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IL PAPA A NORDEST/ Il discorso del Santo Padre alla Chiesa veneziana

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo cinque diversi filoni tematici: Visita pastorale, Oasis 2011, Libri per l’estate, Film e Il Papa a Nordest.

Il martedì è il giorno dedicato alla visita di Benedetto XVI a Nordest. Attraverso i discorsi e gli interventi si ripercorreranno i momenti che hanno caratterizzato i giorni del 7 e 8 maggio scorso quando Aquileia e Venezia hanno accolto la venuta del Santo Padre.

 

PAPA A NORDEST – Viene qui riproposto il testo integrale del discorso che il Santo Padre ha pronunciato domenica 8 maggio scorso nella Basilica di San Marco a Venezia. Con la terza Assemblea ecclesiale,  eccezionalmente presieduta da Benedetto XVI, si è conclusa la Visita pastorale nel Patriarcato di Venezia annunciata nel 2004.

 

Magnificat anima mea Dominum

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Cari fratelli e sorelle! Con le parole della Vergine Maria desidero innalzare insieme a voi l’inno di lode e di ringraziamento al Signore per il dono della Visita pastorale, iniziata nel Patriarcato di Venezia nel 2005 e giunta oggi alla sua provvida conclusione in questa Assemblea generale. A Dio, datore di ogni bene, rivolgiamo la nostra lode per aver sostenuto i vostri propositi spirituali e i vostri sforzi apostolici durante questo tempo della Visita pastorale, compiuta dal vostro Pastore, il Cardinale Angelo Scola, che saluto e ringrazio per le gentili parole rivoltemi a nome di tutti voi. Con lui saluto il Vescovo Ausiliare e Vescovo eletto di Vicenza, i Vicari episcopali e quanti lo hanno coadiuvato in questo lungo e articolato impegno pastorale, evento di grazia e di forte esperienza ecclesiale, nel quale l’intero popolo cristiano si è rigenerato nella fede, protendendosi con rinnovato slancio alla missione. Ed è pertanto specialmente a voi, cari sacerdoti, religiosi, e fedeli laici, che rivolgo il mio affettuoso saluto e il sincero apprezzamento per il vostro servizio, in particolare nello svolgimento delle Assemblee ecclesiali. Sono lieto di salutare la storica Comunità armena di Venezia con l’Abate e i monaci mechitaristi. Un pensiero va al Metropolita greco-ortodosso d’Italia Ghennadios e al Vescovo della Chiesa Ortodossa Russa Nestor, come pure ai Rappresentanti delle Comunità luterana ed anglicana.

Gratitudine e gioia sono perciò i sentimenti che caratterizzano questo nostro incontro. Esso si svolge nello spazio sacro, colmo di arte e di memoria, della Basilica di San Marco, dove la fede e la creatività umana hanno dato origine ad una eloquente catechesi per immagini. Il Servo di Dio Albino Luciani, che fu vostro indimenticabile Patriarca, così descrisse la sua prima visita in questa Basilica, da giovane sacerdote: “Mi trovai immerso in un fiume di luce … Finalmente potevo vedere e godere con i miei occhi tutto lo splendore di un mondo di arte e di bellezza unico e irripetibile, il cui fascino ti penetra nel profondo” (Io sono il ragazzo del mio Signore, Venezia-Quarto d’Altino, 1998). Questo tempio è immagine e simbolo della Chiesa di pietre vive, che siete voi, cristiani di Venezia.

“Oggi devo fermarmi a casa tua. In fretta scese e l’accolse” (Lc 19,5-6). Quante volte, durante la Visita pastorale, avete ascoltato e meditato queste parole, rivolte da Gesù a Zaccheo! Esse sono state il motivo conduttore dei vostri incontri comunitari, offrendovi uno stimolo efficace ad accogliere Gesù Risorto, via sicura per trovare pienezza di vita e felicità. Infatti, l’autentica realizzazione dell’uomo e la sua vera gioia non si trovano nel potere, nel successo, nel denaro, ma soltanto in Dio, che Gesù Cristo ci fa conoscere e ci rende vicino. E’ questa l’esperienza di Zaccheo. Egli, secondo la mentalità corrente, ha tutto: potere e denaro. Può dirsi un “uomo arrivato”: ha fatto carriera, ha raggiunto ciò che voleva e potrebbe dire, come il ricco stolto della parabola evangelica, “anima mia hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divertiti” (Lc 12,19). Per questo il suo desiderio di vedere Gesù è sorprendente. Che cosa lo spinge a ricercare l’incontro con Lui? Zaccheo si rende conto che quanto possiede non gli basta, sente il desiderio di andare oltre. Ed ecco che Gesù, il profeta di Nazaret, passa da Gerico, la sua città. Di Lui gli è giunta l’eco di alcune parole inconsuete: beati i poveri, i miti, gli afflitti, gli affamati di giustizia. Parole per lui strane, ma forse proprio per questo affascinanti e nuove. Vuole vedere questo Gesù. Ma Zaccheo, seppure ricco e potente, è piccolo di statura. Perciò corre avanti, sale su un albero, un sicomoro. Non gli importa di esporsi al ridicolo: ha trovato un modo per rendere possibile l’incontro. E Gesù arriva, alza lo sguardo verso di lui, lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5). Nulla è impossibile a Dio! Da questo incontro scaturisce per Zaccheo una vita nuova: accoglie Gesù con gioia, scoprendo finalmente la realtà che può riempire veramente e pienamente la sua vita. Ha toccato con mano la salvezza, ormai non è più quello di prima e come segno di conversione si impegna a donare metà dei suoi beni ai poveri e a restituire il quadruplo a chi aveva derubato. Ha trovato il vero tesoro, perché il Tesoro, che è Gesù, ha trovato lui!

Amata Chiesa che sei in Venezia! Imita l’esempio di Zaccheo e vai oltre! Supera e aiuta l’uomo di oggi a superare gli ostacoli dell’individualismo, del relativismo; non lasciarti mai trarre verso il basso dalle mancanze che possono segnare le comunità cristiane. Sforzati di vedere da vicino la persona di Cristo, che ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Come successore dell’Apostolo Pietro, visitando in questi giorni la vostra terra, ripeto a ciascuno di voi: non abbiate paura di andare controcorrente per incontrare Gesù, di puntare verso l’alto per incrociare il suo sguardo. Nel “logo” di questa mia Visita pastorale è rappresentata la scena di Marco che consegna il Vangelo a Pietro, tratta da un mosaico di questa Basilica. Oggi, simbolicamente, vengo a riconsegnare il Vangelo a voi, figli spirituali di san Marco, per confermarvi nella fede e incoraggiarvi dinanzi alle sfide del momento presente. Avanzate fiduciosi nel sentiero della nuova evangelizzazione, nel servizio amorevole dei poveri e nella testimonianza coraggiosa all’interno delle varie realtà sociali. Siate consapevoli d’essere portatori di un messaggio che è per ogni uomo e per tutto l’uomo; un messaggio di fede, di speranza e di carità.

Quest’invito è, in primo luogo, per voi, cari sacerdoti, configurati con il sacramento dell’Ordine a Cristo “Capo e Pastore” e posti a guida del suo popolo. Riconoscenti per l’immenso dono ricevuto, continuate a svolgere con generosità e dedizione il vostro ministero, cercando sostegno sia nella fraternità presbiterale vissuta come corresponsabilità e collaborazione, sia nella preghiera intensa e in un approfondito aggiornamento teologico e pastorale. Un pensiero affettuoso ai sacerdoti ammalati e anziani, uniti a noi spiritualmente. L’invito è poi rivolto a voi, persone consacrate, che costituite una preziosa risorsa spirituale per l’intero popolo cristiano e indicate in modo speciale, con la professione dei voti, l’importanza e la possibilità del dono totale di sé a Dio. Infine questo invito è rivolto a tutti voi, cari fedeli laici. Sappiate rendere sempre e dappertutto ragione della speranza che è in voi (cfr 1Pt 3,15). La Chiesa ha bisogno dei vostri doni e del vostro entusiasmo. Sappiate dire “sì” a Cristo che vi chiama ad essere suoi discepoli, ad essere santi. Vorrei ricordare, ancora una volta, che la “santità” non vuol dire fare cose straordinarie, ma seguire ogni giorno la volontà di Dio, vivere veramente bene la propria vocazione, con l’aiuto della preghiera, della Parola di Dio, dei Sacramenti e con lo sforzo quotidiano della coerenza. Sì, ci vogliono fedeli laici affascinati dall’ideale della “santità”, per costruire una società degna dell’uomo, una civiltà dell’amore.

Nel corso della Visita pastorale avete dedicato speciale cura alla testimonianza che le vostre comunità cristiane sono chiamate a rendere, a partire dai fedeli più motivati e consapevoli. A tale proposito, vi siete giustamente preoccupati di rilanciare l’evangelizzazione e la catechesi degli adulti e delle nuove generazioni proprio a partire da piccole comunità di adulti e di genitori, che, costituendo quasi dei cenacoli domestici, possano vivere la logica dell’evento cristiano anzitutto nella testimonianza della comunione e della carità. Vi esorto a non risparmiare energie nell’annuncio del Vangelo e nell’educazione cristiana, promuovendo sia la catechesi ad ogni livello, sia quelle offerte formative e culturali che costituiscono un vostro rilevante patrimonio spirituale. Sappiate dedicare particolare cura alla formazione cristiana dei bambini, degli adolescenti e dei giovani. Essi hanno bisogno di validi punti di riferimento: siate per loro esempi di coerenza umana e cristiana. Lungo il percorso della Visita pastorale è emersa anche la necessità di un sempre maggiore impegno nella carità quale esperienza del dono generoso e gratuito di sé, come pure l’esigenza di manifestare con chiarezza il volto missionario della parrocchia, fino a creare realtà pastorali che, senza rinunciare alla capillarità, siano più capaci di slancio apostolico.

