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Economia e logica del dono, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

 


Per uscire dalla crisi occorre entrare con coraggio nel principio
di gratuità. Vale a dire, perseguire azioni che non siano subito incanalate nella strettoia dell’utile, dell’interesse o dello scambio, ma che in sé e per sé respirino nell’orizzonte infinito del vero, del bene e del bello

di Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

La fede cristiana, e prima ancora quella ebraica, è la fede in un Dio che si è coinvolto con la famiglia umana.
Un Dio che, per amore, è entrato nella storia, cioè nella vita quotidiana dell’uomo di ogni tempo. Noi a volte rischiamo di dimenticarcene; ma, perdendo questo «fondamentale» della nostra fede, perdiamo la sostanza del fatto cristiano come tale.
In forza della fede il cristiano è l’esatto contrario di un uomo fuori dalla realtà, come spesso viene dipinto. Egli sa con certezza che tutto dell’umano da Gesù è stato assunto per essere salvato, perfino il peccato. Perciò l’uomo che appartiene a Cristo sta davanti a tutto senza paura, e ha il coraggio della verità. Pensiamo, per esempio, al travaglio della crisi che colpisce tutti, a livello mondiale, e pesa soprattutto sulle spalle dei più deboli. La sua natura non è solo economica. È prima di tutto «antropologica». All’origine c’è un uomo ridotto alla dimensione di individuo isolato, come se l’io non fosse sempre – come invece è – in relazione. Trascurare le relazioni esasperando l’individuo, così come schiacciare l’uomo nel ruolo di puro consumatore, allontana dalla realtà e fa sì che si costruiscano castelli
di sabbia (penso alla speculazione finanziaria) inesorabilmente destinati a crollare perché senza fondamenta.
Oppure limitarsi a parlare dei bisogni dell’uomo senza dilatare il bisogno fino al desiderio significa, alla lunga, spegnere le energie degli esseri umani. Perché noi, pur avendo in comune con gli animali i bisogni primari che ci permettono di sopravvivere, non possiamo affrontarli come loro. Avendo il bisogno di mangiare, abbiamo inventato l’arte
culinaria; avendo il bisogno di ripararci, abbiamo inventato l’architettura. Il bisogno nell’uomo non domanda una pura, meccanica soddisfazione. È connesso al desiderio esaltando la libertà e la creatività. Secoli di storia cristiana – da san Filippo Neri a san Giovanni Bosco, dall’Hospitale del Medioevo fino all’Unitalsi all’inizio del secolo scorso, dalle Società di mutuo soccorso all’Università Cattolica… – documentano una straordinaria ricchezza di opere che vanno in questa direzione. Per uscire dalla crisi, sostiene il Papa nella Caritas in veritate, occorre allargare la ragione economica ed entrare con coraggio nella logica del dono, nel principio di gratuità. Non però come un’azione «cosmetica», come se si trattasse di migliorare con un po’ di belletto il volto di una vecchia signora, attenuando con una certa dose di etica la brutalità della logica del profitto. «Mentre ieri – afferma Benedetto XVI – si poteva ritenere che per prima occorreva perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia» (Caritas in veritate, 38).
Per capire il significato della gratuità, senza ridurla in senso «buonistico» a un «fare gratis», vi propongo un passaggio dello scrittore Charles Péguy che mi è capitato tra le mani recentemente: «Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore assoluto,  come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli imprenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. …Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto» (Charles Péguy, Il denaro). Gratuita è un’azione che non è subito incanalata nella strettoia dell’utile, dell’interesse o dello scambio, ma che in sé e per sé respira nell’orizzonte infinito del vero, del bene e del bello. Il dono del Risorto ha reso la gratuità accessibile ai suoi e, attraverso la loro testimonianza, a tutti gli uomini.



L’Arcivescovo in ascolto del mondo del lavoro e dell’economia

Martedì 4 ottobre, presso la sala convegni degli Oblati Missionari di Rho, si è svolto il terzo incontro del cardinale Angelo Scola “in ascolto delle realtà sociali”, dedicato al mondo del lavoro, dell’impresa e dell’economia. Dopo gli interventi di monsignor Claudio Stercal (vicario episcopale per gli Affari economici), Ilaria Paratore (consigliere provinciale delle Acli di Milano), Stefano Mainetti (fondatore e presidente di WebScience), Carlo Sangalli (presidente della Camera di Commercio di Milano), Anna Maria Tarantola (vicedirettore generale della Banca d’Italia) e Giuseppe Guzzetti (presidente della Fondazione Cariplo), l’Arcivescovo ha svolto la sua riflessione.


