Tag Archives: intervista

«Quante falsità sul Conclave. Farò il prete in un paesino»

CORRIERE DELLA SERA – Proponiamo di seguito l’articolo di Aldo Cazzullo pubblicato il 1 aprile dal Corriere della sera, un bilancio del acrdinale Scola a pochi giorni dalla visita del Santo Padre a Milano

 

Cardinale Scola, lei e Bergoglio eravate stati i protagonisti del Conclave. Il Papa non era mai venuto a Milano. Inevitabile che si parlasse di un dualismo. Era tutto falso?
«Al di là di tanti luoghi comuni giornalistici, il mio rapporto con Bergoglio è sempre stato molto buono e molto cordiale, sia nelle riunioni di cardinali, sia nei sinodi dei vescovi».

Quando vi siete conosciuti?

«Da rettore della Lateranense andavo a Buenos Aires e passavo a salutarlo. Da quando è Papa, tutte le volte che ho domandato di poterlo incontrare mi ha risposto subito e mi ha dato tutto il tempo dovuto per affrontare questioni anche delicate. Tra noi non c’è mai stata incomprensione o cattiva volontà. Si sono costruite immagini falsate del Conclave».

Perché allora non rendere tutto pubblico?

«Forse, ma la riservatezza sul Conclave è al servizio della comunione nella Chiesa: quindi del Conclave non si parla».

Di quali «questioni delicate» avete trattato con Bergoglio?

«Per esempio dei “delicta graviora”».

Pedofilia?

«Sì. E il Papa è stato molto netto su questo punto. Dall’esterno spesso non si coglie l’impegno della Chiesa verso le vittime, e anche verso chi ha gravemente sbagliato. Le procedure poi sono molto complesse».

La visita del Papa a Milano sarà ricordata come storica.

«Straordinaria. Un milione di persone a Monza, forse mezzo milione lungo il percorso. Molti sono partiti da casa alle 7 del mattino e sono tornati a mezzanotte dopo aver fatto 10 chilometri a piedi. E il Papa ha mostrato il suo stile di famiglia: a San Siro ha parlato davanti a 80 mila ragazzi come se fosse davanti a otto nipoti, spiegando loro l’importanza dei nonni, dei rischi del bullismo, della responsabilità dei genitori. È la dimostrazione che c’è ancora un cristianesimo di popolo tra noi. Ma anche che la Chiesa di Milano ha in Europa la posizione più difficile che esista».

Perché?

«In ogni occasione di incontro sono sorpreso dalla persistenza di un senso spontaneo di fede: la gente si raccomanda per i propri bisogni, chiede una preghiera per il figlio che sbanda o la moglie o il marito che è andato via. Ma — lo notava già Montini — quando si esce di Chiesa i criteri di valutazione della vita quotidiana sono quelli dominanti forniti dalle agenzie culturali di oggi. Il fossato tra la fede e la vita si è allargato. Ho ripreso questo tema nella visita pastorale: insistendo sulla necessità di avere la stessa mentalità di Gesù, gli stessi sentimenti di Gesù. A Milano dobbiamo passare con più decisione dalla convenzione alla convinzione».

Il suo nuovo libro in effetti si intitola «Postcristianesimo?». Con il punto interrogativo però.

«Certi intellettuali, e non solo, considerano il cristianesimo un fatto superato; e lo fanno credendo di interpretare i comportamenti del popolo. Non è così: il Vangelo di Gesù resta pertinente e attuale. Dinnanzi ad un clima culturale confuso che io definirei di “babelismo”, il Papa ci indica la strada della pluriformità nell’unità, accettando il confronto con tutti. La Chiesa deve tornare a essere luogo appassionato di attrattiva, non luogo che genera noia».

L’abbraccio di Milano a Bergoglio è stato impressionante.

«È così. Una parola che sentivo molto nelle sue corde: consolazione. I cittadini di Milano e delle terre ambrosiane avevano bisogno di un abbraccio comunitario che li strappasse dal grigio della solitudine e facesse riaffiorare in loro il gusto del vivere. Il Papa l’ha detto in Duomo, criticando il rischio della rassegnazione da cui deriva l’accidia. La gente ha risposto con autentico entusiasmo; anche a San Vittore. Ovunque gli hanno chiesto preghiere, l’hanno ringraziato per la visita. Erano tutti lì per lui; alla sera col buio piazza del Duomo era ancora strapiena per vederlo passare».

Lei fino a quando resterà arcivescovo di Milano?

«Non lo so. Ho presentato la mia rinuncia a novembre, quando ho compiuto 75 anni. Attendo di parlarne con il Santo Padre: tocca a lui decidere. Certo non resterò per molto tempo».

Tornerà nella sua Malgrate, su quel ramo del lago di Como?

«Vicino. Ho trovato una canonica vuota in un piccolo paese, Imberido. Si vedono i laghetti della Brianza: Oggiono, Annone, Pusiano. I corni di Canzo, il monastero di San Pietro al monte. E poi il Resegone e le due Grigne. Torno a casa».