Cari amici, la missione della Chiesa porta frutto perché Cristo è realmente presente tra noi, in modo del tutto particolare nella Santa Eucaristia. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a Sé. Cristo ci attira a Sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. In questo modo Egli ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri. Per questo la nostra vita spirituale dipende essenzialmente dall’Eucaristia. Senza di essa la fede e la speranza si spengono, la carità si raffredda. Vi esorto pertanto a curare sempre più la qualità delle celebrazioni eucaristiche, specialmente di quelle domenicali, affinché il Giorno del Signore sia vissuto pienamente e illumini le vicende e le attività di tutti i giorni. Dall’Eucaristia, fonte inesauribile di amore divino, potrete attingere l’energia necessaria per portare Cristo agli altri e per portare gli altri a Cristo, per essere quotidianamente testimoni di carità e di solidarietà e per condividere i beni che la Provvidenza vi concede con i fratelli privi del necessario.

Cari amici, vi assicuro la mia preghiera, affinché l’impegnativo cammino di crescita nella comunione, che avete compiuto in questi anni della Visita pastorale, rinnovi la vita di fede dell’intera vostra Chiesa particolare e, al tempo stesso, susciti una sempre più generosa dedizione al servizio di Dio e dei fratelli. Maria Santissima, che voi venerate con il titolo di Vergine Nicopeja, la cui suggestiva immagine splende in questa Basilica, ottenga in dono per tutti voi e per l’intera Comunità diocesana la piena fedeltà a Cristo. All’intercessione della celeste Madre del Redentore e al sostegno dei Santi e Beati della vostra Terra affido il cammino che vi attende, mentre con affetto imparto a voi e all’intera Chiesa di San Marco una speciale Benedizione Apostolica, estendendola ai malati, ai carcerati e a quanti soffrono nel corpo e nello spirito. Amen.

IL PAPA A NORDEST/ L’omelia della Santa Messa a San Giuliano

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo cinque diversi filoni tematici: Visita pastorale, Oasis 2011, Libri per l’estate, Film e Il Papa a Nordest.

Il martedì è il giorno dedicato alla visita di Benedetto XVI a Nordest. Attraverso i discorsi e gli interventi si ripercorreranno i momenti che hanno caratterizzato i giorni del 7 e 8 maggio scorso quando Aquileia e Venezia hanno accolto la venuta del Santo Padre.

 

PAPA A NORDEST – Viene qui riproposto il testo integrale dell’omelia che il Santo Padre ha pronunciato domenica 8 maggio scorso in occasione della celebrazione della Santa Messa nel Parco di San Giuliano a Mestre, Venezia.

 

Cari fratelli e sorelle!

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Sono molto lieto di essere oggi in mezzo a voi e celebrare con voi e per voi questa solenne Eucaristia. È significativo che il luogo prescelto per questa Liturgia sia il Parco di San Giuliano: uno spazio dove abitualmente non si celebrano riti religiosi, ma manifestazioni culturali e musicali. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto, realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. A voi, venerati Fratelli Vescovi, con i Presbiteri e i Diaconi, a voi religiosi, religiose e laici rivolgo il mio più cordiale saluto, con un pensiero speciale per gli ammalati e gli infermi qui presenti, accompagnati dall’UNITALSI. Grazie per la vostra calorosa accoglienza! Saluto con affetto il Patriarca, Cardinale Angelo Scola, che ringrazio per le toccanti parole che mi ha indirizzato all’inizio della santa Messa. Rivolgo un deferente pensiero al Sindaco, al Ministro per i Beni e le Attività Culturali in rappresentanza del Governo, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali ed alle Autorità civili e militari, che con la loro presenza hanno voluto onorare questo nostro incontro. Un ringraziamento sentito a quanti hanno generosamente offerto la loro collaborazione per la preparazione e lo svolgimento di questa mia Visita Pastorale. Grazie di cuore!

Il Vangelo della Terza Domenica di Pasqua – ora ascoltato – presenta l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), un racconto che non finisce mai di stupirci e di commuoverci. Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto, Signore della vita, che ci ha ottenuto questa grazia per mezzo della sua passione e ce la comunica in forza della sua risurrezione.

Cari fratelli e sorelle! Sono venuto tra voi come Vescovo di Roma e continuatore del ministero di Pietro, per confermarvi nella fedeltà al Vangelo e nella comunione. Sono venuto per condividere con i Vescovi e i Presbiteri l’ansia dell’annuncio missionario, che tutti ci deve coinvolgere in un serio e ben coordinato servizio alla causa del Regno di Dio. Voi, oggi qui presenti, rappresentate le Comunità ecclesiali nate dalla Chiesa madre di Aquileia. Come in passato, quando quelle Chiese si distinsero per il fervore apostolico e il dinamismo pastorale, così anche oggi occorre promuovere e difendere con coraggio la verità e l’unità della fede. Occorre rendere conto della speranza cristiana all’uomo moderno, sopraffatto non di rado da vaste ed inquietanti problematiche che pongono in crisi i fondamenti stessi del suo essere e del suo agire.

Voi vivete in un contesto nel quale il Cristianesimo si presenta come la fede che ha accompagnato, nei secoli, il cammino di tanti popoli, anche attraverso persecuzioni e prove molto dure. Di questa fede sono eloquente espressione le molteplici testimonianze disseminate ovunque: le chiese, le opere d’arte, gli ospedali, le biblioteche, le scuole; l’ambiente stesso delle vostre città, come pure delle campagne e delle montagne, tutte costellate di riferimenti a Cristo. Eppure, oggi questo essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e culturali -, abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino dell’esistenza, come abbiamo ascoltato nel Vangelo odierno a proposito dei due discepoli di Emmaus, i quali, dopo la crocifissione di Gesù, facevano ritorno a casa immersi nel dubbio, nella tristezza e nella delusione. Tale atteggiamento tende, purtroppo, a diffondersi anche nel vostro territorio: questo avviene quando i discepoli di oggi si allontanano dalla Gerusalemme del Crocifisso e del Risorto, non credendo più nella potenza e nella presenza viva del Signore. Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia e della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a ciò che noi siamo, portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi speravamo che il Signore ci liberasse dal male, dal dolore, dalla sofferenza, dalla paura, dall’ingiustizia.

È necessario, allora, per ciascuno di noi, come è avvenuto ai due discepoli di Emmaus, lasciarsi istruire da Gesù: innanzitutto, ascoltando e amando la Parola di Dio, letta nella luce del Mistero Pasquale, perché riscaldi il nostro cuore e illumini la nostra mente, e ci aiuti ad interpretare gli avvenimenti della vita e dare loro un senso. Poi, occorre sedersi a tavola con il Signore, diventare suoi commensali, affinché la sua presenza umile nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue ci restituisca lo sguardo della fede, per guardare tutto e tutti con gli occhi di Dio, nella luce del suo amore. Rimanere con Gesù che è rimasto con noi, assimilare il suo stile di vita donata, scegliere con lui la logica della comunione tra di noi, della solidarietà e della condivisione. L’Eucaristia è la massima espressione del dono che Gesù fa di se stesso ed è un invito costante a vivere la nostra esistenza nella logica eucaristica, come un dono a Dio e agli altri.

In 300 mila alla Messa di San Giuliano

Il Vangelo riferisce anche che i due discepoli, dopo aver riconosciuto Gesù nello spezzare il pane, «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme» (Lc 24,33). Essi sentono il bisogno di ritornare a Gerusalemme e raccontare la straordinaria esperienza vissuta: l’incontro con il Signore risorto. C’è un grande sforzo da compiere perché ogni cristiano, qui nel Nord-est come in ogni altra parte del mondo, si trasformi in testimone, pronto ad annunciare con vigore e con gioia l’evento della morte e della risurrezione di Cristo. Conosco la cura che, come Chiese del Triveneto, ponete nel cercare di comprendere le ragioni del cuore dell’uomo moderno e come, richiamandovi alle antiche tradizioni cristiane, vi preoccupate di tracciare le linee programmatiche della nuova evangelizzazione, guardando con attenzione alle numerose sfide del tempo presente e ripensando il futuro di questa regione. Desidero, con la mia presenza, sostenere la vostra opera e infondere in tutti fiducia nell’intenso programma pastorale avviato dai vostri Pastori, auspicando un fruttuoso impegno da parte di tutte le componenti della Comunità ecclesiale.