Guarda i video della serata:

«L’importanza del gratuito per allargare la dimensione economica»
«Family 2012, una grande occasione per far conoscere Milano»

“The Whole Breadth of Reason: Rethinking Economics and Politics”, un estratto dell’intervento alla Summer School ASSET

VENEZIA – Viene qui proposto un estratto – pubblicato da “Il Sole 24 ore“ - dell’ intervento videoregistrato del card. Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, che ha aperto mercoledì 14 settembre, alla Fondazione Cini di Venezia, la Summer School di ASSET (Alta Scuola Società  Economia Teologia del Marcianum) sul tema “The whole breadth of reason. Rethinking economic and political reason”.

Card. Angelo Scola

Arcivescovo di Milano

Il prolungarsi della crisi economica mondiale e le rapide trasformazioni geo-politiche in atto, in particolare quelle che stanno interessando il Medio Oriente e il Nord-Africa, ci provocano a un ripensamento della nostra concezione della ragione umana, in particolare della ragione economica e di quella politica.

Una considerazione realistica della crisi suggerisce infatti che, per uscirne, non sarà sufficiente mettere in campo nuove soluzioni tecniche, né stabilire pur necessarie nuove regole che disciplinino il mercato.

Ripensare il paradigma finora dominante, e che ha di fatto ridotto la ragione economica al calcolo razionale e quella politica a mera realpolitik, esige di concentrarsi su un terzo aspetto della crisi, che è a mio avviso quello decisivo e che pesa forse in misura maggiore delle fragilità strutturali dei nostri sistemi economici e politici. Mi riferisco a quella sorta di paralisi culturale che la crisi ha da un lato evidenziato e dall’altro contribuito ad accentuare, e che si manifesta in alcuni atteggiamenti ormai piuttosto generalizzati in molte società europee: penso alla scarsa tendenza a progettare il futuro, al prevalere di legami revocabili a scapito di relazioni stabili, al bisogno interpretato come diritto esclusivo al benessere da soddisfare tramite il consumo.

La posta, ben più grande dei risultati che i sistemi economici riusciranno a conseguire, è stata bene messa in luce da Benedetto XVI nella sua recente visita a Venezia: «Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da questo orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città “liquida”, patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli». 

Allargare la ragione, significa perciò innanzitutto rispondere alla domanda su chi sia – e chi voglia essere – il soggetto umano e quale sia la natura dei suoi bisogni. Secondo la rappresentazione hobbesiana dello stato di natura, che in un certo senso compendia la concezione moderna dell’essere umano, l’unico bisogno dell’uomo è infatti la sopravvivenza e il suo unico oggetto del desiderio è il potere quale mezzo per soddisfare il proprio bisogno. Poiché tutti agiscono secondo tale movente, il conflitto è inevitabile. Questa concezione, variamente riformulata, è quella cui di fatto fa riferimento, più o meno consapevolmente, anche la scienza economica classica con il modello dell’homo oeconomicus, che ha ancora un forte peso nel regolare il mondo della produzione e del consumo. Si tratta di una visione non solo irrealistica ma anche ideologica perché trasforma l’uomo in un attore solitario e conflittuale del mercato e un suddito isolato e docile dello Stato. Al contrario, l’uomo è un essere originariamente in-relazione, è un io-in-relazione. Lo affermava peraltro anche Adam Smith, padre dell’economia moderna.

Penso allo Smith che ne La ricchezza delle nazioni, interrogandosi sull’origine della “propensione allo scambio (propensity to truck)”, si domanda se per caso essa non dipenda da ragione e linguaggio, proprio i fattori che già Aristotele invocava per giustificare la natura sociale del modo umano di abitare il mondo.

Smith tornerà sulla questione altrove, nelle Lezioni di Glasgow, dove significativamente evocherà la naturale inclinazione di ogni uomo a persuadére, cioè – potremmo dire – a fidarsi dell’altro e perciò a fare società.

Per riaffermare questa naturale inclinazione alla fiducia reciproca occorre allora passare da un concetto di ragione ridotta a puro calcolo a un concetto di ragione come capacità di identificare e condividere ciò che è bene per l’uomo. E, riecheggiando il famoso passo aristotelico della Politica, potremmo dire che non c’è bene umano personale che non sia un bene ricevuto in dono da altri e responsabilmente donato a propria volta. È su questo concetto impegnativo di Koinonìa che Aristotele fonda la città, il cui scopo non è la semplice sopravvivenza, come dirà Hobbes restringendo per l’appunto l’orizzonte della ragione, ma la vita buona che, non a caso, per Aristotele è – ad un tempo – del singolo e di tutti, oppure semplicemente non è.

