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Valentino e Lorenzo, due nuovi preti per la Chiesa di Venezia

L’ordinazione sacerdotale avverrà sabato 18 giugno, alle ore 16.00, nella basilica di S. Marco a Venezia per l’imposizione delle mani del Patriarca Scola. E domenica mattina, nelle parrocchie d’origine, le loro “prime messe”

VENEZIA - Saranno due i giovani del Seminario diocesano ad essere ordinati preti, quest’anno, per l’imposizione delle mani del card. Angelo Scola. L’atteso appuntamento è fissato per sabato 18 giugno, alle ore 16.00, durante la solenne concelebrazione eucaristica in programma nella basilica di S. Marco a Venezia e presieduta dal Patriarca. Una doppia ordinazione sacerdotale non si ripeteva in diocesi dal 2006: i due neosacerdoti sono don Valentino Cagnin e don Lorenzo De Lazzari, già ordinati diaconi nell’ottobre scorso.

Valentino Cagnin

Valentino Cagnin è nato a Mirano 29 anni fa. La famiglia abita a Chirignago ma ben presto frequenta la comunità parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Mestre ed entra nel Cammino neocatecumenale. Dopo il liceo scientifico al Majorana di Mirano, si iscrive a Giurisprudenza e nel 2004 consegue la laurea triennale maturando nel contempo la decisione di entrare in Seminario. In questi anni ha prestato servizio pastorale ai Carmini e, nell’ultimo biennio, a S. Ignazio e Malamocco (comunità pastorale del Lido di Venezia). “Se ho incontrato Gesù – spiega Valentino nell’intervista rilasciata al settimanale diocesano Gente Veneta in uscita sabato -, l’ho incontrato grazie alla Chiesa ed è il modo più bello e intenso di incontrarlo. Per questo ripeto spesso al Signore: donaci di amare la Chiesa, costi quel che costi e anche quando lo scoraggiamento o l’indifferenza intorno ti farebbe traballare, e di trasmettere questo amore”.

Lorenzo De Lazzari

Lorenzo De Lazzari è nato a Mestre ed ha 30 anni. Arriva dalla parrocchia di Campalto che lo ha visto crescere e sviluppare la sua vocazione, “sbocciato” tra attività in oratorio e Azione cattolica. Entra in seminario subito dopo la maturità scientifica e consegue nel 2007 anche la laurea triennale in Lettere e Filosofia. Ha prestato servizio pastorale per ben tre anni nella parrocchia di Catene (dal 2007 al 2010); ordinato diacono, è stato assegnato alla parrocchia di S. Lorenzo Martire di Mestre. Nel prete, afferma Lorenzo nell’intervista a Gente Veneta, si “dovrebbe trovare la testimonianza dell’invisibile, del fatto che c’è qualcosa di grande nella vita ma che, normalmente, non si vede e di cui invece c’è tanto bisogno: la presenza del Signore. La figura del sacerdote dovrebbe essere per tutti, anche per chi si sente molto lontano dal Signore, in un certo senso “fastidiosa”. Dovrebbe essere uno che non ti fa tornare i conti e magari ti mette anche in crisi …”.

La mattina di domenica 19 giugno per entrambi ci sarà, poi, la celebrazione della “prima messa” nella rispettiva parrocchia d’origine: l’appuntamento con don Valentino è alle ore 10.00 nella chiesa di S. Giovanni Evangelista in via Rielta a Mestre mentre con don Lorenzo è alle ore 10.30 nella chiesa dei Ss. Benedetto e Martino a Campalto.

“La testimonianza accolta nel suo valore integrale è il compito che ci attende”. L’omelia nella Festa dei Giubilei

VENEZIA – Si è svolto nella mattinata di giovedì 9 giugno nella Basilica Cattedrale di San Marco a Venezia l’annuale incontro vocazionale che culmina nella festa degli anniversari (“giubilei”) di ordinazione sacerdotale.

