno lo è oggi. Proprio nelle relazioni amorose si avvertono gli effetti della difficile stagione che stiamo vivendo. È mutata la grammatica degli affetti, anzitutto nel suo elemento determinante che è la differenza sessuale. E dalla sfera privata tale processo sempre più va dilagando nella stessa vita civile.

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L’alternativa all’uomo come esperimento di se stesso nasce dall’ascolto dell’esperienza umana comune. Essa rivela che l’altro/gli altri non sono una mera aggiunta all’io, ma un dato a lui originario. La personalità di ciascuno è immersa in una trama di relazioni: il dato relazionale è incoercibile.

Fin dal grembo di sua madre ogni uomo, come figlio o come figlia, è situato in una relazione costitutiva. La sua stessa nascita, per quanto potrà essere manipolata in laboratorio, custodisce il mistero dell’alterità: nessun uomo potrà mai auto-generarsi.

La prospettiva antropologica dell’io-in-relazione, accolta in tutta la sua ampiezza, ci porta a considerare in modo adeguato la differenza sessuale . Essa si rivela anzi come il luogo originario che ci introduce al rapporto con la realtà. È la prima ed insostituibile scuola per imparare l’alterità .

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La proposta cristiana circa la sessualità e il bell’amore indica un percorso di vita che conduce a quella soddisfazione e a quella gioia cui il desiderio rettamente inteso spalanca l’uomo. Come educarci concretamente a vivere gli affetti secondo questa integralità ed autenticità? Emerge in proposito una grande parola oggi purtroppo caduta in disuso: castità. Se correttamente intesa, essa si rivela inscritta nella struttura stessa del desiderio come la virtù che regola la vita sessuale rendendola capace di bell’amore.

Casto è l’uomo che sa tenere in ordine il proprio io. Lo libera da un erotismo apertamente rivendicato e vissuto, fin dall’adolescenza, in forme sempre più contrattuali e senza pudore. Certo, l’amore è uno in tutte le sue forme, compreso l’amore ridotto a venere, per usare un’espressione cara a Clive Staples Lewis, il quale definisce così il mero esercizio della sessualità e lo distingue dalla capacità di amare, che implica eros ed agape (Deus caritas est). Ma anche quando si riduce ad un comportamento quasi animalesco, l’amore esprime, in modo del tutto distorto, una domanda di verità.

Nessuno uomo può essere casto se non stabilendo liberamente una gerarchia di valori: «La castità esprime la raggiunta integrazione della sessualità nella persona e conseguentemente l’unità interiore dell’uomo nel suo essere corporeo e spirituale» (CCC 2337). Se noi disaggreghiamo venere, eros ed agape ci condanniamo alla rottura tra la dimensione emotiva e quella del pensiero, di cui la morte del pudore è il sintomo più grave.

A queste condizioni l’esperienza del bell’amore diviene impossibile e il rapporto amoroso è ridotto a una meccanica abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco: sull’idea, del tutto priva di fondamento, che nell’uomo esista un istinto sessuale. Invece è vero il contrario, come dimostra certa psicanalisi : anche nel nostro inconscio più profondo tutto l’io è in gioco. La castità mette in campo un’esperienza comune a tutti. In ogni ambito della sua esistenza l’uomo sa bene di non poter trovare soddisfazione senza sacrificio. Il sacrificio è una strana necessità, ma è la strada che assicura il godimento. Nella sfera sessuale e nei rapporti amorosi questo è particolarmente evidente. Perché abbiamo definito “strano” il sacrificio? Perché tutti noi avvertiamo una resistenza sana di fronte ad esso. Se siamo fatti per la soddisfazione, perché il sacrificio? Non è forse contrario alla natura della soddisfazione? Il valore ultimo del sacrificio non può quindi risiedere in se stesso, né nel fatto che mi sia imposto dall’esterno, da una qualsiasi autorità. Devo giungere a scoprirne la convenienza, cioè la sua intrinseca ragionevolezza per la piena riuscita della mia umanità. Esso è condizione e non fine.

