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Il “bilancio” degli anni veneziani

Emerge un approfondito bilancio dei quasi dieci anni di episcopato veneziano nell’ampia intervista che il card. Angelo Scola ha rilasciato al settimanale diocesano Gente Veneta, a Telechiara e Bluradio Veneto pochi giorni prima del suo “congedo” dalla Chiesa e dalla comunità civile veneziana.

Si anticipano qui alcuni estratti di questa articolata e densa conversazione, in uscita sul settimanale diocesano Gente Veneta in edicola sabato 3 settembre, trasmessa su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre) sabato 3 alle ore 21.00 e domenica 4 alle 16.00 ed infine da Bluradio Veneto (fm 88.7 – 94.6) lunedì 5 settembre alle ore 21.00.

Incontro della caritàAlla domanda su come sia stato il suo inserimento nella realtà veneziana e sui momenti più significativi di questo periodo il card. Scola ha così risposto: “Io sono partito da ciò che mi disse Giovanni Paolo II durante la cena mi disse che mi avrebbe mandato a Venezia: il problema della Chiesa di oggi è rigenerare il soggetto che è il popolo sulla base di una dottrina sana e di una prassi solida. A rinnovare non è una dialettica tra una teoria che si suppone al passo con i tempi o una teoria che si suppone capace di garantire una grande tradizione, ma è la rigenerazione del soggetto personale e comunitario a partire da ciò che poi Benedetto XVI ha esplicitato nel prologo della Deus caritas est: il cristianesimo è essenzialmente un incontro personale con Cristo nella comunità cristiana prima di essere ovviamente anche una dottrina e una morale. Quindi la mia preoccupazione è stata quella di una pastorale a 360 gradi che avesse come preoccupazione la rigenerazione della persona in Cristo attraverso un’appartenenza forte a delle comunità cristiane vive ed oggettive”. Ed ha quindi aggiunto: “Tutto quello che ho fatto l’ho fatto in quest’ottica: da Oasis al Marcianum, alla Scuola Santa Caterina, alle Unità di Lavoro per la Transizione, alla Visita pastorale, al potenziamento dei patronati, al rilancio delle aggregazioni ecclesiali, alla Scuola di Metodo, alle comunità pastorali… ho sempre cercato di tenere unito questo sguardo e di non perdere di vista questo scopo. Mi rendo conto che non sono sempre stato capace di far passare questa visione integrale; taluni forse non l’hanno capita o non l’hanno voluta capire. Da questo punto di vista è una visione molto parziale dire che Scola lascia a Venezia il Marcianum, Oasis… Dò molto più peso, per esempio, al lavoro con i vicari e i provicari foranei e con il Consiglio di Curia, con i quali ho sperimentato una comunione profonda che è arrivata a valutazioni e ad azioni molto precise e pertinenti nelle diverse situazioni pastorali. Ho apprezzato molto la Visita pastorale e la Scuola di Metodo. Se lascio un’eredità la vedo soprattutto a partire da questi dati”.

Ripercorrendo i temi fondamentali toccati in questi anni nel suo ministero veneziano il card. Scola si è soffermato in particolare  sull’educazione al gratuito: “La gratuità viene spesso recepita come un darsi da fare con grande generosità, anche ispirandosi al Vangelo, per aiutare i più bisognosi. Il che è sacrosanto e bellissimo. Ma quando parlo di gratuito io intendo un’altra cosa: che l’uomo al di fuori dell’esperienza dell’amore non capisce se stesso. Uno ha bisogno di essere definitivamente amato, anche oltre la morte, per poter definitivamente amare. Se le cose stanno così, uno deve imparare a donare la vita; e questo esige un’educazione appassionata, attenta, fedele, rigorosa all’amore, che duri lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’unico modo che l’uomo, essere limitato, ha di imparare è quello di ripetere con fedeltà dei gesti in cui una determinata dimensione venga esercitata il più possibile. Io dico allora: come la Chiesa, molto saggiamente, per educarci al rapporto con Gesù da sempre ci domanda di partecipare consapevolmente all’azione sacramentale della Santa Messa ogni domenica, così noi dovremmo individuare un gesto gratuito da vivere con le nostre comunità, regolarmente, fedelmente, lungo tutto l’arco dell’esistenza”.

