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«La famiglia, il lavoro e la festa»,
riflessioni su “La vita buona”

«Eppure – scriveva il Beato Giovanni Paolo II – esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza comune ad ogni uomo». Affetti, lavoro e riposo ne sono gli elementi costitutivi. Si può anche dire: «La famiglia, il lavoro e la festa»

di Angelo Scola

Nel villaggio totale che oggi è il mondo le distanze, grazie ai prodigi di internet e alla globalizzazione economica, sono azzerate. Inoltre, sulla spinta del miraggio di un benessere spesso più sognato che reale, non solo nelle grandi città ma anche nei piccoli centri di provincia si diffonde in misura esponenziale il processo del meticciato di civiltà, creando scenari inediti per la vita di ciascuno di noi. E molti davanti a essi indietreggiano scettici e impauriti: «Dove andremo a finire?». Da parte mia io continuo a scommettere sul fatto che questo processo possa costituire un’occasione di incontro più che di scontro. E la fede mi dà due buone ragioni, semplici ma inaffondabili, per sostenere questa convinzione. Primo. I fili che muovono la storia non sono nelle mani di un caso maligno o capriccioso, ma in quelle sicure di un Padre (i teologi lo chiamano «disegno di Dio»). Per questo possiamo guardare anche alle inedite trasformazioni in atto con attesa/speranza e non con ostilità. Secondo. Tutti gli uomini sono figli dello stesso Padre che ha impresso in ognuno, a lettere di fuoco, i tratti del suo Volto trinitario. Perciò se, da una parte, ogni diversità non è ostacolo ma risorsa, dall’altra c’è un nucleo incandescente e irriducibile comune a ogni uomo. Non sono ingenuo. So bene che in ogni epoca della storia ogni uomo e tutta la famiglia umana devono fare i conti con il Maligno e con il male. Ma so anche che la vittoria è nelle mani del Crocifisso risorto.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

«Chiamiamo le cose con il loro nome»,
riflessioni su “La vita buona”

Una famiglia è tale solo se poggia sulla differenza sessuale tra uomo e donna, sull’amore come dono di sé e sulla fecondità.


Quale realtà corrisponde alla parola famiglia nelle società avanzate del XXI secolo? «Di famiglia – scrivevo fin dal primo articolo, più di un anno fa – si parla ancora, ma mi sembra un puzzle con i pezzi intercambiabili!». Tuttavia l’esperienza di famiglia comune a ogni uomo, pur nelle innegabili trasformazioni connesse alle vicende storiche e culturali dei vari popoli, ci rimanda ad alcuni tratti indistruttibili, scolpiti in una roccia dura come il diamante. L’amore fedele tra un uomo e una donna, aperto alla vita e capace di prendersene cura, caratterizza «il vero bene comune» – così Benedetto XVI ha definito la famiglia lo scorso settembre ad Ancona – su cui si fonda ogni autentica civiltà. Un bene prezioso da trasmettere alle generazioni future, per condividerlo con esse. Eppure i mass media continuano a sostenere chi pretenderebbe che i propri «desideri affettivi» fossero riconosciuti quali «diritti fondamentali» (basti vedere il caso delle coppie di fatto). Come se il vivere sotto lo stesso tetto «in ragione dell’esistenza di vincoli affettivi» fosse sufficiente a costituire un unico nucleo familiare. Ma le cose non stanno così: non bastano i vincoli affettivi a costituire una famiglia. Nel rispetto delle scelte di tutti, una famiglia è tale solo se poggia su tre fattori inseparabili: la differenza sessuale (uomo-donna), l’amore come dono di sé e la fecondità. Di questa proposta integrale si nutrono le speranze più elevate dei giovani, cioè le speranze di una vita pienamente riuscita.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

 

«Ancora sulle famiglie ferite», riflessioni su “La vita buona”

