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La luce del Risorto trasfigura le tenebre del male

Con questo videomessaggio, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, in un simbolico abbraccio ai fedeli ambrosiani, vuole far giungere il suo augurio pasquale: «Chi l’ha perduta, possa ritrovare la strada per partecipare alle celebrazioni»

«Milano luogo di vita buona se lo è per tutti»

«Milano, il Futuro» è il tema del convegno organizzato da Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, che si è svolto giovedì 6 aprile presso il Piccolo Teatro Studio Melato di Milano (via Rivoli 6).

«La vittoria di Gesù sulla morte è parte della Sua missione»

La riflessione dell’Arcivescovo sul brano evangelico della risurrezione di Lazzaro, un dono d’amore esteso a tutti gli uomini: «Proprio perché di un dono si tratta, domanda il nostro sì. Siamo chiamati ad accoglierlo con una fede operosa nella carità»

Gesù invita Marta e Maria a credere tenacemente proprio nel momento del dolore più profondo: la perdita di un familiare o di una persona cara è per tutti un’esperienza gravemente penosa. Del resto, lo è stata anche per Gesù: «Guarda come lo amava!» ci narra il Vangelo.

Di fronte alla morte del fratello e in presenza dell’Amico che è appena arrivato, Maria si getta ai piedi di Gesù e gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Il dolore delle sorelle e degli amici di Lazzaro è ancora carico di scandalo mortale. E non solo, il grido di Maria ha quasi il tono del rimprovero e forse anche della sfida.

Ma Gesù non si tira indietro: «Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?». In quel se è contenuto tutto il dramma dell’esistenza umana. Se credi, vedrai la gloria di Dio già nel mondo presente e nella contraddizione presente. La gloria che coincide con la persona di Gesù stesso: Egli, infatti, è risurrezione e vita.

Davanti alla morte dell’amico e profondamente mosso dal dolore delle sorelle, Gesù invoca il miracolo dal Padre. Egli affida la sua domanda a Dio, come un figlio a suo padre, ben sapendo che la loro volontà è una sola. La preghiera di Gesù, che accoglie fino in fondo la domanda di Maria, non è un’azione magica, né esibizione di potenza risolutrice, ma rapporto col Padre, espressione di un amore ricevuto e donato, più forte della morte.

La sua vittoria sulla morte è parte della Sua missione. Così sarà anche per la nostra morte. Gesù sulla croce consegna a Dio e alla Chiesa il Suo Spirito. Da quel momento la morte non sarà più il tragico destino dei figli di Adamo, ma la rivelazione dell’estrema dedizione del Padre, in Cristo, agli uomini. Solo perché muore di questa morte obbediente Gesù può dire di sé «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25a) con parole che eliminano la morte: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,26).

Per questo, noi possiamo ripetere con l’apostolo Paolo: «Ci ha fatto rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli» (Ef 2,5-6). Questo posto non ce lo siamo conquistati noi, ma ci è stato donato dall’amore di Dio. E proprio perché di un dono d’amore si tratta chiede di essere accolto, domanda il nostro sì. Nessuno, infatti, diventa “automaticamente” partecipe del gaudio eterno. Siamo chiamati ad accogliere tale dono con una fede operosa nella carità.

In Quaresima la Chiesa ci invita a fare opere di penitenza, ma che senso hanno se tutto viene dalla grazia di Dio e non dai nostri sforzi? Le nostre opere sono espressione della nostra fede e, quindi, della nostra mendicanza.

Anche noi come il Salmista possiamo rivolgerci ogni giorno al Padre con il Salmo: «Ricòrdati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza».

Scola ai nonni: «Non chiudetevi nella famiglia. Il vostro è un compito anche ecclesiale e sociale»

«Il ruolo educativo dei nonni» è il tema attorno al quale si è articolato l’incontro svoltosi sabato 1 aprile presso il Centro diocesano di Milano su iniziativa dell’Associazione Nonni 2.0 in collaborazione col Servizio diocesano per la famiglia, a cui è intervenuto l’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola. La parte iniziale dell’incontro è stata dedicata alle testimonianze dirette di nonni, per privilegiare l’aspetto esperienziale. Poi ha preso la parola l’Arcivescovo per proporre alcune linee pastorali.

«Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive»

Un milione di fedeli alla Messa nel Parco di Monza con Papa Francesco sabato 25 marzo. Una partecipazione gioiosa e convinta. Commosso, al termine della celebrazione, il grazie del cardinale Scola a papa Francesco: i suoi gesti, i suoi esempi, la sua cultura di popolo, ci indicano la strada. «Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive» ha annunciato l’Arcivescovo al Papa.

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«Perché Dio conservi la Santità Vostra, in modo che possiamo vedere nella Chiesa quel progresso spirituale che il mondo attende»

Lasciate le Case Bianche, papa Francesco sabato 25 marzo è arrivato in Duomo, accolto dal calore della gente in piazza e dall’abbraccio simbolico di tutti i sacerdoti, i consacrati, i religiosi e le religiose della Diocesi, che lo attendevano da ore nelle navate della Cattedrale. A introdurre l’incontro con i sacerdoti, l’arcivescovo Angelo Scola con le parole di san Carlo a san Pio V: «Perché  Dio conservi la Santità Vostra, in modo che possiamo vedere in questi nostri tempi nella Chiesa quel progresso spirituale che il mondo attende in continuazione dalla pietà e dallo zelo apostolico di Vostra Santità».

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«La Quaresima ci educa alla maturità della fede»

L’Arcivescovo: «Dalla nostra appartenenza alla Chiesa nasce in noi la responsabilità della testimonianza, personale e comunitaria. Attendiamo papa Francesco per continuare ad impararla»

«Misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34, 6b). Nel brano dell’Esodo che la liturgia oggi ci propone, Dio rivela a Mosè il suo cuore di padre; e Mosè, a nome di tutto il popolo, osa domandare la sua stabile compagnia: «Fa’ di noi la tua eredità» (Es 34,9b). Eppure è ben consapevole dell’ostinata ribellione di Israele: «Sì, è un popolo di dura cervice» (Es 34,9), che irrigidisce il collo per non portare il giogo della Legge. Ma sa che può contare su ciò che Dio è in se stesso, indipendentemente dall’uomo. Ognuno di noi, per vivere, ha bisogno di questa gratuità assoluta.

Lo sa bene l’Apostolo Paolo, quando scrive ai fratelli della Galazia: «Quelli… che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione» (Gal 3,10). La Legge infatti prima ordina e poi condanna, perché domanda una osservanza piena che l’uomo, con le sole sue forze, è impotente a realizzare. Affidarci alla forza di Dio e lasciarci condurre da lui, certi che Egli compirà la sua promessa – come fece Abramo – è questo che ci fa giusti. «Il giusto per fede vivrà» (Gal 3,11).

Il cammino quaresimale ci educa alla maturità della fede.

La disputa, serrata e drammatica (alla fine «raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui», Gv 8,59), tra Gesù e i Giudei, narrata dal passaggio del Vangelo di oggi ci propone un affondo sulla fede, cioè sull’«essere da Dio» (cfr Gv 8,47) per riconoscerlo come Padre. È un brano lungo e complesso, mi limiterò solo a una sottolineatura.

La dignità di figli e perciò la vera libertà (in latino i figli si chiamavano liberi) non derivano da nessun vanto umano, né di stirpe, né di merito, ma dal «rimanere nella parola» (cfr Gv 8,31) del Figlio.

I Giudei rivendicano la loro discendenza da Abramo, ma non ne fanno le opere. «Gli risposero: “Il padre nostro è Abramo”. Disse loro Gesù: “Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo”» (Gv 8,39). L’opera fondamentale di Abramo, dice l’Epistola, è la fede.

La fede di Gesù ha una cifra identificativa: il suo obbediente riferimento al Padre. Il Prefazio della Santa Messa dell’odierna domenica ci fa pregare così: «Tu, o Padre, nei secoli antichi, benedicendo la futura stirpe di Abramo, rivelasti la venuta tra noi di Cristo, tuo Figlio. La moltitudine di popoli, preannunziati al patriarca come sua discendenza, è veramente la tua unica Chiesa, che si raccoglie da ogni tribù, lingua e nazione. In essa contempliamo felici quanto ai nostri padri avevi promesso».

