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Il bene comune, su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà. D’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Una recente indagine ci informa che il tasso di crescita del volontariato in Italia è molto più alto che nel resto d’Europa e che nell’istituto dell’affido familiare siamo addirittura i primi. Ma come? Da noi, come in tutte le società più avanzate, non si batte continuamente la grancassa sulla libertà come assenza di legami? In effetti i partiti e i sindacati, che nel secolo scorso rappresentavano ancora un forte collante sociale, sono in affanno: in pochi decenni sembrano aver dilapidato un enorme capitale di fiducia. Appare vincente una sorta di «gaia rassegnazione» che ha rinunciato alle grandi passioni ideali a favore di obiettivi dal respiro corto e rigorosamente limitati alla sfera privata.

Eppure il dato che vi ho citato all’inizio resta lì, imponente. E impressiona. Forse, nel pieno della crisi economica, sta svanendo il miraggio di un consumismo senza fine e di un benessere facile, allergico al sacrificio.
Sotto le macerie affiorano le antiche, robuste fondamenta del nostro popolo e della sua bimillenaria storia di fede. E su queste fondamenta è possibile costruire un edificio sociale nuovo. In che modo?

Il Papa, in un documento di qualche anno fa, ne ha tracciato un bozzetto «ponendo la dignità della persona nel
punto di intersezione di due assi: uno orizzontale, che rappresenta la solidarietà e la sussidiarietà, e uno verticale, che rappresenta il bene comune», sia quello terreno che quello eterno. Sono questi i quattro
pilastri della dottrina sociale della Chiesa.  Consideriamo l’asse orizzontale: non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà; ma, d’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Mentre la sussidiarietà soddisfa l’esigenza di salvaguardare la singolarità della persona, considerandola come soggetto e non come oggetto della società e dello Stato che la governa, la solidarietà dice tutto lo spessore di un io che è sempre in relazione. Ogni uomo nasce, cresce e matura dentro una trama di rapporti costitutivi che gli permetteranno di generare, a sua volta, relazioni nuove. Da queste relazioni buone viene costruita la società, la quale a esse si alimenta.

Negli anni della visita pastorale a Venezia, mi sono imbattuto nella straordinaria ricchezza che la società civile italiana possiede ancora oggi. Pensate, per esempio, che nella sola cittadina di Caorle (intorno ai 6 mila residenti abituali) opera circa un’ottantina di associazioni di vario tipo (educative, culturali, sportive, di assistenza e di cura). E lo stesso mi sta capitando nella diocesi di Milano. Gli attori di questa costruzione dal basso sono spesso mortificati o penalizzati dallo Stato, fino quasi a esserne soffocati.

Vanno invece sostenuti e valorizzati. La storia delle innumerevoli opere di carattere educativo, socio-sanitario o culturale sorte nel nostro Paese lo documenta, ma sappiamo bene a prezzo di quanti ingiusti sacrifici! Consideriamo ora l’asse verticale: nella sua forma più elementare, il bene comune è lo stesso vivere insieme. Tale bene però – come ogni umana proprietà – non ha attuazione automatica, ma va voluto e praticamente perseguito.
Esso sta a fondamento della società come un bene di persone il cui valore dà sostanza al bene di tutti e insieme lo eccede.
Il bene comune, compiutamente inteso,non si esaurisce in nessun fattore storico e sociale, ma è aperto al bene integrale delle persone come tali. Un bene che va oltre la morte è la promessa che Gesù ci ha fatto.

Per questo, tra i diritti fondamentali di ogni società autenticamente umana, il magistero sociale della Chiesa non si stanca di mettere al primo posto la libertà religiosa. Per arrivare in cima alla scala dei diritti in maniera sicura bisogna, infatti, percorrerne tutti i gradini.

di Angelo Scola

Scola: «Relazioni buone e bene comune»

“Il significato del bene comune” è il tema della lectio magistralis che il cardinale Angelo Scola ha tenuto giovedì 26 aprile al Centro Congressi della Fondazione Cariplo in occasione dell’evento “Più sociale nel social. Strategie e strumenti per diffondere il concetto di bene comune”, promosso da Fondazione Cariplo e Fondazione Pubblicità Progresso.