Anche un popolo tradizionalmente cattolico può, tuttavia, avvertire in senso negativo, o assimilare quasi inconsciamente, i contraccolpi di una cultura che finisce per insinuare un modo di pensare nel quale viene apertamente rifiutato, o nascostamente ostacolato, il messaggio evangelico. So quanto sia stato e quanto continui ad essere grande il vostro impegno nel difendere i perenni valori della fede cristiana. Vi incoraggio a non cedere mai alle ricorrenti tentazioni della cultura edonistica ed ai richiami del consumismo materialista. Accogliete l’invito dell’Apostolo Pietro, contenuto nella seconda Lettura odierna, a comportarvi «con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri» (1 Pt 1,17); invito che si concretizza in una vita vissuta intensamente nelle strade del nostro mondo, nella consapevolezza della meta da raggiungere: l’unità con Dio, nel Cristo crocifisso e risorto. Infatti, la nostra fede e la nostra speranza sono rivolte a Dio (cfr 1 Pt 1,21): rivolte a Dio perché radicate in Lui, fondate sul suo amore e sulla sua fedeltà. Nei secoli passati, le vostre Chiese hanno conosciuto una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai fratelli, grazie all’opera di zelanti sacerdoti e religiosi e religiose di vita attiva e contemplativa. Se vogliamo metterci in ascolto del loro insegnamento spirituale, non ci è difficile riconoscere l’appello personale e inconfondibile che essi ci rivolgono: Siate santi! Ponete al centro della vostra vita Cristo! Costruite su di Lui l’edificio della vostra esistenza. In Gesù troverete la forza per aprirvi agli altri e per fare di voi stessi, sul suo esempio, un dono per l’intera umanità.

Attorno ad Aquileia si ritrovarono uniti popoli di lingue e culture diverse, fatti convergere non solo da esigenze politiche ma, soprattutto, dalla fede in Cristo e dalla civiltà ispirata dall’insegnamento evangelico, la Civiltà dell’Amore. Le Chiese generate da Aquileia sono chiamate oggi a rinsaldare quell’antica unità spirituale, in particolare alla luce del fenomeno dell’immigrazione e delle nuove circostanze geopolitiche in atto. La fede cristiana può sicuramente contribuire alla concretezza di un tale programma, che interessa l’armonico ed integrale sviluppo dell’uomo e della società in cui egli vive. La mia presenza tra voi vuole essere, perciò, anche un vivo sostegno agli sforzi che vengono dispiegati per favorire la solidarietà fra le vostre Diocesi del Nord-est. Vuole essere, inoltre, un incoraggiamento per ogni iniziativa tendente al superamento di quelle divisioni che potrebbero vanificare le concrete aspirazioni alla giustizia e alla pace.

Questo, fratelli, è il mio auspicio, questa è la preghiera che rivolgo a Dio per tutti voi, invocando la celeste intercessione della Vergine Maria e dei tanti Santi e Beati, tra i quali mi è caro ricordare san Pio X e il beato Giovanni XXIII, ma anche il Venerabile Giuseppe Toniolo, la cui beatificazione è ormai prossima. Questi luminosi testimoni del Vangelo sono la più grande ricchezza del vostro territorio: seguite i loro esempi e i loro insegnamenti, coniugandoli con le esigenze attuali. Abbiate fiducia: il Signore risorto cammina con voi, ieri, oggi e sempre. Amen.

IL PAPA A NORDEST/ Il saluto al Santo Padre

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Il martedì è il giorno dedicato alla visita di Benedetto XVI a Nordest. Attraverso i discorsi e gli interventi si ripercorreranno i momenti che hanno caratterizzato i giorni del 7 e 8 maggio scorso quando Aquileia e Venezia hanno accolto la venuta del Santo Padre.

 
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PAPA A NORDEST – Oltre 300 mila persone hanno partecipato al momento culminante della visita del Papa a Nordest: la messa celebrata dal Santo Padre nel Parco di S. Giuliano, a Mestre, nella mattina di domenica 8 maggio.

Qui di seguito il saluto che il card. Scola ho rivolto a Benedetto XVI all’inizio della celebrazione.

 

Beatissimo Padre, 

col cuore colmo di letizia pasquale siamo qui convenuti da tutte le chiese del Nordest d’Italia – dal Patriarcato di Venezia, dalle arcidiocesi di Trento, Gorizia e Udine, dalle diocesi di Adria-Rovigo, Belluno-Feltre, Bolzano-Bressanone, Chioggia, Concordia-Pordenone, Padova, Treviso, Trieste, Verona, Vicenza e Vittorio-Veneto – e dalle altre chiese di Croazia, Slovenia, Ungheria, Austria, Baviera, Como e Mantova, nate da Aquileia. Desideriamo essere confermati nella fede degli Apostoli dal Successore di Pietro. Così, corroborati dalla persona, dalla testimonianza e dal magistero della Santità Vostra, annunceremo con umile franchezza la bellezza di Cristo a tutte le nostre genti.

Scrisse Cromazio di Aquileia: «Siamo venuti, anzi siamo stati condotti da Cristo alla porta bella del tempio. Questa porta bella è la predicazione evangelica che orna il tempio di Dio, cioè la Chiesa» [“Venimus enim, vel potius adducti sumus a Christo ad speciosam portam templi (…) Speciosa porta templi evangelica praedicatio est, per quam templus Dei, id est Ecclesia, spiritali specie adornatur” (Cromazio di Aquileia Sermo I, 4][1]. Queste parole di Cromazio danno voce a ciò che abbiamo davanti agli occhi e nel cuore. Ci commuove, in questo luogo, il fulgore della nostra Venezia, eco della bellezza di Cristo, Splendore di Verità. Dalla presenza di Gesù eucaristico le nostre povere vite sono ogni giorno attratte e sostenute nel cammino verso il Padre che ci attende.

La Santità Vostra ha scritto nel 2° volume dedicato a Gesù di Nazaret: “L’incontro col Signore risorto è missione e dà forma alla Chiesa”[2]. Siamo guidati dal fascino di questo incontro e desiderosi di comunicarlo a tutti gli uomini e le donne dell’ampio Nordest che domanda ancora oggi un comune compito a popoli latini, slavi e germanici. A favore del nostro “fratello uomo” siamo qui per riconoscere il Signore risorto nello spezzare del Pane.

Oggi Pietro è venuto all’incontro di Marco. Grazie, Santo Padre, per il dono della Sua presenza tra noi.

 

 Note:
[1] Chromace d’Aquilée, Sermons I, Sources Chrétiennes 154, Cerf, Paris 1969, 130-131.
[2] J. Ratzinger-Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, Città del Vaticano 2011, 289.

IL PAPA A NORDEST/ Il Saluto di Benedetto XVI alla città di Venezia

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Il martedì è il giorno dedicato alla visita di Benedetto XVI a Nordest. Attraverso i discorsi e gli interventi si ripercorreranno i momenti che hanno caratterizzato i giorni del 7 e 8 maggio scorso quando Aquileia e Venezia hanno accolto la venuta del Santo Padre.

 

PAPA A NORDEST –Il 7 maggio scorso, accolto al molo di S. Marco dalle autorità e salutato dal sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, il Papa ha portato il suo Saluto alla città di Venezia, ai suoi abitanti ed ai fedeli convenuti per l’occasione. Qui il testo del saluto alla città pronunciato dal Santo Padre (su questo sito è disponibile anche video dell’arrivo).

 

Signor Cardinale Patriarca,
Confratelli nell’Episcopato,
Signor Sindaco e distinte Autorità,
Cari fratelli e sorelle!

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Rivolgo un cordiale saluto a ciascuno di voi, che dalle varie “calli” e dai “campi” di questa meravigliosa Città siete confluiti su questo Molo, per esprimere il vostro affetto al Successore di Pietro, venuto in pellegrinaggio nelle terre di San Marco. La vostra presenza, accompagnata da vibrante entusiasmo, esprime la vostra fede e la vostra devozione, e questo è per me motivo di grande gioia. In particolare, ringrazio il Signor Sindaco per le nobili espressioni che, anche a nome dell’intera Città, mi ha rivolto e per i sentimenti che mi ha manifestato; con lui, saluto e ringrazio tutte le altre Autorità civili e militari, che sono venute ad accogliermi.

Oggi ho la gioia di poter incontrare la gente di questa laguna. Vengo in mezzo a voi per rinsaldare quel profondo vincolo di comunione che storicamente vi unisce al Vescovo di Roma e di cui sono testimoni anzitutto i venerati Pastori che da questa Sede patriarcale sono passati a quella di san Pietro: molti di voi conservano vivo il ricordo del Patriarca Albino Luciani, figlio di queste terre venete, che divenne Papa con il nome di Giovanni Paolo I; e come non ricordare il Patriarca Angelo Giuseppe Roncalli, che, divenuto Papa Giovanni XXIII, è stato elevato dalla Chiesa alla gloria degli altari e proclamato beato? Ricordiamo infine il Patriarca Giuseppe Sarto, il futuro san Pio X, che con il suo esempio di santità continua a vivificare questa Chiesa particolare e tutta la Chiesa universale. Testimonianza della sollecitudine pastorale dei Papi per la vostra Città sono anche le visite pastorali compiute dal Servo di Dio Paolo VI e dal Beato Giovanni Paolo II. Anch’io, sulle orme di questi miei Predecessori, ho voluto venire oggi in mezzo a voi, per portarvi una parola di amore e di speranza, e confermarvi nella fede della Chiesa, che il Signore Gesù ha voluto fondare sulla roccia che è Pietro e ha affidato alla guida degli Apostoli e dei loro successori, nella comunione con la Chiesa di Roma “che presiede alla carità” (S. Ignazio).