L’appuntamento,  curato dalla Commissione diocesana per la formazione permanente del presbiterio, ha preso avvio con la recita dell’ora media, alla quale è seguita la relazione di Vittorino Andreoli, noto psichiatra e più recentemente autore di numerosi articoli e pubblicazioni di approfondimento sulla vita e sulla realtà dei preti. A seguire, l’intervento sulla situazione del Seminario diocesano a cura del rettore di mons. Lucio Cilia ed una breve relazione sul Fondo solidarietà del clero tenuta dal vescovo mons. Beniamino Pizziol.

In conclusione è stata celebrata la Santa Messa presieduta dal Patriarca, durante la quale sono sono stati ricordati i 60 anni di ordinazione sacerdotale dei preti diocesani mons. Silvio Zardon e padre Aldo Temperini, i 50 anni di messa di don Bruno Busetto, don Angelo Favero, don Gianni Fazzini e don Renzo Scarpa, ed il 25° di ordinazione di don Luciano Barbaro, don Roberto Berton, don Natalino Bonazza, don Pierluigi Cipriani, don Giuseppe Ormenese e don Giovanni Trabucco.

Qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca:

Angelo Scola

Patriarca di Venezia

1. Admirabile commercium

«La vocazione sacerdotale è un mistero. È il mistero di un “meraviglioso scambio” (admirabile commercium) tra Dio e l’uomo. Questi dona a Cristo la sua umanità, perché Egli se ne possa servire come strumento di salvezza, quasi facendo di quest’uomo un altro se stesso». Questa affermazione di Giovanni Paolo II, contenuta in Dono e mistero, esprime bene il significato della festa dei giubilei. Siamo grati a Dio, alla nostra Chiesa e ai nostri confratelli, secolari e religiosi, che festeggiano una tappa importante del loro cammino sacerdotale.

 

2. Preghiera e carità sacerdotale

Nella conclusione della preghiera sacerdotale di Gesù che il Vangelo ci ha proposto troviamo le due “ante” della nostra identità sacerdotale: la preghiera incessante al Padre e lo struggimento per coloro che Egli ci ha affidato.

Gesù conclude la sua preghiera al Padre per entrare nella “gloria”. Ciò non implica per Gesù abbandonare i Suoi, bensì prenderli con sé in questa stessa gloria: «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io» (Gv 17,24). Così già sulla terra noi siamo introdotti nell’amore trinitario. È questa la volontà di Gesù che corrisponde a quella del Padre. Il Padre ha mandato il Figlio nel mondo proprio per questo scopo. Cosa significhi poi essere con Gesù dove Lui è ce lo ha detto con chiarezza il Santo Padre nell’Omelia di San Giuliano: «Siate Santi! Ponete al centro della vostra vita Cristo! Costruite su di Lui l’edificio della vostra esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per fare di voi stessi, sul suo esempio, un dono per l’intera umanità».

 

3. «Una sola cosa, come noi siamo una sola cosa»

Più volte (Gv 23,25,26) il Santo Evangelo di oggi ripete il verbo conoscere per esprimere come la fede facendoci conoscere l’unità tra il Padre ed il Figlio ci insegna la bellezza dell’unità tra di noi. «Siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me» (Gv 17,22-23). L’eterno amore del Padre per il Figlio include già l’amore per gli uomini. L’unità nell’amore rivelata nella Trinità è paradigma per la vita delle comunità e test, prova di credibilità, di Gesù per il mondo. È primizia della resurrezione.

 

4. Testimoni della resurrezione

«Sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti» (At 23,6). Ci ha detto il Papa nell’Assemblea conclusiva della Visita pastorale qui in San Marco: «Nel corso della Visita pastorale avete dedicato speciale cura alla testimonianza che le vostre comunità cristiane sono chiamate a rendere, a partire dai fedeli più motivati e consapevoli». La testimonianza accolta nel suo valore integrale – metodo di conoscenza della realtà e di comunicazione della verità – è il compito che ci attende. Sempre il Santo Padre ha delineato con realismo il frangente storico in cui siamo chiamati a svolgerlo: «… Oggi questo essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e culturali -, abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino dell’esistenza… Tale atteggiamento tende, purtroppo, a diffondersi anche nel vostro territorio: questo avviene quando i discepoli di oggi si allontanano dalla Gerusalemme del Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella presenza viva del Signore…». Invece «Gesù risorto opera nei discepoli la conversione dalla disperazione alla speranza, dalla tristezza alla gioia e anche alla vita comunitaria» (Benedetto XVI, Omelia Messa a San Giuliano).