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“Il peso specifico dell’amore”, riflessioni su “La vita buona”

Continua, anche nel mese di maggio, la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolgerà ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

L’amore tra l’uomo e la donna è pubblico e stabile perché destinato a edificare la società e la Chiesa. D’altra parte, quando incontri qualcuno che ti corrisponde profondamente non hai il problema di abbandonarlo, ma quello di non perderlo più.

Angelo Scola

 
«Corsi per i fidanzati»: i preti si ostinano ancora a chiamarli così, anche se le parole «fidanzati», «fidanzamento» sono decisamente fuori moda. Evocano, soprattutto ai giovani, immagini d’altri tempi – cerimonie ufficiali, solenne presentazione alle famiglie, obblighi e oneri – cui sono sempre più allergici. Ma siamo sicuri di non buttar via con l’acqua sporca delle formalità e delle convenzioni anche il bambino di un amore ormai maturo per uscire allo scoperto e fare sul serio con la vita?
«Fidanzamento» ha la stessa radice di «fede», «fiducia», «fedeltà»: realtà solide e positive. Indica un periodo di prova, certo. Ma non nel senso precario e dubbioso con cui si gettano i dadi: «proviamo…». È invece un tempo di verifica, simile a quel lavoro serio e appassionante con cui lo scienziato è teso a convalidare la bontà di un’ipotesi.

La libertà vi è impegnata al massimo. E il segno della promessa solenne con la quale l’uno liberamente si lega all’altra è l’anello, il cui peso – scrive Karo Wojtyla in un libro che tutti i fidanzati dovrebbero leggere – «non è il peso del metallo. È il peso specifico dell’essere umano, di ognuno di voi e di voi due insieme. L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino» (da La bottega dell’orefice). E, continua il Beato Giovanni Paolo II andando ancora più a fondo: «Non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio, solo Lui è l’Eternità».

Ormai lo avete capito, questo nostro appuntamento mensile lancia una sfida molto alta: mostrare come la proposta cristiana è pienamente umana e corrispondente all’ordine della ragione. Buona per tutti, non solo per i cristiani.
I fidanzati – ha detto recentemente Benedetto XVI – devono essere messi in grado di scoprire «la verità di un’inclinazione naturale e di una capacità di impegnarsi che essi portano inscritti nel loro essere relazionale uomo-donna» (Discorso alla Rota romana, 22.01.2011). 

Abbiamo già parlato dell’insopprimibile desiderio di un dono di sé totale e per sempre che alberga nel cuore di ogni donna e di ogni uomo. D’altra parte – nel contesto in cui viviamo è sempre più evidente – noi non siamo capaci di vivere all’altezza del desiderio del nostro cuore.
Ma quello che è impossibile all’uomo è possibile a Dio.

Per la grazia del sacramento del matrimonio l’amore tra l’uomo e la donna è fondato non sulle sabbie mobili delle loro forze, ma sulla roccia dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Il dono perfetto – fino all’offerta totale di sé – di Cristo-sposo alla Chiesa, sua sposa, dà forma al dono del marito a sua moglie. È pertanto ragionevole decidere per il salto di qualità che il sacramento garantisce all’amore degli sposi. Si documenta in tre caratteri che restano validissimi anche se oggi sono una merce sempre più rara: il matrimonio è un legame pubblico, stabile e fedele. 

Ciò che non è in qualche modo suggellato pubblicamente è ancora acerbo e, perciò, precario, insicuro. Il passaggio dall’innamoramento all’amore implica naturalmente la scelta di assumere l’esaltante scoperta di una totale reciprocità entro una responsabilità di costruzione comune. L’amore tra l’uomo e la donna è pubblico e stabile perché destinato a edificare la società e la Chiesa. D’altra parte, quando hai incontrato qualcosa che ti corrisponde profondamente non hai il problema di abbandonarla, ma quello di non perderla più. Perciò novità non è frenesia di cambiamento, ma l’approfondirsi di quella bellezza che ti ha conquistato all’origine. Alla fedeltà abbiamo già dedicato un’intera puntata delle nostre conversazioni.