Cosa farà?

«Il prete. Celebrare messa, confessare, incontrare la gente, pregare più regolarmente di quanto non riesca a fare ora. Leggere e scrivere, se ne avrò le forze».

La canonica è vuota perché il prete è uno dei mestieri che gli italiani non vogliono più fare.

«Fare il prete è proprio bello. Certo, il problema delle vocazioni è complesso. Molti sottovalutano la crisi demografica: la scelta era più facile quando si facevano più figli e la proposta della Chiesa era più incidente. Come ci dice il Papa, se noi non riprendiamo la proposta del Vangelo come realtà attrattiva, perché un ragazzo di oggi dovrebbe assumersi un compito di grande sacrificio, che ha perso prestigio sociale? Anche qui, il passaggio dalla convenzione alla convinzione non si è ancora compiuto. Ma la stessa cosa si può dire per il fare famiglia».

Non crede che servirebbe anche consentire ai preti di sposarsi? Pare che Bergoglio ci stia pensando.

«Non mi risulta. È giusto che approfondiamo sempre le ragioni della scelta del celibato; ma nella Chiesa esiste un magistero, e il magistero dà indicazioni. Paolo VI e i suoi successori hanno riflettuto in profondità su questo tema».

Qual è la sua opinione?

«Il celibato non è una regola estrinseca. Affonda le sue radici nello stile di vita di Gesù, nell’opzione della verginità, che con l’obbedienza, la povertà e la castità è sempre stata sentita dalla Chiesa latina come un alimento sorgivo e potente del sacerdozio. Non è solo il “cuore indiviso” di cui parla Paolo. È la scelta di offrire la rinuncia alla dimensione “genitale” della sessualità per nulla anteporre all’amore di Cristo, che il celibe intende imitare “sine glossa”, “senza aggiunta”».

Non è una rinuncia crudele?

«Al di là delle fragilità, trovo nei sacerdoti molta gioia e molta serenità di fronte a questa vocazione che si lascia prendere a servizio della domanda di senso degli uomini. In particolare, gli sposi sentono i preti come accompagnatori spirituali di una vita. Uomini capaci di rispettare una cosa che vedo poco rispettata: l’autentica dimensione sessuale dell’io. Tutti dobbiamo fare i conti, dalla nascita alla morte, con questa dimensione della nostra personalità. Un accompagnamento spirituale personalizzato risulta un grande dono offerto alla società. Anche molte persone che dicono di non credere si rivolgono ai sacerdoti per un aiuto».

Cosa pensa delle donne diacono?

«Sotto questa parola passano esperienze molto diverse. All’ultimo sinodo un arcivescovo ucraino ha detto che la “diaconessa”, da loro, era una devota che puliva l’altare. Il cardinale di Ouagadougou ha sostenuto che noi occidentali siamo rimasti colonialisti, non ci rendiamo conto che esistono problemi molto più urgenti come, in Africa, la poligamia…».

Lei cosa ne pensa?

«Penso che non bisogna cercare la valorizzazione della donna lungo la linea di una partecipazione alla potestas di Cristo: il potere di amministrare i sacramenti. Balthasar subordinava la dimensione petrina della Chiesa alla dimensione mariana: la Chiesa come sposa di Cristo. Nella psicologia del profondo di Lacan, la donna tiene il posto di Dio. La vocazione femminile è la salvaguardia del posto dell’altro. Questo non significa che la donna non possa avere posizioni di responsabilità anche in curia, nelle università, nei tribunali, nello studio della teologia, nell’educazione al bell’amore, persino nella formazione dei seminaristi».

Chi vorrebbe come suo successore?

«Un uomo di fede e libero. Tendenzialmente pacifico, ma capace di far vincere l’unità nel conflitto, senza fuggire il conflitto».

Quale consiglio gli darà?

«Quello che mi diede Giovanni Paolo II quando mi mandò a Venezia: sii te stesso».

Quale Milano lascia?

«Sono contento della Milano che lascio. Non perché non ci siano contraddizioni, ma perché vedo molti segni di rinascita».

Quali contraddizioni?

«Il Papa stesso ce li ha indicate: emarginazione, ingiustizie, ancora troppa sofferenza. Troppi giovani stranieri da mesi in carcere in attesa di giudizio. Troppe sacche di povertà. Molte difficoltà nell’affrontare il tragico problema dell’immigrazione. Finanza ed economia sganciate dal reale».

Lei ha sempre esaltato il «meticciato». I migranti ora sono troppi?

«L’immigrazione fa paura perché mette in discussione il nostro stile di vita. Non è un’emergenza; è un fenomeno che durerà decenni. L’Europa doveva fare una sorta di piano Marshall e non l’ha fatto. La Chiesa non può chiudere gli occhi. Offre il primo abbraccio. La forza generosa di Milano può individuare strade paradigmatiche per l’Italia e per l’Europa».

Ad esempio?

