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L’eredità di Family 2012, un incontro che continua

Pubblichiamo un’intervista con il cardinale Angelo Scola,
al termine del VII Incontro mondiale delle famiglie.

Family 2012 ha riaffermato la centralità della famiglia per la società e per la Chiesa, è stato un evento straordinario che ha ridato nuovo slancio alla vita ordinaria e i suoi frutti sono destinati a manifestarsi nel tempo. Per il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, intervistato dal Sir, è il momento del bilancio e, soprattutto, del rilancio del significato di questo evento.

Eminenza, qual è il lascito del VII Incontro mondiale delle famiglie alla Chiesa e alla società?

“La prime parole che mi vengono in mente sono, oltre a ‘gratitudine’, ‘impegno’ e ‘responsabilità’. Un evento straordinario come questo è ‘conveniente’ quando prende forma dall’ordinario e ridà qualità all’ordinario. Per i temi scelti e per il Magistero del Papa, il VII Incontro mondiale delle famiglie è andato al di là di ogni aspettativa. Adesso tocca a noi valorizzarlo al massimo come un ponte che ci conduce all’inizio dell’Anno della fede, per questo abbiamo deciso di realizzare immediatamente un instant book con i discorsi del Santo Padre, da diffondere a tutta la Diocesi perché questo lavoro cominci dalle parrocchie e prosegua nei diversi ambiti delle comunità ecclesiali”.

Che cosa ha rappresentato l’incontro del Santo Padre con le famiglie di tutto il mondo?

“Ha favorito una migliore comprensione della ‘convenienza’ – nel senso etimologico del termine, da con-venire – anche per l’umanità di oggi della famiglia che i sociologi definiscono ‘normocostituita’, formata da un uomo e una donna con figli. Il grande impatto che questo appuntamento ha avuto in tutto il mondo attraverso i media e la televisione ha messo questa famiglia al centro dell’attenzione. Il che non significa che non si debbano non discutere tutti i problemi annessi e connessi, ma è necessario mantenere una gerarchia di valori e questo è stato un contributo straordinario proprio in tale direzione”.  

Cosa ha significato la visita di Benedetto XVI per Milano e per la Diocesi ambrosiana?

“Sono rimasto colpito dalla straordinaria vitalità del popolo ambrosiano. È come se fosse stata l’occasione privilegiata per far emergere da una parte la solida tradizione senza la quale un simile evento non sarebbe stato possibile, dall’altra parte la disponibilità di questo popolo a rischiare per una nuova evangelizzazione. I cantieri aperti dai miei predecessori per l’azione pastorale a Milano troveranno in questo incontro un fattore guida”.

Quali sono le immagini o le parole che restano nel cuore dell’Arcivescovo di Milano?

“Il momento che mi ha impressionato di più è stato l’intervento del Santo Padre alla Scala, perché la sua critica al testo dell’Inno alla gioia di Schiller – non alla musica di Beethoven – ha messo l’accento su ciò di cui abbiamo bisogno: un Dio vicino, un Dio incarnato, non un Dio astratto o empireo ma un Dio che condivide la nostra fatica, la grande sofferenza delle persone (pensiamo in questo momento, ai terremotati dell’Emilia) e che insegna a noi a condividere. Abbiamo bisogno di un nuovo rapporto con questo Dio”.  

Che significato ha la famiglia oggi, qui e ora?

“La famiglia è la grande condizione perché il desiderio di infinito che è insopprimibile nel cuore dell’uomo trovi una strada per compiersi. Quando vado nelle parrocchie, capita spesso che persone anziane mi vengano a dire, sorridenti, dei loro 50 o 60 anni di matrimonio; in esperienze come queste trovo la conferma che la famiglia ha incanalato questo desiderio di infinito, aiutandolo a superare le contraddizioni, le fatiche, le difficoltà e permettendo alle persone di ritrovarsi davanti una vita riuscita”.

Qual è il valore unico del matrimonio, che lo distingue nettamente da qualunque altra forma di convivenza?

“Il matrimonio è l’unione stabile, fedele e aperta alla vita tra un uomo e una donna e rappresenta un alveo entro cui incanalare il corso della vita di marito e moglie. Si potrebbe fare un paragone con la situazione dei torrenti di montagna negli anni ‘60 e adesso: quelli di allora alla prima piena straripavano, oggi le piene ci sono ancora ma le acque, ben incanalate, non solo non escono dal percorso ma diventano fecondi, cioè benefici per tutti. Il matrimonio per la vita di coppia ha anche questa funzione”.  

Qual è l’insegnamento che la Famiglia di Nazareth ci restituisce ogni giorno?

“Bisognerebbe che tutti noi potessimo avere sempre a disposizione lo straordinario intervento di Paolo VI a Nazareth nel 1964, quando il Papa aveva anticipato di gran lunga il tema di questo VII Incontro mondiale delle famiglie: una meditazione sull’amore tra Maria, Giuseppe e Gesù e sull’educazione che ne deriva, sul lavoro di Gesù, sulle modalità di vivere la festa. La Sacra Famiglia è un luogo in cui si vede come l’amore gratuito tra un uomo e una donna sia un fattore di costruzione della persona e l’uomo non può vivere senza costruire”.

Che cosa vuole augurare al Papa?

“In questi giorni di permanenza a Milano ho visto Benedetto XVI animato da una grande serenità, da un’interiorità di intensissima preghiera e dalla coscienza di essere veramente portato dallo Spirito e dalla provvidenza. Congedandomi da lui, gli ho chiesto se fosse stanco e mi ha risposto che non lo era, perché in occasione di eventi come questi sa di ricevere sempre una grazia speciale. Penso che questo Papa avrà modo di sorprenderci ancora e non per breve tempo”.  

E quale messaggio lancia alle famiglie di tutto il mondo?

“Volersi bene, fino in fondo, essendo capaci di arrivare fino al perdono reciproco. Dobbiamo riprodurre tra di noi, in famiglia, quell’abbraccio con cui Dio ci fa ripartire ogni mattina. E questo vale soprattutto per chi è nella prova, per le famiglie che soffrono incomprensioni o divisioni. Come Chiesa, dobbiamo far sentire il nostro abbraccio in modo particolare a loro, perché come ha ricordato il Santo Padre possano giungere fino a quella comunione spirituale che San Tommaso definiva come un desiderio ardente di ricevere Gesù attraverso l’Eucaristia in un abbraccio amoroso, come se già fosse stato ricevuto. Anche chi, per la situazione in cui si trova, non può accedere alla comunione corporale, deve capire che la dimensione della comunione spirituale è più potente”.  

Come giudica la copertura mediatica che il Family 2012 ha ottenuto?