E’ possibile commentare e reagire agli articoli del Patriarca Scola scrivendo a redazione@santantonio.org

 

“La mercificazione del corpo è l’annullamento dell’io”. Il dialogo con le studentesse della “Domus civica”

VENEZIA – Nella sera di giovedì 7 aprile, il Patriarca, si è recato in visita al pensionato universitario “Domus Civica” per condividere un momento di incontro e di dialogo con le studentesse ospiti.

Viene pubblicato qui di seguito un momento del dialogo:

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“Oggetti smarriti?”, riflessioni su “La vita buona”

Continua, anche nel mese di aprile, la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolgerà ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Che fine hanno fatto pudore e castità? A sentir parlare molti giovani, sembrerebbero scomparsi. Però, , sotto sotto, tutti i ragazzi ambiscono al bell’amore, capace di coniugare corporeità, sentimento e ragione.

Angelo Scola

A Venezia non è difficile, in questo periodo, trovarsi sommersi da torme di ragazzini in libertà e sentirli parlare: ce n’è da riempire il vocabolario del turpiloquio. Le espressioni e i termini più gettonati sono quelli a sfondo sessuale, ma in questo non c’è molto di nuovo sotto il sole: anche ai nostri tempi era così. La novità è che non di rado, quanto a crudezza e volgarità di linguaggio, le ragazze superano i ragazzi. Anche in questo campo la famosa differenza si è assottigliata, fino a sparire, addirittura a essere ribaltata! II pudore e la castità sono definitivamente superati, tramontati per sempre? Eppure ho ancora negli occhi lo spettacolo sorprendente di centinaia e centinaia di giovani che un anno fa, a Mestre, hanno sfilato ininterrottamente per due giorni davanti all’urna di Maria Goretti, tanto che si è dovuto lasciare aperta la chiesa fino a tarda notte. Una folla attirata da quella bambina di dodici anni che si è lasciata uccidere per custodire il tesoro della sua castità. E non erano i novizi di un convento, ma studenti qualsiasi… Gli stessi che la sera hanno gremito la chiesa e si sono fermati più di due ore a dialogare con me sul tema: «Amore, affettività, sessualità e… Maria Goretti».
 
«Certo che perdono ad Alessandro! E lo voglio accanto a me in Paradiso». «Ragazzi, pensate che intensità affettiva, che maturità nell’amare in queste parole di Marietta morente. Altro che sessuofobìa!» ho detto loro. E loro, colpitissimi, che volevano capire. La castità non è la virtù del divieto. Quando la Chiesa invita a evitare rapporti prematrimoniali, a non «svendere» il proprio corpo, a non svincolare la sessualità dall’amore e dalla responsabilità propone un di più, un positivo. Mi chiede di fare sul serio con la mia persona e con quella dell’altro. Di essere «signore» (dominus, dicevano i latini), veramente padrone del mio io, della mia vita e delle relazioni. Non esiste un istinto sessuale indifferenziato per gli uomini e per gli animali. Anzi, per l’uomo non si deve nemmeno parlare di istinto: vi pare che gli animali mangino come mangiamo noi? Perché, allora, «no» ai rapporti pre-matrimoniali? Qual è la convenienza di tale rinuncia? È un mettere il carro davanti ai buoi! Possedersi carnalmente quando non ci si appartiene in modo stabile infragilisce l’amore e la persona stessa. Il sesso fuori dal matrimonio è una specie di «furto». Solo il patto matrimoniale è così forte da giustificare (cioè rendere giusta di fronte a Dio e agli uomini) anche l’unione corporea. Essa infatti produce un legame potente, perché il corpo parla un linguaggio che va al di là delle intenzioni coscienti dei partners. Il significato oggettivo del sesso è più importante di quello soggettivo. Il nesso tra «per sempre» e «unione sessuale/corporea» è oggettivo. Non l’hanno inventato i preti.
 