«Parecchi ragazzi musulmani già frequentano gli oratori. Lì sono aiutati a praticare la loro religione, a dire le loro preghiere, a mangiare i loro cibi, restando insieme ai ragazzi cristiani».

Il patriarca di Venezia non è cardinale, come l’arcivescovo di Torino e quello di Bologna. È uno dei tanti segni che con Bergoglio la Chiesa italiana conta meno di prima?

«Le cose sono in forte evoluzione in tutta Europa. Questo Papa ha rappresentato per noi europei una pro-vocazione, in senso etimologico: ci ha messo di fronte senza sconti alla nostra vocazione. L’Italia ne sente un pochino di più il contraccolpo rispetto ad altre Chiese. Il problema è non ricadere nella tentazione dello scontro ideologico. Occorre assumere il magistero del Papa nella sua articolata complessità: “unità da poliedro”, come dice lui. In Papa Francesco vedo quattro elementi: la testimonianza in prima persona; l’uso degli esempi; la cultura di popolo; l’insegnamento vero e proprio. Tutti e quattro vanno tenuti insieme. Se si separa uno e lo si mette contro l’altro, se si tenta di catturare il Papa schierandolo dalla propria parte, si entra nell’ideologia. E l’ideologia ha pesato molto, troppo, tra gli anni 70 e i 90. Ora siamo chiamati a uscire da questa logica stagnante per fare spazio al diverso, ad ascoltarci in profondità, mettendo prima ciò che viene prima: la comune appartenenza alla Chiesa».

Il cardinale Scola: «Prendersi cura della persona fino all’ultimo è fondamentale»

Il cardinale Angelo Scola ha rilasciato un’intervista a margine della serata: «La morte è parte della vita. Chiunque nasce deve fare esperienza di questo passaggio. Nel profondo della persona questo elemento ha un grande peso, anche se dobbiamo guardare ai fenomeni connessi alla nascita e alla morte in termini diversi dal passato. Per questo prendersi cura della persona fino all’ultimo è ancora più fondamentale»

«Periferia e carcere, due tappe molto gradite dalla sensibilità del Papa»

Giovedì 17 novembre, in una conferenza stampa nel salone dell’Arcivescovado, l’Arcivescovo ha sottolineato il significato della visita del 25 marzo e fornito qualche ulteriore dettaglio sul programma. Di seguito il video dell’intervista rilasciata a margine dell’incontro.

 

«La consapevolezza che la vita ci è donata rende possibile svolgere il ministero con la pace nel cuore»

Alla Festa dei Fiori, celebrata nel Seminario Arcivescovile di Venegono Inferiore martedì 10 maggio, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha rilasciato l’intervista che pubblichiamo e il saluto iniziale.

«Il terrorismo si batte con l’integrazione»

Davanti a episodi terrificanti come quelli che stiamo vivendo in queste settimane, sembra che per molti prevalga il sentimento legittimo di fare giustizia e di punire il male. Come si può conciliare tutto questo con la misericordia e il perdono? A pochi giorni dall’apertura ufficiale del Giubileo dell Misericordia (8 dicembre) l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ne parla a Sky24, intervistato da Luigi Casillo.

«Rendere accettabile il cambiamento superando la paura»

In un’intervista dopo la celebrazione per i defunti al Cimitero monumentale l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, è tornato sui temi dell’attualità e della convivenza in vista del bene comune.

 

L’eredità di Family 2012, un incontro che continua

Pubblichiamo un’intervista con il cardinale Angelo Scola,
al termine del VII Incontro mondiale delle famiglie.

Family 2012 ha riaffermato la centralità della famiglia per la società e per la Chiesa, è stato un evento straordinario che ha ridato nuovo slancio alla vita ordinaria e i suoi frutti sono destinati a manifestarsi nel tempo. Per il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, intervistato dal Sir, è il momento del bilancio e, soprattutto, del rilancio del significato di questo evento.

Eminenza, qual è il lascito del VII Incontro mondiale delle famiglie alla Chiesa e alla società?

“La prime parole che mi vengono in mente sono, oltre a ‘gratitudine’, ‘impegno’ e ‘responsabilità’. Un evento straordinario come questo è ‘conveniente’ quando prende forma dall’ordinario e ridà qualità all’ordinario. Per i temi scelti e per il Magistero del Papa, il VII Incontro mondiale delle famiglie è andato al di là di ogni aspettativa. Adesso tocca a noi valorizzarlo al massimo come un ponte che ci conduce all’inizio dell’Anno della fede, per questo abbiamo deciso di realizzare immediatamente un instant book con i discorsi del Santo Padre, da diffondere a tutta la Diocesi perché questo lavoro cominci dalle parrocchie e prosegua nei diversi ambiti delle comunità ecclesiali”.

Che cosa ha rappresentato l’incontro del Santo Padre con le famiglie di tutto il mondo?