Al termine della Visita pastorale il Santo Padre ci ha confermato nella fede e ha rinnovato lo slancio del nostro ministero. Esso consiste, alla fine, nel proporre una comunità integrale, che vive delle quattro dimensioni che da anni stiamo approfondendo e giunge fino alle implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche dei misteri cristiani.

Il Pellegrinaggio in Terra Santa, sulle orme di Gesù, ci aiuterà a purificare l’incontro con Lui da ogni sentimentalismo e da ogni astrazione ideologica per renderlo esperienza viva di Gesù Risorto.

È questa esperienza che esalta l’umano e ci fa, non senza sacrificio, compagni di strada di ogni donna e di ogni uomo. E questo nella verità e nella carità, che sono sempre inscindibili e mai da opporre. Non c’è carità se va contro o se riduce la verità. E non è verità se non afferma simultaneamente il bene oggettivo di Dio, dell’altro e dell’io.

Mi piace sintetizzare il significato del tradizionale gesto dei giubilei che stiamo vivendo nel passaggio finale della Prima Lettura. Vuol essere il mio augurio ai festeggiati, a tutti noi, ai nostri confratelli ammalati o provati: «La notte seguente gli venne accanto il Signore e gli disse: “Coraggio!”. Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu dia testimonianza anche a Roma» (Atti 23, 11).

Sia, ancora una volta, la Vergine Nicopeia a propiziarci la forma di vittoria essenziale alla fede che, lo ripeto, si chiama testimonianza, cioè il pagar di persona perché l’amore di Cristo ci strugge. Amen

“La sequela di Cristo, nella forma dell’ordine sacro, è fonte di sicurezza e libertà”. Un nuovo “candidato” al sacerdozio

VENEZIA – Domenica 15 maggio, nel corso della messa solenne nella basilica cattedrale di S. Marco a Venezia, il Patriarca ha accolto la candidatura all’ordine sacro Pierpaolo Dal Corso, studente del Seminario diocesano.
 
Il rito della “candidatura” rappresenta un importante passaggio che ufficializza pubblicamente, nelle mani del Vescovo e davanti alla comunità ecclesiale, l’intenzione della persona di prepararsi all’ordinazione sacerdotale seguendo un preciso cammino di formazione e discernimento. Da questo momento in poi il seminarista comincia a portare la veste sacerdotale, segno esterno che lo fa riconoscere come “candidato all’ordine sacro”.
 
Pierpaolo Dal Corso è originario di Fiesso D’Artico (provincia di Venezia, diocesi di Padova) ed ha 34 anni; è laureato in Giurisprudenza, ha già conseguito la licenza in Diritto Canonico al Marcianum e si sta preparando al dottorato. Proprio nel corso dei suoi studi al polo della Salute ha scoperto e avviato il suo percorso vocazionale che lo ha quindi portato ad entrare, tre anni fa, nel Seminario patriarcale.

Qui di seguito un passaggio dell’omelia pronunciata dal Patriarca durante la Santa Messa:

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“Come Gesù anche noi siamo consacrati per Dio e, nello stesso tempo, per il mondo”. L’omelia della Messa del Crisma

VENEZIA – E’ stata celebrata nella mattina di giovedì santo (21 aprile), nella basilica cattedrale di San Marco, la S. Messa “Chrismatis” con la benedizione degli olii santi (l’Olio dei Catecumeni e degli Infermi più il Sacro Crisma). La celebrazione presieduta dal Patriarca ha visto la presenza dei sacerdoti della diocesi che hanno rinnovato pubblicamente le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione.

Qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca:

1. «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione» (Prima Lettura, Is 61,1).

Alzandosi a leggere nella sinagoga di Nazaret – a Nazaret, con l’Annunciazione, era iniziato tutto (Lc 1, 26ss) – Gesù manifesta se stesso. È questo il vero e solenne evento iniziale della sua missione. Domanda, oggi, a ognuno di noi di tornare all’evento iniziale della propria missione sacerdotale. Dobbiamo tornare alla chiamata, ma soprattutto al giorno dell’ordinazione, per esplorare, ancora una volta, il significato della nostra consacrazione.

Benedetto XVI lo approfondisce per noi. «Consacrato, cioè santo nel senso pieno, secondo la concezione biblica è solo Dio stesso… Così la parola santificare, consacrare significa il trasferimento di una realtà – di una persona o di una cosa – nella proprietà di Dio… Ma questa segregazione include allo stesso tempo essenzialmente il «per». Proprio perché donata totalmente a Dio questa realtà esiste ora per il mondo, per gli uomini, li rappresenta e li deve guarire… segregazione e missione formano un’unica realtà completa» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 101-102). Come Gesù anche noi siamo consacrati per Dio e, nello stesso tempo, per il mondo.

Da qui deriva un’importante conseguenza che ben conosciamo ma che spesso nel turbinio della quotidiana azione pastorale rischiamo di dimenticare. L’unico vero sacerdote è Lui. Noi non potremmo rappresentarlo sacramentalmente (agere in persona Christi), se non fossimo conformati, configurati a Lui. Il nostro ministero, infatti, non sostituisce Gesù, ma lo fa veramente presente; fa sì che Egli stesso agisca lungo la storia nella vita degli uomini, offrendo loro permanentemente la Parola di Dio ed il Pane e il Calice della salvezza.

 

2. «… Colui che ci ama… ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue… ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Seconda Lettura, cfr Ap. 5,5-6). È il Suo sangue versato che unifica i due termini della consacrazione: Dio ed il mondo (Egli è, infatti, il «testimone fedele» Ap 1, 5). È il suo “sacrificio” che, nello stesso tempo, ci giustifica e riconcilia con Dio e ci invia nel mondo.

Gesù è il Mandato dal Padre, e noi partecipiamo della Sua missione: «… Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri… per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61,1.3).

Dall’opera espiatoria di Cristo scaturisce il potere di compiere le opere del consacrato che il passo di Isaia descrive con dettaglio e per contrasto, opere di cui Gesù, nel Vangelo di Luca, si appropria.

 

3. Nel solco del sacerdozio, oggettivo e soggettivo, di Colui che è nello stesso tempo sacerdote, vittima ed altare possiamo accogliere ed attuare il dono del nostro sacerdozio ministeriale. Un dono perché «il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa» (Presbyterorum Ordinis 2).

Il contenuto specifico del sacerdozio cristiano si profila a partire dall’incrocio di due significative figure bibliche.

Gesù non si attribuì il titolo di sacerdote, perché per la sua nascita non apparteneva alla tribù di Levi. Si propose come il buon Pastore (Gv 10) e ha pensato il Suo ministero a partire dalla profezia del Servo del Signore (in part. Is 53: «… offrirà se stesso in sacrificio di espiazione»; Mc 10, 45: «Anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»). Il Suo è un sacerdozio qualitativamente diverso da quello levitico, anche se Cristo porta a compimento il sacerdozio antico. Risponde però alla affascinante idea paolina del «culto umanamente conveniente» (cfr. Rm 12, 1) che coincide con l’offerta totale di sé. Il nostro sacerdozio non poggia su un ruolo cui ci deleghi la comunità, anche se siamo immersi nel popolo sacerdotale, per essere ministri dell’unico sacerdote, per poter rendere sacramentalmente presente sull’altare l’unico ed irripetibile sacrificio del Golgota (sacrificio oggettivo: ex opere operato). Questo tuttavia, conviene ripeterlo, domanda la partecipazione personale a tale sacrificio oggettivo (ex opere operantis): la meditazione della figura del curato d’Ars che abbiamo compiuto lungo l’anno sacerdotale ce lo ha richiamato con forza.