“Sono molto grato ai mezzi di comunicazione. La diffusione dell’evento è stata eccezionale e straordinaria a livello mondiale, anche le grandi testate italiane hanno fatto moltissimo. Poi è chiaro che le esigenze dei mass media non sempre consentono quella riflessione e quell’approfondimento che sarebbe adeguata, ma nel complesso siamo molto soddisfatti”.  

Ha dei ringraziamenti particolari da fare?

“Ringrazio tutta la Diocesi, i volontari, i sacerdoti e i fedeli che hanno compreso che l’invito a sospendere la Messa della domenica mattina voleva marcare l’eccezionalità della presenza del Papa, e anche la Fondazione Milano Famiglie che ha curato l’organizzazione. Un ringraziamento particolare va al cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha avuto l’intuizione profetica di volere a Milano un incontro come questo”.

Il testo è stato realizzato dal Servizio informazione religiosa Sir (agensir.it) il 6 giugno 2012.

“I miei dieci anni con Venezia”, un’intervista di “bilancio”

VENEZIA – Viene qui proposto il video integrale dell’ampia intervista, registrata e trasmessa da Telechiara, che il card. Angelo Scola ha rilasciato al settimanale diocesano Gente Veneta, a Telechiara e Bluradio Veneto pochi giorni prima del suo “congedo” dalla Chiesa e dalla comunità civile veneziana.

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Il “bilancio” degli anni veneziani

Emerge un approfondito bilancio dei quasi dieci anni di episcopato veneziano nell’ampia intervista che il card. Angelo Scola ha rilasciato al settimanale diocesano Gente Veneta, a Telechiara e Bluradio Veneto pochi giorni prima del suo “congedo” dalla Chiesa e dalla comunità civile veneziana.

Si anticipano qui alcuni estratti di questa articolata e densa conversazione, in uscita sul settimanale diocesano Gente Veneta in edicola sabato 3 settembre, trasmessa su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre) sabato 3 alle ore 21.00 e domenica 4 alle 16.00 ed infine da Bluradio Veneto (fm 88.7 – 94.6) lunedì 5 settembre alle ore 21.00.

Incontro della caritàAlla domanda su come sia stato il suo inserimento nella realtà veneziana e sui momenti più significativi di questo periodo il card. Scola ha così risposto: “Io sono partito da ciò che mi disse Giovanni Paolo II durante la cena mi disse che mi avrebbe mandato a Venezia: il problema della Chiesa di oggi è rigenerare il soggetto che è il popolo sulla base di una dottrina sana e di una prassi solida. A rinnovare non è una dialettica tra una teoria che si suppone al passo con i tempi o una teoria che si suppone capace di garantire una grande tradizione, ma è la rigenerazione del soggetto personale e comunitario a partire da ciò che poi Benedetto XVI ha esplicitato nel prologo della Deus caritas est: il cristianesimo è essenzialmente un incontro personale con Cristo nella comunità cristiana prima di essere ovviamente anche una dottrina e una morale. Quindi la mia preoccupazione è stata quella di una pastorale a 360 gradi che avesse come preoccupazione la rigenerazione della persona in Cristo attraverso un’appartenenza forte a delle comunità cristiane vive ed oggettive”. Ed ha quindi aggiunto: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto in quest’ottica: da Oasis al Marcianum, alla Scuola Santa Caterina, alle Unità di Lavoro per la Transizione, alla Visita pastorale, al potenziamento dei patronati, al rilancio delle aggregazioni ecclesiali, alla Scuola di Metodo, alle comunità pastorali… ho sempre cercato di tenere unito questo sguardo e di non perdere di vista questo scopo. Mi rendo conto che non sono sempre stato capace di far passare questa visione integrale; taluni forse non l’hanno capita o non l’hanno voluta capire. Da questo punto di vista è una visione molto parziale dire che Scola lascia a Venezia il Marcianum, Oasis… Dò molto più peso, per esempio, al lavoro con i vicari e i provicari foranei e con il Consiglio di Curia, con i quali ho sperimentato una comunione profonda che è arrivata a valutazioni e ad azioni molto precise e pertinenti nelle diverse situazioni pastorali. Ho apprezzato molto la Visita pastorale e la Scuola di Metodo. Se lascio un’eredità la vedo soprattutto a partire da questi dati”.

Ripercorrendo i temi fondamentali toccati in questi anni nel suo ministero veneziano il card. Scola si è soffermato in particolare  sull’educazione al gratuito: “La gratuità viene spesso recepita come un darsi da fare con grande generosità, anche ispirandosi al Vangelo, per aiutare i più bisognosi. Il che è sacrosanto e bellissimo. Ma quando parlo di gratuito io intendo un’altra cosa: che l’uomo al di fuori dell’esperienza dell’amore non capisce se stesso. Uno ha bisogno di essere definitivamente amato, anche oltre la morte, per poter definitivamente amare. Se le cose stanno così, uno deve imparare a donare la vita; e questo esige un’educazione appassionata, attenta, fedele, rigorosa all’amore, che duri lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’unico modo che l’uomo, essere limitato, ha di imparare è quello di ripetere con fedeltà dei gesti in cui una determinata dimensione venga esercitata il più possibile. Io dico allora: come la Chiesa, molto saggiamente, per educarci al rapporto con Gesù da sempre ci domanda di partecipare consapevolmente all’azione sacramentale della Santa Messa ogni domenica, così noi dovremmo individuare un gesto gratuito da vivere con le nostre comunità, regolarmente, fedelmente, lungo tutto l’arco dell’esistenza”.

Sull’intenso rapporto intercorso tra il Patriarca di Venezia e i mondi della cultura, dell’economia e delle istituzioni, il card. Scola ha osservato: “Da dove è nata in me l’urgenza di questo rapporto? Siccome la religione cristiana ha a che fare con la vita quotidiana dell’uomo, allora tutto ci interessa. Con due punti fermi: la consapevolezza della distinzione netta tra la dimensione religiosa della vita dell’uomo e la dimensione civile; e, secondo, il dato, ormai incontrovertibile, della società plurale che ci chiede di paragonarci instancabilmente come cristiani, con grande libertà e con energia costruttiva, con soggetti che hanno una visione di vita differente. Questo ci spinge a costruire una società in cui la vita buona sia possibile, il buon governo sia realizzabile. Pratiche virtuose possono farci guardare con sufficiente speranza al futuro. Questo è il senso dell’impegno”. Il rapporto con le istituzioni, in particolare, “è stato molto rispettoso da parte di tutti e anche molto positivo con tutti coloro che in questo decennio hanno occupato posti di responsabilità in Regione, Provincia, Comuni, Municipalità… Mi pare però che la questione sia di altra natura: la transizione in atto non può non toccare le modalità di rapporto fra Chiesa, società civile e istituzioni. Bisogna lasciare emergere i segni che urgono ad un cambiamento e pazientemente cercare di costruirlo. E qui torna attuale il metodo delle implicazioni sociali della vita cristiana: bisognerebbe che nel Nordest – ma non solo: in Italia e in Europa – i cristiani si interrogassero molto di più sulla modalità con cui attuare la dimensione pubblica della fede nel processo di grande cambiamento in atto. Sarebbe qui necessario entrare nei problemi specifici, anche in quelli che sono occasione di dialettica e di conflitto con altri soggetti che abitano la nostra società plurale. Penso ai temi scottanti della nascita, della morte, della bioetica in generale, dell’educazione, della giustizia sociale ecc.”.