Un’ultima cosa molto importante. Le ragazze in questo campo hanno una carta in più: maturano prima e si rendono conto molto prima dei ragazzi che non si può separare il corpo dal resto (sentimento e ragione) dell’io. Perciò sono le custodi del bell’amore. Giovanni Paolo II lo chiamava il «genio femminile». Questo affida loro un affascinante compito e una grande responsabilità. Il «pudore», rifiutando di svelare ciò che deve rimanere nascosto, preserva l’intimità della persona. Aiuta sguardi e gesti a essere conformi alla dignità delle persone e della loro unione.
Certo, non dobbiamo nasconderlo: il bel­l’amore non è a buon mercato. Implica sempre la «strana necessità del sacrificio». Ma il sacrificio non annulla il possesso, anzi, è la condizione che lo potenzia. Il puro piacere, infatti, non è autentico godimento, tant’è vero che finisce subito. E se resta chiuso in se stesso, lentamente annulla il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che ogni volta che dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione.

E’ possibile commentare e reagire agli articoli del Patriarca Scola scrivendo a redazione@santantonio.org

Educare all’affettività e alla sessualità: “L’umanità della proposta cristiana”

VENEZIA – Oltre 250 persone hanno partecipato, nel pomeriggio di domenica 27 marzo presso il Centro pastorale card. Urbani di Zelarino, all’incontro con il Patriarca sul tema “L’educazione all’affettività e alla sessualità dei ragazzi e delle ragazze”.

L’appuntamento, promosso dall’Ufficio catechistico diocesano, ha visto la partecipazione di catechisti dei preadolescenti e dei giovanissimi, di genitori, di educatori di Azione cattolica e di capi scout, di insegnanti di religione e di svariate figure di animatori ed educatori.

Viene qui pubblicato un passaggio dell’incontro:

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L’affettività dei ragazzi e delle ragazze: incontro con il Patriarca a Zelarino

Domenica 27 marzo, alle ore 15.30, presso il Centro pastorale card. Urbani
 
"Un gelato prima degli esami"VENEZIA – L’educazione all’affettività e alla sessualità dei ragazzi e delle ragazze sarà il grande tema al centro dell’incontro che il Patriarca avrà nel pomeriggio di domenica 27 marzo alle ore 15.30 presso il Centro pastorale card. Urbani di Zelarino con tutti coloro che si occupano di quest’ambito e sono perciò impegnati a livello educativo, e a vario titolo, con i ragazzi delle medie e dei primi anni delle superiori.
 
L’appuntamento, promosso dall’Ufficio catechistico diocesano, è quindi aperto e rivolto ai catechisti dei preadolescenti e dei giovanissimi, ai genitori, agli educatori di Azione cattolica e ai capi scout, agli insegnanti di religione e a tutte le figure di animatori ed educatori dei giovanissimi compresi, ad esempio, anche gli allenatori sportivi.
 
«Già altre volte – spiega mons. Valter Perini, vicario episcopale per l’evangelizzazione e la catechesi – il card. Scola ha affrontato questo tema importante e delicato, durante la Visita pastorale, parlando direttamente ai ragazzi. Ma in questo caso, ad ascoltarlo, ci saranno gli adulti che hanno il compito dell’educazione. Trattandosi di temi delicati, qualche volta gli educatori non sanno come comportarsi… E per affrontare questi argomenti è anche necessario l’accordo e la progettazione di stili educativi insieme ai genitori. Vogliamo che i nostri educatori aiutino i ragazzi a conoscere questa realtà nei suoi significati antropologici, senza disgiungere mai affettività e sessualità».

