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«Nella buona e nella cattiva sorte: accompagnare a vivere e a morire»

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo diversi filoni tematici:  famiglia, amore, matrimonio, educazione, fede, ragione….per continuare a riflettere sui numerosi spunti offerti da Family 2012 e per prepararsi all’imminente Anno che il Santo Padre ha dedicato alla Fede.

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Come nessun neonato può sopravvivere senza la cura di chi gli vuole bene, così nessun ammalato deve arrivare sulla soglia della morte da solo. Perché per i cristiani il giorno della morte segna una nascita, non la fine

di Angelo Scola

Non so se ci avete fatto caso, ma quello della morte è un argomento tabù nei discorsi con i bambini, in famiglia. Non se ne parla. Come, quando ero piccolo io, non si parlava di sesso. Invece allora era abbastanza normale che un bambino assistesse, insieme con i genitori, alla morte del nonno. Forse perché il senso della morte, come quello della vita (le due cose sono inscindibili), era più familiare agli uomini e alle donne, anche se a malapena sapevano leggere e scrivere. Interrogarsi sul significato della vita e della morte è un’attitudine universale, che scavalca i confini delle culture e delle religioni. E spesso sono proprio i bambini, molto più «diretti» e senza pre-giudizi di noi, a ricordarcelo: «Mamma, perché le vacanze finiscono? Perché tutto finisce? Perché si nasce se poi si deve morire?». Ma spesso gli adulti, spiazzati, cambiano discorso.

(Da Angelo Scola,  “Famiglia, risorsa decisiva” Padova, Edizioni Messaggero, 2012)

 

Il valore sociale della cura reciproca

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sulle diverse forme del prendersi cura all’interno della famiglia. Ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno. Nei sette interventi che sono stati già pubblicati, Scola ha toccato diversi aspetti che riguardano il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro e con quello del fisco che deve lasciare più risorse nelle case. Oggi si sofferma sulla cura in famiglia come modalità non formale da trapiantare più in generale nella società. Prendersi cura di chi ci vive accanto è un’esperienza di cui l’uomo ha bisogno per trovare piena e compiuta realizzazione. Secondo una suggestiva espressione della sociologa Margaret Archer, infatti, l’interesse per l’altro rivela le nostre “premure fondamentali”.

di Angelo Scola

Fin dalla più tenera età, è la famiglia a porsi come luogo privilegiato della cura. In essa non solo beneficiamo delle attenzioni amorevoli dei nostri cari, ma diventiamo noi stessi protagonisti di cure sollecite verso di loro. Negli aspetti più contingenti della vita di tutti i giorni, così come nelle intime motivazioni che sostengono le relazioni familiari, il prendersi cura manifesta la bellezza dello stare insieme. Con la stessa evidenza, il suo venir meno è sintomo e causa di gravi incrinature che feriscono e lacerano la consistenza del nucleo familiare.

La cura reciproca permette a ciascun membro della famiglia di cimentarsi nel dono gratuito di sé: in questo modo egli diventa artefice di preziosi gesti di condivisione e di solidarietà. Ogni uomo, infatti, porta inscritto nella propria identità un profondo “senso generativo”: il bisogno di dare vita, di spendersi affinché questa cresca e fiorisca, prendendosi cura di chi ama.

La cura in famiglia può concretizzarsi in molteplici forme, secondo la peculiarità dei legami che si instaurano e i diversi tipi di bisogni che si presentano. All’interno della coppia degli sposi, ad esempio, il reciproco volersi bene avrà a cuore la valorizzazione dell’identità e della differenza dell’altro; la preoccupazione dei genitori verso i figli si esprimerà maggiormente nella cura del rapporto educativo, mentre quella dei figli verso i genitori anziani si rivelerà piuttosto come cura della riconoscenza nei loro confronti. La saggezza della Scrittura ammonisce: «Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticarti delle doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?» (Sir 7,27-28).