Sull’intenso rapporto intercorso tra il Patriarca di Venezia e i mondi della cultura, dell’economia e delle istituzioni, il card. Scola ha osservato: “Da dove è nata in me l’urgenza di questo rapporto? Siccome la religione cristiana ha a che fare con la vita quotidiana dell’uomo, allora tutto ci interessa. Con due punti fermi: la consapevolezza della distinzione netta tra la dimensione religiosa della vita dell’uomo e la dimensione civile; e, secondo, il dato, ormai incontrovertibile, della società plurale che ci chiede di paragonarci instancabilmente come cristiani, con grande libertà e con energia costruttiva, con soggetti che hanno una visione di vita differente. Questo ci spinge a costruire una società in cui la vita buona sia possibile, il buon governo sia realizzabile. Pratiche virtuose possono farci guardare con sufficiente speranza al futuro. Questo è il senso dell’impegno”. Il rapporto con le istituzioni, in particolare, “è stato molto rispettoso da parte di tutti e anche molto positivo con tutti coloro che in questo decennio hanno occupato posti di responsabilità in Regione, Provincia, Comuni, Municipalità… Mi pare però che la questione sia di altra natura: la transizione in atto non può non toccare le modalità di rapporto fra Chiesa, società civile e istituzioni. Bisogna lasciare emergere i segni che urgono ad un cambiamento e pazientemente cercare di costruirlo. E qui torna attuale il metodo delle implicazioni sociali della vita cristiana: bisognerebbe che nel Nordest – ma non solo: in Italia e in Europa – i cristiani si interrogassero molto di più sulla modalità con cui attuare la dimensione pubblica della fede nel processo di grande cambiamento in atto. Sarebbe qui necessario entrare nei problemi specifici, anche in quelli che sono occasione di dialettica e di conflitto con altri soggetti che abitano la nostra società plurale. Penso ai temi scottanti della nascita, della morte, della bioetica in generale, dell’educazione, della giustizia sociale ecc.”.

Incalzato sul tema della crisi economica e delle situazioni di difficoltà nel mondo del lavoro, anche veneziano, il card. Scola si è così espresso: “Cosa può fare la Chiesa di fronte a questa drammatica situazione di crisi? Vedo un’analogia con il compito cui è chiamata, a breve termine, nei confronti degli immigrati. Noi dobbiamo lanciarci in una condivisione immediata, con l’impeto appassionato al grande bene che è la vita di ogni singolo uomo e al suo destino. Non sono mancati nella crisi aiuti economici anche consistenti da parte della Chiesa italiana alle famiglie e ai lavoratori. Ma né tocca a noi come Chiesa, né abbiamo la possibilità di proporre soluzioni politiche al problema. Attenzione, qui c’è però un punto su cui dobbiamo essere chiari: ai cristiani, soprattutto ai fedeli laici cristiani, tocca partecipare a questo compito sociale e politico in maniera molto più pronunciata di quanto non sia avvenuto in questi ultimi anni. Il cristiano è cittadino e deve esserlo fino in fondo. Anzi, come diceva il grande Péguy: il cristiano è cittadino per eccellenza, proprio perché la prospettiva della vita eterna, lungi dal generare un disimpegno col quaggiù, offre la possibilità di edificarlo al meglio, con una solida distanza critica. Spesso comunque sulle questioni legate alla crisi dei posti di lavoro mi sono trovato di fronte ad un dilemma che mi ha angosciato: di non fare solo parole, di non pensare che due dichiarazioni rilasciate alla stampa possano risolvere il problema…”.