“Stabilire una gerarchia di valori per comunicare l’esperienza della castità”, un’intervista al Patriarca

Viene proposto qui di seguito una parte dell’intervista al cardinale Angelo Scola curata da Alessandro Barbano, vicedirettore del quotidiano Il Messaggero, in uscita con il libro “Dove andremo a finire” (Einaudi – Stile libero). Laureato in giurisprudenza e docente di giornalismo all’Università La Sapienza di Roma, Barbano ha realizzato otto dialoghi con altrettanti intellettuali italiani: Giuliano Amato, Simona Argentieri, Nicola Cabibbo, Giuseppe De Rita, Umberto Eco, Sergio Romano, Angelo Scola, Umberto Veronesi. Un modo per scoprire l’Italia del prossimo futuro nei diversi campi, dalla medicina alla religione, dalla cultura alla politica, alla sociologia alla letteratura. Una specie di atlante dialogato dei tempi che corrono e della probabile “destinazione”.

Incontro con i ragazzi della scuola Giovanni Paolo I

Cardinale Angelo Scola, chi c’è in una domenica qualunque del 2020 in una chiesa qualunque del Vecchio continente? Un pieno di fedeli di ogni nazionalità ma per la maggior parte italiani o uno sparuto gruppo di filippini e, al piú, qualche giovane africano? L’Europa tornerà a puntare sul cristianesimo dopo averlo in parte rinnegato? Oppure nelle grandi città del Continente una festa come il Natale farà meno notizia dal punto di vista religioso del Ramadan?

«Di fronte all’ampiezza di orizzonti che questa domanda apre, confesso di essere un po’ a disagio. Anzitutto perché è difficile interrogarsi sulla secolarizzazione che attraversa l’Europa e non tenere conto che essa è un fenomeno estremamente differenziato, a seconda che lo si guardi dall’Italia o piuttosto dalla Germania, dal Belgio o dalla Francia. Probabilmente una risposta univoca non c’è. Mentre è forte il rischio di giudicare secondo pregiudizi. Prendiamo il caso di Venezia, una città che ha sempre avuto un forte radicamento cristiano ma anche un forte complesso antiromano. Cinque anni fa, prima di cominciare il ciclo di visite pastorali nelle parrocchie della diocesi, abbiamo eseguito una verifica quantitativa sulla presenza domenicale dei fedeli a messa. Con nostra sorpresa abbiamo constatato che essa era del 19,9 per cento, risultato migliore del 19,6 per cento registrato nel lontano 1985. Chiunque avrebbe scommesso su una caduta della frequenza, ma i dati dimostravano il contrario. Certo, l’autenticità della fede non è misurabile con un censimento quantitativo. Tuttavia credo che talvolta nella previsione del futuro siamo condizionati da tendenze che vivono piú nella comunicazione che nella realtà. E la realtà ci dice che molte cose sono in gioco».

Ma è la Chiesa che deve adeguarsi al mondo, o è il mondo che deve adeguarsi alla Chiesa?

«Se per adeguamento al mondo s’intende dire che noi siamo figli di un Dio incarnato e che quindi la storia e la realtà sono un potente e continuo appello che la Provvidenza fa a noi cristiani affinché ci giochiamo fino in fondo le nostre occasioni di salvezza, allora certamente la Chiesa può aprirsi e deve aprirsi al mondo secondo quel criterio dell’aggiornamento sancito dal Concilio Vaticano II. Ciò non vuol dire però inseguire spasmodicamente l’inedito, perché il senso piú autentico di quest’aggiornamento sta nella capacità di inserire il nuovo sull’antico».

Entriamo invece nello smarrimento dell’uomo contemporaneo. Un giorno qualunque del 2020, in un’aula di un qualunque liceo dell’Occidente un ragazzo e una ragazza, che fino a quel momento non hanno mai avuto alcun approccio se non quello tra due conoscenti, si dànno appuntamento via sms per un incontro sessuale nei bagni della scuola. Accade. C’è da ritenere che accadrà più spesso. È possibile leggere nei tratti di un erotismo apertamente rivendicato e vissuto anche nell’adolescenza in forme sempre più consumistiche il volto di un futuro senza pudore?