Cari amici, secondo le tradizioni veneziane avete voluto accogliermi in questo luogo suggestivo, che è come la porta di accesso al cuore della Città. Da qui lo sguardo abbraccia il sereno bacino di San Marco, l’elegante Palazzo Ducale, la meravigliosa mole della Basilica marciana, l’inconfondibile profilo della città, giustamente detta “la perla dell’Adriatico”. Da questo molo si può cogliere quell’aspetto di singolare apertura che da sempre caratterizza Venezia, crocevia di persone e comunità di ogni provenienza, cultura, lingua e religione. Punto di approdo e di incontro per gli uomini di tutti i continenti, per la sua bellezza, la sua storia, le sue tradizioni civili, questa Città ha corrisposto nei secoli alla speciale vocazione di essere ponte tra Occidente ed Oriente. Anche in questa nostra epoca, con le sue nuove prospettive e le sue sfide complesse, essa è chiamata ad assumere importanti responsabilità in ordine alla promozione di una cultura di accoglienza e di condivisione, capace di gettare ponti di dialogo tra i popoli e le nazioni; una cultura della concordia e dell’amore, che ha le sue solide fondamenta nel Vangelo.

Lo splendore dei monumenti e la fama delle istituzioni secolari manifestano la storia gloriosa e il carattere delle genti venete, oneste e laboriose, dotate di grande sensibilità, di capacità organizzative e di quello che nel linguaggio quotidiano viene detto “buon senso”. Tale patrimonio di tradizioni civili, culturali ed artistiche ha trovato un fecondo sviluppo anche grazie all’accoglienza della fede cristiana, che affonda le sue radici molto lontano, già dalla nascita dei primi insediamenti di questa laguna. Con il passare dei secoli, la fede trasmessa dai primi evangelizzatori si è radicata sempre più profondamente nel tessuto sociale, fino a diventarne parte essenziale. Ne sono visibile testimonianza le splendide Chiese e le tante edicole devozionali disseminate tra calli, canali e ponti. Vorrei ricordare, in particolare, i due importanti Santuari che, in tempi diversi, vennero edificati dai veneziani in ottemperanza ad un voto, per ottenere dalla Provvidenza divina la liberazione dalla piaga della peste: eccoli di fronte a questo Molo, sono la Basilica del Redentore e il Santuario della Madonna della Salute, entrambi mete di numerosi pellegrini nelle rispettive ricorrenze annuali. I vostri padri ben sapevano che la vita umana è nelle mani di Dio e che senza la sua benedizione l’uomo costruisce invano. Perciò, visitando la vostra Città, chiedo al Signore che doni a tutti voi una fede sincera e fruttuosa, capace di alimentare una grande speranza e una paziente ricerca del bene comune.

Cari amici, la mia preghiera si eleva a Dio per implorare che effonda le sue benedizioni su Venezia e il suo territorio. Invito tutti voi, cari Veneziani, a ricercare e custodire sempre l’armonia tra lo sguardo della fede e della ragione che permette alla coscienza di percepire il vero bene, in modo che le scelte della comunità civile siano sempre ispirate ai principi etici corrispondenti alla profonda verità della natura umana. L’uomo non può rinunciare alla verità su di sé, senza che ne soffrano il senso della responsabilità personale, la solidarietà verso gli altri, l’onestà nei rapporti economici e di lavoro.

Mentre, al crepuscolo di questo giorno ci introduciamo nella festa domenicale, disponiamoci a celebrare la Pasqua settimanale del Signore con la gioia che caratterizza il tempo pasquale e con la certezza che Gesù ha vinto la morte con la sua risurrezione e ci vuole far partecipi della sua stessa vita. Affidandovi alla materna protezione di Maria Santissima, invoco su questa Città, su quanti la abitano, su chi la governa, su chi si prodiga a renderla sempre più degna di Dio e dell’uomo la Benedizione del Signore. Grazie a tutti voi, buona domenica

LIBRI PER L’ESTATE/ “Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico”

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo cinque diversi filoni tematici: Visita pastorale, Oasis 2011, Libri per l’estate, Film e Il Papa a Nordest.

Il venerdì  è il giorno dedicato ai “Libri per l’estate”. Verranno proposte, di volta in volta, alcune letture per adulti, ragazzi e bambini consigliate dal card. Scola in diverse occasioni.

 

LIBRI PER L’ESTATE – La proposta di lettura di questa settimana è “Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico” di Joseph Ratzinger.

“ […] Io, in un piccolo paese senza libri, ho incontrato uno che mi ha avviato alla lettura. Penso che la nostra gente abbia bisogno di essere “avviata”. Io raccomando spesso anche ai miei preti di leggere. Nell’ultimo incontro ho detto loro: se avete tempo durante l’estate provate a ri-leggere, per esempio Introduzione al cristianesimo di Ratzinger, che ne ha riscritto qualche anno fa l’introduzione. […] ” 

(da un’intervista a “Il Gazzettino”)

 

«In un tempo di incertezza, non dovrà il cristiano ritrovare, in tutta serietà, la sua voce, per “introdurre” il suo messaggio nel nuovo millennio, facendolo diventare un “segnavia” comprensibile per il futuro? » 

Con questo interrogativo si confronta il libro: intende essere un aiuto a comprendere in modo nuovo la fede come possibilità di vera umanità nel nostro mondo di oggi.

IL PAPA A NORDEST/ “Tu conferma la nostra fede”. La lettera Pastorale

Continua la proposta estiva attraverso la quale verranno forniti spunti di riflessione quotidiani secondo cinque diversi filoni tematici: Visita pastorale, Oasis 2011, Libri per l’estate, Film e Il Papa a Nordest.

Il martedì sarà il giorno dedicato alla visita di Benedetto XVI a Nordest. Attraverso i discorsi e gli interventi si ripercorreranno i momenti che hanno caratterizzato i giorni del 7 e 8 maggio scorso quando le città di Aquileia e Venezia hanno accolto la venuta del Santo Padre.

 

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IL PAPA A NORDEST – Viene qui riproposta la lettera pastorale del card. Angelo Scola, allora Patriarca di Venezia, inviata nel novembre scorso ai fedeli e agli abitanti del Patriarcato di Venezia in preparazione della Visita pastorale di Benedetto XVI ad Aquileia e Venezia.

 

Carissime/i, 

sabato 7 e domenica 8 maggio 2011 il Santo Padre sarà tra noi. Visiterà Aquileia e Venezia. Avrò modo di ritornare con i fratelli vescovi della Conferenza Episcopale Triveneta sui gesti che si svolgeranno in occasione di questo straordinario avvenimento.

Con questo breve scritto, vorrei rivolgermi a tutti voi per condividere la gioia suscitata dall’annuncio della visita papale e renderci così conto del prezioso dono che il Papa ci fa. Questo, infatti, è il primo modo per prepararci ad accoglierlo degnamente. 

 

1. Perché il Santo Padre viene a farci visita?  

C’è una ragione profonda della venuta di Benedetto XVI tra noi. È di gran lunga la più importante perché esprime la missione specifica del successore di Pietro. Essa si radica nel compito che Gesù stesso affidò al Capo degli Apostoli quando gli disse: «Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32).

Che cosa significa questa espressione «conferma i tuoi fratelli»? Di quale conferma abbiamo bisogno? 

Il desiderio che arde nel nostro cuore è di essere confermati nella certezza che Gesù Cristo è vivo ed è a noi contemporaneo. AmarLo e seguirLo ci rende pienamente uomini. La fede, nutrita dalla preghiera liturgica e personale, dall’amore di carità e dal pensiero di Cristo, è “conveniente” per gli uomini e le donne di oggi, perché investe in ogni istante affetti, lavoro e riposo. Nulla resta fuori.

Benedetto XVI lo sta documentando con la sua preghiera, con la sua testimonianza, con il suo insegnamento e coi suoi viaggi. Qui sta la sostanza del dono che il Papa intende fare, visitandole, alle Chiese e alle popolazioni del Nordest. 

Le occasioni concrete a cui si lega la sua venuta – la solenne Eucaristia nel parco di San Giuliano a Mestre, l’avvio del cammino interdiocesano verso il Secondo Convegno Ecclesiale ad Aquileia, la conclusione nella Basilica Cattedrale di San Marco della Visita Pastorale del nostro Patriarcato, l’inaugurazione del restauro della Cappella della Trinità del Seminario Patriarcale, l’apertura della nuova biblioteca moderna delloStudium Generale Marcianum – sono la “carne” di questo dono.

Da quando Dio è entrato nella storia e ha voluto farsi in tutto simile a noi, tranne che nel peccato per renderci partecipi della sua stessa vita, ogni circostanza ed ogni rapporto di cui è intessuta l’umana esistenza sono occasione di incontro personale con Lui: è il mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio. Quale occasione di verità e di bellezza poter vivere questi gesti con il Santo Padre! 

 

2. Una passione per tutto l’umano  

Seguire Cristo consente di vivere in pienezza. Questo – ognuno di noi lo intuisce molto bene – non coincide automaticamente con il superamento delle nostre contraddizioni o incoerenze, né tantomeno significa che i cristiani siano migliori di coloro che pensano o dicono di non credere. Vuol dire unicamente che per grazia di Dio abbiamo ricevuto questa possibilità che vogliamo condividere con tutti. Infatti, per ogni uomo ed ogni donna è naturale comunicare ogni giorno spontaneamente, in tutti gli ambienti che frequenta, ciò a cui uno tiene più di ogni altra cosa.