“Ha favorito una migliore comprensione della ‘convenienza’ – nel senso etimologico del termine, da con-venire – anche per l’umanità di oggi della famiglia che i sociologi definiscono ‘normocostituita’, formata da un uomo e una donna con figli. Il grande impatto che questo appuntamento ha avuto in tutto il mondo attraverso i media e la televisione ha messo questa famiglia al centro dell’attenzione. Il che non significa che non si debbano non discutere tutti i problemi annessi e connessi, ma è necessario mantenere una gerarchia di valori e questo è stato un contributo straordinario proprio in tale direzione”.  

Cosa ha significato la visita di Benedetto XVI per Milano e per la Diocesi ambrosiana?

“Sono rimasto colpito dalla straordinaria vitalità del popolo ambrosiano. È come se fosse stata l’occasione privilegiata per far emergere da una parte la solida tradizione senza la quale un simile evento non sarebbe stato possibile, dall’altra parte la disponibilità di questo popolo a rischiare per una nuova evangelizzazione. I cantieri aperti dai miei predecessori per l’azione pastorale a Milano troveranno in questo incontro un fattore guida”.

Quali sono le immagini o le parole che restano nel cuore dell’Arcivescovo di Milano?

“Il momento che mi ha impressionato di più è stato l’intervento del Santo Padre alla Scala, perché la sua critica al testo dell’Inno alla gioia di Schiller – non alla musica di Beethoven – ha messo l’accento su ciò di cui abbiamo bisogno: un Dio vicino, un Dio incarnato, non un Dio astratto o empireo ma un Dio che condivide la nostra fatica, la grande sofferenza delle persone (pensiamo in questo momento, ai terremotati dell’Emilia) e che insegna a noi a condividere. Abbiamo bisogno di un nuovo rapporto con questo Dio”.  

Che significato ha la famiglia oggi, qui e ora?

“La famiglia è la grande condizione perché il desiderio di infinito che è insopprimibile nel cuore dell’uomo trovi una strada per compiersi. Quando vado nelle parrocchie, capita spesso che persone anziane mi vengano a dire, sorridenti, dei loro 50 o 60 anni di matrimonio; in esperienze come queste trovo la conferma che la famiglia ha incanalato questo desiderio di infinito, aiutandolo a superare le contraddizioni, le fatiche, le difficoltà e permettendo alle persone di ritrovarsi davanti una vita riuscita”.

Qual è il valore unico del matrimonio, che lo distingue nettamente da qualunque altra forma di convivenza?

“Il matrimonio è l’unione stabile, fedele e aperta alla vita tra un uomo e una donna e rappresenta un alveo entro cui incanalare il corso della vita di marito e moglie. Si potrebbe fare un paragone con la situazione dei torrenti di montagna negli anni ‘60 e adesso: quelli di allora alla prima piena straripavano, oggi le piene ci sono ancora ma le acque, ben incanalate, non solo non escono dal percorso ma diventano fecondi, cioè benefici per tutti. Il matrimonio per la vita di coppia ha anche questa funzione”.  

Qual è l’insegnamento che la Famiglia di Nazareth ci restituisce ogni giorno?

“Bisognerebbe che tutti noi potessimo avere sempre a disposizione lo straordinario intervento di Paolo VI a Nazareth nel 1964, quando il Papa aveva anticipato di gran lunga il tema di questo VII Incontro mondiale delle famiglie: una meditazione sull’amore tra Maria, Giuseppe e Gesù e sull’educazione che ne deriva, sul lavoro di Gesù, sulle modalità di vivere la festa. La Sacra Famiglia è un luogo in cui si vede come l’amore gratuito tra un uomo e una donna sia un fattore di costruzione della persona e l’uomo non può vivere senza costruire”.

Che cosa vuole augurare al Papa?

“In questi giorni di permanenza a Milano ho visto Benedetto XVI animato da una grande serenità, da un’interiorità di intensissima preghiera e dalla coscienza di essere veramente portato dallo Spirito e dalla provvidenza. Congedandomi da lui, gli ho chiesto se fosse stanco e mi ha risposto che non lo era, perché in occasione di eventi come questi sa di ricevere sempre una grazia speciale. Penso che questo Papa avrà modo di sorprenderci ancora e non per breve tempo”.  

E quale messaggio lancia alle famiglie di tutto il mondo?

“Volersi bene, fino in fondo, essendo capaci di arrivare fino al perdono reciproco. Dobbiamo riprodurre tra di noi, in famiglia, quell’abbraccio con cui Dio ci fa ripartire ogni mattina. E questo vale soprattutto per chi è nella prova, per le famiglie che soffrono incomprensioni o divisioni. Come Chiesa, dobbiamo far sentire il nostro abbraccio in modo particolare a loro, perché come ha ricordato il Santo Padre possano giungere fino a quella comunione spirituale che San Tommaso definiva come un desiderio ardente di ricevere Gesù attraverso l’Eucaristia in un abbraccio amoroso, come se già fosse stato ricevuto. Anche chi, per la situazione in cui si trova, non può accedere alla comunione corporale, deve capire che la dimensione della comunione spirituale è più potente”.  

