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«La vittoria di Gesù sulla morte è parte della Sua missione»

La riflessione dell’Arcivescovo sul brano evangelico della risurrezione di Lazzaro, un dono d’amore esteso a tutti gli uomini: «Proprio perché di un dono si tratta, domanda il nostro sì. Siamo chiamati ad accoglierlo con una fede operosa nella carità»

Gesù invita Marta e Maria a credere tenacemente proprio nel momento del dolore più profondo: la perdita di un familiare o di una persona cara è per tutti un’esperienza gravemente penosa. Del resto, lo è stata anche per Gesù: «Guarda come lo amava!» ci narra il Vangelo.

Di fronte alla morte del fratello e in presenza dell’Amico che è appena arrivato, Maria si getta ai piedi di Gesù e gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Il dolore delle sorelle e degli amici di Lazzaro è ancora carico di scandalo mortale. E non solo, il grido di Maria ha quasi il tono del rimprovero e forse anche della sfida.

Ma Gesù non si tira indietro: «Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?». In quel se è contenuto tutto il dramma dell’esistenza umana. Se credi, vedrai la gloria di Dio già nel mondo presente e nella contraddizione presente. La gloria che coincide con la persona di Gesù stesso: Egli, infatti, è risurrezione e vita.

Davanti alla morte dell’amico e profondamente mosso dal dolore delle sorelle, Gesù invoca il miracolo dal Padre. Egli affida la sua domanda a Dio, come un figlio a suo padre, ben sapendo che la loro volontà è una sola. La preghiera di Gesù, che accoglie fino in fondo la domanda di Maria, non è un’azione magica, né esibizione di potenza risolutrice, ma rapporto col Padre, espressione di un amore ricevuto e donato, più forte della morte.

La sua vittoria sulla morte è parte della Sua missione. Così sarà anche per la nostra morte. Gesù sulla croce consegna a Dio e alla Chiesa il Suo Spirito. Da quel momento la morte non sarà più il tragico destino dei figli di Adamo, ma la rivelazione dell’estrema dedizione del Padre, in Cristo, agli uomini. Solo perché muore di questa morte obbediente Gesù può dire di sé «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25a) con parole che eliminano la morte: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,26).

Per questo, noi possiamo ripetere con l’apostolo Paolo: «Ci ha fatto rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli» (Ef 2,5-6). Questo posto non ce lo siamo conquistati noi, ma ci è stato donato dall’amore di Dio. E proprio perché di un dono d’amore si tratta chiede di essere accolto, domanda il nostro sì. Nessuno, infatti, diventa “automaticamente” partecipe del gaudio eterno. Siamo chiamati ad accogliere tale dono con una fede operosa nella carità.

In Quaresima la Chiesa ci invita a fare opere di penitenza, ma che senso hanno se tutto viene dalla grazia di Dio e non dai nostri sforzi? Le nostre opere sono espressione della nostra fede e, quindi, della nostra mendicanza.

Anche noi come il Salmista possiamo rivolgerci ogni giorno al Padre con il Salmo: «Ricòrdati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza».

«L’anima della penitenza cristiana è l’amore»

Nella prima domenica della Quaresima ambrosiana pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, che alle 17.30 presiede in Duomo la Santa Messa col gesto penitenziale dell’Imposizione delle ceneri.

La Quaresima è il tempo favorevole per la conversione, il cambiamento profondo del nostro io. Perché? Ci risponde una bella preghiera della liturgia ambrosiana di questa prima Domenica di Quaresima: «Perché possa giungere in novità di vita alla gioia della Pasqua». Anche quest’anno la Chiesa nostra Madre ci offre quaranta giorni di cammino per la rigenerazione profonda del nostro io.

La penitenza, o il digiuno cristiano, non è prevalentemente una posizione “negativa”, che si attua per sottrazione. Essa è una posizione “positiva”, che non si attua nella logica del negare, ma del donare. L’anima della penitenza cristiana è l’amore. Un amore che libera, non un possesso che asserve. La strada per riprendere coscienza fino in fondo del nostro essere figli.