Dalla gratitudine per la nostra appartenenza alla Chiesa nasce in noi la responsabilità della testimonianza, personale e comunitaria. Attendiamo Papa Francesco per continuare ad impararla.

Gesù e la samaritana, incontro con una «periferia esistenziale»

Nella Seconda Domenica di Quaresima, l’Arcivescovo richiama un’espressione cara a papa Francesco, nel commentare il brano evangelico che presenta il personaggio della donna di Samaria. Ma Cristo rimane il protagonista nell’itinerario di Quaresima che ci guida alla scoperta della sua identità

La Quaresima è l’avvincente itinerario che la Chiesa propone a ogni uomo alla scoperta dell’identità di Gesù. Anche se in ognuna delle domeniche di questo periodo liturgico il Vangelo ci presenta un personaggio che dà il titolo alla domenica stessa (della samaritana, di Abramo, di Lazzaro…), il protagonista è sempre Cristo stesso.

Oggi fissiamo brevemente lo sguardo sull’incontro di Gesù con la samaritana – uno dei più belli, ricchi e conosciuti del Vangelo di Giovanni – per coglierne qualche spunto.

Da subito l’iniziativa la prende il Signore: «Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7). E Agostino commenta: «Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di questa donna» (Agostino, In Jo.). Nella samaritana è prefigurata la Chiesa, cioè noi, la Sposa adultera che lo Sposo, come aveva profetato nella sua stessa vicenda umana il profeta Osea, ostinatamente continua a cercare e a perdonare.

Con un’espressione presa dai nostri giorni si può dire che la Samaria, ai tempi di Gesù, era una regione di grande meticciato: durante una delle tante invasioni gli Assiri ne avevano deportato gran parte degli abitanti, ripopolando poi quelle terre con loro coloni. Culti pagani si erano così mescolati con il culto del Dio di Israele. Dagli Ebrei perciò i Samaritani erano considerati impuri; per di più quella a cui Gesù chiede da bere è una donna e dalla condotta non proprio irreprensibile. Ma Gesù la incontra e “ha bisogno” di lei. Papa Francesco direbbe che sceglie una «periferia esistenziale».

Alla sorpresa e alla provocazione della donna – «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9) – Gesù risponde proponendole un dono: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).

Alla donna che voleva sapere dove recarsi per offrire il culto a Dio, Gesù risponde: non sei tanto tu che devi offrire a Dio, ma è Dio che si offre a te; e le si rivela (unico esempio di rivelazione diretta di Gesù a una singola persona) come Messia. «La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere [è la formula, tanto semplice quanto imponente, della missione] un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”. Uscirono dalla città e andavano da lui» (Gv 4, 28-30). Se riconosciuto e accolto, il dono della fede diventa sorgente di vita, capace di soddisfare la sete di senso di ogni uomo.

«Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo – dicono i samaritani alla donna che aveva portato loro il primo annuncio –, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42). È il primato, nella verifica della nostra fede, dell’esperienza sui “discorsi”. Perciò la missione richiede il primato della testimonianza e del racconto di vita sulla pura ripetizione dei valori.

 

 

Scola consegna l’Onorificenza Pontificia a Padovano, unico sopravissuto della strage di Linate

Nella Cappella arcivescovile in Curia il cardinale Scola ha conferito il Cavalierato dell’Ordine di San Gregorio Magno a Pasquale Padovano, l’uomo sopravvissuto al disastro aereo dell’8 ottobre 2001, nel quale persero la vita 118 persone.

«La Via Crucis non è solo segno di pietà cristiana, ma di cultura, verità e civiltà per le nostre città, per l’Italia e l’Europa»

La prima Via Crucis della Quaresima ambrosiana 2017, guidata dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con la reliquia del Santo Chiodo e la Croce di San Carlo, si è svolta venerdì 10 marzo a Saronno, per la IV Zona pastorale. La Via Crucis ha per titolo «Si è addossato i nostri dolori» e prevede quattro “quadri”: Gesù, caricato della Croce (II stazione); Gesù, aiutato da Simone di Cirene (V stazione); Gesù, inchiodato sulla Croce (XI stazione); Gesù, morto sulla Croce (XII stazione).