«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10, 8 ) scrive l’Apostolo. Questo dinamismo è inscritto nel DNA del cristiano. Appartenere al Signore nella sua Chiesa genera un’inarrestabile passione per l’umano – anzitutto per quello che riscopriamo in noi – che si traduce nella ricerca di un’apertura al confronto con tutti. 

La venuta del Santo Padre ad Aquileia e a Venezia è destinata a tutti gli abitanti di queste nostre terre che, ne sono certo, sapranno trarne profitto come avvenne per la visita di Paolo VI (1972) e di Giovanni Paolo II (1985). Come non ricordare in proposito il singolare legame tra Pietro e Marco che così profondamente ha segnato la nostra straordinaria storia? E come tacere, per limitarci ai tempi recenti, l’approfondirsi del solido legame delle nostre genti con il Papa grazie a San Pio X, al Beato Giovanni XXIII, al Servo di Dio Giovanni Paolo I, patriarchi divenuti papi, ma soprattutto santi, cioè uomini riusciti? 

«Gli uomini - è lo stesso Benedetto XVI a ricordarcelo – avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità… Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri» (Benedetto XVI, Lettera ai seminaristi, 18 ottobre 2010). Desideriamo che un po’di questo gusto per la bellezza della fede e per la passione di comunicarla raggiunga anche noi. Per questo, con umiltà ma anche con decisione, vogliamo mettere a disposizione della persona e della missione del Papa, in questa straordinaria occasione, energie e creatività, affinché Cristo sia conosciuto ed amato. 

 

 

3. Come prepararci  

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Per prepararci a vivere fino in fondo l’incontro con il Papa ci vogliamo dare tempi e modalità.

 

a. Anzitutto i tempi 

Mi sembra opportuno dividere il periodo di attesa in due grandi momenti. Il primo andrà dalla Festa della Madonna della Salute, che quest’anno coincide con la solennità di Cristo Re, fino all’inizio della Quaresima. Il secondo dalla Quaresima fino al 7-8 maggio. 

 

b. Modalità 

Dopo aver interpellato vari organismi sinodali del Patriarcato propongo di concentrarci per la prima fase su due aspetti: la preghiera assidua e l’approfondimento del magistero di Benedetto XVI.

Questa scelta presenta un duplice vantaggio. 

Anzitutto ci aiuta ad assimilare in profondità il valore del gesto papale. Il suo scopo, abbiamo detto, è quello di confermare la nostra fede affinché la nostra vita fin d’ora sia più bella, più buona e più vera. Facciamo nostra la domanda degli Apostoli: «Accresci la nostra fede» (Lc 17,6). 

In secondo luogo la nostra preparazione, così intesa, non richiederà impegni straordinari da assumere personalmente, in famiglia, nelle nostre aggregazioni, parrocchie, vicariati e diocesi. Si tratterà piuttosto di imprimere al nostro cammino ordinario un preciso orientamento verso l’evento di grazia che la visita del Santo Padre rappresenta per trarne tutto il frutto possibile.

 

* La preghiera  

Mi limito a suggerire qualche indicazione che chiede di essere personalizzata e tradotta nelle forme più adeguate da parte di ogni comunità e di ogni fedele. Tutti gli abituali atti liturgici (la celebrazione dell’Eucaristia, della Riconciliazione e di tutti i Sacramenti, Liturgia della Parola di Dio, Liturgia della Ore, ecc. ) ed ogni forma di preghiera comunitaria (adorazione comunitaria, santo rosario, feste della Madonna e dei santi, ecc.) abbiano come intenzione esplicitamente espressa la preparazione del popolo di Dio all’evento di grazia rappresentato dalla Visita del Santo Padre. Domando, per la medesima intenzione, l’intensificarsi della preghiera in famiglia e della preghiera personale (preghiere del mattino e della sera, prima e dopo i pasti, ecc.). Gente Veneta e gli altri mezzi di comunicazione proporranno settimanalmente dei suggerimenti in proposito.

Vi invito inoltre a recitare sovente, comunitariamente e personalmente, la preghiera seguente appositamente preparata per la venuta del Papa.

 

Preghiera in preparazione della

Visita pastorale di Benedetto XVI ad Aquileia e a Venezia

7-8 maggio 2011

Dio Padre, sorgente di ogni paternità, che hai creato il mondo e quanti vi abitano,

Dio Figlio che, per salvarci, ti sei fatto uomo e hai condiviso la nostra condizione umana fino alla morte e alla morte di croce,

Dio Spirito Santo che facendoci partecipi della comunione divina rinnovi ogni nostra relazione,

ti ringraziamo per il dono di Papa Benedetto in mezzo a noi.

Egli viene a confermare i fratelli,

concedici di accoglierlo con amore filiale per imitarne la fede indomita, la speranza certa e la carità ardente.

 

Signore Gesù, tu hai detto a Pietro: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa»,

rendici figli degni di questa santa Dimora,

docili al suo Successore.

Signore Gesù, tu hai detto: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza»,

donaci di farne ogni giorno esperienza negli affetti, nel lavoro e nel riposo,

rinnova il coraggio che ha spinto i nostri padri fino agli estremi confini del mondo,

perché possiamo comunicare a tutti gli uomini il gusto della vita cristiana.

 

Vergine amata, tu che nei momenti della prova hai custodito i tuoi figli,

proteggi le nostre terre con tutti coloro che vi abitano e le visitano.

A Te, Madre del bell’amore,

affidiamo in modo speciale noi stessi, tutti i nostri cari, le nostre famiglie, i bambini, i giovani, gli ammalati, gli anziani, i più poveri e bisognosi, tutti i perseguitati per la fede e per giusti ideali, in modo speciale i nostri fratelli cristiani.

Tu, Causa della nostra letizia, ascolta ed intercedi.

Amen.

 

* L’approfondimento del magistero papale  

Ogni settimana verrà fornito, sempre attraverso Gente Veneta e gli altri mezzi di comunicazione, un breve testo tratto dall’insegnamento papale perché possa divenire oggetto di riflessione e di meditazione. Una speciale Commissione è già all’opera per costruire, in modo semplice ma organico, questa antologia. Il suo scopo è quello di accompagnarci nel quotidiano, illuminando con le parole del Papa i principali misteri della nostra fede in se stessi e nelle loro implicazioni con la nostra vita di uomini e di donne, di fanciulli/e, di ragazzi/e, di giovani, di adulti e di anziani.

Questi testi dovranno essere oggetto di una attenta lettura sia personale che comunitaria. Una lettura che può nascere solo da un ascolto profondo, libero da ogni pregiudizio, che cerchi un confronto a 360 gradi non solo con i battezzati ma con tutti i nostri fratelli uomini. 

 

Carissimi,

la visita del Santo Padre è un dono che, come ogni dono, suscita una risposta grata. Una risposta che chiede responsabilità. Al senso di responsabilità di ciascuno singolarmente preso, di tutte le comunità cristiane, di tutte le associazioni ecclesiali e civili, di tutte le istituzioni mi affido perché questa straordinaria occasione sia preparata fin nei minimi particolari. Il Papa ci trova in cammino e, ne sono certo, ci lascerà in eredità nuove possibilità di crescita personale, ecclesiale civile.

Di cuore porgo a tutti la mia benedizione ed il mio affettuoso saluto

 

+Angelo card. Scola

Redentore 2011/ La “città serenissima”. Il Discorso del card. Scola

VENEZIA – Viene qui pubblicato il testo integrale del discorso del card. Angelo Scola, Amministratore Apostolico del Patriarcato di Venezia, proposto in occasione della Festa del Santissimo Redentore e pubblicato domenica 17 luglio su “Il Gazzettino” e “Avvenire“.

 

La “città serenissima”

Il messaggio di Benedetto XVI a Venezia e al Nordest

 

1. Alzare lo sguardo al Redentore

Il pellegrinaggio di popolo attraverso il ponte votivo, gesto emblematico della festa odierna, non ha perso nei secoli il suo fascino. Mentre camminavamo sul ponte, il moto ondoso con il suo leggero rollio sembrava alludere a quella condizione della nostra società, che oggi per la sua instabilità e mutevolezza viene detta “liquida”. Lo ha ben osservato il Papa nel discorso al polo della Salute parlando della “città serenissima (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011).

Come la secolare lotta con le acque non ha tolto fulgore a Venezia, così il nostro procedere, malfermo ma deciso, sul ponte non ci ha precluso la meta: Gesù Cristo che redime la nostra umanità. Ora siamo di fronte a Lui. Ne è figura l’imponente crocifisso innalzato sull’abside a inondare con la Sua luce, grazie al genio palladiano, ogni angolo di questo tempio.

A Lui ora vogliamo innalzare lo sguardo e aprire il cuore. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, Gesù stesso è la nostra salute:

«Salus nostra Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue “paralisi” fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo» (ibidem). Stare davanti al Crocifisso innalzato (Vangelo, Gv 3,14) significa dunque deporre ai Suoi piedi tutta la nostra umanità – con la sua instabilità, le sue ferite e le sue malattie dell’anima e del corpo, il suo anelito di vita e di libertà, insomma il suo senso religioso – per consegnarla a Lui.