Incalzato sul tema della crisi economica e delle situazioni di difficoltà nel mondo del lavoro, anche veneziano, il card. Scola si è così espresso: “Cosa può fare la Chiesa di fronte a questa drammatica situazione di crisi? Vedo un’analogia con il compito cui è chiamata, a breve termine, nei confronti degli immigrati. Noi dobbiamo lanciarci in una condivisione immediata, con l’impeto appassionato al grande bene che è la vita di ogni singolo uomo e al suo destino. Non sono mancati nella crisi aiuti economici anche consistenti da parte della Chiesa italiana alle famiglie e ai lavoratori. Ma né tocca a noi come Chiesa, né abbiamo la possibilità di proporre soluzioni politiche al problema. Attenzione, qui c’è però un punto su cui dobbiamo essere chiari: ai cristiani, soprattutto ai fedeli laici cristiani, tocca partecipare a questo compito sociale e politico in maniera molto più pronunciata di quanto non sia avvenuto in questi ultimi anni. Il cristiano è cittadino e deve esserlo fino in fondo. Anzi, come diceva il grande Péguy: il cristiano è cittadino per eccellenza, proprio perché la prospettiva della vita eterna, lungi dal generare un disimpegno col quaggiù, offre la possibilità di edificarlo al meglio, con una solida distanza critica. Spesso comunque sulle questioni legate alla crisi dei posti di lavoro mi sono trovato di fronte ad un dilemma che mi ha angosciato: di non fare solo parole, di non pensare che due dichiarazioni rilasciate alla stampa possano risolvere il problema…”.

Quanto all’area del Nordest, anche alla luce del “grande dono” della recente visita di Papa Benedetto, il card. Scola evidenzia che “il Nordest è anzitutto chiamato a ripensarsi nella direzione di un recupero, ovviamente adeguato all’oggi, degli orizzonti larghi che sono alla base della sua nascita e crescita. Dobbiamo ritrovare come Chiesa e come società, anzitutto, questo spazio più largo che farà bene all’Europa e all’Italia nello stesso tempo. Il futuro del Nordest è legato anche al suo essere nuova cerniera tra Nord e Sud. E gli eventi che stanno capitando in tutta l’Africa del nord e anche in taluni paesi del Vicino e del Medio Oriente urgono ad assumere questa prospettiva. Ancora una volta, non solo a partire dalla nostra grande esperienza di commerci e di industria ma come sforzo di condivisione benefica di culture diverse e di edificazione di una civiltà che abbia un respiro effettivamente internazionale, che sia plurale ma che non rinunci all’unità. Senza unità non c’è civiltà”.

Visita pastorale alla parrocchia di San Giacomo dall'Orio

Ad una domanda su come la Chiesa di Venezia si può preparare ad accogliere bene il nuovo Patriarca di Venezia, il card. Scola si è, infine, soffermato a riflettere tra l’altro sulla questione del “pregiudizio” con queste parole: “Dico sempre che avere pre-giudizi è in qualche modo inevitabile. Il punto non è che ci siano pregiudizi, ma l’obiettivo è di superarli, di non incanaglirsi in essi… Però i pregiudizi sono più simili alla neve – che si scioglie facilmente – che alla roccia, che resiste. Basta andare al significato etimologico della parola: se sono pre-giudizi non sono giudizi, cioè prescindono dalla conoscenza reale. La grande strada è infatti quella della conoscenza reale. Poi, certo, essendo noi uomini, ciascuno può ostinarsi nel suo pregiudizio… Ciò non toglie, però, che il criterio di fondo resta quello della comunione, soprattutto con il vescovo. Il pregiudizio fa parte del dinamismo di ogni rapporto: io non posso entrare in relazione con una persona senza farmi di lei un’opinione o senza avere una reazione nei suoi confronti. Questo è un dato inevitabile. Il problema nasce se io mi fermo a questo stadio o addirittura se elaboro il pregiudizio. Per superare tale pericolo ci vuole un fattore che vada oltre me e te, a cui io mi possa rifare. Del resto è quello che avviene tra un marito e una moglie quando entrano in difficoltà: l’energia per recuperare il loro rapporto è un fattore che sta oltre loro. Gesù Cristo, che ci dona tutti i giorni la possibilità di una fraternità, è questo fattore che va oltre”.

“Hope, faith and freedom – mission of the Church more relevant than ever”. Un’intervista da “The Universe”

VENEZIA – Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata domenica 26 giugno dal settimanale cattolico “The Universe”:

Cardinale 3

Gerry O’Connell speaks to the Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola – son of a socialist truck driver and a profoundly Catholic mother. He is also a leading intellectual in the Italian Bishops’ Conference and one of the more creative and original thinkers in the College of Cardinals.

 

Q. What do you see as the main challenges facing the Catholic Church today? 

A. I think the principal challenge, which the Church shares with every other social subject in the field, is the interpretation of the post-modern. The question is; have we, or have we not entered the post-modern world? Certainly the collapse of the Berlin Wall has marked a rather radical mutation that can be seen in certain macroscopic phenomena.

Indeed, what is happening in the Middle East is like a second phase of what happened in 1989. There is obviously a strong desire for freedom on the part of peoples on the world stage, and that comes with an urgent demand for real participation. 

This has complicated even more that which I call the process of the mixing of civilizations and cultures; that is, a process of movement and displacement of peoples which will become even more radical in the coming decades. All this has made it made more urgent for us in Europe to gain a deeper knowledge of Islam. 

Then there is the question of the progress of techno-sciences, especially in bio-engineering, cloning, bio-convergence, informatics, biology, molecular physics, neuroscience and so on. All these phenomena are producing a different kind of man and so the challenge for the Church is the same as for all humanity: What kind of man does the man of the third millennium wish to be?

 

Q. What is your view on this? 

A. Some 10 years ago when I was in Munich I bought a copy of Die Welt and there was an entire page written by this young German philosopher of science named Jongen under the banner headline Man is only his own experiment! 

It is clear that we are faced here with a framework that is radically different from that which prevailed up to the 1980s, and it seems to me that the Church, in this context, has to insist on the fact that the ‘I’ does not exist without relations. This is the point. Because it is from the ‘I’ that the dynamism of the truth, the good and the beautiful is documented within the human family and, in my view, this fact is irrepressible. 