È in questa luce che va inteso uno degli elementi più originali, e tutt’ora più incompresi, della Caritas in Veritate: lo sviluppo integrale dell’uomo deve fondarsi su un’antropologia adeguata in cui la persona e la società sono viste a partire dall’origine, da ciò che precede il puro fare. A cominciare dalla nascita, non esiste realtà, attività, azione o iniziativa umana, che non affondi le radici in un’origine che la precede, ossia nella «stupefacente esperienza del dono» (Caritas in veritate 34), la cui logica come «come espressione della fraternità» non va semplicemente invocata per correggere a posteriori le eventuali distorsioni che l’economia produce, ma è «un’esigenza della stessa ragione economica» (Caritas in veritate 36).

Soltanto un allargamento della ragione economica e politica sarà in grado di ridare senso e vigore a parole – penso per esempio a carità, solidarietà, responsabilità, cooperazione – su cui si registra puntualmente un vasto consenso ma che suonano poi molto spesso logore o depotenziate.

A richiamare la loro pertinenza per una corretta concezione della sfera economica ha pensato ancora una volta Benedetto XVI. Stimolato dalle domande dei giornalisti che lo accompagnavano a Madrid per la Giornata mondiale della Gioventù, il Papa è tornato sinteticamente, ma in maniera molto incisiva, sulla crisi economica riaffermando che «la dimensione etica non è una cosa esteriore ai problemi economici, ma una dimensione interiore e fondamentale».

 

Verso un’unità dell’oggetto del sapere. Un’intervento su Economia ed etica

VENEZIA – Viene qui proposto un passaggio dell’intervento di apertura del Card. Angelo Scola pronunciato in occasione della Summer Ethics Conference 2011 organizzata dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum sul tema “Il Mediterraneo e i suoi Paesi del sud e del nord.  Lo sviluppo, i rapporti, i cambiamenti e la ricerca di dialogo nell’odierno Mare Nostrum” (per il testo scritto si rimanda al post precedente).

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“Summer Ethics Conference 2011″. L’intervento di apertura

VENEZIA – Ha preso avvio nella mattina di giovedì 30 giugno a S. Marta (Venezia) – presso l’Area congressuale del Porto – la Summer Ethics Conference 2011 organizzata dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum. Il tema al centro del dibattito, che continuerà fino a venerdì 1° luglio, è “Il Mediterraneo e i suoi Paesi del sud e del nord.  Lo sviluppo, i rapporti, i cambiamenti e la ricerca di dialogo nell’odierno Mare Nostrum” (per ulteriori info si rimanda al post precedente).

Qui di seguito il testo della relazione di apertura del card. Angelo Scola:

 

Sono molto lieto di rivolgere il mio saluto ai partecipanti a questo incontro e ringrazio gli organizzatori, che con la formula adottata quest’anno, quella della Summer Ethics Conference, hanno inteso rendere più evidente il legame tra questo appuntamento estivo e il lavoro svolto all’interno del Master in etica e gestione d’azienda (MEGA), mettendone in risalto il motivo ispiratore.

Il tema scelto per questa edizione della Summer Ethics Conference si è rivelato quanto mai appropriato. I mutamenti in atto in Africa del Nord e nel Medio Oriente, i cui effetti andranno certamente valutati nel più lungo periodo, impongono infatti una profonda riflessione sui rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, la cui inevitabile evoluzione chiede di essere non solo interpretata, ma anche orientata. Per far ciò non basterà prendere atto della situazione politica venutasi a creare in alcuni Paesi del Nord Africa, peraltro ancora estremamente instabile, ma in un certo senso occorrerà operare un ripensamento più a monte di quanto la stretta attualità documenta.

Le rivolte nordafricane ci hanno colto di sorpresa. Eppure, ci dicono alcuni osservatori, non mancavano i segnali di un forte fermento all’interno delle società arabo-islamiche. Essi erano tuttavia mascherati da una lettura, rivelatasi perlomeno insufficiente, di uno spazio politico sostanzialmente dominato da due soli attori, i regimi in carica e i fondamentalisti islamici, servita a sua volta a legittimare, tramite un ricorso spregiudicato al principio del male minore, governi spesso autoritari e corrotti.