Quanto all’area del Nordest, anche alla luce del “grande dono” della recente visita di Papa Benedetto, il card. Scola evidenzia che “il Nordest è anzitutto chiamato a ripensarsi nella direzione di un recupero, ovviamente adeguato all’oggi, degli orizzonti larghi che sono alla base della sua nascita e crescita. Dobbiamo ritrovare come Chiesa e come società, anzitutto, questo spazio più largo che farà bene all’Europa e all’Italia nello stesso tempo. Il futuro del Nordest è legato anche al suo essere nuova cerniera tra Nord e Sud. E gli eventi che stanno capitando in tutta l’Africa del nord e anche in taluni paesi del Vicino e del Medio Oriente urgono ad assumere questa prospettiva. Ancora una volta, non solo a partire dalla nostra grande esperienza di commerci e di industria ma come sforzo di condivisione benefica di culture diverse e di edificazione di una civiltà che abbia un respiro effettivamente internazionale, che sia plurale ma che non rinunci all’unità. Senza unità non c’è civiltà”.

Visita pastorale alla parrocchia di San Giacomo dall'Orio

Ad una domanda su come la Chiesa di Venezia si può preparare ad accogliere bene il nuovo Patriarca di Venezia, il card. Scola si è, infine, soffermato a riflettere tra l’altro sulla questione del “pregiudizio” con queste parole: “Dico sempre che avere pre-giudizi è in qualche modo inevitabile. Il punto non è che ci siano pregiudizi, ma l’obiettivo è di superarli, di non incanaglirsi in essi… Però i pregiudizi sono più simili alla neve – che si scioglie facilmente – che alla roccia, che resiste. Basta andare al significato etimologico della parola: se sono pre-giudizi non sono giudizi, cioè prescindono dalla conoscenza reale. La grande strada è infatti quella della conoscenza reale. Poi, certo, essendo noi uomini, ciascuno può ostinarsi nel suo pregiudizio… Ciò non toglie, però, che il criterio di fondo resta quello della comunione, soprattutto con il vescovo. Il pregiudizio fa parte del dinamismo di ogni rapporto: io non posso entrare in relazione con una persona senza farmi di lei un’opinione o senza avere una reazione nei suoi confronti. Questo è un dato inevitabile. Il problema nasce se io mi fermo a questo stadio o addirittura se elaboro il pregiudizio. Per superare tale pericolo ci vuole un fattore che vada oltre me e te, a cui io mi possa rifare. Del resto è quello che avviene tra un marito e una moglie quando entrano in difficoltà: l’energia per recuperare il loro rapporto è un fattore che sta oltre loro. Gesù Cristo, che ci dona tutti i giorni la possibilità di una fraternità, è questo fattore che va oltre”.

“Dal Papa una visione ecclesiale e sociale di primaria importanza per il nuovo Nordest”. Un’intervista da “Gente Veneta”

VENEZIA – Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata dal settimanale diocesano “Gente Veneta“:

Il primo frutto della visita del Papa è l’aver reso più caldo e affascinante il desiderio di Dio in una quantità straordinaria di persone. Nel parco di San Giuliano, davanti a quasi trecentomila donne e uomini, Benedetto XVI ha confermato, cioè ha reso più salda la fede di chi già aveva avviato un percorso in Cristo, e ha riacceso la passione per Gesù in chi, in qualche stagione della sua vita, si era un po’ distratto.
Il Patriarca fa il punto così, a poche ore dalla conclusione del fine settimana del Pontefice a Nordest, dei densi avvenimenti che si sono succeduti.

Il primo bilancio, a caldo?

E’ andata al di là di ogni aspettativa. C’è stato realmente un grande movimento di popolo, soprattutto nella Messa al parco di San Giuliano, che voleva riunire i fedeli di tutto il Nordest, in vista del convegno di Aquileia II. Una partecipazione così ingente ha sorpreso tutti; grazie a Dio, gli organizzatori sono stati molto bravi e hanno retto l’urto di un numero che è stato più del doppio di quello che prevedevamo.

Questo così cospicuo e imprevisto numero di partecipanti cosa la porta a pensare?