Dal punto di vista dei bisogni, l’impegno richiesto per accudire i più piccoli, totalmente dipendenti nelle loro esigenze vitali, sarà diverso dalla dedizione necessaria a fronte di gravi malattie, invalidanti o croniche e, segnatamente, da quella domandata alla generazione di mezzo – composta per lo più da tardo adulti e anziani – nell’assistere chi si avvia a concludere la sua esistenza terrena. Tuttavia resta comune – pur entro i limiti di ciascuno – un’esperienza umana profonda, fatta di rispetto per le differenze, passione per il dialogo e premura per le necessità degli altri, in particolare dei più fragili. L’esercizio della cura reciproca costruisce a poco a poco le relazioni e le rinsalda nel tempo; al contrario, l’impossibilità o l’incapacità di prendersi cura dell’altro conduce purtroppo a sperimentare, anche nei nuclei familiari, una sorta di vincolo di-sperante, cioè distruttore di speranza.

Sebbene la tensione all’aiuto e al sostegno coinvolga entrambi i sessi e non diminuisca con l’avanzare dell’età – prova ne sia il fatto che il 2012 è stato intitolato Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni – le ricerche tendono ad evidenziare una netta prevalenza dei carichi di cura affidati alla responsabilità delle donne, soprattutto madri. Sollecitate dall’inclinazione tipicamente femminile al prendersi cura, esse riescono spesso ad attivare una complessa e virtuosa rete di attenzioni e di assistenza sia verso i figli che vivono in famiglia, sia verso i giovani adulti usciti di casa, sia verso le giovani coppie. Hanno però bisogno, a loro volta, di sentirsi sostenute da una relazione di coppia forte e solidale, da un amore che le colma e le rende sicure e in grado di portare fuori dai confini familiari questo prezioso orientamento al dono. In caso contrario, il peso del compito eccede le loro risorse, le opprime e rende loro impossibile una libera dedizione.

La modalità squisitamente familiare – non burocratica e non formale – di scambiarsi aiuto e sostegno, si inserisce in tessuti comunitari e circuiti relazionali più ampi. Arriva così ad acquisire notevole rilevanza anche a livello sociale, per i benefici effetti apportati soprattutto nell’ambito della solidarietà tra le diverse generazioni. È quindi facilmente intuibile l’estrema importanza, per la società nel suo complesso, che le relazioni familiari ricevano adeguato e competente supporto. Come ho già avuto modo di scrivere a proposito di politiche familiari, un welfare di comunità maturo dovrebbe saper riconoscere nella famiglia un soggetto capace di azioni a rilevante valenza sociale. Di conseguenza, dovrebbe esercitare nei suoi confronti le dovute funzioni di sussidiarietà.

Affidarsi come educatori a Maria vuol dire chiedere di partecipare alla nuova parentela che nasce ai piedi della croce. L’omelia del Patriarca al Mandato dei catechisti

La celebrazione di conferimento del mandato a catechisti ed educatori di sabato 26 settembre nella Basilica di San Marco è stata caratterizzata da una liturgia di affidamento a Maria. “Cosa significa atto di affidamento? Significa consegnare alla cura, alla custodia di una persona – Maria – che ne è veramente capace qualcosa di molto prezioso, che ci sta a cuore. Nel nostro caso il mandato ma, per finire, la nostra stessa vita” ha dichiarato il card. Scola durante l’omelia.

È disponibile il video dell’omelia del Patriarca.

Qui è disponibile il testo dell’intervento del card. Angelo Scola

Letture: Gv 19,25-27; Lc 2,25-35; Gv 21, 20-22; Gv 17, 13-23.

1. Carissimi,

giunti da ogni parte della nostra Diocesi nella Basilica Cattedrale – la casa della comunione di tutti i fratelli in Cristo intorno al fratello e padre Vescovo – per ricevere, anche quest’anno, il mandato (la missione) di evangelizzatori e di catechisti (educatori), ricevete il mio personale abbraccio di accogliente saluto. (continua…)

Non sarà la scienza a salvarci: l’analisi di Eugenia Roccella

roccellaLa sofferenza, il dolore dell’uomo e l’opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Eugenia Roccella, Sottesegretario di Stato al Lavoro, alla Salute e alle Politiche sociali, pubblicato da Il Gazzettino del 27/07/2009.