All’inizio di questo cammino troviamo infatti il Padre che ci chiama. Dio non si rassegna alla separazione dai suoi figli – e tutti noi sappiamo per esperienza quanto il peccato ci separi da Dio e dai fratelli! –, ma per poterli riabbracciare ci ha donato Suo Figlio Gesù, che muore in Croce per ogni uomo, senza alcuna eccezione. All’inizio del nostro cammino quaresimale, paradigma del cammino dell’umana esistenza, poniamoci di fronte allo struggimento d’amore del Padre per ciascuno di noi.

Il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto ci aiuta a rendercene veramente conto. Il tentatore fa di tutto per separare Gesù dal Padre. Il diavolo, infatti, non mette alla prova tanto le virtù di Gesù, quanto la Sua relazione filiale con il Padre, nell’amore dello Spirito Santo. Egli cerca di avvelenare, con il sospetto, il rapporto costitutivo della Sua persona. Per questo introduce ogni tentazione con le parole: «Se tu sei figlio di Dio» (Mt 4,3 e 6). Così succede anche nella nostra vita. Il nostro male, le nostre fragilità ed errori, non nascondono forse sempre il rifiuto di riconoscerci figli? Inseguiamo l’illusione di poter fare a meno del Padre che ci vuol bene e ci chiama, come se la nostra felicità fosse l’esito di un nostro progetto e delle nostre forze e non un dono permanentemente elargito da Colui che sempre ci precede ed abbraccia la nostra libertà.

Eppure il Padre conosce la nostra fragilità di creature (ce lo ricorda il gesto dell’imposizione delle ceneri), ma anche la nostra grandezza. Il poeta francese Charles Péguy ha parole bellissime per descrivere il cuore del Padre che ci vuole figli e liberi: «Ora io sono loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo. Tutte le sottomissioni di schiavi del mondo non valgono un bello sguardo d’uomo libero… Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto… Per insegnargli la libertà» (Il Mistero dei Santi Innocenti).

Prepariamo la visita del Papa con questa libertà filiale, desiderosi di godere fino in fondo della sua testimonianza.

La Salvezza portata da Gesù è per tutti

Pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, preparata in occasione della prima domenica d’Avvento.

L’offerta della salvezza a ogni uomo è il filo rosso della Parola di Dio di questa II Domenica d’Avvento. Trova nell’esperienza personale e nelle parole di San Paolo il suo contesto esplicito: «Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia» (Rm 15,8-9). La salvezza portata da Gesù è per tutti.
Lo sappiamo bene, in “presa diretta”: i rapporti costitutivi (tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra amici…) documentano che l’io cambia grazie all’esperienza di un amore ricevuto e accolto, molto più che per un programma che si è imposto. La conversione cristiana è determinata ultimamente dal rapporto con Dio presente e non dalla nostra immagine di perfezione o dalle nostre capacità. Per questo è offerta a tutti, senza eccezione.
Il Vangelo ci dice che Giovanni Battista «percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Dando atto della missione del Battista l’evangelista Luca individua poi la dinamica della salvezza che Gesù è venuto a portare nel mondo. Si tratta dell’inscindibile rapporto tra misericordia e conversione. In tale rapporto si incontrano, da una parte, il dono gratuito e sovrabbondante della salvezza e, dall’altra, tutto il nostro bisogno di cambiare e il riconoscimento del nostro peccato. Possiamo così ottenere il perdono mediante il quale con la riconciliazione la nostra libertà si avvicina a Gesù e domanda cosa fare. Dio ci restituisce il nostro volto originario, molto al di là di quanto possiamo pensare e meritare.
In questo senso Giovanni Battista non è solo un “predicatore morale” che esorta l’uomo peccatore a cambiare vita, ma è un “‘profeta” che annuncia la sorgente del cambiamento. È Colui che battezza in Spirito Santo e che «vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Non che le indicazioni morali non siano capitali, ma esse sono rese possibili dall’“antefatto” della misericordia. Alla domanda delle folle – «Che cosa dobbiamo fare?» – Giovanni risponde con una nettezza che non fa sconti: «Chi ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha e chi ha da mangiare faccia altrettanto»; «non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato» e «non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Sono parole che possiamo ascoltare e praticare, non macigni che ci vengono messi sulle spalle, ma indicazioni di una modalità nuova di rapporto tra gli uomini che nasce dalla benevolenza reciproca di chi si sa fratello. Sono espressioni di giustizia.
L’Avvento è un tempo di conversione e lo è perché l’attesa del Signore che viene – anzi che sta venendo proprio ora e forse nel modo più inimmaginabile – mette in moto le energie più profonde del nostro desiderio di voler bene.
Il dono della visita del Papa il prossimo 25 marzo è, già fin d’ora, un invito pressante a non perdere l’opportunità di percorrere questa strada insieme ai nostri fratelli uomini, nel cui cuore abita il desiderio di cambiamento e di bene che abita in noi.

