Epifania del Signore “Il sangue benedetto dei martiri ci insegna che la vita ci è data per essere donata”. L’omelia del Patriarca
Solennità dell’Epifania del Signore
1. Epifania significa manifestazione. Il bambino davanti al quale i Magi si prostrano adoranti ci apre al Mistero di Dio. L’Onnipotente, il Signore dell’universo, Colui che «dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra» (Salmo responsoriale), l’Eterno, il Santo, cioè l’Altro per eccellenza, si svuota della sua divinità per identificarsi in questo bambino: il suo abbassamento arriverà fino al farsi nostro cibo e nostra bevanda – il sacrificio eucaristico, che ogni giorno ripropone il sacrificio della croce/risurrezione di Gesù Cristo. Ecco perché proprio poco fa è stata annunciata la data della Pasqua, il mistero centrale della nostra fede.
2. Il mistero – scrive Paolo ai cristiani di Efeso – «non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito» (Ef 3,5). Qual è lo scopo di questa predilezione che riguarda anche noi e la cui natura sarà tra poco illuminata dal Santo Battesimo che conferiremo alla piccola Giustina? Rendere presente a tutti (non c’è più contrapposizione, divisione tra i lontani e i vicini) quello che si è reso presente a noi: «Ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te» (Is 60,2). Annunciare che tutti gli uomini sono chiamati, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa (Ef 3,6). Lo scopo di ogni vocazione cristiana è la missione. Secondo una bella tradizione, come ci è stato ricordato all’inizio, noi ci uniamo in questa solenne Eucaristica in modo del tutto speciale ai nostri missionari sacerdoti, religiosi, religiose e laici sparsi per il mondo.
3. Dei Magi non sappiamo con certezza il nome, non conosciamo bene neppure il numero, non ci è noto il paese di origine. Sappiamo soltanto dove vanno: vanno in cerca del Re dell’universo per adorarlo. Un drappello di uomini – dotti, ricchi e stranieri – assetati d’infinito. Al loro comparire essi meravigliano, fino all’irritazione, l’umanità che attraversano. Camminano tra uomini bloccati su se stessi, che hanno soffocato la loro attesa nella smania di conservare il loro potere (Erode) o il loro sapere – anche su Dio – (i capi dei sacerdoti e gli scribi), e sono considerati dei folli, come ha genialmente colto Eliot nella sua poesia Il viaggio dei Magi: «Preferimmo alla fine viaggiare di notte, dormendo a tratti, con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo che questo era tutto follia». Invece la loro è la posizione più ragionevole. (continua…)



