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Vita come vocazione, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Dio è un Padre. Il Suo amore precede e accompagna le nostre esistenze, su ciascuna delle quali Egli ha un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie.
di Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?». Dobbiamo ammettere che la domanda, a bruciapelo, di san Paolo ai fedeli di Corinto spiazza anche noi oggi, con la forza di un’evidenza inattaccabile. Tutto ciò che è decisivo per l’uomo (la vita, lo sposo, la sposa, il figlio, il battesimo, la vocazione…) ha questo carattere di dato, di dono. Incomincia da un ricevere.
E ne sappiamo anche la ragione. L’abbiamo detta fin dal primo articolo, richiamando la Lettera di san Giovanni: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». Sempre un amore ci precede e ci accompagna. Dietro alle cose che capitano, alle circostanze e ai rapporti che formano il tessuto della realtà di ogni uomo, non c’è un Motore immobile che, dopo aver dato il via all’immensa macchina del mondo, si ritira nella sua imperturbabile indifferenza, né un Caso capriccioso e beffardo, ma un Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio uni­genito… perché il mondo si salvi per mezzo di lui».
Per questo – non mi stanco di ripetere ai giovani – è tutta la vita a essere vocazione. Poi, all’interno di questa che è la questione decisiva, lo stato di vita a cui ciascuno è chiamato – matrimonio indissolubile o verginità per il Regno – si imporrà con semplicità e chiarezza, nella pazienza del tempo e nella fedeltà alla vita della comunità ecclesiale in cui il Signore ci ha raggiunto e persuaso.
Il Padre ha infatti su ogni uomo un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie. Alcuni li chiama a imitare alla lettera la modalità di rapporto con persone e cose vissuta da Cristo, anticipando nell’al di qua quella gratuità assoluta che tutti vivremo in Paradiso e di cui affiorano tracce visibili e affascinanti in Sua madre, in san Giuseppe, in san Giovanni… su su fino ai moltissimi che, riconosciuti o ignoti alla storia ufficiale, lungo i due millenni di cristianesimo lo hanno riprodotto nella loro umanità. Quel modo di possedere con un «distacco dentro» che la tradizione della Chiesa ha sempre chiamato verginità.
Ve ne cito solo un paio di esempi presi dai Vangeli.
San Matteo e san Luca, dando conto delle circostanze straordinarie in cui avviene la nascita di Gesù, lasciano trapelare la drammatica prova affettiva cui è sottoposto Giuseppe. Questo giovane uomo innamorato (egli non era certo il vecchietto un po’ dimesso presentatoci da gran parte dell’iconografia popolare, quasi a voler esorcizzare il rischio di ogni capacità generativa!) abbraccia senza riserve, pur non riuscendo a comprenderlo, il destino della sua giovane sposa. Così da Giuseppe – l’uomo obbediente (vir oboediens), secondo l’ineguagliabile titolo attribuitogli dalla Liturgia – nella dedizione gratuita e appassionata a chi gli è stato affidato per la vita, fiorisce una fecondità nuova.
La stessa sperimentata da Maria, ai piedi della croce, quando udì la voce di Suo figlio che le affidava Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio». Da quel momento memorabile – narra l’Evangelista – «il discepolo l’accolse con sé». Immaginiamoci come Giovanni – dopo essersi sentito dire da Gesù: «Ecco tua madre» – avrà guardato Maria, e come Maria avrà trattato Giovanni, dopo quell’invito: che potenza di affezione e che potenza di verità in quell’affezione! Che purificazione profonda e radicale della possessività della carne e del sangue in un legame non fatto di dominio – volontà di potenza e seduzione –, ma di pura, gratuita accoglienza dell’altro!
Siamo ora in grado di comprendere che la circolarità degli stati di vita sulla base della carità, l’amore che supera ogni cosa, è essenziale per la vita di ogni comunità cristiana.
(da Il Messaggero di Sant’Antonio – Dicembre 2011)

Chiamiamo le cose con il loro nome, riflessioni su “La vita buona”

Continua, anche nel mese di febbraio, la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Una famiglia è tale solo se poggia sulla differenza sessuale tra uomo e donna, sull’amore come dono di sé e sulla fecondità.

Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Che cosa desidera l’anima più ardentemente della verità?» si chiedeva il grande sant’Agostino. Quale verità? Oggi su tutto ognuno dice la sua e la confusione o i «dogmi» del tv-pensiero regnano sovrani. Ma questo – e lo si vede benissimo nei giovani, che sono i primi a farne le spese – non favorisce la libertà. Spesso anzi acuisce l’intolleranza. Infatti, solo quando il sentiero è ben segnato e i piedi poggiano su pietre solide noi procediamo sicuri. Se i sassi sono scivolosi e traballanti avanziamo a fatica e ci sentiamo minacciati. Come non si stanca di ripetere il Papa, la prima responsabilità storica di noi cristiani del Terzo millennio è difendere la ragione nella sua capacità di ospitare la realtà intera. «Occorre tornare alle cose come stanno» scriveva Husserl, uno dei più grandi filosofi contemporanei. Occorre tornare al primato della realtà e, quindi, a chiamare le cose con il loro nome.

Il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano.
Oggi, sollecitato da alcuni lettori, vorrei tornare su una delle parole-chiave del nostro percorso. Quale realtà corrisponde alla parola famiglia nelle società avanzate del XXI secolo? «Di famiglia – scrivevo fin dal primo articolo, più di un anno fa – si parla ancora, ma mi sembra un puzzle con i pezzi intercambiabili!». Tuttavia l’esperienza di famiglia comune a ogni uomo, pur nelle innegabili trasformazioni connesse alle vicende storiche e culturali dei vari popoli, ci rimanda ad alcuni tratti indistruttibili, scolpiti in una roccia dura come il diamante. L’amore fedele tra un uomo e una donna, aperto alla vita e capace di prendersene cura, caratterizza «il vero bene comune» – così Benedetto XVI ha definito la famiglia lo scorso settembre ad Ancona – su cui si fonda ogni autentica civiltà. Un bene prezioso da trasmettere alle generazioni future, per condividerlo con esse. Eppure i mass media continuano a sostenere chi pretenderebbe che i propri «desideri affettivi» fossero riconosciuti quali «diritti fondamentali» (basti vedere il caso delle coppie di fatto). Come se il vivere sotto lo stesso tetto «in ragione dell’esistenza di vincoli affettivi» fosse sufficiente a costituire un unico nucleo familiare. Ma le cose non stanno così: non bastano i vincoli affettivi a costituire una famiglia. Nel rispetto delle scelte di tutti, una famiglia è tale solo se poggia su tre fattori inseparabili: la differenza sessuale (uomo-donna), l’amore come dono di sé e la fecondità. Di questa proposta integrale si nutrono le speranze più elevate dei giovani, cioè le speranze di una vita pienamente riuscita.
Ma accogliere integralmente la realtà della famiglia non è un compito che può essere lasciato semplicemente alla libertà individuale. La famiglia, infatti, mette in campo la dimensione comunitaria e sociale dell’umana esistenza, e questo implica la necessità di sostenerla anche attraverso politiche essenziali al buon governo di ogni società democratica. La legge ha il compito di educare la persona a vivere secondo virtù. E questo significa che leggi che non rispettano la realtà delle cose (come sono le leggi che chiamano «famiglia» le convivenze di diversa natura) non sono neutre e provocano un danno alla convivenza sociale. Il «buon senso» del nostro popolo è più orientato alla difesa dei capisaldi di questa vita buona di quanto lo siano certi intellettuali o certi politici. Ho letto qualche tempo fa una notizia che me ne ha dato conferma. Il Comune di una grande città italiana, all’avanguardia in materia di politiche sociali, ha attivato nel gennaio 1999 la cosiddetta «attestazione di famiglia affettiva», una sorta di «registro delle coppie di fatto» tuttora oggetto di dibattito nel nostro Paese: il dato sorprendente è che in questi anni i cittadini che hanno scelto di avvalersene sono pochissimi. La realtà è testarda e finisce per aprirsi sempre una strada nella vita degli uomini.
(Da Il Messaggero di Sant’Antonio – Febbraio 2012)