I think that we must value with much realism all the positive things that emerge from these major shifts and discoveries, while accepting the elements of contradiction that are found in every passage of civilization. 

The challenges are at the anthropological, social, cosmological and ecological levels, and since the Church of Christ is the presence of a God who became incarnate and who has engaged, and continues to be involved with humankind, it has to respond to these challenges of humanity. The risk is that man thinks of himself as freed from every bond, and so as ‘a self-made man’. 

This nullifies the exchange between the generations, it nullifies education in the proper sense of the term, and leads to many phenomena that we see in the anthropological transformations and ways of understanding sexuality, love, parenthood, work and so on. 

It seems to me that in this context, the mission of the Church is more relevant than ever. Indeed, I believe that the Christian proposal is particularly relevant now, because if we read the Gospel we see it revolves around the theme of happiness and freedom. Jesus said that if you wish to be happy, come and follow me, and he who follows me will be truly free. It inserts the dynamic of truth, goodness and beauty within the horizon of happiness and freedom. 

So when the Christian proposal is freed from the many things that weigh it down because of the contradictions and sins in the men and women of the Church, and is re-proposed in its youthful simplicity as an encounter with a humanity made whole by Christ, then it is more relevant than ever.

 

Q. What do you see as the strengths and weaknesses of the Church as it faces these challenges? 

A. They are those which Benedict XVI has formulated at the beginning of his first encyclical – Deus Caritas Est – namely, that the nature of Christianity is a personal encounter with Christ. We see this clearly in those people who have encountered him and witness to the beauty of a humanity that has succeeded. 

The weakness is the continuing existence of that which Paul VI denounced; the dualism between faith and life. This is evident when one does not experience how the relation with Christ impacts on one’s daily life, or how Church life is relevant to all this, and so one tends to conclude that the practice of the Christian life is useless, and one tends to put it aside. 

The paramount task of the Church is to announce Christ in all the settings of human existence and to simplify the life of the Christian community in the parishes and dioceses so that they may be better suited to people today, especially to the young, to the people who have a family and work. It’s a substantial problem to regain the link between faith and life, to understand how the faith is relevant to my life. This requires the way of relations; it cannot be done by oneself alone, it requires a living community of people who can communicate their experience.

 

Q. You have visited many Churches in the southern hemisphere and described them as “beacons of hope”. What do you mean? 

A. These are Churches of the first evangelisation, and they maintain a vitality and freshness in which the primacy of life renewed by Christ is palpable. 

Then, too, one sees a spirit of joyfulness in all the African Churches, where the liturgy is often positively incarnated, and where the depth of fraternal relations in Christ is tangible, notwithstanding the problems and contradictions that all people have. It is particularly striking to see how the experience of the mystery is an experience of joy.

I have seen this many times in Africa, I have seen it in Asia, in the Philippines, in Brazil and other parts of Latin America, although these situations are quite different. 

So I consider these Churches as signs of hope because I think they can rejuvenate the entire fabric of the Catholic Church. But it remains to be seen how the themes we have spoken about earlier will impact on them.

 

Q. Many of these Churches face the problem of how to relate to other religions. You have given much attention to this question. Do you think the Church has grasped this problem sufficiently? 

A. The Catholic Church, in my view, particularly since the Second Vatican Council and also because it has given a very high importance to the practice of ecumenism, is facing the question of inter-religious dialogue with great realism. But it takes time to find a proper balance.

I recall an affirmation of the then Cardinal Ratzinger which was more or less this; inter-religious dialogue is an intrinsic experience of the Christian Church, it is not something contingent, imposed from outside. It is not imposed by the fact that today we have 15 million Muslims in Europe, though this makes it more urgent for us to engage in inter-religious dialogue. 

An effective dialogue requires that I engage my faith in a dynamic way. It implies an identity, but a dynamic identity, and so we return to what we spoke about earlier: What is Christianity? The event of Christ, by which he gives himself as a gift to mankind to be the way, the truth and the life, is open to dialogue at 360 degrees. But if I reduce Christianity to a question of doctrine only, then I reduce it to a dialogue of a purely speculative kind. 

Certainly, Christianity implies a doctrine and a moral teaching, but they are incarnated in the life of a person and in the life of a community. Therefore, if I practice the Christian life for what it is – ‘the good life’ which the Gospel documents and witnesses to, then I can go and dialogue with everyone.

It’s sufficient to go to India where there are many mixed marriages between Hindus and Christians and there, one sees how people practice inter-religious dialogue in daily life, for example, in the way husband and wife love each other, or in the way they educate their children. 

On the other hand, it is also necessary to have reflection of a theological and cultural kind such as is happening, indeed flourishing, in many places today. One example of this is the small Oasis experience which we started here in Venice which is dedicated above all to the reciprocal knowledge. 

The first step in dialogue is knowledge, getting to know the other. This is fundamental because, as it is evident today, if one asks an Italian or European Catholic “what is Islam?”, more than 90 per cent would not know how to answer. I’m sure the same would be true vice versa for Muslims, if we question them about Christianity. 

It seems to me that, generally speaking, as Christians we are well on the way in terms of inter-religious dialogue, but it is an epochal question and requires a lot of time.

 

Q. In Rome many people – in the Vatican and outside – are saying that after the Polish and German popes, and all the crises of this pontificate, we need an Italian pope once again to put order in the Church. 

A. Well, we’ll see. First of all, the Holy Father is very well and is doing his task in a formidable way, giving us a teaching of the highest level that is arousing enormous and impassioned dialogue throughout the whole world. Second, he is renewing the pastoral work of the Church through rooting it in the liturgy and the sacraments. 

I do not at all agree with those who say that this is a papacy which has generated crises. There have been moments when he has had to take on his own shoulders great problems of other men of the Church, and he did so by taking the lead, without ever pulling back.

“Il Cristianesimo come scelta consapevole”. Un’intervista da “La Croix”

Viene qui proposta un’intervista al Patriarca – in occasione della Visita del Santo Padre a Nordest – pubblicata sabato 7 maggio da “La Croix”, quotidiano francese (per leggere una traduzione sommaria cliccare qui):

Benoît XVI se rend à Venise les samedi 7 et dimanche 8 mai. À la basilique de la Salute, le 8 mai au soir, il doit prononcer un discours adressé au monde de la culture et de l’économie.
Le cardinal Angelo Scola, qui accueillera le pape dans son diocèse, invite le christianisme, dans une société plurielle, à se dire avec force et simplicité.

Le titre de votre dernier livre peut se traduire en français De bonnes raisons pour vivre en commun . Y a-t-il aujourd’hui une crise du « vivre ensemble » ?

