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«Una nuova cultura della politica
per il rinnovamento del Paese»

Nella terza videointervista dal Sinodo in corso a Roma, il cardinale Scola riflette sull’importanza dell’evangelizzazione anche come guida per l’’azione dei cristiani che operano in vari ambiti per il bene comune

«Per il cristiano la comunione precede ogni cosa»

Lunedì 16 ottobre, nel corso dell’’XI Congregazione Generale del Sinodo dei Vescovi in svolgimento in Vaticano, il cardinale Angelo Scola ha preso la parola sottolineando le quattro «dimensioni costitutive» dell’’evangelizzazione. Pubblichiamo l’’intervento dell’’Arcivescovo

La Terza Parte dell’‘Instrumentum laboris, intitolata Trasmettere la fede, è significativamente introdotta dalla citazione di At 2,42.46-47: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere… Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». In questo modo viene immediatamente identificato il metodo, non un metodo, della nuova evangelizzazione: essa, per finire, coincide con l’’invito rivolto a tutti a vivere la vita della comunità cristiana. La Chiesa evangelizza proponendo se stessa in tutte le sue dimensioni costitutive (cf LG 14).

Quali sono queste dimensioni costitutive che non possono mai mancare nell’’evangelizzazione? Sulla scia del sommario degli Atti degli Apostoli possiamo identificarne quattro:

1. Erano perseveranti… nello spezzare il pane e nelle preghiere…: l’’Eucaristia è la sorgente inesauribile della vita della comunità. La partecipazione all’’Eucaristia rende possibile, per opera dello Spirito, vivere per Cristo, con Cristo e in Cristo.

2. Erano perseveranti nell’’insegnamento degli apostoli, annunciatori della Parola di Dio in tutti gli ambiti dell’’umana esistenza. San Paolo parla di educazione al «pensiero di Cristo» (cfr 1Cor 2,16). San Massimo il Confessore la descrive in questo modo: «Anch’’io, infatti, dico di avere il pensiero di Cristo, cioè il pensiero che pensa secondo Lui e pensa Lui attraverso tutte le cose».

3. Erano perseveranti… nella comunione: avendo in comune Gesù Cristo, i cristiani sono tesi liberamente a condividere con tutti i fratelli la propria esistenza. La comunione per il cristiano precede ogni cosa, è l’a priori necessario.

4. Il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati: la missione della Chiesa è la testimonianza grata che lascia trasparire la gioia dell’’incontro con Gesù che diventa struggimento perché tutti i fratelli uomini siano salvati.

Proporre una vita di comunità in cui i fedeli consapevoli praticano regolarmente queste quattro dimensioni costitutive indicate dal brano degli Atti degli Apostoli: questa è la nuova evangelizzazione. Così ogni donna e ogni uomo potrà essere introdotto e accompagnato all’’incontro personale e libero con Cristo. Infatti, nel cristianesimo tutto è personale in quanto è comunitario, ma tutto ciò che è veramente comunitario fa fiorire la persona.

“Quale università, per quale uomo? L’avventura del conoscere nella società plurale”. L’intervento al VIII Simposio Internazionale dei Docenti Universitari

ROMA – Vengono qui proposti alcuni estratti dell’intervento che il card. Angelo Scola ha pronunciato nel pomeriggio di giovedì 23 giugno  presso la Pontificia Università  Lateranense a Roma in occasione della cerimonia inaugurale del VIII Simposio Internazionale dei Docenti Universitari che fino al 25 giugno affronterà il tema ”L’Università e la sfida dei saperi: quale futuro?”.

 

Card. Angelo Scola

Patriarca di Venezia

1. Un “lamento” ricorrente

Chi da anni frequenta gli ambienti universitari potrà senz’altro convenire sul fatto che poche affermazioni sono più ricorrenti e trasversali del lamento, espresso in tutte le sfumature possibili, sulla crisi dell’università. È una denuncia che accompagna la vita degli atenei e dei centri di ricerca, almeno dal 1870, quando Nietzsche, il tragico profeta del nostro tempo, a soli 25 anni scrisse: «l’Università è un ostacolo per chi voglia dedicarsi totalmente alla ricerca della verità»[1].

Non mi pare il caso di soffermarmi su un giudizio così severo e discutibile. Ad ogni modo la questione “università” rappresenta un problema che sicuramente continuerà a darci filo da torcere nei prossimi decenni. 

[...]

 

2. Frammentazione del sapere e unità dell’io

Il dato della cosiddetta “frammentazione del sapere” è talmente evidente che non ha bisogno di particolare giustificazione. Tale frammetazione è stata forse favorita dall’inevitabile necessità di demarcazione dei saperi. Si tratta di una operazione di natura epistemologica tesa ad assicurare i confini di ogni singola disciplina per definirne, con il maggior grado di certezza possibile, la peculiarità.