 

2. Un Padre ci ama per primo e per sempre

Chi è il Redentore a cui consegniamo tutta la nostra vita? O, meglio, qual è la Sua azione nei confronti di ciascuno di noi? Lo impariamo dalla promessa del profeta Ezechiele, proclamata nella Prima Lettura. Con un incalzare sovrabbondante di verbi [cercherò, passerò in rassegna, radunerò, condurrò in ottime pasture, ricondurrò nella loro terra, farò riposare, andrò in cerca, fascerò, avrò cura (cfr Ez  11-16)] vi si descrive l’intervento di Dio nella vita del suo popolo che, essendosi  allontanato da Lui, si era disperso e vagava affamato, stremato e ferito. «Dove Tu non sei, vi è solo gente senza casa» scriveva il giovane Karol Wojtyla.

Dio si china di nuovo sul suo popolo, lo raduna e lo riporta a casa. Dove Dio viene accolto cambiano i rapporti tra le persone, nasce la comunione.

«Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito» (Vangelo, Gv 3,16). In Lui percorre ogni sentiero dell’umanità, per stabilire con ciascuno una relazione personale e rinnovare il popolo di Dio.

Dio ama per primo e ama per sempre. Come abbiamo ascoltato nella Lettera ai Romani, «quando ancora eravamo nemici» (Seconda Lettura, Rm 5,10) il Padre ha dato Suo Figlio per noi. Se siamo ancora avvelenati dal male, perciò dispersi e incapaci di costruire insieme la vita buona, è perché resistiamo alla sorprendente gratuità di questa perenne sorgente dell’amore. E tuttavia questa sera ci è ridata una speranza affidabile – «La speranza poi non delude» (Seconda Lettura, Rm 5,5) – perché poggia sulla promessa di Colui che è per sempre fedele.

 

3. Una Chiesa senza Cristo?

Cristiani della prima ora riconosciamo con umiltà che siamo in balìa della grave separazione, già denunciata da Paolo VI, tra fede e vita.

Come spesso abbiamo ribadito nella Scuola di Metodo – significativo momento di lavoro per i responsabili ecclesiali di tutto il Patriarcato – non vediamo le implicazioni dell’avvenimento di Gesù e dei misteri del cristianesimo. Non a caso il Santo Padre ha messo in guardia le comunità cristiane del Nordest dalla gravità di questa miopia che impedisce di vedere cosa c’entri la fede in Cristo con l’uomo, la società di oggi ed il creato.

Con efficace sinteticità Benedetto XVI ha poi posto sotto i nostri occhi la grave conseguenza di questo dualismo: l’«essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e culturali – , abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino dell’esistenza» (Benedetto XVI, Omelia alla Messa al Parco di San Giuliano, Venezia 8 maggio 2011). Se i cristiani non riconoscono e non vivono il nesso quotidiano tra fede e vita, la Chiesa rischia di apparire una Chiesa senza Gesù Cristo.

 

4. L’amicizia evangelica

Sempre nell’omelia al parco di San Giuliano Benedetto XVI, offrendo un antidoto a questa patologia, ha sottolineato con forza la necessità di uno stile di vita personale e comunitario solidamente ancorato alla fede in Gesù Cristo vivente. Ha richiamato la conversione, mostrandone tutta la convenienza: «Talvolta quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore». è «conversione dalla disperazione alla speranza, conversione dalla tristezza alla gioia, e anche conversione alla vita comunitaria» (ibid.).

L’incontro personale con Gesù Redentore «ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri» (Benedetto XVI, Conclusione della Visita pastorale in San Marco, Venezia 8 maggio 2011). Rifulge qui la bellezza dell’essere Chiesa aperta: «esemplare, capace di autentica amicizia evangelica» (Benedetto XVI, Saluto in Piazza del Capitolo della cattedrale, Aquileia 7 maggio 2011) come fu la Chiesa di Aquileia, della quale siamo eredi.

Di questa amicizia abbiamo fatto esperienza lungo tutti gli anni della Visita pastorale (2004-2011). Non solo abbiamo incontrato le parrocchie, le comunità religiose, le aggregazioni di fedeli, ma abbiamo trovato sorprendente accoglienza nei luoghi di aggregazione sociale, negli ambienti di lavoro e di studio, negli ambiti istituzionali, civili e militari. La grazia della comunione cristiana si è confermata essere un dono per tutti, un prezioso lievito che contribuisce a far fermentare tutta la pasta. In una società plurale come la nostra – e forse tanto più in essa – la quotidiana testimonianza cristiana diffonde pratiche capaci di riconciliazione e di pace. Infatti, i discepoli del Dio incarnato sono chiamati a vivere l’adesione a Lui proprio lì dove si gioca il destino della persona, della società e del creato. Nulla dell’uomo resta loro estraneo o indifferente.

 

5. Costruire la “città serenissima”

La fecondità civica di questa amicizia evangelica è segnalata da alcune suggestioni che Venezia regala ai suoi abitanti e visitatori e che sono in particolare sintonia con la festa di oggi. Provengono da tre simboli, che qui vorrei richiamare. Dal Ponte di Rialto in poi su quanti archi e portali, ai lati o nei pennacchi, l’Annunciazione ricorda il mistero della perenne compagnia di Dio all’uomo di ogni tempo e di ogni luogo! E come non citare la croce cosmica che sormonta le cupole di San Marco e di altre chiese, quasi un invito a comprendere  «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3,18) del mistero di Cristo, che penetra e sostiene tutta la realtà? Ed infine sulla cupola di questa basilica e di diversi altri templi si staglia nel cielo la figura del Risorto, che imbraccia lo stendardo della vittoria sulla morte.

Se queste immagini scomparissero dai nostri occhi, Venezia ci apparirebbe più povera, quasi monca. La loro forza simbolica sta proprio nel fatto che esse appartengono ad un tessuto visivo capace di rinnovare ogni giorno la nostra memoria condivisa. Continuano ad essere segni che invitano a costruire la vita buona di una città. «Il nome “Serenissima” ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo» (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011). Edificare una città Serenissima che non riduca il Vangelo a puro contorno all’interno del vessillo cittadino significa non temere la forza della verità, anche come puntuale lotta contro il “male”.

In comunione di intenti si realizza in tal modo una vita civile in cui tutto l’umano fiorisce.

 

6. Nuovi orizzonti per il Nordest 

Redentore 2011

La singolare festa del Redentore di quest’anno si fa potente stimolo per imparare Venezia e la sua vocazione all’interno del Nordest. E non solo di esso. «La città serenissima - ha detto il Santo Padre – può aiutare la progettazione dell’oggi e del domani in questa grande regione» (ibid.). In quest’ottica il Papa ha aperto importanti orizzonti al Nordest quasi configurandone una nuova fisionomia. Ha affidato alle più di cinquanta Chiese nate da Aquileia un nuovo ben preciso mandato: «Nella complessità [della società plurale] siete chiamati a promuovere il senso cristiano della vita, mediante l’annuncio esplicito del Vangelo, portato con delicata fierezza e con profonda gioia nei vari ambiti dell’esistenza quotidiana. Dalla fede vissuta con coraggio scaturisce, anche oggi come in passato, una feconda cultura fatta di amore alla vita, dal concepimento fino al suo termine naturale, di promozione della dignità della persona, di esaltazione dell’importanza della famiglia, fondata sul matrimonio fedele e aperto alla vita, di impegno per la giustizia e la solidarietà» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011).

Dialogo, coesione, convergenza, integrazione e sviluppo sono parole sulla cui base il Nordest può svolgere anche un ruolo di promotore di pace nel Mediterraneo. Il Mare Adriatico, golfo naturale dell’Europa verso sud, continuando l’importante tradizione di accoglienza e di relazioni della Serenissima, può aprire tutto il Nordest ai popoli del mare nostrum che, proprio in questi tempi, domandano libertà. Il Nordest scopre una nuova dimensione per il suo futuro: l’asse Est-Ovest diviene anche significativa cerniera tra Nord e Sud. Essa farà sentire un benefico influsso anche sul nuovo modello di sviluppo legato all’inevitabile evoluzione delle imprese.

Il 2° Convegno di Aquileia, a cui le 15 diocesi del Veneto, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia si stanno, ormai da più di un anno, preparando, si farà carico di questa nuova fisionomia dei nostri territori. Approfondendo l’insegnamento offerto dal Santo Padre in vista di questo Convegno le Chiese promuoveranno una nuova evangelizzazione che sappia, con le debite distinzioni, rispondere adeguatamente all’evoluzione sociale, culturale e politica delle regioni italiche, slave e germaniche legate ad Aquileia e al loro nuovo compito nei confronti del Sud.

L’equilibrata accoglienza dei migranti, che si sta realizzando in armonia con le Istituzioni, aiuterà questo nuovo impegno dai contorni ancora imprevedibili. La lunga esperienza di condivisione delle varie forme di povertà e di emarginazione in atto da decenni nel Patriarcato e in tutte le Diocesi del Nordest è buona garanzia della realistica serietà di questo impegno.

 

7. Affrontare con decisione l’emergenza educativa

Entro questi nuovi orizzonti del Nordest non possiamo non tenere presente anche taluni rilevanti fenomeni di disagio quali l’abbandono scolastico precoce, l’inattività (NEET), la disoccupazione, la precarietà e la perdita del lavoro. In questo contesto quella che è stata chiamata “emergenza educativa” sta assumendo le dimensioni e i contorni della questione sociale del nostro tempo. Non si può restare inerti di fronte all’accusa di “non essere un Paese per giovani!”. Il compito educativo ha però bisogno di una chiarezza di obiettivi. Esso non può ridursi allo stereotipato richiamo ai valori, ma domanda un impegno personale e comunitario a far fare l’esperienza dei valori, come ha opportunamente rilevato il “Rapporto-Proposta della Conferenza episcopale italiana” (La sfida educativa, 11).