« Je n’aime pas beaucoup, en général, parler de « crise ». Ce mot s’applique à des évolutions internes propres à des phénomènes qui nous sont déjà connus. Alors que les changements que nous vivons aujourd’hui, ce qu’on appelle le « post-modernisme », les évolutions provoquées par le génie génétique, les neurosciences, le « métissage » des civilisations, les mobilités en tous domaines, etc.. sont totalement inédits.

Je dirais plutôt que notre époque est en « travail », au sens d’un accouchement, d’un enfantement. Comme une femme qui accouche, nous ressentons les fortes douleurs de l’enfantement, mais nous savons déjà que celui-ci va donner lieu à une grande joie. Au milieu de tout cela, il nous faut chercher, et trouver, de bonnes raisons pour rester ensemble.

Dans notre société devenue plurielle, les sujets individuels et communautaires, issus de mondes divers, religieux ou non, doivent vivre ensemble : cela est une exigence élémentaire. Et il nous faut choisir de transformer ce bien social naturel en valeur politique choisie. Car les institutions doivent pouvoir garantir ce « vivre ensemble ».
Je pense que ce concept pourrait être le nouvel « universel » politique. Ce qui suppose de la part de chacun une attitude de « narration continue » en vue de cette reconnaissance mutuelle. Il faut avoir le courage de « se dire » et de « se laisser dire ». Car plus la société est plurielle, plus elle est tendanciellement conflictuelle. Donc, chaque sujet doit pouvoir « se dire » et accepter de « se laisser dire », en vue d’une reconnaissance réciproque.

La laïcité peut-elle faciliter cette reconnaissance réciproque ?

Dans un tel contexte, la narration des hommes religieux doit pouvoir se développer sans problème. Sauf si une certaine laïcité vise à la neutralisation des sujets.
Par exemple, j’ai la conviction que seule une société fondée sur une famille ancrée dans le mariage entre un homme et une femme vivant une relation fidèle et ouverte à la vie, peut véritablement « régir » l’enfantement dont nous parlons. Je souhaite par conséquent pouvoir l’exprimer, le proposer, le comparer à d’autres visions des choses au sein de cette société civile.

Mais aujourd’hui, la pensée dominante consiste à dire : « Si je suis convaincu que ma conception est la meilleure, je peux en vivre, pourvu que je laisse les autres vivre leur propre conception. »
La véritable liberté ne consiste pas à s’abstenir de proposer sa conception. Au contraire. Il y a là une équivoque de fond qui empêche nos sociétés pluralistes d’être constructives. Les institutions gouvernementales ne peuvent se contenter de gérer la diversité, mais doivent la gouverner. À la fin elles devront aussi légiférer, selon les procédures établies propres à une société civile démocratique, à partir de la tradition ou l’opinion majoritaire, dans le respect des droits authentiquement fondamentaux de tous.

Cela suppose une véritable qualité intellectuelle et éthique des gouvernants..

Exactement. C’est un vrai défi dans l’Europe d’aujourd’hui.

Si vous étiez archevêque d’un diocèse sécularisé, quelle serait votre priorité pastorale ?

Ne nous leurrons pas : même Venise est sécularisée ! Je pense que nous, chrétiens, devons proposer, avec une grande simplicité, Jésus et son Évangile, comme possibilité pour une plénitude de vie humaine aujourd’hui. Nous devons, à travers notre vie, et toutes les formes de communication possibles, témoigner la crédibilité de l’être chrétien.
Le problème de la déchristianisation est lié au fait déjà mis en évidence par Paul VI : le rapport entre la foi et la vie n’est plus visible. Cela est palpable chez les générations intermédiaires, les 15-50 ans. Une telle situation est gravissime. Ces générations ne sont pas opposées à la foi. Elles n’en voient simplement pas l’« avantage ». Ces générations sont parfois fatiguées du « métier de vivre », sur le plan affectif, professionnel, éducatif. Ils ne voient simplement pas la valeur de la référence chrétienne dans la vie quotidienne. Ce que Lubac appelait le « surnaturel » ne peut que leur paraître ajouté.

Si le Christ et l’Église sont considérés comme un « ajout », alors, lentement, ils deviennent superflus et on ne peut que s’en éloigner. Donc, il nous faut partir d’une annonce simple de la beauté, de la vérité de suivre le Christ dans toute vie humaine, dans tous les types de vie, toutes les existences.

Cela peut se vivre à travers des grands événements comme les JMJ, ou le « Parvis des Gentils » (journées d’échanges entre croyants et non-croyants tenues à Paris les 24 et 25 mars derniers, NDLR), mais il nous faut toujours aller jusqu’à toucher la personne, à travers le témoignage. L’homme d’aujourd’hui, sommé de vivre une identité individuelle très forte, doit découvrir la joie de la relation avec le Christ, et donc avec l’autre. Il s’agit là d’une grande ressource.

Sur le nouveau marché post-moderne des religions, qui/qu’est ce qui fera la différence entre le christianisme et les autres religions ?

C’est une grande question. Toutes les religions sont désormais perçues comme différentes mais égales. Pour ma part, je pense que, paradoxalement, dans ce contexte, nous sommes appelés à la « confrontation » avec toutes les autres religions, sachant que nous sommes tous impliqués dans la conception de la « vie bonne » au sein d’une société plurielle.

Cette confrontation n’implique pas la recherche d’un espace neutre ou d’un plus petit dénominateur commun, au contraire. Chaque homme religieux doit témoigner, raconter, se dire à l’autre avec toute la force de sa propre expérience religieuse.

C’est sur ce fondement que peut mûrir une confrontation féconde. Il s’agit donc d’un dialogue à 360 °. On peut le percevoir dans le choix de Benoît XVI d’appeler à une nouvelle phase du dialogue interreligieux. Mais un tel dialogue, comme le démontre la vie de tous les jours, ne demande pas à chacun d’entre nous de réduire son propre profil, sa propre identité.

Ce dernier mot est difficile à prononcer. Il doit être envisagé de façon dynamique. Au fond, tout cela ne devrait pas faire difficulté, parce que la foi est toujours incarnée dans des personnes, dans un peuple, donc dans une religion. Il est inévitable que la foi aboutisse à la religion, mais il est toujours nécessaire que la foi purifie la religion. Simplement parce que nous sommes des hommes ! On a bien vu comment la Révolution française, voulant créer une véritable religion laïque, n’a pu éviter la création d’un autre culte.

En tant que chrétien, chaque jour, je dois vivre le lien entre foi et religion, je dois purifier mes comportements religieux personnels et collectifs. Et vice versa, ma foi ne peut éviter d’être incarnée dans un peuple, une culture, dans une religion. C’est dans ce cadre que je dois pouvoir me comparer aux autres religions. Prenons l’exemple de l’islam, quasiment inconnu chez nous, en Italie, il y a quinze ans. Face à cela, moi, homme de foi, conscient de mon appartenance religieuse, je peux entamer une comparaison, avec l’islam, un dialogue au sens fort.