«L’amore è uno. Uno in tutte le sue forme, compreso l’amore ridotto a Venere, per usare un’espressione cara a Clive Staples Lewis, il quale definisce così la mera sessualità e la distingue dalla capacità di innamorarsi, che chiama Eros. Il concetto di Venere identifica bene l’incontro sessuale tra due conoscenti come quello qui citato. Ma l’amore resta amore, in quanto opposizione e controfaccia a un comportamento che rischia di diventare quasi animalesco e che è, tuttavia, un’espressione assolutamente distorta di una domanda di verità».

Perché distorta?

«Perché a questi ragazzi noi non siamo più in grado di comunicare l’esperienza del desiderio e della castità, la quale vuol dire letteralmente tenere in ordine. Nessuno di noi può tenere in ordine l’io se non stabilendo una gerarchia di valori. L’essere situati nella differenza sessuale è un valore bellissimo, capace di aprirci con naturalezza all’altro, al rapporto uomo-donna che può essere la genesi e il fondamento dell’amore. Amore che a sua volta in un organismo vivente tende a sfociare nella vita, perché è per sua natura diffusivo e fecondo. Se noi non comunichiamo ai ragazzi questo sinallagma tra Eros e Venere, se noi disaggreghiamo le loro esperienze elementari, li condanniamo a una frattura tra la dimensione emotiva e quella del pensiero. La morte del pudore ne è il sintomo piú drammatico».

“Amore non è amore se…”, un articolo del Patriarca su “La vita buona”

E’ cominciato, con il numero di Gennaio 2011, la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolgerà ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Cardinale Scola 2

L’amore, quello vero, esiste: io l’ho incontrato.
Mentre lo scrivo vedo già le vostre facce, quelle dei più vecchi (la mia generazione, per intenderci). Facce perplesse, anche scandalizzate: ma quale amore? Oggi le parole sposo e sposa non si usano più; più facile parlare di compagno o di compagna. Il matrimonio è un bene in via di estinzione, sostituito dalle convivenze o, più sbrigativamente, dalle «storie». Di famiglia si parla ancora, ma mi sembra un puzzle con i pezzi intercambiabili!
Leggo sui quotidiani le dichiarazioni di intellettuali famosi: l’amore è un diritto – dicono – e come tale deve essere garantito a tutti. Riguarda la sfera privata, e inviolabile, dell’individuo: ognuno lo vive come vuole, con chi vuole, finché vuole. È ora di farla finita con un’idea di famiglia ormai decotta, non più al passo con i tempi, la nostra legislazione si aggiorni: non possiamo essere il fanalino di coda d’Europa.

Ne sento parlare i giovani: i toni spavaldi e il linguaggio disinibito non riescono a nascondere la confusione (i loro punti di riferimento? le vicende degli eroi televisivi o il Grande Fratello). Gli occhi spesso già disincantati conservano però, a dispetto del cinismo o dell’indifferenza di noi adulti, un fondo di speranza, limpida, che non si rassegna a morire. Pretendono, anche senza dirlo magari neppure a se stessi, che l’amore sia una cosa seria, totale, per sempre.

«Amore non è amore se viene meno quando l’altro si allontana». Parole sospette che puzzano di candele? In realtà appartengono ai Sonetti di Shakespeare, uno dei più grandi conoscitori dell’umano di tutti i tempi, uno che ne ha scandagliato tutte le pieghe, anche quelle più oscure e nascoste. La fedeltà non è un accessorio opzionale dell’amore, che può esserci ma anche non esserci. Non è un accidente, direbbero i filosofi scolastici, ma appartiene alla sostanza dell’amore. Ne è un connotato costitutivo. «Vi sfido – ripeto spesso ai miei giovani – a trovare anche solo uno tra voi che, quando dice alla ragazza di cui è veramente innamorato “ti amo”, non aggiunga, almeno come segreta speranza, “per sempre”». C’è una differenza, che sulla distanza viene fuori nettamente, tra chi si ferma alla pura passione (bruciante ma fugace) e imbocca decine di sentieri interrotti e chi, a fianco della persona amata, pur tra mille inciampi e cadute dolorose, sceglie l’amore effettivo e percorre la strada iniziata con passione fino alla fine.
 