Con tale intento quest’anno i nostri patronati hanno potenziato i Grest, le comunità parrocchiali e le aggregazioni di fedeli hanno promosso vacanze guidate e campi-scuola. Sono preziose opere educative che hanno visto un crescendo di partecipazione. Esse si collegano armonicamente con l’ordinaria azione catechetica, di carità e di cultura che da sempre la Chiesa, in sé e per sé soggetto educante, propone alle nostre popolazioni.

Anche lo Studium Generale Marcianum e la Fondazione Internazionale Oasis – oltre a consolidati istituti e strumenti quali i Gruppi di ascolto, la Scuola “Santa Caterina d’Alessandria”, la Scuola biblica, ecc.) – intendono dare il proprio contributo in tal senso.

Le famiglie, a cui spetta primariamente la responsabilità educativa, dovranno essere sostenute da politiche adeguate. è urgente inoltre che gli uomini e le donne della seconda generazione (tra i 18 e i 50 anni) sappiano essere protagonisti responsabili e decisi all’interno delle comunità ecclesiali e della società civile.

 

8. Vita buona, giustizia, legalità

Allargando lo sguardo al delicato momento di transizione che non solo la realtà italiana ma anche quella mondiale sta attraversando, l’invito del Papa ad attuare un «rispettoso confronto costruttivo e consapevole con tutti i soggetti che vivono in questa società» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011) urge alla concezione e alla pratica di una adeguata vita buona in cui dimori la giustizia. Non si dà l’una senza l’altra: come ha affermato Paul Ricoeur la «vita buona con e per l’altro nasce all’interno di istituzioni giuste», e istituzioni giuste non si istaurano e non si mantengono senza una tensione di tutti i soggetti sociali a una vita buona.

Ma, a loro volta, vita buona dei soggetti e istituzioni giuste assumono il loro rilievo politico nella misura in cui sono orientate alla ricerca condivisa del bene comune di tutta la realtà sociale. Come l’azione buona è tale solo se tesa a coinvolgere ogni membro della famiglia umana rispettando la regola della prossimità, così, guardando all’insieme di una società, ogni agire non è pienamente retto se non tiene conto del bene comune. Esso poi consiste in quella dimensione dell’agire stesso che riguarda il bene del tutto sociale in quanto costituito da persone umane. Afferma giustamente il Catechismo della Chiesa cattolica: «Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo» (Catechismo della Chiesa cattolica, 1912).

È evidente che tutto ciò richiede, insieme, vita buona delle persone e giustizia delle istituzioni. Domanda inoltre che il rapporto tra vita buona, giustizia e leggi sia vissuto, con gradi diversi di responsabilità, da ogni cittadino, indipendentemente dal ruolo sociale che ricopre. La pratica della giustizia non può essere mai delegata. Oggi, piuttosto, vi è l’urgente bisogno educativo di rendere consapevoli ciascuno delle oggettive implicazioni sociali e di bene comune del proprio agire.

In proposito, la storia di Venezia, in cui relazioni sociali e intraprese – prima commerciali e poi anche turistiche ed industriali – si sono intrecciate, così come la straordinaria ricchezza della società civile del Nordest, sono dotate di un prezioso patrimonio: documentano che l’amicizia civica è una condizione imprescindibile per edificare una società secondo giustizia e che solo all’interno di questo orizzonte antropologico ed etico il necessario richiamo alla legalità, cui la Conferenza episcopale italiana fa da tempo riferimento, diventa efficace.

Infatti, anche nell’odierna società plurale, la legge non può, almeno di fatto, prescindere dall’obiettivo di educare ad agire secondo virtù, anzitutto le virtù che riguardano direttamente la vita comune.

Per questo in democrazie plurali, sempre tendenzialmente conflittuali, il ruolo delle Istituzioni assume un peso tanto decisivo quanto delicato. Resta fortemente attuale l’invito – già contenuto nel celebre documento “Educare alla legalità” elaborato nel 1991 dalla Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” della Conferenza episcopale italiana e più volte reiterato –-a che le Istituzioni attuino il loro compito, rispettando rigorosamente i loro ambiti ben delimitati di competenza, anche nell’esercizio della loro funzione di reciproco controllo.

È sempre più chiaro che il Paese ha bisogno di un soprassalto di coscienza civica, soprattutto in questi tempi di grave crisi economico-finanziaria. Questa non potrà certo trovare soluzione nei pur necessari aggiustamenti tecnici delle regole di mercato, perché il mercato non è un fatto di natura, ma di cultura e dunque ha nel fattore umano e nella sua qualità morale una componente indispensabile. Anche la riforma del mercato chiede rinnovamento antropologico ed etico.

L’invito del Santo Padre, fatto proprio dal Presidente della Conferenza episcopale italiana, a un rinnovato impegno dei cattolici in politica sta dando vita a diversi tentativi di singoli e di aggregazioni. Se promossi con il necessario realismo etico e politico, essi potranno dare un utile apporto al Paese.

 

9. Orientare la transizione

Anche Venezia ed il Nordest sono immersi nel passaggio epocale in atto in tutto il pianeta. Si tratta di una transizione, non priva di forte travaglio, dalla modernità al postmoderno, di cui tutti gli uomini e le donne del nostro tempo portano i segni. Questo rapido e tumultuoso cambiamento, questa transizione appunto, è particolarmente evidente in ambito sociale, culturale, economico e politico. Per questo sono lieto di comunicare che i giorni scorsi ho formalmente istituito le prime due Unità di lavoro per la transizione (U.L.Tra), una per il litorale e l’altra per la città lagunare.

Sono organismi che, con preciso riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa, intendono mettere in collegamento persone che operano negli svariati ambiti della società civile in vista di un confronto e di una collaborazione aperta a tutti.

Ben coscienti della netta distinzione che intercorre tra realtà ecclesiale e società civile, questi organismi opereranno al fine di valorizzare, mediante proposte concrete, il bene politico primario dell’essere insieme.

Le Unità di lavoro per la Transizione non nascono a tavolino ma sono il frutto dell’impegno pluriennale di uomini e donne del Patriarcato in ambito sociale, culturale e politico. Soprattutto lungo l’arco della Visita Pastorale abbiamo colto l’esigenza di creare queste realtà per dare stabilità ad una trama ormai significativa di relazioni ecclesiali e civili.

Consapevoli delle inevitabili implicazioni sociali della vita cristiana, ognuna di queste Unità di lavoro per la transizione, la cui fisionomia sarà singolare e specifica perché ben radicata nel territorio in cui opera, favorirà la presenza stabile ed operosa delle comunità parrocchiali, delle aggregazioni di fedeli e di ogni cristiano nella società civile.

La loro attenzione sarà rivolta al con e al per dell’altro, qualunque sia il suo credo religioso e politico. Con umiltà daranno il loro contributo di solidarietà, di idee e di iniziative.

Una particolare attenzione verrà portata all’evoluzione del mondo del lavoro che chiede di essere ripensato – il doloroso caso di Marghera ancora privo di prospettive insegni ..! – all’interno della complessa rete di fattori entro i quali oggi è imprescindibile affrontare ogni questione sociale.

 

10. Gesù Cristo, preziosa risorsa

Al termine di questa celebrazione eucaristica, uscendo sul sagrato, invocheremo la benedizione su Venezia e il Nordest, il territorio, gli abitanti e i visitatori. Lo faremo adorando il Signore presente nel sacramento dell’Eucaristia, segno efficace dell’amore di Dio. È questo amore il fondamento, la garanzia e il sostegno del nostro sperare. «Dio – infatti – non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Vangelo, Gv 3,17). In questo amore Dio ci tiene saldi e legati strettamente a Sé. È in forza di questo amore che “la città serenissima” ritrova “salute”.

La speranza cristiana non è una virtù privata, ma di tutta la comunità ecclesiale il cui unico scopo è testimoniare che Gesù Cristo Redentore è, anche in quest’epoca post-moderna, preziosa risorsa per l’umanità intera.

In questo Vespero di festa lo Spirito Santo ci conduca a conoscere, amare e servire Cristo. San Paolo rafforza questo nostro proposito: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27). Amen.

“Hope, faith and freedom – mission of the Church more relevant than ever”. Un’intervista da “The Universe”

VENEZIA – Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata domenica 26 giugno dal settimanale cattolico “The Universe”:

Cardinale 3

Gerry O’Connell speaks to the Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola – son of a socialist truck driver and a profoundly Catholic mother. He is also a leading intellectual in the Italian Bishops’ Conference and one of the more creative and original thinkers in the College of Cardinals.

 

Q. What do you see as the main challenges facing the Catholic Church today? 

A. I think the principal challenge, which the Church shares with every other social subject in the field, is the interpretation of the post-modern. The question is; have we, or have we not entered the post-modern world? Certainly the collapse of the Berlin Wall has marked a rather radical mutation that can be seen in certain macroscopic phenomena.

Indeed, what is happening in the Middle East is like a second phase of what happened in 1989. There is obviously a strong desire for freedom on the part of peoples on the world stage, and that comes with an urgent demand for real participation. 

This has complicated even more that which I call the process of the mixing of civilizations and cultures; that is, a process of movement and displacement of peoples which will become even more radical in the coming decades. All this has made it made more urgent for us in Europe to gain a deeper knowledge of Islam. 