Leggi il testo della Lectio Magistralis

“Mettere in campo le relazioni costitutive dell’io per poter tornare alla “saggezza del mondo”. Il video di un intervento del Patriarca

Viene qui di seguito proposto un passaggio dell’intervento del Patriarca all’incontro – intitolato “La ricchezza sarà comune o non sarà. Una terza strada fra pubblico e privato” – tenutosi nella serata di giovecì 10 febbraio presso l’Auditorium di Santa Margherita (per utleriori info sull’evento si rimanda al post precedente):

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“Coltivare il senso di giustizia e di comunità”, un intervento del Patriarca

Si è tenuto nella serata di giovedì 10 febbraio, presso l’Auditorium S. Margherita aVenezia, un dialogo sul tema della gestione dei “beni comuni”. All’incontro – intitolato “La ricchezza sarà comune o non sarà. Una terza strada fra pubblico e privato” e promosso dal Servizio diocesano per la Pastorale degli Stili di Vita del Patriarcato di Venezia e dalla Parrocchia di S. Maria Gloriosa dei Frari insieme al Rettorato dell’Università di Ca’ Foscari – sono intervenuti il Patriarca di Venezia card. Angelo Scola, il Rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia Carlo Carraro, l’assessore comunale all’Ambiente Gianfranco Bettin, l’amministratore delegato di Veritas Spa Andrea Razzini e il sociologo Giangiacomo Bravo dell’Università di Torino.

Vengono pubblicati qui di seguito alcuni appunti dell’intervento del Patriarca sul tema specifico “Coltivare il senso di giustizia e di comunità”:

+ Angelo Scola

Patriarca di Venezia

 

1. Un dato antropologico irriducibile: l’uomo io-in-relazione

A differenza di quanto è avvenuto fino a Kant, le domande antropologiche ed etiche provenienti dalla cosmologia sembrano oggi del tutto improponibili. La considerazione della Terra non offre più un quadro entro cui l’uomo debba collocarsi (antropologia); né tanto meno costituisce un esempio da seguire (etica). Non vi sarebbe alcuna saggezza del mondo[1] cui l’uomo debba o possa fare un qualche riferimento. L’uomo sarebbe in senso letterale im-mondo. In quest’ottica la Terra appare solo come una sorta di ornamento indifferente. L’uomo vi svolge certo la sua attività, ma questa non sarebbe debitrice alla Terra in niente. Gli è estranea: «Ciò che noi non sappiamo più, è in che cosa sia moralmente bene che ci siano uomini al mondo; e, ad esempio perché sia bene che vi continuino ad essere: la loro esistenza vale i sacrifici che costa? Alla biosfera, ai loro genitori, a loro stessi?»[2]. 

Proprio per questo decidere del rapporto con la terra è per l’uomo di oggi una questione improrogabile. Una adeguata consapevolezza ecologica  e una visione sostenibile dello sviluppo domandano la riscoperta della saggezza del mondo.

Secondo la tradizione giudaica e quella cristiana Dio ha fatto della relazione d’amore la ragione del suo compromettersi con la famiglia umana lungo tutta la storia. Egli, per il popolo ebraico e per i cristiani è il Dio con noi, dove il noi mette in campo tutte le polarità-relazioni costitutive dell’io: la relazione dell’io con se stesso, con gli altri, con il cosmo, con Dio. Questa è la strada inevitabile per poter dire “io” in modo umanamente soddisfacente.

Come non vedere in questa prospettiva l’improcrastinabile compito di inscrivere la buona relazione con il creato nei cerchi intersecantesi delle altre relazioni costitutive?

La questione dei commons – «quelle risorse naturali che, per impossibilità fisica o per impedimenti istituzionali, non possono essere suddivise tra gli utilizzatori e vengono perciò da loro adoperate in comune» (Bravo) – chiede di essere situata in questo quadro generale. La loro convenienza personale e sociale può trovare le sue ragioni più adeguate a partire dall’esperienza antropologica elementare, secondo la quale l’io è sempre un io-in -relazione.

 

2. Il posto della società civile

Dal riconoscimento della verità dell’uomo come io-in-relazione scaturisce la valorizzazione di quell’ambito in cui hanno primariamente luogo le relazioni che costituiscono la persona: la società civile. La terza strada tra pubblico (o meglio lo Stato) e il privato non può non passare per i corpi intermedi (famiglia, quartiere, forme associative). Mi pare che qui possa situarsi anche la proposta di Elinor Ostrom che ha messo in luce l’abilità umana nel creare istituzioni endogene per affrontare il problema.