La demarcazione viene stabilita a partire da una concezione complessiva del mondo, dell’uomo e di Dio fondata a sua volta su una determinata visione della conoscenza. Così il sistema di demarcazione medievale era basato generalmente sulla teoria dei “gradi dell’essere”, sia di stampo platonico che di stampo aristotelico. Con l’avvento del pensiero trascendentale i confini si modificarono ulteriormente in seguito all’influsso della fisica e della matematica. La filosofia idealistica tedesca, riferendosi ad una concezione dello “spirito”, ridisegna a sua volta tutto l’impianto della conoscenza cercando di ricondurvi la storia, la soggettività e la cultura come produzione di un “soggetto spirituale”. Qui la demarcazione è definita dai diversi livelli dello “spirito”. 

[...] 

Non si intende ovviamente affermare l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra demarcazione dei saperi e loro frammentazione. Si vuole in ogni caso rilevare il dato di fatto di una frammentazione del sapere e dei saperi che conduce l’università ad essere sempre meno uni-versitas, sempre meno una. Non si tratta di negare, lo ripeto, che la de-limitazione sia implicata nella natura stessa delle diverse conoscenze e debba corrispondere a qualcosa che attiene originariamente al sapere umano. Bensí di riconoscere che nessuna conoscenza particolare si sviluppa a prescindere da uno scambio con le altre conoscenze, non foss’altro perché il singolo soggetto partecipa contemporaneamente ai diversi ambiti del sapere, aldilà di quello proprio della specialistica. Così, ad esempio, si rivela sempre più un’operazione destinata al fallimento quella di chi vuole staccare interamente la fisica e la biologia dalla matematica, la psicologia e la linguistica dalla filosofia, o la filosofia dalle matematiche. Basta sfogliare le pagine culturali dei giornali per renderci conto che oggi tale operazione è sempre meno realistica. Eppure continua spesso ad essere proposta come ideale anche nell’organizzazione degli studi.

Di fronte ad una tale situazione che cosa può costituire un punto di riscossa? Solo l’affermazione del soggetto del sapere, l’uomo reale, il cui impeto di conoscenza è caratterizzato da un’apertura integrale che si fonda su una capacità recettiva che domanda la sua unità. L’unità del soggetto del sapere è la imprescindibile fonte della conoscenza.

Infatti, in ogni conoscenza la ragione naturaliter si relaziona all’oggetto con un’apertura integrale, rivelando così una misura “adeguata” alla realtà totale. Questa proprietà essenziale della ragione – apertura integrale – non è ovviamente sinonimo di onnipotenza. Non si tratta di postulare una ragione infinita; “totale”, significa piuttosto che la ragione dispiega tutte le sue proprietà (memoria, percettività, proiettività, induttività, deduttività, speculatività…) nei confronti di tutto il reale, sia pure in modo discorsivo e limitato. 

[...] 

Non è però sui ben noti limiti della ragione che vogliamo qui attirare l’attenzione. Piuttosto notiamo come questa apertura integrale alla realtà totale sia la condizione che permette alla ragione di essere e restare “una” non solo nel singolo atto conoscitivo, ma anche nella elaborazione, tendenzialmente organica, di una determinata conoscenza. 

[...] 

In questa apertura integrale della ragione alla realtà totale si evidenzia un’altra proprietà essenziale della ragione stessa. Hans Urs von Balthasar la definisce con la categoria della ricettività: «Il soggetto diventa ricettivo in senso universalissimo… Ricettività dice appellabilità mediante altro essere, restare aperti per qualcosa d’altro che per il proprio soggettivo spazio interno, significa avere finestre per tutto ciò che esiste ed è vero. Ricettività dice il potere e la possibilità di ricevere in casa propria una realtà estranea e per così dire ospitarla»[2]. Con una bella metafora la ricettività viene definita, in ultima analisi, come «la capacità di farsi regalare da quest’esistente la sua propria verità»[3]. Questa ricettività non è passività, ma, al contrario, è l’espressione dinamica del «selvaggio e vivo intelletto dell’uomo»[4]. Colui che riceve, anche se i doni sono molteplici, è in se stesso capace di unità: il principio unificatore è un carattere insopprimibile della natura razionale del soggetto che riceve “il regalo”. 

Nell’apertura integrale della ragione alla realtà totale e nella sua capacità ricettiva si rivela quindi che l’unità del soggetto del sapere sta alla base della ricerca, dell’insegnamento e dello studio, cioè dell’Università.

 

3. Società plurale ed io-in-relazione

Voglio ora compiere il secondo passo con qualche riflessione riguardo al fatto che l’università oggi, almeno nei Paesi euroatlantici, vive nella cosiddetta “società plurale”. Essa è l’ambito in cui pertanto si deve porre la domanda quale uomo, in quale Università?