Un dato, assai rilevante per la natura specifica del Master Mega, si impone con una certa immediatezza: le rivoluzioni tunisina e egiziana sono scoppiate a causa di situazioni di grave deprivazione, soprattutto in ambito giovanile, che hanno fatto emergere una sottostante domanda di dignità, giustizia e libertà. La crisi economica che ormai da alcuni anni colpisce anche le nostre società ha sicuramente accelerato i processi insurrezionali, ma le condizioni socio-economiche dei Paesi nordafricani erano già da tempo insostenibili, nonostante una certa crescita del PIL, condizionate da un lato da forti squilibri interni e dall’altro dalla pressione esercitata da programmi di “aggiustamento strutturale” fortemente ispirati a paradigmi liberisti e troppo meccanicamente e uniformemente applicati a contesti estremamente differenziati.

È vero dunque che l’economia ha bisogno di etica, la quale, a sua volta, implica sempre una antropologia. Non tuttavia per correggere a posteriori le deformazioni che essa stessa produce, ma per garantirne un più corretto funzionamento. È perciò urgente proporre e approfondire il tanto prezioso quanto incompreso richiamo di Papa Benedetto XVI alla necessità di ripensare la «ragione economica», includendovi il principio di gratuità e di fraternità[1].

Sbaglieremmo dunque a trascurare ulteriormente i segnali che la sponda meridionale del Mediterraneo sta lanciando. Non a caso il Santo Padre, nella sua recente visita nelle nostre terre ha avuto ad affermare che il Nord-Est «non [è] più solo crocevia tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, ma anche tra il Nord e il Sud (l’Adriatico porta il Mediterraneo nel cuore dell’Europa)»[2]. Non solo l’attuale contingenza economica chiede anche a noi una rapida inversione di rotta – basti pensare alla situazione della Grecia e di altre economie europee che si trovano ora a fare i conti con la grave questione del debito sovrano, ultimo riflesso di una crisi che ha più volte cambiato volto nel corso di questi anni –, ma i processi in atto nei Paesi nordafricani hanno immediate ricadute, e spesso molto tumultuose e dolorose, anche sulle nostre società.

Lo dimostra la crescente pressione dei migranti e dei profughi provenienti dalle coste tunisine, che, secondo alcuni esperti, non sono che una prima manifestazione di un’onda d’urto che deve ancora investirci. Dietro il Maghreb infatti premono le popolazioni dell’Africa sub-sahariana, che non di rado versano in condizioni di vita insopportabili[3].

Vi sono poi fattori che abbiamo visto incidere con forza sulla trasformazione dei Paesi arabi, e che interrogano altrettanto potentemente le nostre società. Penso per esempio al tema della crescente incidenza dei new media e del ruolo ambiguo che essi sembrano svolgere nello strutturare lo spazio pubblico delle società contemporanee: capaci di favorire grandi mobilitazioni, essi sono intrinsecamente (e non potrebbe essere altrimenti) impossibilitati a sostituirsi a relazioni reali, stabili e durevoli fra le persone e rischiano di favorire forme estremamente individualiste, o per lo meno effimere, di partecipazione. E penso soprattutto al fatto che entrambe le sponde del Mediterraneo paiono essere entrate, certo con accenti e modalità spesso molto diversi, in una fase post-ideologica, segnata in Europa dal crollo degli assoluti mondani e nei Paesi arabi all’esaurirsi prima dell’utopia nazionalista e poi di quella islamista (ciò non significa che siano venute meno interpretazioni letteraliste dell’Islam, quanto che sia entrata in crisi l’idea dello “stato islamico” o della “soluzione islamica” come progetti globali di costruzione della società)[4].

Riaffiora così, sebbene in modo talvolta confuso, quell’esperienza comune a tutti gli uomini, che come diceva Wojtyla «nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità»[5], ciò che apre tra l’altro vasti campi di dialogo fra uomini di culture e religioni diverse.

Di fronte a cambiamenti di tale portata, cui abbiamo solo potuto accennare, la strada più ragionevolmente percorribile per pensare l’evoluzione delle nostre società, anche nei loro rapporti con la sponda meridionale del Mediterraneo sembra essere quella che Benedetto XVI, nel solco del magistero precedente, ha definito «sviluppo integrale»[6]. Tale richiamo intende innanzitutto porre l’accento non tanto sui singoli fattori dello sviluppo, quanto sull’identità del suo soggetto, che non può che essere l’uomo, non «“astratto”, ma reale, [l’] uomo “concreto”, “storico”»[7], colto nella sua esperienza elementare fatta di lavoro, affetti e riposo. Certo non si tratta di un obiettivo conseguibile a buon mercato, attraverso l’applicazione di nuove e più vincenti “ricette”. Esso esige piuttosto «la libertà responsabile della persona e dei popoli» dal momento che «nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana»[8]. In quanto «vocazione» esso «richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio».