Doit-on se comparer, se confronter ou dialoguer avec les autres religions ?

Notre « Je » est toujours un « Je » en relation. D’un point de vue existentiel, je me rapporte à d’autres croyants, en nourrissant ma façon d’affronter l’expérience humaine commune. Tous les hommes, sous toutes les latitudes, vivent une expérience commune. Sur un plan plus objectif, il nous faut surmonter la fausse proposition selon laquelle toutes les religions seraient dans le même temps diverses et égales.

Par exemple, je suis convaincu que face aux grandes questions « Pourquoi Dieu ? », « Qui est Dieu ? », le christianisme donne une réponse convaincante par rapport aux autres religions. Il respecte les éléments de vérité qui sont dans toutes les religions, mais marque également sa différence objective.

Le principe trinitaire propose une explication convaincante à la grande question de la Création et de la raison d’être du monde. Car sans différence, pas de création. La Trinité est ainsi une clef. Jésus, les mystères de sa vie, a ainsi des implications très concrètes dans notre vie. Par exemple, dans notre société, il est aujourd’hui très difficile, simplement, de provoquer une réflexion sur la différence sexuelle.

L’Occident, en gommant la notion de Dieu trinitaire, est à la peine pour évoquer, penser, la différence sexuelle. Cette altérité doit être considérée en lien avec la Trinité. En effet l’idée de différence est introduite en Occident de concert avec la pensée trinitaire. Il y a là une véritable implication anthropologique du mystère de la Trinité. Pour le penseur Guardini, la Trinité peut même être analysée comme clé de compréhension d’une authentique société civile. Parce qu’elle demande le maximum de communion, de relation, tout en respectant absolument la singularité de la personne. Une bonne société civile doit accomplir ces deux choses. Ainsi, les mystères de la foi (vie de Jésus, eschatologie etc..) sont à même de fournir des clés anthropologiques répondant aux grandes questions de la vie, de l’amour et de la mort. Ce raisonnement peut également s’appliquer à la vie sociale, à l’écologie.

Parmi les points d’achoppement figure la dissociation définitive entre sexualité, reproduction et mariage..

Habituellement, je parle de mystère nuptial pour décrire l’intrication, la relation objective, entre la différence sexuelle, à laquelle nous sommes tous confrontés, qui ouvre à la relation, et l’amour ouvert à la vie. C’est une réalité profondément ancrée dans l’action humaine qui ne fait jamais abstraction du corps.

Aujourd’hui, de fait, on peut séparer ces dimensions. Mais nous pouvons dire, objectivement, qu’il vaut mieux ne pas les séparer. Cette question s’étend à toutes les possibilités offertes par les nouvelles technologies. L’homme doit-il se soumettre à cette sorte d’impératif technologique : « Si je le peux, le dois-je ? » Certes, Dieu n’est pas jaloux de l’homme. Mais sa liberté doit exalter sa responsabilité. L’une et l’autre vont de pair.

Comment se dire chrétien ?

Désormais, le christianisme, dans nos sociétés, ne sera plus simplement un fait d’état civil, mais concrètement le résultat d’un choix conscient. D’où l’importance du témoignage. Le grand langage que le christianisme doit parler, c’est le témoignage. Pour nous, Jésus, par sa vie, est la vérité personnelle, vivante et absolue. Il se remet entre les mains de l’homme et de sa liberté. Au point que l’homme l’a mis en croix.

La force chrétienne est la proposition et le témoignage. Le témoignage n’est pas seulement un bel exemple, c’est beaucoup plus. C’est une méthode de connaissance de la réalité, et donc de communication de la vérité. Et tout témoignage est simultanément personnel et communautaire. D’où la grande question de la crédibilité de l’Église. Son devoir est de laisser transparaître Jésus-Christ sur son visage. Rien d’autre.

Nous devons retrouver le chemin d’une simplification de l’annonce. Les grands ordres religieux, en particulier en France, ont manifesté, dans leur histoire, la capacité culturelle du christianisme à accueillir les changements. L’Église a besoin de sujets vivants à même de simplifier le témoignage, le réduisant à l’essentiel, à ce qu’en disent les Actes des Apôtres : la fraction du pain, la prière, l’enseignement des Apôtres, la communion.

Une expérience vitale qui se reflète avec intelligence dans la réalité, et permet de communiquer aux hommes la beauté, la vérité et l’abondance de la vie chrétienne. Le premier pas de la nouvelle culture doit être vers le sujet. Nous devons être enracinés dans la liturgie eucharistique, illuminés de la Parole de Dieu, ouverts à l’expérience de la gratuité, passionnés par le Christ, ouverts à 360 ° pour communiquer tout cela à tous. Sans peur aucune de la réaction des autres. Maritain déclarait : qui se pose dans un certain sens s’oppose !

Les réveils démocratiques au Proche-Orient sont-ils prometteurs ?

En tant que chrétiens, nous devons y être très attentifs. Car il ne s’agit pas seulement d’un vent de liberté, mais aussi, comme on a souvent fait observer à travers le travail de la Fondation Oasis (fondation internationale, initiée par le cardinal Scola, pour la rencontre entre chrétiens et musulmans, NDLR.), de l’émergence d’une dialectique intellectuelle au sein de l’islam. Ce qui se passe aujourd’hui pourrait bien être le début d’un processus de la plus grande importance pour le futur dans le monde islamique, et par conséquent pour la possibilité d’un « vivre ensemble » pacifique entre les religions, d’une citoyenneté pleine pour tous, d’une liberté religieuse pleine pour tous. Le signe en sera la reconnaissance de la liberté de conversion.

Recueilli par FRÉDÉRIC MOUNIER (à Venise)

“Con il Papa, per nuove relazioni”. Un’intervista da “Avvenire”

Viene qui proposta un’intervista di Mimmo Muolo al Patriarca, pubblicata venerdì 6 maggio da Avvenire:

Memoria, identità, futuro. Le Chiese del nord est accolgono Benedetto XVI confrontandosi con la loro storia millenaria, ma soprattutto con lo sguardo rivolto in avanti, per affrontare alla luce della fede gli inevitabili problemi dell’oggi. E’ questo, secondo il patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, il motivo ispiratore della visita del Papa. <Un motivo – afferma il porporato – già esplicitato dal motto: “Tu conferma la nostra fede”. La fede, infatti, non solo non è in contraddizione con la ragione, ma è la sua pienezza. E la fede – aggiunge il patriarca ‑ è l’appoggiarsi su Gesù come roccia della nostra esistenza, da cui scaturiscono uno stile, cioè una visione e una pratica di vita, che si riflette poi in tutte le dimensioni dell’umano, soprattutto negli affetti, nel lavoro, nel riposo.

Che cosa chiedete, dunque al Pontefice con questa visita?