La constatazione che il nostro sia un mondo “pluralistico” e, soprattutto, che lo sia “sempre stato”[5] suggerisce soltanto l’idea che le diversità sono potute e possono ancora essere positive per una determinata società. Tuttavia l’espressione “società plurale” assume oggi, inesorabilmente, un certo significato tecnico. Essa infatti, parte sì dal prendere atto della pluralità dei soggetti in campo, ma intende soprattutto indicare che questa pluralità è divenuta così rilevante e così spesso conflittuale da domandare una inedita configurazione politica, etica, giuridica ed economica della società stessa.

L’università, in forza della sua stessa ragion d’essere, è attraversata dalle innumerevoli pressing issues che caratterizzano questa società plurale. 

[...] 

Propongo due considerazioni sull’argomento.

In primis occorre riconoscere che la società plurale esige di non trascurare mai un dato antropologico costitutivo e, quindi, insuperabile: l’uomo è sempre un io-in-relazione.

L’uomo, infatti, scopre di essere uno – per questo si può dire io -, ma sempre e solo nella dualità di anima-corpo, di uomo-donna e di persona-comunità. L’unità dell’uomo è quindi segnata da un’insopprimibile tensione drammatica – come tra i due poli di una calamita – che mette sempre in gioco la libertà del singolo in ogni suo atto.

L’uomo della nostra epoca è però contraddistinto da una ricerca spasmodica di una identità puramente individuale che postula una rottura dei legami o almeno una loro riduzione agli aspetti funzionali. Questo fenomeno di vasta portata psicologica e sociale si riflette nell’università. Soprattutto esso rende fragile la trasmissione del significato della vita tra le generazioni. Indebolisce l’educazione come processo generativo. 

[...] 

Gli uomini dell’Università debbono proporre allora con forza una paideia intesa in senso generale e non sostitutiva della competenza. Far valere il fatto che l’uomo per l’università non può che essere l’io-in-relazione potrebbe rendere l’Università un ambito privilegiato per il riconoscimento pieno dell’humanum. Quella dell’università come communitas docentium et studentium è una proposta anche oggi realistica, percorribile.

Ma perché questo possa accadere è necessario far riferimento, anche in ambito universitario, alla benefica prassi di partecipazione. Non c’è dubbio che l’università debba essere, secondo la terminologia ormai d’uso, “laica”, purché con questo termine non si intenda concepirla come “indifferente” alle visioni sostantive, siano esse religiose o laiche. Essa sarà pertanto laica perché aperta al confronto che sta alla base, tra l’altro, dell’ormai necessaria pratica della transdisciplinarietà. 

[...]

 

Note:
[1] Lettera ad Edwin Rohde del 15 dicembre 1870.
[2] H. U. von Balthasar, Teologica t. 1, op. cit., 48.
[3] Ibid. 49.
[4] Così Newman, che «mette la ragione al suo posto, come facoltà di persone concrete immerse nel vortice di passioni, relazioni, contingenze storiche. Non è semplicemente un ricettacolo passivo di dati sensibili, né un potere che compie la sua vera funzione nel mondo cartesiano o lockiano della pura matematica» J. M. Hass, La ragione al suo posto, op. cit., 102.
[5] R. Spaemann, La diceria immortale. La questione di Dio e l’inganno della modernità, Cantagalli, Siena 2008, 12.

“L’esperienza cristiana, via della bellezza”. Il comunicato finale della 63ª assemblea della Cei

ROMA – Viene qui proposto il comunicato finale della 63ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, tenutasi a Roma dal 23 al 27 maggio.

Conferenza Episcopale Italiana

63ª ASSEMBLEA GENERALE

Roma, 23 – 27 maggio 2011

 

Comunicato finale 

 

“La comunione nello Spirito Santo è la condizione del giusto discernimento”. Queste parole, pronunciate dal Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, nell’omelia della Concelebrazione eucaristica in San Pietro, individuano con efficacia i tratti caratterizzanti la 63ª Assemblea Generale della CEI (Roma, 23-27 maggio 2011). A essa hanno preso parte 231 membri e 18 Vescovi emeriti, a cui si sono aggiunti 22 rappresentanti di Conferenze Episcopali europee, i delegati dei religiosi, delle religiose, degli Istituti secolari, della Commissione Presbiterale Italiana e della Consulta Nazionale delle aggregazioni laicali, nonché alcuni esperti, in ragione degli argomenti trattati.