Tale rimando aiuta peraltro a situare nell’orizzonte antropologico il ruolo dell’etica. Non si danno infatti settori etici dell’attività umana, quanto piuttosto soggetti che pongono in essere opere e attività rispettose dell’uomo nella sua dimensione costitutivamente relazionale, e perciò capaci di venire incontro ai suoi bisogni più veri.

Si situa in questo orizzonte il progetto dello Studium Generale Marcianum e del Master Mega: approfondire i vari saperi coltivando l’unità del soggetto che li elabora, attraverso un approccio transdisciplinare che non emargini la religione e la teologia, ma ne riconosca al contrario la capacità di educare soggetti personali e comunitari tesi alla narrazione e al riconoscimento reciproco e in grado di orientare gli attuali processi storici verso la vita buona.

In occasione della sua recente visita allo Studium Generale Marcianum, Benedetto XVI ha lanciato un’affascinante sfida: «Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, - ha affermato il Papa – anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da [un] orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città «liquida», patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli»[9].

Auguro a tutti i partecipanti che i lavori di questa Summer Ethics Conference siano un stimolo in questa direzione.

 

Note:
[1] Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate 32-34.
[2] Id., Assemblea del Secondo Convegno di Aquileia, Aquileia 7 maggio 2011.
[3] Cfr. i numerosi interventi sul tema del demografo Gian Carlo Blangiardo.
[4] Ciò di cui parlava già nel 1992 Olivier Roy facendo riferimento al fallimento dell’Islam politico, cfr. L’échec de l’Islam politique, Seuil, Paris 1992.
[5] K. Wojtyla, Persona e atto, a cura di G. Reale-T. Styczeń, Rusconi, Santarcangelo di Romagna 1999, 45.
[6] Cfr. in particolare Caritas in veritate 11.
[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 13.
[8] Benedetto XVI, Caritas in veritate 17.
[9] Id., Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Polo della Salute, Venezia 8 maggio 2011.

“Fare unità per valorizzare ancora Venezia”. Il Patriarca alla Camera di Commercio

VENEZIA -  Venerdì 25 febbraio, nell’ambito della Visita pastorale, il Patriarca, accompagnato dai suoi collaboratori, ha incontrato le realtà economiche della città di Venezia nella sede della Camera di Commercio veneziana, alle Zattere. All’incontro pubblico sono intervenuti il Presidente della Camera di Commercio di Venezia Giuseppe Fedalto, il Segretario generale Roberto Crosta ed alcuni dei massimi rappresentanti delle varie categorie economiche della città.

Viene qui di seguito pubblicato un passaggio dell’intervento conclusivo del Patriarca durante il quale ha fatto riferimento alla realtà lagunare veneziana come «un insieme di tessere di mosaico di grande valore totalmente sparpagliate, senza un disegno»:

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Il Patriarca incontra, in Camera di Commercio, le realtà economiche della città di Venezia

L’appuntamento, inserito nell’ambito della Visita pastorale, si terrà venerdì 25 febbraio alle ore 17.00 nella sede delle Zattere (Venezia) della CCIAA
 
VENEZIA – Prosegue la serie di appuntamenti ed incontri del Patriarca di Venezia con le realtà istituzionali del territorio nell’ambito della Visita pastorale nel centro storico della città: venerdì 25 febbraio, a partire dalle ore 17.00, presso la sede della Camera di Commercio di Venezia (Dorsoduro 1401 – Zattere) il card. Angelo Scola, accompagnato dai suoi principali collaboratori, incontrerà le realtà economiche della città.

Si tratterà di una particolare occasione di ascolto e di confronto con i soggetti che compongono il tessuto produttivo veneziano e che assume, oltretutto, una valenza ancor più significativa alla luce dell’attuale crisi economica.
All’incontro pubblico interverranno il Presidente della Camera di Commercio di Venezia Giuseppe Fedalto, il Segretario generale Roberto Crosta e alcuni dei massimi rappresentanti delle varie categorie economiche della città; a seguire, è previsto l’intervento conclusivo del Patriarca.