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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L’infedeltà di un coniuge rende la fedeltà dell’altro ancora più necessaria. Chi accetta il dolore incolpevole rafforza la propria libertà e si fa eco della misericordia del Signore

di Angelo Scola

E la verità del disegno di Dio sul matrimonio è affermata con forza dal Vangelo: «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» (Mt 19,6). «Il vincolo matrimoniale – riprende il Catechismo – è dunque stabilito da Dio stesso, così che il matrimonio concluso e consumato tra battezzati non può mai essere sciolto. Questo vincolo, che risulta dall’atto umano libero degli sposi e dalla consumazione del matrimonio, è una realtà ormai irrevocabile e dà origine a un’alleanza garantita dalla fedeltà di Dio. Non è in potere della Chiesa pronunciarsi contro questa disposizione della sapienza divina» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1640). Per il cristiano tutta la vita è vocazione. Ogni rapporto e ogni circostanza vissuti nella verità sono parte del disegno di Dio su di noi, come strada del rapporto con Lui. Attraverso quell’ingiustizia che tu senti come incomprensibile e inaccettabile, è Gesù che ti chiama e ti chiede, come fece con Pietro: «Mi ami tu?». Per questo, se anche il rapporto finisce, il tuo matrimonio non finisce. Il tuo matrimonio, infatti, non è riducibile al rapporto con tuo marito o con tua moglie; in esso è presente l’iniziativa di Dio cui tu hai aderito pubblicamente nel sacramento del matrimonio. Certo l’infedeltà di tuo marito o di tua moglie rende molto dolorosa la tua fedeltà, ma da un certo punto di vista non la tocca, anzi la rende ancora più necessaria. Questa, a ben vedere, rafforza la tua libertà, se no tu sei prigioniero del limite dell’altro e del tuo.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

 

«Sposi, cioè genitori sempre», riflessioni su “La vita buona”

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Generare, per l’uomo e la donna, non è solo mettere al mondo, ma comunicare concretamente il senso profondo della vita. E questo è possibile sempre, a tutti gli sposi, anche a quelli cui la fecondità fisica è dolorosamente negata

di Angelo Scola

Lo abbiamo detto fin dall’inizio: se non è fecondo non è amore. Perché, dicevano gli antichi, bonum semper diffusivum sui, il bene è inarrestabile, come un fiume in piena. Vale, per la fecondità, quello che ci siamo detti sulla fedeltà. Non è qualcosa di sopraggiunto all’amore, qualcosa che può esserci o non esserci, ma appartiene alla sostanza dell’amore. «Ma allora? – leggo nei vostri sguardi perplessi –. Prima ci dice che il figlio non è mai un diritto e poi ci dice che l’amore è sempre fecondo: i conti non tornano!». Per capire bisogna chinarsi, ancora una volta, sul mistero nuziale di cui siamo fatti. «Il nostro corpo – ha detto recentemente Benedetto XVI – porta in sé un significato filiale, ci parla di un’Origine che noi non abbiamo conferito a noi stessi». C’è una Paternità profonda, costitutiva di ogni uomo, che gli sposi sono chiamati a servire. È quella di Dio. Perfino quando questa vocazione venisse tragicamente misconosciuta o rifiutata, essa non verrebbe meno, come ci ricorda il profeta Isaia: «Se anche tua madre o tuo padre ti dimenticassero, io non ti dimenticherò mai»
(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

 

«Il dono del figlio», riflessioni su “La vita buona”

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Ogni figlio è figlio della promessa. Perciò la famiglia non può chiudersi in se stessa: come Dio l’ha aperta nella sua origine, essa deve rimanere aperta al Suo disegno

di Angelo Scola

Madri in affitto, padri/donatori anonimi, figli in provetta… Ogni giorno dai mass-media giungono notizie che hanno dell’incredibile, che lasciano inquieti anche i fanatici del progresso. Cominciamo a fare chiarezza mettendo lì un dato incontrovertibile: nessun uomo potrà mai farsi da sé, nemmeno nel caso in cui – nello scenario sempre meno fantascientifico che ci si annuncia – venisse al mondo come un prodotto di laboratorio. Sempre comunque da un altro avrebbe origine. Non sarà mai possibile «autogenerarsi». Abbiamo già avuto modo di parlarne: è il tu che fa essere l’io e lo accompagna nella crescita: è una legge costitutiva universale.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

«La famiglia, prima e insostituibile scuola di comunione»

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici: famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….
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Il cardinale Scola nel suo saluto iniziale al Congresso di Family 2012

«La famiglia, prima e insostituibile scuola di comunione»

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici: famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….