Uno spirito di comunione ha contraddistinto anzitutto la prolusione del Presidente, il Card. Angelo Bagnasco, che ha riletto, a partire dalla recente beatificazione, la figura e il magistero di Giovanni Paolo II, riproponendo la forza rigenerante dell’originalità cristiana, anche in un clima culturale segnato dal dilagare del secolarismo e del relativismo. Con fermezza, esprimendo “dolore e incondizionata solidarietà” alle vittime e alle loro famiglie, ha ribadito il dovere di affrontare l’infame piaga degli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti; la preoccupazione per la crisi della vita pubblica e per l’individualismo indiscriminato che porta a ignorare le urgenze sociali; il bisogno di tutelare la persona in ogni momento della vita e la famiglia, come nucleo primario della società; la necessità di qualificare la scuola e di una politica del lavoro che abbia a cuore il futuro dei giovani. L’anelito alla comunione ha indotto a varcare i confini del nostro Paese, per soffermarsi sullo situazione del Medio Oriente e del Nordafrica, con particolare attenzione alla Libia, chiedendo un “cessate il fuoco” che apra la strada alla diplomazia e a un diverso coinvolgimento dell’Unione europea.

La comunione si è manifestata visibilmente nella celebrazione mariana del 26 maggio nella Basilica di S. Maria Maggiore, nella quale i Vescovi, riuniti in preghiera intorno al Santo Padre, hanno rinnovato l’affidamento dell’Italia alla Vergine Madre, nell’anno in cui ricorre il centocinquantesimo anniversario dell’unità politica.

L’Assemblea Generale ha esercitato il suo discernimento in particolare riflettendo sulle modalità secondo cui articolare nel decennio corrente gli Orientamenti pastorali Educare alla vita buona del Vangelo, approvati nel 2010. In quest’opera i Vescovi sono stati guidati da due relazioni magistrali, l’una volta ad approfondire cosa significhi introdurre e accompagnare all’incontro con Cristo nella comunità ecclesiale, e l’altra imperniata sulla sfida che il secolarismo pone all’universalità cristiana.

Continuando l’opera iniziata nella precedente Assemblea Generale, tenuta ad Assisi nel novembre scorso, i Vescovi hanno esaminato e approvato la seconda parte dei materiali della terza edizione italiana del Messale Romano. Fra gli adempimenti di natura amministrativa, spicca l’approvazione della ripartizione e dell’assegnazione delle somme derivanti dall’otto per mille.

A integrazione dei lavori, sono state svolte comunicazioni e date informazioni su alcune esperienze ecclesiali di rilevanza nazionale e sui prossimi eventi che coinvolgeranno le Chiese in Italia.

 

1. L’esperienza cristiana, via della bellezza 

L’educazione è il fulcro prospettico e l’impegno prioritario delle diocesi italiane nel decennio corrente: ciò impone un’attenta analisi delle dinamiche culturali in cui essa è chiamata a vivere. È fondamentale affrontare il discorso culturale per giungere a una proposta di fede, in una società nella quale il pensiero individualistico trasforma la libertà in privilegio del più forte e conduce alla deriva dell’indifferenza.

Oggi la secolarizzazione costituisce la condizione normale per ciascuno. L’approfondimento dedicato al tema ha aiutato a recuperare la genesi storica di questa situazione, che ha visto anzitutto venire meno la fiducia che la singolarità di Cristo conferisca unità e senso a tutto ciò che è umano. Questa frattura ha aperto la strada alla privatizzazione della fede e alla costruzione di alternative culturali all’universalismo cristiano, sfociate nelle ideologie del Novecento. La critica radicale all’Assoluto ha portato con sé anche la negazione degli assoluti antropologici, con l’avvento dei particolarismi, della frammentarietà e della solitudine, fino alla deriva nichilista.

Per non restare succubi e inerti, è indispensabile riproporre l’esperienza cristiana quale sintesi forte e bella, che individua nel Cristo il principio che ridona respira a tutto l’umano. Educare alla fede diventa così la prima urgenza e il primo servizio a cui la Chiesa è chiamata, dando respiro e profondità all’impegno culturale e alla testimonianza della carità. 

 

2. Con la forza di un incontro 

L’orizzonte della fede non muove da una dottrina o da un’etica, ma da un incontro personale. Nel dibattito in aula è emersa con forza la necessità di contestualizzare l’opera educativa della Chiesa nel panorama culturale, consapevoli del fatto che è questo il momento per indicare strade che introducano e accompagnino all’incontro con Cristo. In tale ottica, il lavoro in gruppi di studio – finalizzato a individuare soggetti e metodi dell’educazione alla fede – ha evidenziato anzitutto l’imprescindibilità, per la trasmissione della fede, di relazioni profonde di prossimità e di accompagnamento, nella linea dell’icona evangelica dei discepoli di Emmaus.

Molti hanno sottolineato come non manchino nelle nostre comunità sperimentazioni stimolanti e buone prassi, soprattutto nell’ambito dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi: un primo obiettivo operativo sarà quello di una mappatura delle esperienze, che ne consenta una conoscenza più diffusa in vista del discernimento.

La famiglia – spesso integrata dall’apporto dei nonni – resta il soggetto educativo primario, nonostante le fragilità che la segnano. Un nuovo rilievo può essere assunto dai padrini, se scelti in quanto persone disponibili e idonee a favorire la formazione cristiana delle nuove generazioni.