Ciò implica la necessità di lasciare maggior spazio all’espressione di tutti i soggetti, soprattutto quelli comunitari che abitano le nostre società. Le religioni, ad esempio saranno chiamate a mostrare come certe implicazioni della fede siano beni condivisibili da tutti. «La Trinità insegna che tutto, proprio tutto ciò che può essere comune dovrebbe essere comune. al massimo grado. Una cosa sola non dovrebbe esserlo…: la personalità. Questa deve rimanere inviolata nella sua indipendenza. Il suo sacrificio non può essere  né desiderato, né offerto, né accettato. Con questo l’atteggiamento (l’etica) essenziale di ogni comunità è chiaramente circoscritto»[3]. È qui ben illustrata un’implicazione sociale, valida per tutti, del mistero cristiano della Trinità.

 

3. Oltre il binomio stato-mercato

Un’adeguata valorizzazione della società civile rivela l’inadeguatezza, o per lo meno l’anacronismo del binomio Stato-mercato, che riduce la partecipazione alla vita sociale al modello dell’individuo anonimo visto come consumatore sovrano e che considera lo Stato e il mercato come meccanismi di coordinamento semplici, ciò che contrasta con l’esperienza elementare di ognuno. In realtà sia lo Stato che il mercato assumono la forma che le persone e le comunità concrete danno loro.

«Il binomio esclusivo mercato-Stato corrode la socialità, mentre le forme economiche solidali, che trovano il loro terreno migliore nella società civile senza ridursi ad essa, creano socialità. Il mercato della gratuità non esiste e non si possono disporre per legge atteggiamenti gratuiti. Eppure sia il mercato sia la politica hanno bisogno di persone aperte al dono reciproco»[4].

 

4. Sviluppo sostenibile e stili di vita

In materia di sviluppo sostenibile risulta oltremodo evidente che né lo Stato né il mercato sono dotati di strumenti sufficienti ad affrontare le innumerevoli ed estremamente complesse problematiche legate alla salvaguardia del creato. Le dimensioni assai gravi assunte dalla questione ambientale (es.: acqua) mostrano all’uomo la strada della necessaria “conversione” degli stili di vita, intesi in tutta la loro integralità. Infatti: «Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta se stesso e, viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita, “nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti”»[5].

Viene meno l’illusione di poter costruire, come diceva Eliot, «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». Al contrario è necessario mettere in moto una profonda conversione.

Non si può pensare all’ambiente senza riflettere sulla responsabilità di ciascuno di noi verso tutti. «[l’ambiente] è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera»[6].

Questo domanda una sorta di escatologia radicale, come afferma Latour[7], cioè un lungo e lento cambiamento che investe molti ambiti, riferito ad una enorme quantità di dettagli e, soprattutto, dipendente da un’infinità di gesti che – ecco la cosa più ardua – chiedono un rovesciamento di mentalità a miliardi di persone. Non è impossibile che la conversione ecologica in vista di uno sviluppo sostenibile offra all’uomo moderno l’opportunità di liberare  finalmente la “pratica della rivoluzione” dall’utopia del tutto e subito.

 

5. La luce della bellezza

«L’universo è un inno meravigliosamente composto»[8]. Questa convinzione di San Gregorio di Nissa è portatrice di una pace cosmica. Non è irenismo a buon mercato se l’uomo del terzo millennio saprà percorrere la strada della bellezza

Afferma con perspicacia von Balthasar: «Se Tommaso poteva contrassegnare l’essere come “una certa luce” per l’ente, questa luce non si spegnerà là dove si è disimparato il linguaggio della luce stessa [quello della bellezza] e non si lascia più che il mistero dell’essere esprima se stesso?… La testimonianza dell’essere diventa incredibile per colui il quale non riesce più a cogliere il bello»[9].

 

Note:
[1] Cfr. R. Brague, La saggezza del mondo. Storia dell’esperienza umana dell’universo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005.
[2] Ibid., 334.
[3] R. Guardini, Il significato del dogma del Dio trinitario per la vita etica della comunità, in Scritti politici, Opera omnia VI, Brescia 200, 97.
[4] Benedetto XVI, Caritas in veritate 39.
[5] Ibid., 51.
[6] Ibid., 48.
[7] B. Latour, «Si tu viens à perdre la Terre, à quoi te sers d’avoir sauvé ton âme?», in Révue-Théologicum.fr, http://www.catho-theo.net/spip.php?article248#.
[8] Gregorio Nisseno, Sulla iscrizione dei Salmi, PG 44, 441.
[9] H. U. Von Balthasar, Gloria 1, Jaca Book, Milano 1985, 12.