«Proprio perché Gesù è risorto e abita in mezzo a noi, ci accompagna lungo il cammino dell’esistenza, è possibile incontrarLo e cominciare a vivere insieme a Lui»

Nella Domenica di Pasqua, celebrazione  che«definisce il senso compiuto e pieno della nostra fede», pubblichiamo la riflessione dell’Arcivescovo

«L’angelo disse alle donne: “Voi, non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto» (Mt 28,5-6). Sono le parole più importanti dell’annuncio pasquale. È l’irruzione del divino nella storia, che la smuove: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa» (Mt 28,2).

Alla paura umana Dio risponde personalmente facendosi presente nella storia per portarla a compimento. In questo giorno di Pasqua la Chiesa richiama alla nostra memoria la lunga strada che Dio, dalla creazione del mondo attraverso le diverse tappe della storia della salvezza, ha percorso con il suo popolo. Essa ci insegna così che tutta la storia, anche nei suoi momenti più bui (la schiavitù in Egitto), travagliati e contraddittori (la richiesta fatta ad Abramo di sacrificare il figlio della promessa), come in quelli pieni di nostalgia e speranza (gli annunci dei profeti) è guidata da un Padre. Egli, attraverso questa storia, ci educa.

Dio è in mezzo a noi anche oggi dentro i tragici e strazianti attentati di Bruxelles e di Parigi, quelli che insanguinano il Medio Oriente e l’Africa. È dentro il dolore di ognuno di noi per la morte di un nostro caro. È nella carne di quanti subiscono la cultura dello scarto.

Se Dio è fedele alle sue promesse, noi non riusciamo a mantenerci fedeli a Lui. L’«Eccomi» di Abramo e il riconoscimento «è il mio Dio» dell’Esodo sono continuamente traditi dal nostro peccato. Da qui il costante – e spesso inascoltato – richiamo dei profeti alla conversione («L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri» Is 55,7; «Lavatevi, purificatevi,… cessate di fare il male» Is 1,16). Ma l’annuncio dei profeti fa presagire anche il potere di Dio di compiere ciò che ognuno di noi non riesce a compiere. Egli lo fa in modo sorprendente: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (Is 55,8).

In questa Pasqua impariamo, con commossa gratitudine, che la misericordia del Padre ha il volto del Figlio suo Gesù, “passo”, morto, risorto e “sacramentato”. Proprio perché Gesù è risorto e abita in mezzo a noi, ci accompagna lungo il cammino dell’esistenza, è possibile incontrarLo e cominciare a vivere insieme a Lui. Ce lo richiamava Papa Francesco parlando ad alcuni adulti che si preparavano a ricevere i sacramenti dell’iniziazione cristiana: «Gesù ci precede e ci aspetta sempre. Non si allontana da noi, ma ha la pazienza di attendere il momento favorevole dell’incontro con ciascuno di noi. E quando avviene l’incontro, non è mai un incontro frettoloso, perché Dio desidera rimanere a lungo con noi per sostenerci, per consolarci, per donarci la sua gioia» (Discorso ai catecumeni, 23 novembre 2013).

Buona Pasqua!

«Il digiuno quaresimale è la decisione di assimilare, in questo tempo favorevole, la mentalità e il sentire di Cristo, vero centro affettivo della vita del cristiano»

Domenica 14 febbraio, prima domenica della Quaresima ambrosiana, il cardinale Angelo Scola ha presieduto in Duomo la celebrazione eucaristica e il rito dell’Imposizione delle ceneri compiendo il gesto di conversione che apre il tempo di preparazione alla Pasqua.

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«La risposta di Gesù al diavolo apre a noi la strada della Quaresima»

Nella prima domenica della Quaresima ambrosiana pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, che alle 17.30 presiede in Duomo la Santa Messa col gesto penitenziale dell’Imposizione delle ceneri.