Accanto alla famiglia, rimane fondamentale il ruolo della parrocchia. Associazioni laicali, gruppi e movimenti vanno a loro volta valorizzati, verificandone con puntualità esperienze e proposte educative. Molto ci si attende dai sacerdoti: ribadendo la stima nei loro confronti, per la dedizione di cui danno prova, si chiede loro un salto di qualità, le cui basi devono essere poste sin dalla formazione in seminario. Educatore per eccellenza, il sacerdote non può a sua volta esimersi dal dovere della formazione permanente, antidoto al rischio di lasciarsi travolgere dalle esigenze del fare, perdendo i riferimenti complessivi del quadro culturale ed ecclesiologico, senza i quali l’attività pastorale si condanna alla sterilità.

I Vescovi hanno condiviso l’importanza di offrire una risposta accogliente e vitale in particolare ai cosiddetti “ricomincianti”: quanti, cioè, dopo un tempo di indifferenza o di distacco, maturano la volontà di riavvicinarsi alla pratica religiosa e di sentirsi parte della Chiesa. Un’attenzione specifica deve essere rivolta agli immigrati – specialmente alle giovani generazioni –, destinati a diventare parte integrante delle comunità ecclesiali e del Paese. 

 

3. La carità politica nasce dalla santità           

La prolusione del Cardinale Presidente è stata apprezzata per l’impostazione, l’equilibrio e l’ampiezza di sguardo. In particolare, i Vescovi hanno condiviso la preoccupazione per la situazione di precariato lavorativo che mette a dura prova soprattutto i giovani, e per la contrazione dei servizi sociali – a partire dall’offerta sanitaria. Il doveroso contenimento della spesa pubblica non può, infatti, avvenire penalizzando il livello delle prestazioni sociali, che è segno di civiltà garantire a tutti.

Unanime è l’impegno a investire energie per formare una nuova generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune. C’è bisogno in questo campo di luoghi, metodi e figure significative: tra esse, spicca per la sua esemplarità il Servo di Dio Giuseppe Toniolo, la cui prossima beatificazione costituirà un’opportunità per rilanciare un modello di fedele laico capace di vivere la misura alta della santità.

Gli abusi sessuali compiuti da ministri ordinati sono una piaga infame, che “causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie, cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà”: stringendosi intorno al Cardinale Presidente e facendone proprie le parole ferme, i Vescovi hanno ribadito che sull’integrità dei sacerdoti non si può transigere. Condivisa è la certezza che chiarezza, trasparenza e decisione, unite a pazienza e carità, sono la via della perenne riforma della Chiesa.

Profonda sintonia è emersa anche nella valutazione della drammatica situazione libica: i Vescovi hanno chiesto con fermezza che le armi cedano il posto alla diplomazia; che l’Europa avverta come il Nordafrica rappresenti oggi un appuntamento a cui è essa convocata dalla storia; che l’impegno di accoglienza dei profughi sia condiviso a livello comunitario. Particolare riconoscenza va alle Caritas diocesane e alle associazioni di volontariato che si stanno spendendo per fare fronte all’emergenza, forti di un’esperienza di integrazione da tempo quotidianamente condotta. 

 

4. Sotto il manto della Vergine           

L’Assemblea Generale ha vissuto il suo momento più alto e toccante giovedì 26 maggio, stingendosi in preghiera intorno al Santo Padre per la recita del Rosario nella Basilica di S. Maria Maggiore.

In questo modo – come ha ricordato il Cardinale Presidente nell’indirizzo di saluto – si è voluto affidare l’Italia a Maria nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, richiamando i tasselli di una memoria condivisa e additando gli elementi di una prospettiva futura per il Paese.

Papa Benedetto XVI, osservando che a ragione l’Italia può essere orgogliosa della presenza e dell’azione della Chiesa, ha esortato i Vescovi a essere coraggiosi nel porgere a tutti ciò che è peculiare dell’esperienza cristiana: la vittoria di Dio sul male e sulla morte, quale orizzonte che getta una luce di speranza sul presente. In particolare, ha incoraggiato le iniziative di formazione ispirate alla dottrina sociale della Chiesa e ha sostenuto gli sforzi di quanti si impegnano a contrastare il precariato lavorativo, che compromette nei giovani la serenità di un progetto di vita familiare. 

 

5. Liturgia, fulcro dell’educazione           

La liturgia costituisce il cuore dell’azione educativa della Chiesa. Continuando il lavoro intrapreso nella precedente Assemblea Generale (Assisi, 8-11 novembre 2010), i Vescovi hanno esaminato i materiali della seconda parte della terza edizione italiana del Messale Romano. Per completare l’opera, restano da affrontare gli adattamenti propri della versione italiana: essi saranno esaminati nella prossima Assemblea Generale, che si terrà a Roma nel maggio 2012. 