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Il cardinale Scola nel suo saluto iniziale al Congresso di Family 2012

Scola: la famiglia è sempre più di “moda”

A margine della conferenza stampa di apertura della Fiera della Famiglia, Scola ha parlato di famiglie che sempre più si ritrovano. «In un certo senso  - ha detto l’Arcivescovo – si sta riformando in questi tempi la cosiddetta “famiglia allargata”». Ci sono degli indicatori chiari al proposito, ha fatto notare il card. Scola, soprattutto nella metropoli, ma non solo: i nonni abitano vicino ai figli sposati, è ripresa la consuetudine di ritrovarsi insieme per il pranzo domenicale…. Un altro segnale  particolarmente bello sono le famiglie che si riuniscono insieme in oratorio…

Guarda il video dell’intervento:

La chiave per una vera integrazione

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sul ruolo della famiglia nell’integrazione delle sempre più ampie comunità di immigrati nel Paese. Ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno, un appuntamento che sarà una «profezia dell’uscita dal tunnel» ha sottolineato ieri Scola in una conferenza stampa. Negli otto interventi già pubblicati, Scola ha trattato il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro, con quello del fisco e l’importanza della cura reciproca.

di Angelo Scola

Accurate indagini statistiche riferiscono che già nel 2009 le famiglie residenti nel nostro Paese con almeno un componente straniero erano più di due milioni e quelle interamente composte da stranieri erano più di un milione e mezzo. Dati rilevanti, che sottolineano come, anche in Italia, i complessi rapporti tra eventi migratori e realtà familiari meritino ormai di essere approfonditi con attenzione. Di un tema tanto ampio e articolato, non riuscirò naturalmente a cogliere e a proporre in queste poche righe se non alcune sfaccettature, utili però – a mio avviso – per cominciare almeno a suscitare una qualche riflessione.

Una prima constatazione si impone con evidenza: nella maggior parte dei casi alle spalle di un singolo adulto che emigra c’è, e rimane, una famiglia. La scelta di chi parte interpella e sfida profondamente la rete di relazioni umane in cui la persona è stata fino a quel momento fisicamente inserita. Ciascuno dei suoi cari può infatti posizionarsi diversamente, anche in maniera critica, rispetto all’evento. In altre situazioni è la famiglia stessa, con decisione unanime, ad affidare a uno dei suoi membri il compito di andare, fare fortuna e poi tornare. O ad incaricarlo di preparare nel nuovo Paese le condizioni per una successiva migrazione più ampia, magari soltanto di moglie e figli, o di altri più numerosi parenti. Non sono rari nemmeno i casi in cui la decisione di espatriare prende origine dal desiderio di allontanarsi da una situazione familiare compromessa, di riscattarsi da vincoli oppressivi, oppure addirittura da un’esplicita espulsione dalla propria rete familiare. Questi sintetici esempi dicono bene come dietro ad ogni progetto migratorio ci possa essere una famiglia che fa il tifo, che trema, o che al contrario è indifferente o avversa, con importanti e prevedibili conseguenze. Sentirsi sostenuti e incoraggiati dai propri cari aiuterà, infatti, a muovere con maggiore tranquillità e sicurezza i primi passi in un paese straniero. Al contrario un’esperienza personale negativa nell’ambito delle relazioni affettive più strette potrebbe non facilitare subito un’integrazione serena. Anche dopo l’iniziale tentativo di insediamento, le relazioni familiari originarie continuano per lo più ad orientare attivamente la storia di chi è partito. La tecnologia attuale, consentendo scambi anche quotidiani attraverso il telefono o la rete con la maggior parte delle nazioni del mondo, facilita e rinforza questo fenomeno.