Come giudica la copertura mediatica che il Family 2012 ha ottenuto?

“Sono molto grato ai mezzi di comunicazione. La diffusione dell’evento è stata eccezionale e straordinaria a livello mondiale, anche le grandi testate italiane hanno fatto moltissimo. Poi è chiaro che le esigenze dei mass media non sempre consentono quella riflessione e quell’approfondimento che sarebbe adeguata, ma nel complesso siamo molto soddisfatti”.  

Ha dei ringraziamenti particolari da fare?

“Ringrazio tutta la Diocesi, i volontari, i sacerdoti e i fedeli che hanno compreso che l’invito a sospendere la Messa della domenica mattina voleva marcare l’eccezionalità della presenza del Papa, e anche la Fondazione Milano Famiglie che ha curato l’organizzazione. Un ringraziamento particolare va al cardinale Dionigi Tettamanzi, che ha avuto l’intuizione profetica di volere a Milano un incontro come questo”.

Il testo è stato realizzato dal Servizio informazione religiosa Sir (agensir.it) il 6 giugno 2012.

“I miei dieci anni con Venezia”, un’intervista di “bilancio”

VENEZIA – Viene qui proposto il video integrale dell’ampia intervista, registrata e trasmessa da Telechiara, che il card. Angelo Scola ha rilasciato al settimanale diocesano Gente Veneta, a Telechiara e Bluradio Veneto pochi giorni prima del suo “congedo” dalla Chiesa e dalla comunità civile veneziana.

[display_podcast]

Il “bilancio” degli anni veneziani

Emerge un approfondito bilancio dei quasi dieci anni di episcopato veneziano nell’ampia intervista che il card. Angelo Scola ha rilasciato al settimanale diocesano Gente Veneta, a Telechiara e Bluradio Veneto pochi giorni prima del suo “congedo” dalla Chiesa e dalla comunità civile veneziana.

Si anticipano qui alcuni estratti di questa articolata e densa conversazione, in uscita sul settimanale diocesano Gente Veneta in edicola sabato 3 settembre, trasmessa su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre) sabato 3 alle ore 21.00 e domenica 4 alle 16.00 ed infine da Bluradio Veneto (fm 88.7 – 94.6) lunedì 5 settembre alle ore 21.00.

Incontro della caritàAlla domanda su come sia stato il suo inserimento nella realtà veneziana e sui momenti più significativi di questo periodo il card. Scola ha così risposto: “Io sono partito da ciò che mi disse Giovanni Paolo II durante la cena mi disse che mi avrebbe mandato a Venezia: il problema della Chiesa di oggi è rigenerare il soggetto che è il popolo sulla base di una dottrina sana e di una prassi solida. A rinnovare non è una dialettica tra una teoria che si suppone al passo con i tempi o una teoria che si suppone capace di garantire una grande tradizione, ma è la rigenerazione del soggetto personale e comunitario a partire da ciò che poi Benedetto XVI ha esplicitato nel prologo della Deus caritas est: il cristianesimo è essenzialmente un incontro personale con Cristo nella comunità cristiana prima di essere ovviamente anche una dottrina e una morale. Quindi la mia preoccupazione è stata quella di una pastorale a 360 gradi che avesse come preoccupazione la rigenerazione della persona in Cristo attraverso un’appartenenza forte a delle comunità cristiane vive ed oggettive”. Ed ha quindi aggiunto: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto in quest’ottica: da Oasis al Marcianum, alla Scuola Santa Caterina, alle Unità di Lavoro per la Transizione, alla Visita pastorale, al potenziamento dei patronati, al rilancio delle aggregazioni ecclesiali, alla Scuola di Metodo, alle comunità pastorali… ho sempre cercato di tenere unito questo sguardo e di non perdere di vista questo scopo. Mi rendo conto che non sono sempre stato capace di far passare questa visione integrale; taluni forse non l’hanno capita o non l’hanno voluta capire. Da questo punto di vista è una visione molto parziale dire che Scola lascia a Venezia il Marcianum, Oasis… Dò molto più peso, per esempio, al lavoro con i vicari e i provicari foranei e con il Consiglio di Curia, con i quali ho sperimentato una comunione profonda che è arrivata a valutazioni e ad azioni molto precise e pertinenti nelle diverse situazioni pastorali. Ho apprezzato molto la Visita pastorale e la Scuola di Metodo. Se lascio un’eredità la vedo soprattutto a partire da questi dati”.