Credo che una folla così grande non si muova alle 4-4.30 del mattino, per stare poi fino all’una in un parco, sotto il sole, per una pura curiosità. Questo mi consola, perché vuol dire che nel cuore dell’uomo c’è una domanda di verità; c’è un desiderio di conoscere quale sia il proprio bene, in vista della felicità, del compimento di una autentica libertà e c’è la coscienza netta che il Vangelo, interpretato autorevolmente dal successore di Pietro, rappresenta una risposta efficace a questa domanda che si ha nel cuore. Questo è molto consolante, anche se mette sulle nostre spalle una grande responsabilità.

Quale messaggio ha lasciato il Papa al Nordest?

Il Papa ha richiamato il Nordest a non vivere la sua grande tradizione in maniera passiva, ma a “trafficarla” – se così possiamo dire – in vista dei grandi cambiamenti in atto nel presente, affinché il Vangelo di Gesù rappresenti ancora oggi una grande risorsa per tutti i popoli che abitano questo territorio. Benedetto XVI ha invitato – meditando sui discepoli di Emmaus – a passare dalla disperazione alla speranza, dalla tristezza alla gioia ed ha indicato come strada per questo, alla realtà ecclesiale, l’intensificarsi di una comunione centrata sulla forza eucaristica, illuminata dalla Parola di Dio; sulla condivisione, partendo realmente dagli ultimi; su un rapporto bello con il creato – perché Venezia ieri era letteralmente radiosa e il Papa ne è stato affascinato e commosso – e sul coraggio semplice di una testimonianza umile, ma chiara e diretta in tutti gli ambienti dell’umana esistenza, che chi segue Gesù può diventare un uomo riuscito e soprattutto può essere libero davvero.

Il vivere la tradizione innovandola, ancorati al saldo appoggio del Vangelo, è stato al centro anche del discorso di Benedetto XVI nella basilica della Salute. Qual è la prima suggestione che le deriva dalle parole del Pontefice?

Sì, il Papa ci ha donato suggerimenti preziosi anche per il rinnovarsi della società civile. Ha letto la bellezza di Venezia, partendo da tre parole: dalla parola “acqua”, dalla parola “salute” e dalla parola “Serenissima”. Costruendo quasi, in questo modo, un manifesto per l’impegno sociale e civile di Venezia che, per la sua forza espressiva nei confronti di tutta l’umanità, rappresenta un impegno per gli uomini e per le donne di oggi della nostra città, in un certo senso, di tutto il mondo. Sono, però, tutti testi su cui bisogna avere il tempo e la pazienza di tornare nel dettaglio, perché l’insegnamento del Santo Padre ha una forza di attrattiva immediata, ma poi bisogna lavorare di cesello, perché non un aggettivo è fuori posto… Quindi occorreranno la pazienza e il tempo di assimilare. Ma quel che balza subito agli occhi è che il Papa ci ha lasciato una visione ecclesiale e sociale di primaria importanza e questo ci lancia con entusiasmo nel compito che ci attende e che attende ciò che lui stesso ha indicato come il “nuovo Nordest”. Non dimentichiamo che domenica c’erano quasi 5 mila persone, provenienti dalle Chiese nate da Aquileia, di Slovenia, di Croazia, di Ungheria, di Austria e di Germania. Insomma, questo segna realmente, per le nostre Chiese e per le nostre società, un orizzonte nuovo e affascinante di impegno.

Il Papa ha parlato di promozione di una cultura di accoglienza e di condivisione, capace di gettare ponti di dialogo tra i popoli e le nazioni. Sono parole molto incisive nel mentre la questione dell’immigrazione e dell’arrivo di stranieri in Italia è scottante…