“L’esperienza del dolore è sempre stata la più misteriosa e contraddittoria della condizione umana, il muro contro cui si sono infrante tutte le spiegazioni razionali, e tutti i tentativi di affermare l’orgogliosa autosufficienza dell’individuo. Non c’è un’etica laica in grado di dare senso al dolore, non c’è che il grido disperato contro il Dio che è morto, o la rassegnazione all’assoluta casualità dell’essere qui, confortata al massimo da una consapevolezza dignitosa e sommessamente eroica. Oggi anche questa consapevolezza leopardiana tende ad affievolirsi, e prevale la volontà di scansare il problema: sempre giovani, in buona salute, attivi e disposti al consumo, speranzosi nelle infinte possibilità della tecnoscienza, allontaniamo il pensiero della morte e affidiamo il dolore, anche quello interiore, ai farmaci. Solo la Croce è rimasta a ricordare a tutti che l’uomo è impastato di sofferenza, solo il simbolo del divino è rimasto a testimoniare i limiti dell’umano. (continua…)

L’azione della medicina è autentica solo se proposta all’interno di una visione integrale dell’uomo: l’opinione di Gian Luigi Gigli

gian luigi gigliContinuano le reazione del mondo intellettuale e scientifico attorno al Discorso del redentore pronunciato dal card. Scola. Proponiamo un articolo scritto da Gian Luigi Gigli, professore di Neurologia nell’Università di Udine, e pubblicato da Il Gazzettino il 25/07/2009.

“Il Discorso del Redentore, pronunciato dal Patriarca di Venezia domenica scorsa, nell’annuale ricorrenza della liberazione della città lagunare dalla peste del 1576, muove da alcuni eventi che nel 2009 hanno lacerato la “spessa coltre di distrazione e di evasione con cui sovente attutiamo l’urto della realtà”. Non si è trattato solo della crisi economica, delle guerre lontane o dei fenomeni migratori, ma di eventi entrati prepotentemente nelle case degli italiani. Tragedie come il terremoto in Abruzzo e la strage di Viareggio o vicende laceranti, come quella di Eluana Englaro, “ci hanno costretto a guardare in faccia la realtà del dolore e della sofferenza”. (continua…)

La cura è capacità di conservazione di ciò che è umano: il parere di Giuliano Ferrara

giuliano ferraraLa sofferenza, il dolore dell’uomo e l’opera del Redentore: in merito ai temi affrontati dal Patriarca Scola nel discorso del Redentore, riportiamo qui il pensiero di Giuliano ferrara, direttore de Il Foglio.

(testo non rivisto dall’autore)

“Il tema del dolore, della sofferenza, non sono nuovi; tutto il Novecento è stato caratterizzato dalla riflessione su questi temi. Penso alla “Montagna incantata”, di Thomas Mann, pubblicato nel 1924: si svolge in un sanatorio, un luogo di sofferenza. Qui si comprende cosa sia la concezione integrale della persona umana, grazie allo scontro tra il giovane Hans Castorp, il protagonista che in questo sanatorio cerca il significato della propria vita e Lodovico Settembrini, un vecchio massone italiano pieno di ideali repubblicani e laici, che è intento a scrivere una sorta di enciclopedia della sofferenza per giungere alla sua eliminazione. (continua…)

La sofferenza umana ha senso solo se accompagnata da una cura amorevole: l’opinione di Livia Turco

livia turcoIl dolore dell’uomo e l’opera del Redentore: riportiamo qui il commento al Discorso del card. Scola di Livia Turco, ex ministro della Salute e ora componente alla commissione affari sociali alla Camera.

(testo non rivisto dall’autore)

“Ho letto con grande interesse questo testo molto impegnativo del card. Scola, e mi ha colpito molto la riflessione sulla dimensione umana del dolore e sulla sofferenza, e sulla capacità di saper cogliere la sapienza che c’è nella sofferenza; vi ho colto lo sforzo di lettura della dimensione umana della sofferenza in un duplice aspetto: da un alto c’è la necessità di volerla capire, come pezzo della propria storia personale a cui dare senso. L’altro aspetto che colgo è come vivere con dignità la sofferenza, la sofferenza è parte della vita e dunque in quanto tale va vissuta con dignità. (continua…)