Al termine della Visita pastorale che apre tutta la nostra Chiesa all’ascolto dei segni preziosi che lo Spirito ci ha donato lungo questi anni e vorrà ancora donarci possiamo riassumere, in questa sede, in una sola affermazione il compito che ci attende. Affrontare il passaggio, carico di travaglio e perciò fecondo, da un cristianesimo di convenzione ad un cristianesimo di convinzione.

La realistica e profonda pratica del battesimo dei neonati, che dovrà essere proposta e sostenuta con sempre maggior convinzione, avrà più che mai bisogno, attraverso un impegno educativo capace di autentica generazione, di condurre ad un cristianesimo per scelta. La crescita del numero dei catecumeni adulti è, in questo senso, un segno che ci riempie di gioia e di commozione. Ciò sarà impossibile senza la continua rigenerazione delle nostre parrocchie ed aggregazioni.

La comunità cristiana deve rinascere in ogni persona di ogni generazione.

Ci aiuterà di certo l’imminente visita del Santo Padre. Come abbiamo voluto comunicare a tutti egli, concludendo la Visita pastorale, si rivolgerà di persona a noi, per confermare la nostra fede, per dirci che la morte di Gesù è il perenne di Dio alla vita degli uomini.

 

4. Per tutti questi motivi in questa Messa crismale procederemo anzitutto al rinnovamento delle promesse sacerdotali e poi alla consacrazione degli oli sacri. Con il primo gesto intendiamo immedesimarci di persona e come presbiterio ben compaginato a Gesù sacerdote. Con il secondo la Chiesa ci ricorda l’unzione nello Spirito Santo che ci è stata partecipata da Gesù di Nazaret, il Cristo, l’Unto di Dio. Gli olii e l’unzione ci parlano infatti della penetrazione della potenza divina nell’uomo [«o Padre, santifica con la tua benedizione quest’olio, dono della tua provvidenza; impregnalo della forza del tuo Spirito e della potenza che emana dal Cristo dal cui santo nome è chiamato crisma l'olio che consacra i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri» (Benedizione del crisma)]. Commentava l’ormai beato Giovanni Paolo II nell’Omelia della Messa crismale del 1989: «Alla soglia del “Triduum Sacrum” della Pasqua ritorniamo al mistero che è eternamente in Dio: al mistero trinitario. Dal seno di questo mistero è venuto al mondo il Figlio, mandato dal Padre. Ed è stato unto con lo Spirito, soffio dell’eterno amore: l’amore del Padre e del Figlio. «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Lc 1, 35): per opera dello Spirito Santo, nell’Incarnazione, la Vergine di Nazaret diventa madre del Figlio eterno. «Lo Spirito del Signore Dio è su di me». In lui – in Cristo – è la pienezza dello Spirito Santo. La pienezza dell’unzione trinitaria».

 

5. Luca, nel Vangelo, racconta come gli astanti guardino a Gesù con attenzione piena di attesa: «Gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4,20). È lo stesso verbo che userà per parlare di Stefano, il primo martire della Chiesa «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui» (At 6,15). Mendichiamo questo sguardo, questo “faccia a faccia” con Cristo, condizione per una autentica forma ecclesiale nei rapporti dentro ogni circostanza. Espressione potente della gioia di essere ministri ordinati di Cristo sacerdote, di essere un presbiterio vitale che, nel rispetto della fisionomia di ciascuno, intende donarsi in unità per il bene del popolo di Dio che gli è stato affidato. Amen

“La penitenza per essere veri davanti a Dio”. Il conferimento del Ministero del Lettorato

VENEZIA – Sabato 26 marzo, nella chiesa dei Gesuati a Venezia, il Patriarca ha conferito il Ministero del Lettorato a due giovani che stanno compiendo il cammino verso il sacerdozio.