Il Papa è stato molto netto e deciso. E con nostra soddisfazione i segnali giunti in questi giorni da Lampedusa, circa la modalità e l’impeto con cui il nostro popolo va realmente incontro a chi è nel bisogno, sono confortanti e sono in sintonia anche con la riflessione che abbiamo condotto, in preparazione della visita del Santo Padre e del convegno Aquileia II, su che cosa è stato e su cosa può essere il Nordest. Il Nord-est è stato il crocevia, l’incontro e la fusione di popoli germanici, slavi e latini lungo l’asse Est-Ovest. Oggi deve assumere per forza anche un compito diverso: il compito di cerniera tra Nord e Sud, anche perché, attraverso l’Adriatico, il Mediterraneo entra nel cuore dell’Europa. Allora il problema del Sud si configura non soltanto come il problema del Maghreb, ma – come si vede già dalla gran quantità di immigrati giunti nelle ultime settimane – ormai anche per i popoli del Sud del Sahara. Popoli che tentano di muoversi verso di noi perché sono in uno stato di indigenza ben più grave di quelli del Maghreb. Allora è veramente decisivo ed importante che l’Europa e i Paesi ricchi del Nord concepiscano di poter collaborare con il “soggetto Africa”, creando un modello di sviluppo in Africa stessa, nell’Africa Sub-sahariana. Questo potrebbe rappresentare una fonte reale, oltre che di sollevamento dalla condizione spesso di miseria di quei popoli, anche di prospettiva futura per il nuovo ordine mondiale e per un mercato sano, riequilibrato, realmente a misura d’uomo e teso al bene comune, che è il bene di tutti e di ciascuno.

(a cura di Giorgio Malavasi)

“Il nostro beato Karol”. Un articolo da Gente Veneta

VENEZIA – Viene qui riproposto un intervento del Patriarca in ricordo di Giovanni Paolo II - nell’occasione della sua beatificazione - pubblicato sull’ultimo numero di Gente Veneta:

Angelo Scola

La prima volta che salii sull’altare con lui, nel 1979, rimasi colpito dal suo modo di celebrare. Giovanni Paolo II era un papa “mistico”, che viveva un rapporto di straordinaria immediatezza con Dio. Non c’è da sorprendersi che la gente ne abbia invocato fin dal giorno della sua morte la santità. Bastava vederlo pregare. Quando si andava a pranzo da lui, si passava per la cappella a dire l’Angelus. Tutti noi pensavamo che fosse una questione di 30 secondi. Certe volte, invece, durava così a lungo che non si riusciva più a stare in ginocchio sul pavimento.

Il Papa si immergeva davvero nella preghiera e per lui non c’erano più né tempo né spazio. Lo si vedeva anche dal movimento delle labbra. Nella sua preghiera io ho percepito – o meglio, ho visto – un dialogo con Dio profondo, ininterrotto. Come un respiro, il Santo Padre emetteva dei suoni come il gorgogliare di un torrente che non si ferma mai. Una cosa impressionante.

Tra le tante caratteristiche di Papa Giovanni Paolo II due considero dominanti.
La prima è che Egli è stato un uomo fino in fondo. Un uomo perché Cristo era il centro affettivo della Sua persona: ha mostrato nel modo di vivere e nel modo di morire la suprema convenienza della sequela di Cristo. La seconda è che era uomo della libertà. L’umanità ha percepito che Giovanni Paolo II, per la sua esperienza personale e per la sua forza dottrinale, per il suo insegnamento, per la sua passione verso l’umano è un testimone che muove la tua libertà, la “stana” amorevolmente, l’accompagna. Chi di noi non ne ha bisogno?

La prima volta che ho incontrato il futuro Papa Giovanni Paolo II fu nell’ambito della redazione internazionale della rivista “Communio”. Era cardinale di Cracovia e voleva aprire un’edizione polacca di “Communio”. Aveva preparato tutto, aveva costituito anche una buona redazione, ma poi il regime glielo impedì.

Allora Balthasar decise di coinvolgere Karol Wojtyla nella redazione tedesca della rivista e in quel contesto io ebbi occasione di avere qualche contatto con lui, piuttosto fuggevole. Il mio rapporto con lui si approfondì dopo la sua nomina a Papa, a partire dal febbraio del 1979, quando partecipai una prima volta alla sua messa al mattino, e lui mi invitò alla prima colazione.

Ricordo bene quella conversazione perché comunicò in maniera affascinante la sua visione della Chiesa. Ci riempiva di domande: come ogni uomo creativo era estremamente curioso, desiderava capire, conoscere. La collaborazione si approfondì all’inizio degli anni ’80, quando sono stato chiamato a partecipare all’impresa dell’edificazione dell’Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, lasciando il mio insegnamento a Friburgo, in Svizzera.
In seguito, essendo stato nominato consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, ho avuto più occasioni di incontrarlo e collaborare con lui.