 

6. Adempimenti amministrativi, comunicazioni e informazioni 

Come ogni anno, i Vescovi hanno provveduto ad alcuni adempimenti amministrativi, fra cui spicca l’approvazione dell’assegnazione e della ripartizione delle somme provenienti dall’otto per mille per il 2011. I dati, come sempre riferiti alle dichiarazioni dei redditi effettuate tre anni fa, cioè nel 2008, confermano l’ottima tenuta del meccanismo dell’otto per mille: all’aumento complessivo del numero dei firmatari, è corrisposta la perfetta tenuta della percentuale di quanti hanno espresso la propria preferenza per la Chiesa cattolica. Ciò induce a perseverare nell’impegno di trasparenza quanto all’utilizzazione e alla rendicontazione di queste somme.

Si è data comunicazione degli esiti della rilevazione delle opere sanitarie e sociali ecclesiali presenti in Italia. È stato presentato il libro bianco informatico sulle opere realizzate grazie ai fondi dell’otto per mille, nonché il portale internet www.chiesacattolica.it. Si sono forniti ragguagli sul seminario di studio per i Vescovi sul tema dei rapporti fra Chiesa, confessioni religiose e Unione europea (Roma, 14-16 novembre 2011). Altre informazioni hanno riguardato la Giornata per la Carità del Papa, la Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, il Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona e l’Incontro Mondiale delle Famiglie di Milano.

Infine, è stato approvato il calendario delle attività della CEI per l’anno pastorale 2011-2012. 

 

7. Nomine

La Presidenza della CEI, riunitasi il 23 maggio, ha nominato don Paolo Morocutti (Siena – Colle di Val d’Elsa – Montalcino) Assistente Ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore – sede di Roma. 

Il Consiglio Episcopale Permanente, riunitosi il 25 maggio, ha provveduto alle seguenti nomine:

- Padre Michele Pischedda, Oratoriano, Assistente Ecclesiastico Nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

- S.E. Mons. Luigi Marrucci, Vescovo di Civitavecchia – Tarquinia, Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.

- Don Danilo Priori (L’Aquila), Vice Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’UNITALSI.

- Prof. Francesco Miano, Presidente Nazionale dell’Azione Cattolica Italiana.

- Dott.ssa Francesca Simeoni, Presidente Nazionale Femminile della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (FUCI).

 

 Ha inoltre confermato:

- Avv. Salvatore Pagliuca, Presidente dell’UNITALSI.

- Mons. Antonio Donghi (Bergamo), Assistente Spirituale Nazionale dell’Associazione Opera della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo.

 

Roma, 27 maggio 2011

“L’Evento che spiega l’uomo all’uomo”. Un articolo da “L’Osservatore Romano”

VENEZIA – Viene proposto qui di seguito un estratto, pubblicato oggi su “L’Osservatore Romano“, della relazione - dal titolo “L’insegnamento di Karol Wojtyła. Giovanni Paolo II e l’uomo postmoderno” — pronunciata dal Patriarca al convegno tenutosi sabato 12 marzo nella Sala Sant’Apollonia a Venezia e organizzato dall’Istituto superiore di scienze religiose «San Lorenzo Giustiniani», inserito nello Studium Generale Marcianum.

 

Angelo Scola

La proposta di Dio formulata da Giovanni Paolo II, soprattutto nelle tre encicliche trinitarie, risponde al desiderio di Dio dell’uomo postmoderno. Un desiderio insopprimibile anche quando viene sepolto sotto le macerie dell’odierno clima nichilistico. La via maestra scelta dal Papa polacco è quella della contemporaneità di Gesù Cristo.

Sin dall’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo II ha formulato con forza una decisiva lettura del concilio Vaticano II basata sull’icastica affermazione: «Redentore dell’uomo, Cristo è il centro del cosmo e della storia» (Redemptor hominis, 1). Con questa enciclica egli propone programmaticamente tale prospettiva per permettere una comprensione esatta del nucleo costitutivo dell’esperienza cristiana, intesa come pienezza dell’esperienza comune, integrale ed elementare dell’uomo.

L’affermazione iniziale è ulteriormente approfondita dai paragrafi 6-9, che sostengono non solo il primato di Cristo redentore ma il primato di Cristo tout court. Cristo è il Capo per mezzo del quale esistono tutte le cose. In Lui, l’uomo è pensato, voluto e creato e non solo redento. Il Papa riprende a questo punto il passo di Gaudium et spes, 22 che ha ispirato tutta la sua vita di uomo e di sacerdote, affermando che gli uomini «proprio nel Figlio primogenito sono stati, fin dall’eternità, predestinati a divenire figli di Dio e chiamati alla grazia, chiamati all’amore». E tale rivelazione dell’amore e della misericordia «ha nella storia dell’uomo una forma e un nome: si chiama Gesù Cristo». Giovanni Paolo II ci guida così nel passaggio da Gesù al Padre attraverso la strada che Cristo stesso ci ha mostrato per rivelarci la Trinità: da Gesù al Padre nello Spirito.