«Laceratevi il cuore e non le vesti» (Gl 2,13). La conversione non si ferma all’esterno, ma va alla radice dell’io. Il cuore per i popoli semitici è la sede della ragione, della volontà, dei pensieri, dei sentimenti e dei progetti. I segni esteriori (per esempio l’imposizione delle ceneri) richiedono di essere orientati a una conversione del cuore. In caso contrario sono pura apparenza. Insiste il profeta Gioele: «Ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). È un invito carico di dolcezza, benefico, che identifica col digiuno quaresimale il tempo favorevole per assimilare la mentalità e il sentire di Cristo, centro affettivo della vita del cristiano.

Dal brano evangelico delle tentazioni emerge con forza la piena fisionomia di Gesù, il Suo modo di essere uomo e di affrontare la realtà. Benedetto XVI, nel suo primo volume su Gesù di Nazaret, afferma che le tentazioni di Gesù nel deserto non racchiudono solo la storia del popolo di Israele, ma rappresentano anche le possibili tentazioni di tutti gli uomini e di tutte le donne lungo la storia. Gesù, vincendo il Maligno che gli propone come valori il benessere assoluto, il successo e il potere, ci aiuta a comprendere che Dio è il nostro Padre misericordioso. Non è un nostro antagonista. La risposta di Gesù al diavolo – così lo chiama senza mezzi termini l’evangelista – apre a noi la strada della Quaresima. Il digiuno quaresimale a ben vedere non è altro che il prendere sul serio tre preghiere contenute nel Padre nostro: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà».

Il Santo Padre nel Messaggio per la Quaresima 2016 ci ha invitato a contemplare Cristo che “mendica” ciascuno di noi. Dice il Papa: «Lazzaro che mendica alla porta della casa [del ricco Epulone] (cfr Lc 16,20-21) … è figura del Cristo che nei poveri mendica la nostra conversione» (Messaggio per la Quaresima 2016). Prima ancora che il cristiano mendichi Cristo, Cristo stesso mendica la nostra conversione. In forza dell’amore che Dio ci porta, il peccato – il fattore che più ci allontana da Dio – diventa per Lui l’occasione per ricondurci a Sé. Il punto di massima lontananza e separazione da Dio si trasforma col pentimento nel punto del Suo massimo avvicinarsi.

Il Giubileo della misericordia, la porta della Misericordia, i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia, l’indulgenza che molti battezzati stanno sperimentando diventa consapevolezza personale e matura del Battesimo ricevuto da bimbi. E il Battesimo, assunto nel nostro incontro personale con Cristo, è il centro della Quaresima ambrosiana perché, se perseveriamo nell’incontro personale con Gesù, all’interno della nostre comunità, Egli si rivela veramente il centro affettivo della nostra esistenza. Facciamo l’esperienza di un grande amore entro il quale ogni circostanza e ogni rapporto ricevono piena luce. Invitiamo i nostri fratelli battezzati, che l’avessero persa, a trovare la via di casa. Accompagniamo i nostri catecumeni adulti all’incontro pasquale con il Signore «passo, morto e risorto».

In quest’ottica la misericordia di Dio offre anche il criterio per la ricostruzione dei legami sociali. La redenzione di Cristo è universale, è sempre offerta a tutti. Non solo per le vittime della guerra, del terrorismo, della cultura dello scarto e dell’esclusione, ma anche a quanti nella violenza del potere ne sono gli artefici. “Lacerarsi il cuore” ci domanda di riconoscere il nostro peccato e ci evita di cadere nella tentazione di separare il grano dalla zizzania, negando a chiunque la possibilità di cambiamento.

Attraverso il sì di Maria Dio si fa uno di noi

Pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, preparata in occasione della sesta domenica d’Avvento.

Celebriamo oggi la domenica dell’Incarnazione del Signore o della Divina Maternità di Maria. Mentre la Chiesa contempla questo mistero della vita della Vergine, ha già lo sguardo rivolto all’evento del tutto straordinario ed inaudito di Dio che, attraverso il di Maria, si fa uno come noi.

Il Signore per compiere la sua opera di salvezza ha voluto affidarsi alla libertà dell’uomo. Essa ha in Maria la sua figura paradigmatica.