Credo che oggi, alla vigilia della sua Beatificazione, il modo migliore per trasmettere il ricordo di Giovanni Paolo II sia prendere sul serio la strada che lui ogni giorno ha invocato dal Signore: quella della testimonianza. Perché Gesù era convincente? Perché era coinvolto di persona in quel che diceva. Wojtyla, seguace di Cristo, era coinvolto con tutta la sua persona in quel che proponeva. Questo significa per la Chiesa Wojtyla beato. Così dobbiamo tentare di essere noi, con le nostre umili forze, con i nostri difetti: siamo provocati da un simile testimone a documentare la nostra fede, a mostrare quanto siamo coinvolti in quel che professiamo. Non voglio però dimenticare la rilevanza dei contenuti del suo magistero, che avrà bisogno di decenni per essere approfondito: penso all’insegnamento sulla teologia del corpo, sul rapporto uomo-donna, allo straordinario trittico delle encicliche trinitarie, allo sviluppo del tema eucaristico, agli approfondimenti sociali legati al tema della solidarietà e della sussidiarietà, del primato del soggetto del lavoro sul capitale… E ho citato solo taluni aspetti: è un patrimonio sterminato. Ci vorranno decenni per approfondirlo.

La sua eredità, dunque, è davvero molto imponente, ma il suo successore Benedetto XVI, in questi sei anni di pontificato, ha mostrato una forza straordinaria nel darle continuità. Sta proseguendo in modo originale il rinnovamento della Chiesa a favore di tutta la famiglia umana. Credo proprio che lo Spirito Santo scelga e prepari accuratamente i suoi uomini.

“Il Natale, grande chance per la dignità di chi lavora”, un’intervista al Patriarca

NATALE 2010 – Viene proposta qui di seguito un’intervista al Patriarca pubblicata da Gente Veneta il 24 Dicembre:

Cardinale 3

Gesù Bambino nasce anche sulle torri di Vinyls. O forse nasce soprattutto lì, a Porto Marghera, dove da giorni alcuni operai stanno “arroccati” a 150 metri di altezza, nonostante il gelo, per difendere il proprio lavoro e ottenere da imprenditori e politici parole chiare sul proprio futuro lavorativo.
Ne è convinto il Patriarca che, alla vigilia del santo Natale, invita a cogliere la ricchezza, alla portata di chiunque, che viene dal rendersi familiare a tutti noi di Dio nella grotta di Betlemme.

Cosa c’entra il Bambino che nasce a Betlemme con la vita degli operai della Vinyls che dicono: «Per noi il Natale non esiste se non esiste un futuro di lavoro»?

Mi pare che in questa loro affermazione sia implicitamente contenuto il senso del Natale. Dio si fa bambino per darci un futuro, perché la nostra vita possa guardare davanti a sé piena di una speranza che Benedetto XVI ha definito affidabile. È evidente che il lavoro, essendo una delle dimensioni essenziali e decisive della vita dell’uomo, è condizione fondamentale perché la dignità di ciascuno sia rispettata. Quindi il Natale, che nell’incarnazione del Figlio ci dice che Dio si fa a noi familiare, ci sostiene nella dignità dei nostri affetti, del nostro lavoro e del nostro riposo. Per questa ragione gli operai della Vinyls esprimono un desiderio profondo di verità della loro persona. Per loro, senza una prospettiva chiara di lavoro,  la grande promessa del Natale non viene meno ma è come se perdesse drammaticamente di concretezza.

Il Natale è ponte fra Cielo e terra, quindi un’alleanza, una garanzia di pace. Cos’ha proficuamente da dire il Natale alla politica e ai politici italiani?