“Cosa serve a una società? Scola sfida le ragioni della convivenza”. Una recensione dell’ultimo libro del Patriarca

Cardinale 3

BUONE RAGIONI PER LA VITA IN COMUNE – Si segnala l’articolo di Javier Prades, pubblicato da IlSussidiario.net  il 5 novembre, sull’ultimo libro del Patriarca, Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50):

È da una vita che Angelo Scola usa la ragione a partire dal presente. Lo si incontra sempre teso a intercettare i “processi storici in atto”, la “mutazione in atto”, in modo tale di poter comprendere il complesso spessore delle nostre società. Non poteva non farlo in un momento come questo, che lui ritiene sia un “inedito assoluto” per la portata dei cambiamenti che stanno avvenendo. A partire dal presente, e per capire verso dove stiamo andando, egli richiama anche l’eredità del passato, la tradizione da cui veniamo, che consente un confronto a 360º con tutti i soggetti e con tutti i problemi di oggi. Non a caso propone un doppio contributo dei cristiani alla società plurale e postsecolare: l’educazione e l’innovazione.

Scola porta avanti da anni un ambizioso progetto culturale che lo vede impegnato con le dimensioni costitutive dell’umano vivere, la cui interpretazione è decisiva per le sorti della società democratica. Infatti, ha progressivamente scandagliato le profondità del mistero dell’uomo che appare ai nostri occhi come una realtà di “unità duale” a diversi livelli. Il più radicale è quello dell’unità duale fra “anima e corpo”, e se ne è occupato ampiamente in merito ai problemi della bioetica e delle tecnoscienze applicate al problema mente-cervello. Inoltre l’essere umano è una misteriosa unità duale “uomo-donna”, e sono ben noti i suoi studi sull’amore e la differenza sessuale, il matrimonio e la famiglia. In terzo luogo, ha dedicato alcuni dei suoi volumi alla terza “polarità” dell’esperienza umana elementare, quella cioè fra “individuo e comunità”. (continua…)

Istruzione, famiglia ed il valore della vita in un’intervista al Patriarca su Rai News24

RAI NEWS24- E’ un’intervista a tutto campo quella curata da  Corradino Mineo al Patriarca e trasmessa da “Rai News24″ lo scorso primo ottobre. Partendo dall’ultima pubblicazione del cardinale Scola, “Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50), Mineo ha provocato il cardinale Scola sui temi brucianti dell’attualità: il rapporto tra la Chiesa e il potere, l’emergenza povertà e immigrazione, la questione dell’educazione e della scuola, la famiglia ed il valore della vita umana dal suo concepimento alla morte, il rapporto scienza e fede, ecc. (per visualizzare il video dell’intervista cliccare qui).

Il Sole 24 Ore, un commento al nuovo libro del Patriarca

IL SOLE 24 ORE – Si segnala l’articolo di Gianfranco Fabi, pubblicato da “Il Sole 24 Ore”  il 30 settembre, sull’ultimo libro del Patriarca, Buone ragioni per la vita in comune. Religione, politica, economia (Mondadori 2010, pag. 120, euro 17,50):

«Una rivoluzione copernicana»: così Sergio Marchionne ha definito sia le sue proposte sul futuro dell’industria dell’auto, sia l’atteggiamento richiesto ai collaboratori per ottenere i massimi risultati dal cambiamento. E c’è un filo logico molto chiaro e altrettanto coraggioso nelle scelte di strategia economica illustrate dall’amministratore delegato della Fiat e nel confronto aperto sul futuro dell’economia e della società italiana.

Una rivoluzione che ha alla sua base una nuova alleanza, con il superamento del consolidato metodo del conflitto, e che apre la strada a una sempre maggiore responsabilità delle persone all’interno della dimensione produttiva. È di fronte a questa responsabilità che si articola spesso il senso di smarrimento quando si mettono in discussione le consolidate garanzie e le certezze del passato.

Ma non bisogna dimenticare che la crisi economica e finanziaria degli ultimi mesi è stata solo un capitolo di una lunga serie di cambiamenti epocali che hanno contrassegnato gli ultimi vent’anni. Dal crollo delle ideologie all’esplodere della globalizzazione, dall’innalzamento dell’età media nei paesi occidentali ai grandi flussi di migrazione, dalla crisi ambientale alle tensioni sociali per la disoccupazione: tutti elementi che dimostrano come il mondo sia profondamente cambiato e come sia quindi anche necessario guardare avanti superando gli schemi di giudizio tradizionali. (continua…)