Viene pubblicato qui di seguito un passaggio dell’omelia del Patriarca:

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Due seminaristi diventano accoliti

MINISTERO DELL’ACCOLITATO - Domenica 7 novembre, alle ore 17.00, nella basilica della Salute a Venezia il Patriarca presiederà una celebrazione eucaristica durante la quale sarà conferito a due giovani del Seminario patriarcale di Venezia – Davide Carraro e Morris Pasian – il ministero dell’accolitato. Diventare accoliti, in sintesi ministri dell’Eucaristia e della carità, sarà per loro un ulteriore passo nel cammino verso il sacerdozio.

SACERDOZIO/ “Il cielo sopra la laguna”: il Patriarca presenta il libro del card. Cé

SACERDOZIO – E’ stato presentato lo scorso maggio a Venezia il libro “Il cielo sopra la laguna” firmato dal Patriarca emerito card. Marco Cé. Si tratta della raccolta di omelie e testimonianze svolte dal card. Cè sui preti della diocesi di Venezia in occasione dei funerali celebrati lungo il tempo del suo ministero come Patriarca (1979-2002) ed anche negli anni successivi. La pubblicazione, edita da Marcianum Press, riunisce quindi una serie di meditazioni che delineano così un profilo del sacerdozio ministeriale e, anche in occasione dell’Anno sacerdotale, rappresentano un significativo contributo alla riflessione sul tema. Attraverso le “storie dei preti” qui raccontate il card. Cè riesce a tratteggiare efficacemente alcuni tratti del contesto storico della Chiesa veneziana, dagli inizi del secondo dopoguerra ad oggi. 

L’incontro introdotto da mons. Orlando Barbaro, vicario episcopale per la santificazione e il culto, ha visto gli interventi del Patriarca card. Angelo Scola e di don Fabio Tonizzi, direttore dell’ISSR San Lorenzo Giustiniani (Marcianum), che ha curato la realizzazione del volume stesso.

Qui di seguito viene pubblicato un passaggio dell’intervento del Patriarca:

 httpvh://www.youtube.com/watch?v=Qe8aUKSRUYE

SACERDOZIO/ “La grazia del celibato come modalità concreta per fare esperienza dell’amore”. Il Patriarca ai sacerdoti durante la Messa del Crisma

SACERDOZIO – Viene riproposto il testo integrale dell’omelia pronunciata dal Patriarca nella S. Messa “Chrismatis” celebrata nella Basilica di San Marco a Venezia il primo aprile scorso (giovedì santo). La Santa Messa del Crisma ha visto la partecipazione dei sacerdoti della diocesi (i quali hanno rinnovato pubblicamente le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione) e di numerosi fedeli. Durante la celebrazione gli olii santi (l’Olio dei Catecumeni, degli Infermi e del Sacro Crisma) sono stati benedetti.

1. «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Seconda Lettura). Il versetto dell’Apocalisse ci aiuta a comprendere che l’azione eucaristica è un’eco fedele della liturgia celeste, in cui ogni istante è denso di adorazione e di lode alla Trinità. Una lode che nasce dalla gratitudine, piena di stupore, di fronte all’amore di Dio, il cui nome nella storia è Gesù Cristo. Questa, infatti, è l’origine permanente della nostra vita: il primato dell’amore. L’amore di Colui che ci ha liberati dai nostri peccati con il Suo sangue sempre ci precede: Deus prior dilexit nos. L’icastica formula di San Giovanni dice l’essenza stessa del cristianesimo. Tutto il resto consegue da qui.

Far memoria di questo dato originario è decisivo per cogliere la natura profonda di quest’Anno Sacerdotale che stiamo celebrando, e che il Santo Padre ha proposto a tutti noi come un’occasione privilegiata per riconoscere la santità come orizzonte proprio del nostro sacerdozio.