La modalità con cui il Figlio di Dio viene a salvarci non è un meccanismo esteriore alla nostra persona, non è una magia: è qualcosa che mette in moto la nostra libertà di uomini e quindi la nostra responsabilità. Pertanto la memoria del Figlio di Dio che viene sulla Terra coincide con uno scatto di libertà e di responsabilità da parte di tutti noi, ed in particolare di chi ha il compito del buon governo.

Cosa intende per scatto di libertà e di responsabilità? (continua…)

Papa Benedetto XVI a Venezia, un’intervista al Patriarca

Incontro con il Santo Padre a Lorenzago

PAPA BENEDETTO XVI A VENEZIA – Viene proposta qui di seguito un’intervista al Patriarca pubblicata da Gente Veneta:

Il dono di Benedetto XVI, che il 7 e 8 maggio 2011 sarà ad Aquileia e a Venezia, consisterà nel confermarci nella fede. Cioè nel rendere più forte e saldo il nostro credere in Cristo.
Lo sottolinea il Patriarca, mettendo in evidenza come il viaggio papale sarà davvero un grande dono, e non solo per la Chiesa veneziana, ma per tutte le Chiese del Nordest, che sabato 7 ad Aquileia e poi domenica 8 con la messa nel parco di San Giuliano a Mestre, si incontreranno attorno al pastore della Chiesa universale: «Sarà un grande evento per tutto il popolo».

Eminenza, perché il Papa viaggia e visita le sue Chiese?
I viaggi hanno una motivazione intrinseca al ministero di Pietro, che si può riassumere nell’espressione evangelica “conferma i tuoi fratelli”. Lo si è visto molto bene fin dal primissimo viaggio a Loreto di Giovanni XXIII quando, ad ogni stazione in cui il treno neppure si fermava ma solo rallentava, c’erano folle sterminate a salutarlo; e poi su su fino ai viaggi di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e agli ultimi di Benedetto XVI in Inghilterra e a Palermo.

I tempi e il mondo sono cambiati; con essi anche la modalità dell’incontro del Papa con i fedeli?
Sì, siamo entrati in una civiltà della mobilità, e il fatto che il Papa si rechi a visitare le Chiese rende il suo ministero petrino più efficacemente credibile. Perché, pur essendo per sua natura un ministero legato alla Chiesa romana, purtuttavia è universale. E la presenza fisica del Papa fa percepire a tutti questa universalità.

Accanto a ciò, la visita del Papa accompagnerà il cammino delle diocesi nordestine verso il secondo convegno ecclesiale di Aquileia, che si terrà nel 2012, e coinciderà con la fine della Visita pastorale alla nostra diocesi. Come si legano questi eventi? (continua…)

Cacciari, un commento sul nuovo libro del Patriarca

CACCIARI SU SCOLA – Viene pubblicata qui di seguito un’intervista a Massimo Cacciari, filosofo, sul nuovo libro del card. Angelo Scola, Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia” (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50) e pubblicata su Gente Veneta il 18 settembre:

L’anima e lo spirito? Sono compagni di viaggio molto graditi dalla società d’oggi che, se vuole funzionare, ha bisogno di essi.

Lo stare insieme, oggi, ha un forte bisogno di spiritualità, ma il rischio è che politica, scienza ed economia cerchino la compagnia della religione non perché credano in un Dio davvero fondante la realtà. Dio e la religione sono invocati per rendere più efficaci i processi messi in moto dalle stesse politica, scienza ed economia. Nella società globale, insomma, il pericolo è che la spiritualità sia solo un utile strumento. Anche per poter stare assieme. Lo rileva Massimo Cacciari, commentando il nuovo libro del Patriarca Scola.

Prof. Cacciari, una preoccupazione sostanziale che il card. Scola manifesta in questo volume è che nella società plurale, dove l’io dei singoli e dei gruppi è sempre più enfatizzato, si perda di vista il valore basilare dell’essere in relazione, dello stare insieme, della polis. D’accordo?