Di allargare la nostra mente ed il nostro cuore ad accogliere il disegno di Dio. Oseremo tra l’altro dargli del “tu”, per mettere in evidenza una delle caratteristiche fondamentali del cristianesimo che è il rapporto da persona a persona.

Le Chiese del nord-est, terra di profonde radici cristiane, hanno bisogno oggi di essere confermate nella fede?

Le radici della nostra fede sono profonde. Ma anche noi viviamo il travaglio tipico del secolarismo. In pratica la fatica dell’uomo contemporaneo, soprattutto in Occidente, a concepirsi in relazione piena con gli altri. L’individualismo fa sentire i suoi effetti e ci mette alla prova. Ma qui c’è ancora un forte senso della famiglia e una visione costruttiva del lavoro. Ed è proprio su questi elementi che possiamo far leva per progettare il futuro.

Aquileia e Venezia sono sinonimi di grande storia cristiana. Quanto incide il rapporto tra memoria e futuro nella visita del Papa?

In effetti è questo il punto nevralgico e sono certo che la persona, la testimonianza ed il magistero di Benedetto XVI ci aiuteranno a coniugare al meglio le due dimensioni. Non dimentichiamo che da Aquileia sono nate 57 Chiese di vari Paesi e che Venezia ha sempre dimostrato grande apertura (si pensi al Medio ed estremo Oriente) e capacità di accoglienza verso armeni, ortodossi, ebrei, musulmani, ecc. Il problema è come declinare tutto questo nell’oggi. Proprio la fusione di popoli latini, germanici e slavi, avvenuta in passato per effetto della fede che si è irradiata dalle nostre terre, oggi può costituire un paradigma per ripensare in maniera creativa anche il rapporto tra nord e sud del mondo.

Il nord est è stato in questi decenni anche un modello di sviluppo economico. In un tempo di crisi dal Papa della Caritas in veritate vi aspettate una parola su questo tema?

Penso che da noi il Papa potrà fare riferimento alla grande novità contenuta nella Sua Enciclica sociale: l’allargamento della ragione economica alla dimensione della gratuità e della fraternità. Il tessuto socio economico del nord est è composto, infatti, da migliaia di imprese familiari e dunque ha bisogno di solidarietà, di capacità di fare sistema. Perciò l’insegnamento sociale del Papa può davvero trovare terreno fertile nel nord est.

Lei accennava anche alla capacità di questa terra di essere punto di incontro tra i popoli europei. Un messaggio diretto all’Ue che nelle ultime settimane non ha dato grande prova di coesione interna?

Ciò che oggi manca all’Europa è proprio la riscoperta della assoluta necessità di buone relazioni e di pratiche virtuose. Un modo di intendere i rapporti tra le persone e tra i popoli che non obbedisca solo alle mere logiche economiche e di profitto. Come in passato l’identità del continente è derivata dalla sintesi tra Roma, Atene e Gerusalemme che ha realizzato l’incontro tra logos e amore, anche oggi, su questa base, l’incontro tra culture diverse può diventare un paradigma per affrontare il processo di “meticciato di civiltà” e per la costruzione di istituzioni comunitarie più solidali. Da questo punto di vista, diversi saranno i gesti significativi del Papa durante la visita. Alla Messa di domenica, ad esempio, saranno presenti fedeli di tutti i Paesi confinanti, legati ad Aquileia proprio per mettere in evidenza questo incontro già fecondo in passato, che chiede di essere ripensato per il presente e il futuro.

Benedetto XVI giunge nel nord est una settimana dopo la beatificazione di Giovanni Paolo II. Che significato ha questa coincidenza temporale?

È un felice auspicio. La memoria di Giovanni Paolo II è ancora vivissima sia a Venezia, dove è diventata proverbiale una formula da lui usata nella visita del 1985, <Venezia città dell’umanità>, sia nel Triveneto, dove ha trascorso diversi periodi di vacanza. L’arrivo del suo successore, Benedetto XVI, dopo la beatificazione di domenica scorsa, sta mobilitando ancor di più i credenti all’incontro con il Papa.

“Vi racconto il Giovanni Paolo II che ho conosciuto”. Un’intervista da “IlSussidiario.net”

Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata in data 29 aprile da IlSussidiario.net:

Domenica Benedetto XVI proclamerà beato papa Giovanni Paolo II, nel giorno che egli stesso volle intitolare alla Divina Misericordia e che si annuncia come una grande festa della fede.
«Per me Wojtyla è stato il papa della libertà ed è il santo della libertà» dice di Giovanni Paolo II il Patriarca di Venezia, Angelo Scola. «Una libertà però che ha continuamente bisogno di essere liberata». E solo la fede in Cristo può farlo. Una fede, spiega Scola in questa intervista a ilsussidiario.net, «divenuta lungo tutto l’arco della sua esistenza il fattore primario di conoscenza»: «di sé, degli altri e di Dio».

(per leggere la prima parte dell’intervista cliccare qui)

E quanto ai movimenti?

La questione movimenti-istituzione avrebbe bisogno di tanto spazio per trovare risposta adeguata. Una cosa però si può dire: che la coessenzialità nella Chiesa è anzitutto tra i doni istituzionali e i doni carismatici. I primi (Eucaristia illuminata dalla Parola di Dio, insegnamento degli apostoli, comunione) sono quelli che Gesù ha posto come insopprimibile fondamento del non venir meno della Chiesa; i secondi esprimono la fantasia con la quale lo Spirito “persuade”  l’uomo di ogni tempo ad aderire alla Chiesa come ambito per una pienezza di vita umana. Ovviamente entrambi sono doni di grazia. Ogni contrapposizione tra doni istituzionali e doni carismatici è priva di fondamento.

 

GPII è stato un grande devoto di Maria. Che cosa insegna questa devozione alla Chiesa del nostro tempo?

È fonte di benefica umiltà per ogni cristiano. Maria infatti è l’espressione più potente della Chiesa Immacolata e insegna a tutti i fedeli, uomini e donne, che Cristo Sposo è l’ineffabile dono per la Chiesa Sposa. Di fronte a Lui tutti siamo per così dire anzitutto “passivi”, cioè nella posizione di chi innanzitutto riceve.

Inoltre Maria, paradigma di ogni maternità, è colei che in qualunque circostanza, anche la più sfavorevole, ci accompagna a Gesù. È vergine e madre. Per questo amo definire Maria come “la donna”.

 

L’ultima parte del pontificato di GPII è stata segnata da un rapporto con la verità (e con la guida della Chiesa) sofferto, interiormente combattuto, soprattutto a causa della malattia. Il gigante che ha segnato così profondamente la storia mondiale non ha avuto paura di mostrarsi in tutti i suoi limiti. Che cosa insegna da questo punto di vista il beato Wojtyla, come uomo e come successore di Pietro?