Questo tema viene ulteriormente indagato nella seconda enciclica del trittico trinitario: Dives in misericordia, che, approfondendo il cristocentrismo, scardina la falsa contrapposizione fra teocentrismo e antropocentrismo proposta da «varie correnti del pensiero umano» (1). Ciò è possibile perché Gesù, la misericordia incarnata, rivelando Dio nell’impenetrabile mistero del Suo essere, ne mostra anche chiaramente l’amore per l’uomo. È nell’orizzonte del Logos-Amore, come non cessa anche oggi di affermare Benedetto XVI, che il desiderio di Dio incontra un’adeguata risposta. In questo Dio infatti, la ragione, la fede e la vera religione scoprono il loro nesso profondo e fecondo. Il manifestarsi della misericordia del Padre in Cristo spiega il senso esatto del mistero della creazione, consentendo anche di lumeggiare il mistero dell’elezione di ogni uomo in Gesù Cristo.

Il percorso che dall’evento Gesù Cristo conduce alla vita intima della Trinità si completa nella terza enciclica trinitaria di Giovanni Paolo II, la Dominum et vivificantem, in cui è descritto il dialogo vitale che lo Spirito consente tra la Trinità e l’uomo. Questa enciclica mostra la portata estrema della pretesa di Gesù Cristo, descritto come immagine perfetta del Padre e quindi come la figura dell’uomo, perché questi, a sua volta, è creato a immagine di Dio. Per la grazia dello Spirito, l’uomo scopre «in se stesso l’appartenenza a Cristo» e attraverso questa appartenenza comprende meglio il senso della sua dignità.

In che modo allora la centralità storica e cosmica di Cristo alfa e omega può ancora incontrare l’interesse dell’uomo odierno? Cosa offre Cristo alla sua ragione iper-esigente e alla sua libertà spesso insoddisfatta? Gli offre una risposta esauriente all’enigma da cui è costituito senza annullarne la libertà dal momento che Cristo non pre-decide il dramma del singolo. Secondo la riflessione teologica sulla singolarità di Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, rivelandosi a un tempo non solo come redentore universale ma anche come capo della creazione, si attesta come l’Evento che spiega l’uomo all’uomo. In tale Evento la libertà infinita del Deus Trinitas si piega, attraverso il Logos-Amore, sulla libertà finita dell’uomo, liberandola.

L’affermazione di Cristo, nostro contemporaneo, come attestazione della possibilità di nominare Dio oggi, presuppone una lettura della sua Persona in quanto Persona salvifica, come emerge dal trittico trinitario di Giovanni Paolo II. Una lettura siffatta permette di rendere conto dell’interesse per la sua venuta nel mondo. Nella persona storica di Gesù Cristo si trovano veramente unificate e proiettate, nell’escatologia del mondo nuovo/cieli nuovi, tutte le dimensioni antropologiche. Emerge così anche l’interesse per l’uomo nuovo senza il quale l’interesse per Cristo è nominale e, nello stesso tempo, si evidenzia l’interesse per Cristo senza il quale l’interesse per l’uomo resta ultimamente vuoto. La questione dell’interesse per, che riprende il tema della con-venientia di Tommaso, è pedagogicamente assai attuale e quindi decisiva per la nuova evangelizzazione.

SACERDOZIO/ “Fine della modernità: eclissi e ritorno di Dio”. Il Patriarca su “Il Dio della cultura e della Bellezza”

Dopo la pausa della scorsa settimana che ha visto il blog dedicarsi alla Festa del Redentore, riprende oggi avvio la proposta estiva attraverso la quale si ripercorreranno quotidianamente le attività, svoltesi durante l’anno pastorale, secondo cinque diversi filoni temateci: Famiglia, Maria, Sacerdozio, Educazione e “Caritas in Veritate”.

SACERDOZIO – Viene riproposto qui di seguito l’intervento del Patriarca pronunciato in occasione dell’Evento Internazionale promosso dal Comitato per il progetto culturale Cei, dall’11 al 12 dicembre a Roma, dal titolo “Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto“. Il card. Scola è intervenuto all’interno della seconda sessione dei lavori, intitolata “Il Dio della cultura e della Bellezza“.

1. Modernità: deicidio o eclissi di Dio?

A suo tempo Augusto Del Noce ha affermato: «L’ateismo si fa destino della modernità» dal momento che la modernità immanentista termina nella rinuncia radicale alla domanda sul senso. Anzi, insiste il filosofo, l’in-sensatezza della modernità altro non sarebbe che la prova del deicidio compiuto[1].