Quasi ogni domenica, durante la visita pastorale che sto facendo da più di cinque anni nella mia diocesi, mi capita di incontrare coppie di sposi che festeggiano quaranta, cinquanta e anche sessant’anni di matrimonio: vengono a chiedermi una benedizione speciale che innalzi a Dio tutta la loro gratitudine… Dai loro volti, più giovani che mai a dispetto delle rughe, traspare una gioia quieta e intensa, l’inconfondibile profumo dell’amore quando è pieno e maturo.
Quest’estate mi è capitato di vedere due film di registi dell’ex cortina di ferro con a tema la ricerca struggente dei propri genitori (Il concerto) e la scoperta, del tutto imprevista e sconvolgente, della paternità (Kolya). L’amore del padre e della madre sta inscritto in modo indelebile nel cuore di ogni persona di ogni tempo e di ogni latitudine come il sublime esempio dell’amore: disinteressato, spassionato, gratuito. Qualcosa che si riceve, prima di imparare a donarlo. Che poggia sulla roccia dei fatti cui àncora sentimenti e passioni. Che accetta virilmente la sfida della durata. Un amore non soggettivo, ma oggettivo, che in un certo senso ci precede e ci supera.

«In questo sta l’amore – ha scritto san Giovanni, uno che di amore se ne intendeva – non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati».

Ama colui che ama per primo e ama oltre la morte. Ma di questo parleremo una delle prossime volte.

Angelo Scola

Scola 2010/ “Bell’amore e sessualità”, il discorso del Redentore

SCOLA 2010 – Continua il breve percorso che ripercorre il 2010 nei suoi momenti salienti attraverso gli interventi del Patriarca. Oggi viene riproposto il discorso pronunciato il18 luglio in occasione della festa del Redentore a Venezia: 

“Bell’amore e sessualità”

Card. Angelo Scola

Patriarca di Venezia

Redentore 2010

1. L’immagine biblica del bell’amore

La liturgia della Festa del Santissimo Redentore ci riempie della più grande consolazione, quando afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5, 5). Dio Padre, mediante le sue “due mani” – come Ireneo di Lione chiamava il Figlio e lo Spirito Santo – si prende cura di noi e ci sostiene con la speranza che non delude (Rm 5, 5). Lieti nel Signore possiamo affrontare l’esistenza, nel suo intreccio di affetti lavoro e riposo, come figli e figlie nell’Unigenito Figlio di Dio.

L’esperienza comune ad ogni uomo traccia la via maestra per imparare questa tenera figliolanza. È la via del desiderio in senso pieno, cioè in grado di attingere la realtà, non ridotto a pura mossa interiore al soggetto. Il desiderio, in mille forme diverse, dice ad ogni uomo la necessità di essere amato definitivamente, perfino oltre la morte, e lo urge ad amare definitivamente, a sua volta. Qual è allora il criterio che verifica l’apertura totale del desiderio, consentendo questo definitivo reciproco amore?

Una suggestiva risposta ci viene dalla Bibbia: «Io sono la madre del bell’amore» (Sir 24, 18). Qui all’amore viene accostata la bellezza. (continua…)

EDUCAZIONE/ “Amore, affettività, sessualità”. Il Patriarca dialoga con i giovani intorno alla spoglie di Santa Maria Goretti

EDUCAZIONE – Un incontro tra il Patriarca ed i giovani della diocesi per dialogare sui temi dell’amore, dell’affettività e della sessualità.  Il dialogo si è tenuto l’11 marzo scorso in occasione della celebrazione dei 50 anni dalla fondazione della parrocchia dedicata a Santa Maria Goretti a Mestre.

Viene riproposto qui di seguito il video integrale dell’incontro registrato e trasmesso da Telechiara:

httpvh://www.youtube.com/watch?v=GWZw7UFu-_E