Ripercorrendo i temi fondamentali toccati in questi anni nel suo ministero veneziano il card. Scola si è soffermato in particolare  sull’educazione al gratuito: “La gratuità viene spesso recepita come un darsi da fare con grande generosità, anche ispirandosi al Vangelo, per aiutare i più bisognosi. Il che è sacrosanto e bellissimo. Ma quando parlo di gratuito io intendo un’altra cosa: che l’uomo al di fuori dell’esperienza dell’amore non capisce se stesso. Uno ha bisogno di essere definitivamente amato, anche oltre la morte, per poter definitivamente amare. Se le cose stanno così, uno deve imparare a donare la vita; e questo esige un’educazione appassionata, attenta, fedele, rigorosa all’amore, che duri lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’unico modo che l’uomo, essere limitato, ha di imparare è quello di ripetere con fedeltà dei gesti in cui una determinata dimensione venga esercitata il più possibile. Io dico allora: come la Chiesa, molto saggiamente, per educarci al rapporto con Gesù da sempre ci domanda di partecipare consapevolmente all’azione sacramentale della Santa Messa ogni domenica, così noi dovremmo individuare un gesto gratuito da vivere con le nostre comunità, regolarmente, fedelmente, lungo tutto l’arco dell’esistenza”.

Sull’intenso rapporto intercorso tra il Patriarca di Venezia e i mondi della cultura, dell’economia e delle istituzioni, il card. Scola ha osservato: “Da dove è nata in me l’urgenza di questo rapporto? Siccome la religione cristiana ha a che fare con la vita quotidiana dell’uomo, allora tutto ci interessa. Con due punti fermi: la consapevolezza della distinzione netta tra la dimensione religiosa della vita dell’uomo e la dimensione civile; e, secondo, il dato, ormai incontrovertibile, della società plurale che ci chiede di paragonarci instancabilmente come cristiani, con grande libertà e con energia costruttiva, con soggetti che hanno una visione di vita differente. Questo ci spinge a costruire una società in cui la vita buona sia possibile, il buon governo sia realizzabile. Pratiche virtuose possono farci guardare con sufficiente speranza al futuro. Questo è il senso dell’impegno”. Il rapporto con le istituzioni, in particolare, “è stato molto rispettoso da parte di tutti e anche molto positivo con tutti coloro che in questo decennio hanno occupato posti di responsabilità in Regione, Provincia, Comuni, Municipalità… Mi pare però che la questione sia di altra natura: la transizione in atto non può non toccare le modalità di rapporto fra Chiesa, società civile e istituzioni. Bisogna lasciare emergere i segni che urgono ad un cambiamento e pazientemente cercare di costruirlo. E qui torna attuale il metodo delle implicazioni sociali della vita cristiana: bisognerebbe che nel Nordest – ma non solo: in Italia e in Europa – i cristiani si interrogassero molto di più sulla modalità con cui attuare la dimensione pubblica della fede nel processo di grande cambiamento in atto. Sarebbe qui necessario entrare nei problemi specifici, anche in quelli che sono occasione di dialettica e di conflitto con altri soggetti che abitano la nostra società plurale. Penso ai temi scottanti della nascita, della morte, della bioetica in generale, dell’educazione, della giustizia sociale ecc.”.

Incalzato sul tema della crisi economica e delle situazioni di difficoltà nel mondo del lavoro, anche veneziano, il card. Scola si è così espresso: “Cosa può fare la Chiesa di fronte a questa drammatica situazione di crisi? Vedo un’analogia con il compito cui è chiamata, a breve termine, nei confronti degli immigrati. Noi dobbiamo lanciarci in una condivisione immediata, con l’impeto appassionato al grande bene che è la vita di ogni singolo uomo e al suo destino. Non sono mancati nella crisi aiuti economici anche consistenti da parte della Chiesa italiana alle famiglie e ai lavoratori. Ma né tocca a noi come Chiesa, né abbiamo la possibilità di proporre soluzioni politiche al problema. Attenzione, qui c’è però un punto su cui dobbiamo essere chiari: ai cristiani, soprattutto ai fedeli laici cristiani, tocca partecipare a questo compito sociale e politico in maniera molto più pronunciata di quanto non sia avvenuto in questi ultimi anni. Il cristiano è cittadino e deve esserlo fino in fondo. Anzi, come diceva il grande Péguy: il cristiano è cittadino per eccellenza, proprio perché la prospettiva della vita eterna, lungi dal generare un disimpegno col quaggiù, offre la possibilità di edificarlo al meglio, con una solida distanza critica. Spesso comunque sulle questioni legate alla crisi dei posti di lavoro mi sono trovato di fronte ad un dilemma che mi ha angosciato: di non fare solo parole, di non pensare che due dichiarazioni rilasciate alla stampa possano risolvere il problema…”.

Quanto all’area del Nordest, anche alla luce del “grande dono” della recente visita di Papa Benedetto, il card. Scola evidenzia che “il Nordest è anzitutto chiamato a ripensarsi nella direzione di un recupero, ovviamente adeguato all’oggi, degli orizzonti larghi che sono alla base della sua nascita e crescita. Dobbiamo ritrovare come Chiesa e come società, anzitutto, questo spazio più largo che farà bene all’Europa e all’Italia nello stesso tempo. Il futuro del Nordest è legato anche al suo essere nuova cerniera tra Nord e Sud. E gli eventi che stanno capitando in tutta l’Africa del nord e anche in taluni paesi del Vicino e del Medio Oriente urgono ad assumere questa prospettiva. Ancora una volta, non solo a partire dalla nostra grande esperienza di commerci e di industria ma come sforzo di condivisione benefica di culture diverse e di edificazione di una civiltà che abbia un respiro effettivamente internazionale, che sia plurale ma che non rinunci all’unità. Senza unità non c’è civiltà”.