Nella fase finale della sua vita Giovanni Paolo II ha incarnato la grande affermazione paolina: “Quando sono debole, è allora che sono forte”. “Basta la tua grazia”: così si esprime Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti. Il modo con cui Giovanni Paolo II ha portato la sua sofferenza, ha esaltato il ministero petrino perché ha mostrato che il potere di governo nella Chiesa – ma non solo nella Chiesa – non è mai alla mercè di chi lo possiede. Viene sempre e solo da Dio.

Bisogna pregare ogni giorno perché chiunque ha responsabilità di governo nella Chiesa, possa viverla in questo modo.

 

In che cosa GPII è un santo contemporaneo? A quale profonda domanda dell’uomo di oggi risponde la sua santità di vita?

La sua santità traspare secondo me in maniera luminosa dal suo appassionato impegno per la libertà. Per me Wojtyla è stato il papa della libertà ed è il santo della libertà. Una libertà però che ha continuamente bisogno di essere liberata. Come dice il Vangelo di Giovanni, chi segue Gesù “sarà libero davvero”.

(a cura di Federico Ferraù)

“Pietro nelle terre di Marco”. Un’intervista da Telepace

NORDEST – Si segnala un’intervista – condotta e trasmessa da Telepace – in preparazione alla prossima Visita del Santo Padre, ad Aquileia e Venezia, nei giorni 7 e 8 maggio. Qui di seguito gli orari di messa in onda della trasmissione nella quale il Patriarca spiega l’importanza dell’evento per tutto il Nordest:

sabato 9 aprile alle ore 18.40
domenica 10 aprile alle ore 22.00
martedì 12 aprile alle ore 20.05
mercoledì 13 aprile alle ore 23.05

E’ possibile seguire l’intervista, via streaming, nei giorni e nelle ore indicate, cliccando qui.

“Così Libia e Nord Africa possono “rifare” l’Europa”. Un’intervista da “IlSussidiario.net”

Viene qui di seguito proposta un’intervista al Patriarca pubblicata in data 28 marzo da IlSussidiario.net:

Cardinale 3All’Angelus di ieri Benedetto XVI ha rivolto un appello «a quanti hanno responsabilità politiche e militari, per l’immediato avvio di un dialogo, che sospenda l’uso delle armi». «Che la pace ritorni al più presto per quelle popolazioni e si fermino tragedie ulteriori – dice a ilsussidiario.net il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia -, significa ridire con forza che ogni morto è di troppo. La pace però non è un automatismo utopistico, occorre costruirla ogni giorno nella realtà». «Noi europei – spiega ancora Scola – siamo vittime di una forte presunzione. Pensiamo di saper valutare e risolvere i problemi senza prendere in considerazione la testimonianza di chi vive in queste situazioni». A cominciare dai cristiani di quelle terre. E non esistono solo le pur importantissime istanze di partecipazione e di democrazia, ma anche le trasformazioni dell’islam. Una sfida nel quale si giocano i contorni spirituali dell’identità europea, e in particolare dell’Italia, cerniera tra nord e sud del mondo.

(per leggere la prima parte dell’intervista cliccare qui)

 

Tutti o quasi sono d’accordo nel riconoscere che una grande emergenza umanitaria è alle porte. Che cosa devono fare la politica e la società per essere all’altezza del compito?

Un conto è l’impeto di accoglienza, che dev’essere immediata verso chi si trova in una situazione di difficoltà così pesante. Un conto è la politica che deve essere ordinata ed organica anche in un caso di grave emergenza come questo. Il problema è assumersi tutti una corresponsabilità, tutta l’Europa è chiamata a giocarsi in questa situazione. Il nostro Paese deve predisporsi ad affrontare con realismo il fatto che si stanno presentando alle nostre porte decine di migliaia di persone. Certo, occorre tenere desto e lungimirante lo sguardo: le tragedie che segnano il Nord Africa e più in generale l’inizio del terzo millennio sono una provocazione formidabile della Provvidenza a pensare l’uomo del futuro. Che uomo vogliamo essere? Un io-in-relazione? Oppure un uomo che, certo, può avere a disposizione mezzi tecnoscientifici strabilianti, ma tende a fossilizzarsi in un’identità individuale e quindi ad involversi? 

Secondo lei questa crisi in atto sta anche «misurando» l’unità europea?

Questo travaglio sta mostrando che l’Europa non può essere tenuta insieme solo dal cemento dell’euro, ma necessita di un’identità chiara, di una politica estera ed economica solida e di ampio respiro. Ma ciò sarà impossibile, lo ripeto, senza che uomini e popoli europei rispondano ad un grande quesito: “Chi vuol essere l’uomo del terzo millennio?” Forse la tragedia dell’arrivo di moltissimi uomini e donne dall’Africa, se saremo tutti più generosi, potrà provocatoriamente rappresentare un collante per la costruzione di un’Europa pacifica perché capace di aprirsi, con intelligente disponibilità, a chi è nel bisogno. Un’Europa che diventi espressione tangibile di quella condivisione tra i popoli indispensabile per il presente e il futuro e che noi, europei un po’ impagliati e seduti, ancora non siamo stati capaci di rendere progetto stabile di vita buona.

Lei, fin dall’inizio del suo mandato, ha centrato la sua missione di pastore sull’essere la Chiesa di Venezia ponte di dialogo tra oriente e occidente. Esiste una missione particolare che essa può svolgere in questo preciso momento storico?

Proprio in questo tempo, in cui in tutto il Nordest ci stiamo preparando ad accogliere l’ormai imminente visita del Santo Padre ad Aquileia e Venezia, stiamo aprendo gli occhi su una nuova sfida che attende Venezia e il Nordest intero: ritrovare l’originaria funzione di cerniera tra popoli e culture, ma non più solo tra l’Est e l’Ovest, ma anche tra il Nord e il Sud del mondo. Guardando alla carta geografica dell’area, balza all’occhio come l’Adriatico sia il vertice del Mediterraneo che qui, nelle nostre terre, entra nel cuore della vecchia Europa. Le circostanze ci stanno invitando a interrogarci su quale potrà essere questo necessario, “nuovo” Nordest, che come ai tempi dello splendore di Aquileia, da cui nacquero ben 57 Chiese, potrà ricomprendere Croazia, Slovenia, Austria, Baviera, parte dell’Ungheria. In una parola le regioni dell’Alpe Adria.

(a cura di Federico Ferraù)

Medio Oriente, Libia ed il ruolo dell’Europa. Alcune dichiarazioni a margine della Visita al Comando Provinciale dei Carabinieri

VENEZIA - Vengono qui di seguito proposte alcune dichiarazioni rilasciate dal Patriarca – a margine della Visita pastorale alla sede del Comando Provinciale dei Carabinieri a Venezia tenutasi nella mattinata di giovedì 24 marzo - nelle quali si fa riferimento alla situazione Libica:

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