Then there is the question of the progress of techno-sciences, especially in bio-engineering, cloning, bio-convergence, informatics, biology, molecular physics, neuroscience and so on. All these phenomena are producing a different kind of man and so the challenge for the Church is the same as for all humanity: What kind of man does the man of the third millennium wish to be?

 

Q. What is your view on this? 

A. Some 10 years ago when I was in Munich I bought a copy of Die Welt and there was an entire page written by this young German philosopher of science named Jongen under the banner headline Man is only his own experiment! 

It is clear that we are faced here with a framework that is radically different from that which prevailed up to the 1980s, and it seems to me that the Church, in this context, has to insist on the fact that the ‘I’ does not exist without relations. This is the point. Because it is from the ‘I’ that the dynamism of the truth, the good and the beautiful is documented within the human family and, in my view, this fact is irrepressible. 

I think that we must value with much realism all the positive things that emerge from these major shifts and discoveries, while accepting the elements of contradiction that are found in every passage of civilization. 

The challenges are at the anthropological, social, cosmological and ecological levels, and since the Church of Christ is the presence of a God who became incarnate and who has engaged, and continues to be involved with humankind, it has to respond to these challenges of humanity. The risk is that man thinks of himself as freed from every bond, and so as ‘a self-made man’. 

This nullifies the exchange between the generations, it nullifies education in the proper sense of the term, and leads to many phenomena that we see in the anthropological transformations and ways of understanding sexuality, love, parenthood, work and so on. 

It seems to me that in this context, the mission of the Church is more relevant than ever. Indeed, I believe that the Christian proposal is particularly relevant now, because if we read the Gospel we see it revolves around the theme of happiness and freedom. Jesus said that if you wish to be happy, come and follow me, and he who follows me will be truly free. It inserts the dynamic of truth, goodness and beauty within the horizon of happiness and freedom. 

So when the Christian proposal is freed from the many things that weigh it down because of the contradictions and sins in the men and women of the Church, and is re-proposed in its youthful simplicity as an encounter with a humanity made whole by Christ, then it is more relevant than ever.

 

Q. What do you see as the strengths and weaknesses of the Church as it faces these challenges? 

A. They are those which Benedict XVI has formulated at the beginning of his first encyclical – Deus Caritas Est – namely, that the nature of Christianity is a personal encounter with Christ. We see this clearly in those people who have encountered him and witness to the beauty of a humanity that has succeeded. 

The weakness is the continuing existence of that which Paul VI denounced; the dualism between faith and life. This is evident when one does not experience how the relation with Christ impacts on one’s daily life, or how Church life is relevant to all this, and so one tends to conclude that the practice of the Christian life is useless, and one tends to put it aside. 

The paramount task of the Church is to announce Christ in all the settings of human existence and to simplify the life of the Christian community in the parishes and dioceses so that they may be better suited to people today, especially to the young, to the people who have a family and work. It’s a substantial problem to regain the link between faith and life, to understand how the faith is relevant to my life. This requires the way of relations; it cannot be done by oneself alone, it requires a living community of people who can communicate their experience.

 

Q. You have visited many Churches in the southern hemisphere and described them as “beacons of hope”. What do you mean? 

A. These are Churches of the first evangelisation, and they maintain a vitality and freshness in which the primacy of life renewed by Christ is palpable. 

Then, too, one sees a spirit of joyfulness in all the African Churches, where the liturgy is often positively incarnated, and where the depth of fraternal relations in Christ is tangible, notwithstanding the problems and contradictions that all people have. It is particularly striking to see how the experience of the mystery is an experience of joy.

I have seen this many times in Africa, I have seen it in Asia, in the Philippines, in Brazil and other parts of Latin America, although these situations are quite different. 

So I consider these Churches as signs of hope because I think they can rejuvenate the entire fabric of the Catholic Church. But it remains to be seen how the themes we have spoken about earlier will impact on them.

 

Q. Many of these Churches face the problem of how to relate to other religions. You have given much attention to this question. Do you think the Church has grasped this problem sufficiently? 

A. The Catholic Church, in my view, particularly since the Second Vatican Council and also because it has given a very high importance to the practice of ecumenism, is facing the question of inter-religious dialogue with great realism. But it takes time to find a proper balance.

I recall an affirmation of the then Cardinal Ratzinger which was more or less this; inter-religious dialogue is an intrinsic experience of the Christian Church, it is not something contingent, imposed from outside. It is not imposed by the fact that today we have 15 million Muslims in Europe, though this makes it more urgent for us to engage in inter-religious dialogue. 

An effective dialogue requires that I engage my faith in a dynamic way. It implies an identity, but a dynamic identity, and so we return to what we spoke about earlier: What is Christianity? The event of Christ, by which he gives himself as a gift to mankind to be the way, the truth and the life, is open to dialogue at 360 degrees. But if I reduce Christianity to a question of doctrine only, then I reduce it to a dialogue of a purely speculative kind. 

Certainly, Christianity implies a doctrine and a moral teaching, but they are incarnated in the life of a person and in the life of a community. Therefore, if I practice the Christian life for what it is – ‘the good life’ which the Gospel documents and witnesses to, then I can go and dialogue with everyone.

It’s sufficient to go to India where there are many mixed marriages between Hindus and Christians and there, one sees how people practice inter-religious dialogue in daily life, for example, in the way husband and wife love each other, or in the way they educate their children. 

On the other hand, it is also necessary to have reflection of a theological and cultural kind such as is happening, indeed flourishing, in many places today. One example of this is the small Oasis experience which we started here in Venice which is dedicated above all to the reciprocal knowledge. 

The first step in dialogue is knowledge, getting to know the other. This is fundamental because, as it is evident today, if one asks an Italian or European Catholic “what is Islam?”, more than 90 per cent would not know how to answer. I’m sure the same would be true vice versa for Muslims, if we question them about Christianity. 

It seems to me that, generally speaking, as Christians we are well on the way in terms of inter-religious dialogue, but it is an epochal question and requires a lot of time.

 

Q. In Rome many people – in the Vatican and outside – are saying that after the Polish and German popes, and all the crises of this pontificate, we need an Italian pope once again to put order in the Church. 

A. Well, we’ll see. First of all, the Holy Father is very well and is doing his task in a formidable way, giving us a teaching of the highest level that is arousing enormous and impassioned dialogue throughout the whole world. Second, he is renewing the pastoral work of the Church through rooting it in the liturgy and the sacraments. 

I do not at all agree with those who say that this is a papacy which has generated crises. There have been moments when he has had to take on his own shoulders great problems of other men of the Church, and he did so by taking the lead, without ever pulling back.

“Dalla convenzione alla convinzione”. L’incontro conclusivo della Visita pastorale per il vicariato di Cannaregio – Estuario

VENEZIA – Si è tenuto giovedì 9 giugno l’incontro che conclusivo della Visita pastorale nel vicariato di Cannaregio – Estuario (Venezia). Il Patriarca, insieme ai suoi collaboratori,  ha incontrato, nella chiesa di Ss. Apostoli, i rappresentanti delle diverse parrocchie e delle diverse realtà.

La Visita pastorale, annunciata nel 2004, si era già conclusa ufficialmente domenica 8 maggio nella Basilica di San Marco alla presenza del Santo Padre in visita nel Nordest. Il dialogo svoltosi nella serata di ieri è stato anche momento comunitario di riflessione sulle parole che Benedetto XVI ha ”consegnato” ai fedeli veneziani.

Qui di seguito alcuni passaggi del dialogo:

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“Testimoniate l’amore di Dio per l’uomo”. Benedetto XVI incontra Aquileia

NORDEST - Nel pomeriggio di sabato 7 maggio il Papa ha incontrato la città di Aquileia, luogo di “nascita” delle Chiese del Nordest perché da qui partì e si diffuse, ad opera dell’evangelista Marco, il primo annuncio della fede cristiana.

La visita di Benedetto XVI è avvenuta in occasione di una tappa importante nel cammino delle comunità di quest’area che si preparano a vivere – dal 13 al 15 aprile 2012 – il secondo Convegno ecclesiale del Nordest (denominato in breve “Aquileia 2”), indetto a distanza di poco più di vent’anni dal primo appuntamento svoltosi nel 1990 e sempre nei luoghi di questa “Chiesa madre”.

Il prossimo Convegno punta ora a “riconoscere quello che il Signore ha operato in questi anni e condividerlo, discernere ciò che «lo Spirito dice alle Chiese» attraverso le sfide e i cambiamenti in atto nel nostro Triveneto, delineare un cammino di rinnovamento e di rilancio dell’azione pastorale da proseguire insieme, assumere con disponibilità e passione l’impegno di operare per il bene comune nel territorio del Nordest” (cfr. Lettera dei Vescovi delle Chiese del Triveneto alle comunità cristiane, 1 novembre 2010).

Il Papa ha incontrato nella basilica di Aquileia tutti i Vescovi, i Consigli pastorali diocesani e i rappresentanti delle Chiese del Nordest – assieme ai Vescovi delle Chiese di altre nazioni europee anch’esse sorte da Aquileia – per vivere con loro un momento di preghiera liturgica ed aprire quindi la seconda e decisiva fase del percorso di preparazione verso “Aquileia 2”.

Qui il video dell’incontro tra il Santo Padre ed Aquileia, registrato e trasmesso da Telechiara (per i testi si rimanda al sito ufficiale della Visita www.ilpapaanordest.it):

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