Analizzando la storia delle migrazioni, i risultati di indagini qualificate ci portano a constatare che, quando a trasferirsi sono le famiglie unite e non i singoli individui, l’integrazione è facilitata. Per quanto la qualità dell’accoglienza incontrata nel paese straniero possa essere determinante, già la stessa organizzazione familiare, con la sua capacità di avvicinare le differenze, di accogliere le novità dei mutati ambiti di vita e di integrarle con i preesistenti sistemi di valori, rappresenta un passo decisivo verso questa meta. Essa facilita l’avviarsi delle forme di mediazione su cui si fondano i processi d’inculturazione e realizza le premesse indispensabili per una convivenza pacifica, su uno stesso limitato territorio, d’individui di diversa provenienza etnica. Se dunque si contribuisse a conciliare e a rendere il più possibile coerenti i progetti migratori con le esigenze fondamentali dei nuclei familiari, indubbi vantaggi ricadrebbero sull’intero tessuto civile.
Anche gli effettivi rapporti tra le famiglie immigrate e i contesti sociali dei paesi d’accoglienza non devono essere valutati in maniera troppo semplicistica. Prendiamo in considerazione, al proposito, una variabile importante, costituita dalle religioni di appartenenza. Indagini del 2009-2010 ci dicono che tra i migranti che hanno raggiunto il nostro Paese, la componente musulmana rappresenta il 28,2%, quella cattolica il 25,7% e quella ortodossa il 24,6%. Ebbene, è vero che le famiglie provenienti da culture e società non occidentali possono continuare a subire il fascino dei valori di riferimento delle loro comunità d’origine e restare soggette a una forte pressione dei loro codici e delle loro tradizionali regole di vita. È altrettanto certo però che esse sono spesso in grado di modellare attivamente queste influenze e decidere, entro un certo margine, come poterle inserire all’interno dell’universo di valori che caratterizza la loro nuova esistenza quotidiana. Le dinamiche di interazione vanno quindi colte nella loro complessità: le famiglie possono diventare ponti fondamentali tra i migranti e le culture che li accolgono, oppure ridursi a fortezze impermeabili a qualsiasi tipo di dialogo.

Accenno infine soltanto a due ulteriori sfide, impegnative ed urgenti, con cui il nostro Paese dovrà presto misurarsi: il ricomporsi dei nuclei familiari dei migranti e l’ingresso nella società italiana delle loro giovani generazioni. L’auspicio, anche in questo caso, non può che essere quello di evitare soluzioni frettolose e sommarie. Elaborando interventi e misure di sostegno adeguati, la famiglia, riconosciuta come risorsa, dovrà essere valorizzata quale soggetto attivo di vita buona.

Il valore sociale della cura reciproca

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sulle diverse forme del prendersi cura all’interno della famiglia. Ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno. Nei sette interventi che sono stati già pubblicati, Scola ha toccato diversi aspetti che riguardano il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro e con quello del fisco che deve lasciare più risorse nelle case. Oggi si sofferma sulla cura in famiglia come modalità non formale da trapiantare più in generale nella società. Prendersi cura di chi ci vive accanto è un’esperienza di cui l’uomo ha bisogno per trovare piena e compiuta realizzazione. Secondo una suggestiva espressione della sociologa Margaret Archer, infatti, l’interesse per l’altro rivela le nostre “premure fondamentali”.

di Angelo Scola

Fin dalla più tenera età, è la famiglia a porsi come luogo privilegiato della cura. In essa non solo beneficiamo delle attenzioni amorevoli dei nostri cari, ma diventiamo noi stessi protagonisti di cure sollecite verso di loro. Negli aspetti più contingenti della vita di tutti i giorni, così come nelle intime motivazioni che sostengono le relazioni familiari, il prendersi cura manifesta la bellezza dello stare insieme. Con la stessa evidenza, il suo venir meno è sintomo e causa di gravi incrinature che feriscono e lacerano la consistenza del nucleo familiare.