Le coordinate storico-spaziali dell’evento, indicate puntigliosamente da San Luca – «L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27) – suggeriscono l’assoluta imprevedibilità dell’annuncio dell’Angelo: Nazareth era un villaggio allora sconosciuto, che non doveva godere di grande reputazione. In più, Maria era una giovanissima donna, di umile stirpe.

La ragione della Vergine viene sfidata fino in fondo dall’annuncio dell’Angelo. Se il turbamento («a queste parole fu molto turbata») è segno dell’umiltà di Maria, la domanda («si domandava che senso avesse un saluto come questo») manifesta che ella non si ritrae davanti alla “rivelazione” della sua grandezza, ma vuole capire il senso della benedizione di cui si sente investita.

Chiamata ad “allargarsi” la ragione della Vergine non fa resistenza, né la libertà sceglie la passiva sottomissione, ma acconsente con pienezza: «Avvenga per me secondo la tua parola». Maria esprime così l’atteggiamento di chi accoglie un compito, avendo riconosciuto che si tratta di collaborare alla realizzazione del disegno di Dio. Egli infatti non mortifica mai la libertà dell’uomo, ma la chiama a coinvolgersi con la Sua.

Il sì di Maria ha reso possibile quella vicinanza che nessun uomo avrebbe potuto immaginare: la vicinanza del Dio che si fa bambino. Per questo la Chiesa ci chiama a «stare lieti nel Signore» (Fil 4,5). Essere lieti senza dover censurare niente, non è immediato; anzi quando l’uomo si affida solo a se stesso è praticamente impossibile. Ma per il dono del Signore vicino possiamo finalmente sperimentare la letizia, la pace e una capacità di apertura a tutti.

A scoprirlo ci possono aiutare gli auguri che ci scambiamo in questi giorni e, soprattutto, il desiderio di far festa tutti insieme, dai bambini ai nonni, in famiglia.

«La vita di ogni uomo è relazione con un Padre che ci tiene per mano»

Questa la certezza che scaturisce dall’episodio evangelico della resurrezione di Lazzaro, al centro della riflessione del cardinale Angelo Scola per la V Domenica di Quaresima (22 marzo)

«Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi». L’esortazione della Lettera agli Efesini può suscitare in noi un certo disagio: “I soliti profeti di sventura ..!” “Siamo adulti: non abbiamo bisogno che qualcuno ci faccia la morale”, “E poi, che ne sanno loro di come vivo io…”.

Siamo sicuri che stiamo ascoltando veramente ciò che l’Apostolo ci sta dicendo?

Anzitutto non possiamo negare un dato: l’Apostolo è uno che prende la nostra vita sul serio. Egli è ben consapevole – ma lo siamo anche noi – che fare una cosa o il suo contrario non è lo stesso. Sa che la vita è un tesoro prezioso consegnato alla nostra libertà. Per questo ne siamo responsabili. Quel “modo di vivere” di cui parla l’Apostolo non è altro che la maniera con cui ciascuno di noi gioca la sua responsabilità lungo il corso della propria esistenza. Così, ad esempio, l’esortazione a fare “buon uso del tempo” non è l’invito ad essere “laboriosi” secondo la misura dell’efficienza, selettiva e produttrice di “scarto”. è piuttosto un invito ad affrontare tutta la realtà con appassionata dedizione, «così da essere sempre felici» come ci ricorda il Libro del Deuteronomio.

è possibile vivere così? E come? L’episodio della risurrezione di Lazzaro, che la liturgia ambrosiana propone ogni anno in questa Quinta Domenica di Quaresima, ci può aiutare a rispondere. Gesù fa una cosa umanamente impossibile: ridona la vita ad un morto. E non si trattava certo di morte apparente: «manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni»! Anche se poco prima Marta aveva professato piena fede in Gesù, di fronte alla sua richiesta di rimuovere la pietra dal sepolcro, torna inesorabile la grande obiezione: ciò che è morto, è morto. Punto e basta. Proprio a partire da questa obiezione Gesù vuol mostrare Chi è suo Padre: il Signore della vita, colui che fa esistere ogni cosa e tutta la famiglia umana. «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario».