Il regno di sacerdoti per Dio Padre è il popolo santo di Dio preso nel suo insieme. Santo perché Suo, fatto di uomini che appartengono a Colui che è l’unico Santo. Santo perché redento e santificato. Così l’offerta quotidiana delle nostre persone, la vita vissuta come sacrificio gradito a Dio, il nostro essere membri di un popolo sacerdotale, nasce in ogni istante dal nostro essere santificati, cioè, dall’amore del Redentore che previene ed accompagna ogni nostra azione. (continua…)

SACERDOZIO/ Il Patriarca intervistato sul sacerdozio da Famiglia Cristiana

SACERDOZIO – Viene riproposta qui di seguito un’intervista al Patriarca condotta in occasione della sua presentazione del libro “Padre” di Monsignor Camisasca all’Istituto Agostinianum di Roma e apparsa su “Famiglia Cristiana” del 4 aprile:

Monsignor Scola, cosa la colpisce di questo breve ma incisivo programma di riforma della vita sacerdotale?

“Ciò che colpisce e convince di più, man mano che ci si inoltra nella lettura di queste pagine, è la loro natura di testimonianza personale intesa come metodo di conoscenza e di comunicazione. Privilegiando, per parlare del sacerdozio, la strada della testimonianza, don Massimo ha scelto la via più persuasiva, accessibile a tutti, e ha saputo sgombrare fin dall’inizio il terreno da sterili polemiche. Il dono-mistero, per usare un’efficace espressione di Giovanni Paolo II, della vocazione sacerdotale brilla nelle sue pagine come il fattore unificante di una maturità umana immancabilmente feconda. Del resto, se ci pensiamo, tutti noi abbiamo conosciuto il sacerdozio attraverso la strada maestra dei testimoni”.

Nel suo libro Camisasca parla del silenzio, della preghiera e dello studio come dell’Abc del prete, come l’ancora di salvezza della vita sacerdotale. Perchè questi elementi sono così importanti?

“Il silenzio, la preghiera e lo studio affermano la permanente precedenza, nella nostra vita, del mistero di Dio. Non sono altro che lo spazio dell’ascolto di Colui che ci ama per primo: non solo che ci ha amato per primo, ma che ci ama ora e sempre per primo! Un prete che non sia sempre più consapevole e grato di questo, finirà per smarrire la propria identità. (continua…)

SACERDOZIO/ “Fine della modernità: eclissi e ritorno di Dio”. Il Patriarca su “Il Dio della cultura e della Bellezza”

Dopo la pausa della scorsa settimana che ha visto il blog dedicarsi alla Festa del Redentore, riprende oggi avvio la proposta estiva attraverso la quale si ripercorreranno quotidianamente le attività, svoltesi durante l’anno pastorale, secondo cinque diversi filoni temateci: Famiglia, Maria, Sacerdozio, Educazione e “Caritas in Veritate”.

SACERDOZIO – Viene riproposto qui di seguito l’intervento del Patriarca pronunciato in occasione dell’Evento Internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale Cei, dall’11 al 12 dicembre a Roma, dal titolo “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto“. Il card. Scola è intervenuto all’interno della seconda sessione dei lavori, intitolata “Il Dio della cultura e della Bellezza“.

1. Modernità: deicidio o eclissi di Dio?

A suo tempo Augusto Del Noce ha affermato: «L’ateismo si fa destino della modernità» dal momento che la modernità immanentista termina nella rinuncia radicale alla domanda sul senso. Anzi, insiste il filosofo, l’in-sensatezza della modernità altro non sarebbe che la prova del deicidio compiuto[1].

Ma quale Dio sarebbe stato ucciso? Ed anche: quale Dio è quello che la modernità filosofica religiosa ha affermato e difeso? Per identificarlo possiamo far ricorso ad un celebre passaggio della Lettera ai Romani in cui San Paolo, parlando di Abramo, dice: «Sta scritto: “Ti ho costituito padre di molti popoli”; (è nostro padre) davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4, 17). (continua…)