Ma quale Dio sarebbe stato ucciso? Ed anche: quale Dio è quello che la modernità filosofica religiosa ha affermato e difeso? Per identificarlo possiamo far ricorso ad un celebre passaggio della Lettera ai Romani in cui San Paolo, parlando di Abramo, dice: «Sta scritto: “Ti ho costituito padre di molti popoli”; (è nostro padre) davanti al Dio nel quale credette, che dà vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono» (Rm 4, 17). (continua…)

“Se uno è un cristiano è un testimone”. Il Patriarca intervistato in occasione dell’appuntamento a Roma per pregare con il Papa e per il Papa

Viene pubblicata qui di seguito un’intervista al Patriarca pubblicata da IlSussidiario.net in occasione dell’appuntamento in data 16 maggio in Piazza San Pietro a Roma per il Regina Coeli con Benedetto XVI:

Eminenza, come legge il gesto che domenica 16 maggio il laicato cattolico compirà recandosi da Papa Benedetto XVI in occasione della recita del Regina coeli? 

Per quello che è. Un momento comune di preghiera e fraternità cristiana che assume un valore del tutto speciale perché il Regina coeli sarà guidato dal Santo Padre. 

Molti giornali parlano di un gesto di grande solidarietà nei confronti del Papa da parte dei fedeli. Sono i fedeli che possono dare sostegno al Papa o forse saranno proprio loro a riceverlo dal Pontefice?  (continua…)

“Il tempo del prete è il tempo che il Signore gli concede per donare la vita”. Il Patriarca intervistato sul sacerdozio da Famiglia Cristiana.

Viene qui di seguito pubblicata un’intervista al Patriarca condotta in occasione della sua presentazione del libro “Padre” di Monsignor Camisasca all’Istituto Agostinianum di Roma e apparsa su “Famiglia Cristiana” del 4 aprile:

Monsignor Scola, cosa la colpisce di questo breve ma incisivo programma di riforma della vita sacerdotale?

“Ciò che colpisce e convince di più, man mano che ci si inoltra nella lettura di queste pagine, è la loro natura di testimonianza personale intesa come metodo di conoscenza e di comunicazione. Privilegiando, per parlare del sacerdozio, la strada della testimonianza, don Massimo ha scelto la via più persuasiva, accessibile a tutti, e ha saputo sgombrare fin dall’inizio il terreno da sterili polemiche. Il dono-mistero, per usare un’efficace espressione di Giovanni Paolo II, della vocazione sacerdotale brilla nelle sue pagine come il fattore unificante di una maturità umana immancabilmente feconda. Del resto, se ci pensiamo, tutti noi abbiamo conosciuto il sacerdozio attraverso la strada maestra dei testimoni”. (continua…)

“Paideia e Università”. La Lectio Magistralis del card. Scola per la Festa dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum

L'auditorium

ROMA – In occasione della Festa dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum a Roma il card. Anegelo Scola,  nella mattinata di mercoledì 24 marzo,  ha tenuto una lezione dal titolo “Paideia e Università”.

Viene proposto qui di seguito il testo integrale della lezione:

1. Paideia e società post-moderna

«A differenza di quanto avviene in campo tecnico o economico, dove i progressi di oggi possono sommarsi a quelli del passato, nell’ambito della formazione e della crescita morale delle persone non esiste una simile possibilità di accumulazione, perché la libertà dell’uomo è sempre nuova e quindi ciascuna persona e ciascuna generazione deve prendere di nuovo, e in proprio, le sue decisioni. Anche i più grandi valori del passato non possono semplicemente essere ereditati, vanno fatti nostri e rinnovati attraverso una, spesso sofferta, scelta personale» . Questa affermazione di Benedetto XVI acutizza la problematicità che il concetto di valore, usualmente associato alla nozione di educazione, possiede nel clima culturale odierno. Che la trasmissione dei grandi valori del passato da una generazione all’altra sia oggi incerta risulta evidente dal travaglio sociale relativo alle numerose pressing issues che caratterizzano la vita comune soprattutto nei Paesi euroatlantici. (continua…)

Meticciato di civiltà: l’intuizione del card. Scola diventa un libro di Paolo Gomarasca per Oasis

E’ in libreria il libro che Paolo Gomarasca ha scritto per Oasis dal titolo “Meticciato: convivenza o confusione?” (Marcianum Press, Venezia), un saggio che sviluppa un’idea lanciata in un’intervista nel 2004 dal card Angelo Scola, fondatore di Oasis.

Si ripropone qui il servizio speciale di Sat 2000 sul libro con l’intervista a Paolo Gomarasca.

httpvh://www.youtube.com/watch?v=8mYlTmajQ-M

Qui il servizio di Sat 2000 sul libro con l’intervista al card. Angelo Scola

httpvh://www.youtube.com/watch?v=S-FPqE82HTk