Dio è il Padre della vita, Colui che ci immette e ci mantiene nell’essere. Ci apre la strada della felicità non solo nell’al di là, ma, in modo iniziale, fin da quaggiù. Per questo alla domanda che ci siamo posti prima – Cosa rende la vita degna di essere vissuta? – possiamo rispondere: la gratitudine. Un cuore lieto e grato perché riconosce di essere generato in questo istante, tratto fuori dal nulla perché voluto bene e rilanciato nell’esistenza che non è più il luogo della solitudine, ma lo spazio di un rapporto di amore che non verrà mai meno.

Infatti la vita di ogni uomo è relazione con un Padre che ci tiene per mano e ci accompagna lungo tutti i nostri giorni affinché, «giunti al termine della corsa», possiamo tornare a Lui, alla dimora della Trinità, «casa piena di porte aperte, attraverso le quali noi siamo invitati a entrare» (Hans Urs von Balthasar).

Una libertà che accoglie

Pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, preparata in occasione della sesta domenica d’Avvento.

L’angelo Gabriele entra nella vita di Maria non per sua iniziativa, ma perché «mandato da Dio» (Vangelo, Lc 1, 26). Dio è colui che per primo prende l’iniziativa, stabilisce con noi una solida alleanza la cui pienezza è la venuta di Suo Figlio, nato per opera dello Spirito, in vista della redenzione di tutto il genere umano. L’iniziativa di Dio mostra che Egli è il Signore della storia. E la sua iniziativa ha sempre il carattere del dono, dell’assoluta gratuità. «Piena di grazia»: alla Vergine è donata la pienezza della grazia perché, attraverso di lei, Gesù che è la Grazia in persona possa rendersi presente in mezzo agli uomini. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”» (Lc 1, 35). Nella sua stessa persona, nel suo corpo di giovane donna, Maria è chiamata a fare esperienza di come lo Spirito feconda la sua carne. È un prodigio umanamente impossibile che diventa reale, perché «nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37).

Ma il dono di Gesù, la Grazia, non sarebbe veramente tale senza la libertà di Colui che dona e di colui che riceve. Lo sviluppo del racconto di Luca presenta un intreccio in cui si alternano, in tre fasi, la proposta dell’Angelo (saluto, Lc 1,28; annuncio, Lc 1, 30-33; risposta/spiegazione, Lc 1, 35-37) e la risposta di Maria (turbamento, Lc 1,29; domanda, Lc 1,34; assenso, Lc 1,38a). Il racconto è un dialogo sostanziale tra la libertà di Dio e la libertà della giovane Maria. Si vede bene qui che tutta la vita è vocazione. Attraverso ciò che accade – realtà: situazioni, circostanze e rapporti – la libertà di Dio pro-voca la libertà dell’uomo, che risponde. La libertà della creatura, essendo una libertà finita, possiede sempre questo carattere di risposta.

Il racconto evangelico dell’Annunciazione ci mette davanti agli occhi il “cuore povero” di Maria. Il suo fiat, che conclude il serrato dialogo con l’Angelo, nasce da un ascolto profondo: un ascolto di chi si lascia fecondare. E la libertà di Maria non è affatto passiva sottomissione, ma adesione personale, “critica” e convinta: «Avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38b).

Il frutto dell’abbandono fiducioso, come quello della Vergine, è la pace: «E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù» (Fil 4,4-7). Da qui la gioia: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore… La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino!» (Fil 4,4-5). L’invito di san Paolo è motivato dalla certezza che il Signore è vicino. Col Natale di Gesù diventa possibile vivere tendenzialmente liberi dall’angustia, perché Dio è con noi.

In questi ultimi giorni che ci separano dal Natale risuona l’invito dell’Apostolo, infiammato dall’amore di Cristo per l’uomo. Per tutto l’uomo e per tutti gli uomini. Di questo sguardo che sa valorizzare, incoraggiare e sostenere ogni spunto di bene, di verità e di giustizia, abbiamo tutti estremo bisogno.

Il cardinale Scola a Malgrate: la riflessione al termine della preghiera

Al termine del momento di preghiera nella parrocchia di Malgrate, dopo aver ricevuto l’omaggio del sindaco Gianni Codega, l’Arcivescovo ha rivolto alla comunità una breve riflessione, a partire dal ricordo dei propri cari defunti
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