Visita pastorale alla parrocchia di San Giacomo dall'Orio

Ad una domanda su come la Chiesa di Venezia si può preparare ad accogliere bene il nuovo Patriarca di Venezia, il card. Scola si è, infine, soffermato a riflettere tra l’altro sulla questione del “pregiudizio” con queste parole: “Dico sempre che avere pre-giudizi è in qualche modo inevitabile. Il punto non è che ci siano pregiudizi, ma l’obiettivo è di superarli, di non incanaglirsi in essi… Però i pregiudizi sono più simili alla neve – che si scioglie facilmente – che alla roccia, che resiste. Basta andare al significato etimologico della parola: se sono pre-giudizi non sono giudizi, cioè prescindono dalla conoscenza reale. La grande strada è infatti quella della conoscenza reale. Poi, certo, essendo noi uomini, ciascuno può ostinarsi nel suo pregiudizio… Ciò non toglie, però, che il criterio di fondo resta quello della comunione, soprattutto con il vescovo. Il pregiudizio fa parte del dinamismo di ogni rapporto: io non posso entrare in relazione con una persona senza farmi di lei un’opinione o senza avere una reazione nei suoi confronti. Questo è un dato inevitabile. Il problema nasce se io mi fermo a questo stadio o addirittura se elaboro il pregiudizio. Per superare tale pericolo ci vuole un fattore che vada oltre me e te, a cui io mi possa rifare. Del resto è quello che avviene tra un marito e una moglie quando entrano in difficoltà: l’energia per recuperare il loro rapporto è un fattore che sta oltre loro. Gesù Cristo, che ci dona tutti i giorni la possibilità di una fraternità, è questo fattore che va oltre”.

“Hope, faith and freedom – mission of the Church more relevant than ever”. Un’intervista da “The Universe”

VENEZIA – Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata domenica 26 giugno dal settimanale cattolico “The Universe”:

Cardinale 3

Gerry O’Connell speaks to the Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola – son of a socialist truck driver and a profoundly Catholic mother. He is also a leading intellectual in the Italian Bishops’ Conference and one of the more creative and original thinkers in the College of Cardinals.

 

Q. What do you see as the main challenges facing the Catholic Church today? 

A. I think the principal challenge, which the Church shares with every other social subject in the field, is the interpretation of the post-modern. The question is; have we, or have we not entered the post-modern world? Certainly the collapse of the Berlin Wall has marked a rather radical mutation that can be seen in certain macroscopic phenomena.

Indeed, what is happening in the Middle East is like a second phase of what happened in 1989. There is obviously a strong desire for freedom on the part of peoples on the world stage, and that comes with an urgent demand for real participation. 

This has complicated even more that which I call the process of the mixing of civilizations and cultures; that is, a process of movement and displacement of peoples which will become even more radical in the coming decades. All this has made it made more urgent for us in Europe to gain a deeper knowledge of Islam. 

Then there is the question of the progress of techno-sciences, especially in bio-engineering, cloning, bio-convergence, informatics, biology, molecular physics, neuroscience and so on. All these phenomena are producing a different kind of man and so the challenge for the Church is the same as for all humanity: What kind of man does the man of the third millennium wish to be?

 

Q. What is your view on this? 

A. Some 10 years ago when I was in Munich I bought a copy of Die Welt and there was an entire page written by this young German philosopher of science named Jongen under the banner headline Man is only his own experiment! 

It is clear that we are faced here with a framework that is radically different from that which prevailed up to the 1980s, and it seems to me that the Church, in this context, has to insist on the fact that the ‘I’ does not exist without relations. This is the point. Because it is from the ‘I’ that the dynamism of the truth, the good and the beautiful is documented within the human family and, in my view, this fact is irrepressible. 

I think that we must value with much realism all the positive things that emerge from these major shifts and discoveries, while accepting the elements of contradiction that are found in every passage of civilization. 

The challenges are at the anthropological, social, cosmological and ecological levels, and since the Church of Christ is the presence of a God who became incarnate and who has engaged, and continues to be involved with humankind, it has to respond to these challenges of humanity. The risk is that man thinks of himself as freed from every bond, and so as ‘a self-made man’. 

This nullifies the exchange between the generations, it nullifies education in the proper sense of the term, and leads to many phenomena that we see in the anthropological transformations and ways of understanding sexuality, love, parenthood, work and so on. 

It seems to me that in this context, the mission of the Church is more relevant than ever. Indeed, I believe that the Christian proposal is particularly relevant now, because if we read the Gospel we see it revolves around the theme of happiness and freedom. Jesus said that if you wish to be happy, come and follow me, and he who follows me will be truly free. It inserts the dynamic of truth, goodness and beauty within the horizon of happiness and freedom. 