Questo è un processo secolare. I classici della sociologia parlavano della trasformazione dalla Gemeinschaft alla Gesellschaft, dalla comunità alla società. E’ lo spirito delle nostre grandi metropoli, in cui l’elemento comunitario è sopraffatto da un essere insieme del tutto individualistico. Da qui il tema della solitudine delle masse. E’ una nota questione di cui si può dire che nelle società attuali sta giungendo al suo compimento. E quindi, nel suo compiersi, può dar vita ad aperture imprevedibili, a opportunità positive o a catastrofi. (continua…)

“A Pasqua, per ciascuno di noi, c’è un anticipo di Cielo”. Il Patriarca intervistato da Gente Veneta in occasione della Pasqua.

VENEZIA – Viene qui riproposta l’intervista fatta al Patriarca e apparsa su Gente Veneta in occasione della Pasqua.

A ciascuno di noi la Pasqua regala un pezzo di Cielo. Non è un’immagine, non è un sogno e neppure una poetica consolazione. E’ l’esperienza che fa chi celebra con fede la festa della Risurrezione di Cristo.

Nel giorno, cioè, in cui si annuncia il passaggio di Gesù dalla notte della morte al giorno della vita, ognuno di noi può, se vuole, sperimentare che non c’è separatezza fra vita e fede ma c’è, semmai, un fecondo legame. E, soprattutto, ognuno può godere di un anticipo di gioia celeste, che già ora consente di lenire i patimenti, dà un senso alle tribolazioni e rende più calde le soddisfazioni.

Come questo possa accadere lo spiega il Patriarca, riflettendo sul significato della festa alla cui vigilia ci troviamo. (continua…)

Ripensare la differenza uomo-donna per una vera parità di opportunità. Il Patriarca intervistato da Gente Veneta in occasione della Festa della Donna

VENEZIA – In occasione della Festa della Donna viene pubblicata, di seguito, l’intervista che il card. Angelo Scola ha rilasciato alla redazione di Gente Veneta:

Otto marzo, festa laica che però ha il merito di invitare alla riflessione sul tema femminile. Come guarda lei, Eminenza, a questa festa?

La guardo come una occasione per approfondire, attraverso la questione della donna, quella della relazione costitutiva che il rapporto uomo donna rappresenta in ogni epoca della storia. (continua…)

Il Capofamiglia invita all’Assemblea: l’intervista di Gente Veneta al card. Scola

Riportiamo l’intervista che il settimanale Gente Veneta ha realizzato al Patriarca Scola in vista dell’Assemblea Ecclesiale.

Nessun obiettivo particolare: solo un’occasione per incontrare altri “parenti” in Cristo. Come se un capofamiglia invitasse i suoi cari a trascorrere del tempo insieme. Per raccontarsi, in questo caso, come alcune esperienze vissute hanno toccato singole persone e comunità, a partire dal loro rapporto con Cristo. Ecco cosa vuole essere la seconda Assemblea ecclesiale, che verrà vissuta nel pomeriggio di domenica 11 ottobre nella Cattedrale di S. Marco: lo spiega il Patriarca, che indossando le vesti del “capofamiglia”, appunto, ha voluto riunire attorno a sé i 1200 rappresentanti di parrocchie, associazioni, gruppi ecclesiali e comunità religiose che parteciperanno all’evento.

Eminenza, ha chiesto alle comunità veneziane di produrre una testimonianza su “qualche particolare dono ricevuto”, nel corso della Visita in atto, che “possa dare gloria al Signore” e “infondere energia di fede e sostanza di comunione”. E se dovesse lei dare una testimonianza di come la Visita l’ha cambiata in questi cinque anni?

Mi ha cambiato e mi cambia in ogni singolo incontro, soprattutto perché mi educa continuamente ad avere uno sguardo semplice su me stesso, sugli altri, sulla realtà. E’ il contatto ravvicinato con la fede del nostro popolo che fa scaturire questo sguardo, quello spirito di fanciullo di cui parla il Vangelo. (continua…)

Volere l’impossibile. Ecco come raggiungere la vera felicità.

In occasione della Pasqua 2008 il settimanale diocesano di venezia, gente Veneta, intervista il card. Angelo Scola. Che parla del desiderio di infirito di ciascuno di noi, e della felicità vera, piena, alla portata di tutti. (continua…)