La cura reciproca permette a ciascun membro della famiglia di cimentarsi nel dono gratuito di sé: in questo modo egli diventa artefice di preziosi gesti di condivisione e di solidarietà. Ogni uomo, infatti, porta inscritto nella propria identità un profondo “senso generativo”: il bisogno di dare vita, di spendersi affinché questa cresca e fiorisca, prendendosi cura di chi ama.

La cura in famiglia può concretizzarsi in molteplici forme, secondo la peculiarità dei legami che si instaurano e i diversi tipi di bisogni che si presentano. All’interno della coppia degli sposi, ad esempio, il reciproco volersi bene avrà a cuore la valorizzazione dell’identità e della differenza dell’altro; la preoccupazione dei genitori verso i figli si esprimerà maggiormente nella cura del rapporto educativo, mentre quella dei figli verso i genitori anziani si rivelerà piuttosto come cura della riconoscenza nei loro confronti. La saggezza della Scrittura ammonisce: «Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticarti delle doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?» (Sir 7,27-28).

Dal punto di vista dei bisogni, l’impegno richiesto per accudire i più piccoli, totalmente dipendenti nelle loro esigenze vitali, sarà diverso dalla dedizione necessaria a fronte di gravi malattie, invalidanti o croniche e, segnatamente, da quella domandata alla generazione di mezzo – composta per lo più da tardo adulti e anziani – nell’assistere chi si avvia a concludere la sua esistenza terrena. Tuttavia resta comune – pur entro i limiti di ciascuno – un’esperienza umana profonda, fatta di rispetto per le differenze, passione per il dialogo e premura per le necessità degli altri, in particolare dei più fragili. L’esercizio della cura reciproca costruisce a poco a poco le relazioni e le rinsalda nel tempo; al contrario, l’impossibilità o l’incapacità di prendersi cura dell’altro conduce purtroppo a sperimentare, anche nei nuclei familiari, una sorta di vincolo di-sperante, cioè distruttore di speranza.

Sebbene la tensione all’aiuto e al sostegno coinvolga entrambi i sessi e non diminuisca con l’avanzare dell’età – prova ne sia il fatto che il 2012 è stato intitolato Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni – le ricerche tendono ad evidenziare una netta prevalenza dei carichi di cura affidati alla responsabilità delle donne, soprattutto madri. Sollecitate dall’inclinazione tipicamente femminile al prendersi cura, esse riescono spesso ad attivare una complessa e virtuosa rete di attenzioni e di assistenza sia verso i figli che vivono in famiglia, sia verso i giovani adulti usciti di casa, sia verso le giovani coppie. Hanno però bisogno, a loro volta, di sentirsi sostenute da una relazione di coppia forte e solidale, da un amore che le colma e le rende sicure e in grado di portare fuori dai confini familiari questo prezioso orientamento al dono. In caso contrario, il peso del compito eccede le loro risorse, le opprime e rende loro impossibile una libera dedizione.

La modalità squisitamente familiare – non burocratica e non formale – di scambiarsi aiuto e sostegno, si inserisce in tessuti comunitari e circuiti relazionali più ampi. Arriva così ad acquisire notevole rilevanza anche a livello sociale, per i benefici effetti apportati soprattutto nell’ambito della solidarietà tra le diverse generazioni. È quindi facilmente intuibile l’estrema importanza, per la società nel suo complesso, che le relazioni familiari ricevano adeguato e competente supporto. Come ho già avuto modo di scrivere a proposito di politiche familiari, un welfare di comunità maturo dovrebbe saper riconoscere nella famiglia un soggetto capace di azioni a rilevante valenza sociale. Di conseguenza, dovrebbe esercitare nei suoi confronti le dovute funzioni di sussidiarietà.