So when the Christian proposal is freed from the many things that weigh it down because of the contradictions and sins in the men and women of the Church, and is re-proposed in its youthful simplicity as an encounter with a humanity made whole by Christ, then it is more relevant than ever.

 

Q. What do you see as the strengths and weaknesses of the Church as it faces these challenges? 

A. They are those which Benedict XVI has formulated at the beginning of his first encyclical – Deus Caritas Est – namely, that the nature of Christianity is a personal encounter with Christ. We see this clearly in those people who have encountered him and witness to the beauty of a humanity that has succeeded. 

The weakness is the continuing existence of that which Paul VI denounced; the dualism between faith and life. This is evident when one does not experience how the relation with Christ impacts on one’s daily life, or how Church life is relevant to all this, and so one tends to conclude that the practice of the Christian life is useless, and one tends to put it aside. 

The paramount task of the Church is to announce Christ in all the settings of human existence and to simplify the life of the Christian community in the parishes and dioceses so that they may be better suited to people today, especially to the young, to the people who have a family and work. It’s a substantial problem to regain the link between faith and life, to understand how the faith is relevant to my life. This requires the way of relations; it cannot be done by oneself alone, it requires a living community of people who can communicate their experience.

 

Q. You have visited many Churches in the southern hemisphere and described them as “beacons of hope”. What do you mean? 

A. These are Churches of the first evangelisation, and they maintain a vitality and freshness in which the primacy of life renewed by Christ is palpable. 

Then, too, one sees a spirit of joyfulness in all the African Churches, where the liturgy is often positively incarnated, and where the depth of fraternal relations in Christ is tangible, notwithstanding the problems and contradictions that all people have. It is particularly striking to see how the experience of the mystery is an experience of joy.

I have seen this many times in Africa, I have seen it in Asia, in the Philippines, in Brazil and other parts of Latin America, although these situations are quite different. 

So I consider these Churches as signs of hope because I think they can rejuvenate the entire fabric of the Catholic Church. But it remains to be seen how the themes we have spoken about earlier will impact on them.

 

Q. Many of these Churches face the problem of how to relate to other religions. You have given much attention to this question. Do you think the Church has grasped this problem sufficiently? 

A. The Catholic Church, in my view, particularly since the Second Vatican Council and also because it has given a very high importance to the practice of ecumenism, is facing the question of inter-religious dialogue with great realism. But it takes time to find a proper balance.

I recall an affirmation of the then Cardinal Ratzinger which was more or less this; inter-religious dialogue is an intrinsic experience of the Christian Church, it is not something contingent, imposed from outside. It is not imposed by the fact that today we have 15 million Muslims in Europe, though this makes it more urgent for us to engage in inter-religious dialogue. 

An effective dialogue requires that I engage my faith in a dynamic way. It implies an identity, but a dynamic identity, and so we return to what we spoke about earlier: What is Christianity? The event of Christ, by which he gives himself as a gift to mankind to be the way, the truth and the life, is open to dialogue at 360 degrees. But if I reduce Christianity to a question of doctrine only, then I reduce it to a dialogue of a purely speculative kind. 

Certainly, Christianity implies a doctrine and a moral teaching, but they are incarnated in the life of a person and in the life of a community. Therefore, if I practice the Christian life for what it is – ‘the good life’ which the Gospel documents and witnesses to, then I can go and dialogue with everyone.

It’s sufficient to go to India where there are many mixed marriages between Hindus and Christians and there, one sees how people practice inter-religious dialogue in daily life, for example, in the way husband and wife love each other, or in the way they educate their children. 

On the other hand, it is also necessary to have reflection of a theological and cultural kind such as is happening, indeed flourishing, in many places today. One example of this is the small Oasis experience which we started here in Venice which is dedicated above all to the reciprocal knowledge. 

The first step in dialogue is knowledge, getting to know the other. This is fundamental because, as it is evident today, if one asks an Italian or European Catholic “what is Islam?”, more than 90 per cent would not know how to answer. I’m sure the same would be true vice versa for Muslims, if we question them about Christianity. 

It seems to me that, generally speaking, as Christians we are well on the way in terms of inter-religious dialogue, but it is an epochal question and requires a lot of time.

 

Q. In Rome many people – in the Vatican and outside – are saying that after the Polish and German popes, and all the crises of this pontificate, we need an Italian pope once again to put order in the Church. 

A. Well, we’ll see. First of all, the Holy Father is very well and is doing his task in a formidable way, giving us a teaching of the highest level that is arousing enormous and impassioned dialogue throughout the whole world. Second, he is renewing the pastoral work of the Church through rooting it in the liturgy and the sacraments. 

I do not at all agree with those who say that this is a papacy which has generated crises. There have been moments when he has had to take on his own shoulders great problems of other men of the Church, and he did so by taking the lead, without ever pulling back.