Archive | Interventi

«Quella dell’economia non può non essere un’azione di cura»

Lunedì 15 maggio la terza serata del secondo ciclo dei «Dialoghi di vita buona. Milano metropoli d’Europa», al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano con Severino Salvemini, Alberto Martinelli, Marina Salamon, Riccardo Bonacina e il cardinale Angelo Scola. A tema l’economia e la sua possibilità di essere realmente a servizio della vita di tutti. Di seguito pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo.

 

«Lavorare insieme perché mai vada perduta la dignità di ogni uomo»

Giovedì 4 maggio l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, si è recato in visita al carcere di Bollate. L’incontro con una rappresentanza degli oltre 1200 detenuti (tra cui 110 donne) si è tenuto in teatro, introdotto e concluso da canti e con un intermezzo musicale all’organo.

Scola: «Dalla Chiesa copta noi cristiani europei abbiamo da imparare»

Mercoledì 3 maggio, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha incontrato Sua Santità Tawadros II, 118° Papa dei copti., intervenuto all’incontro di riflessione e preghiera che al Centro pastorale, che ha riunito vescovi e sacerdoti della sua Chiesa provenienti da tutta Europa. Il saluto dell’Arcivescovo e un’intervista a margine dell’evento

 

Scola: postcristianesimo? No, se mettiamo al centro l’uomo

imageLa denuncia del Cardinale nel suo ultimo volume edito da Marsilio: «La scelta di trasformare in legge ogni diritto individualisticamente affermato non sembra via sicura verso il bene comune, soprattutto per chi ha meno voce». Dalla crisi alle domande sul senso della vita

Pubblichiamo uno stralcio dell’ultimo libro del cardinale Scola «Postcristianesimo? Il malessere e le speranze dell’Occidente», edito da Marsilio.

Quando parlo di crisi della rappresentanza politica mi riferisco anzitutto ad alcuni fenomeni ormai comuni a molte società europee, in parte evidenziati e in parte accentuati dalla crisi economica.

La politica oggi tende a vivere solo di sondaggi d’opinione, piegandosi a un modello culturale secondo cui ai desideri di emancipazione, espressività e successo deve seguire il conseguimento di gratificazioni immediate, secondo la logica del carpe diem che è figlia di sentimenti ambivalenti di onnipotenza e insicurezza.

Viene così pesantemente compromesso l’inscindibile rapporto tra diritti e doveri che deve essere alla base delle buone leggi: lo si vede in modo clamoroso nelle questioni legate al diritto alla vita e agli affetti. Infatti, a un’esasperata percezione dei diritti individuali – ogni inclinazione è tendenzialmente considerata un diritto – spesso non corrisponde il riconoscimento dei doveri correlati – altrettanto essenziale per la vita in comune – e, in questo modo, si pretende che le leggi proteggano, sanzionino quando non favoriscano il diritto alla realizzazione di ogni genere di desiderio soggettivo. «Al concetto di diritto umano, che ha di per sé valenza universale, si sostituisce l’idea di diritto individualista» (Francesco, Discorso al Consiglio d’Europa, 25 novembre 2014).

Questo spiega il paradosso per cui una conclamata domanda di libertà finisce per impigliarsi in un reticolato sempre più fitto di leggi. La scelta di trasformare in legge ogni diritto individualisticamente affermato non sembra via sicura verso il bene comune, soprattutto per chi ha meno voce.

Si comprende, in questo contesto, l’emarginazione dei corpi intermedi, favorita anche dall’esercizio attuale della politica. Corpi intermedi che, a loro volta, non di rado rischiano di ridursi a corporazioni di difesa di interessi particolari. Originariamente invece i corpi intermedi erano ambiti sociali in cui la tensione del popolo al bene comune fungeva da collante per rispondere a interessi legittimi. Basti pensare a quanto poco è ancora sostenuta la famiglia – il corpo intermedio per eccellenza di ogni società – o alla crisi dei partiti politici, sentiti spesso come estranei, quando non nemici del bene comune. Non solo i corpi intermedi, ma anche le fasce più deboli rischiano di essere meri strumenti di una politica sull’onda dell’emozione, incapace di vedute di ampio respiro. Mi riferisco in particolare agli anziani, ai giovani e agli immigrati, risorse inascoltate della nostra società, al massimo percepite come problema da gestire nell’immediato, quando invece dovrebbero essere coinvolte nell’elaborazione politica del presente e del futuro.

La politica, nazionale ed europea, ha bisogno di una rinnovata responsabilità creativa.

La crisi comunicativa: il babelismo

Il travaglio della nostra società è accelerato da una sorta di crisi comunicativa che Jacques Maritain definiva come babélisme: «La voce che ciascuno proferisce non è che un puro rumore per i suoi compagni di viaggio». La mancanza di una visione unitaria e condivisa dell’uomo, come codice di una comune intesa, rende problematica la pluralità delle visioni culturali, in quel processo clamorosamente in atto che ho chiamato meticciato di civiltà.

L’aumento e l’accelerazione dei flussi migratori hanno decisamente modificato l’assetto del mondo: i “diversi” che noi siamo si trovano – volenti o nolenti – a dover progettare una convivenza, senza poter più contare sui grandi racconti del passato, su quelle potenti narrazioni che suggerivano d’emblée le coordinate del bene comune. Considerata l’atmosfera in cui siamo immersi, si capisce quanto sia divenuto difficile comunicare tra persone e soggetti associati che hanno concezioni del mondo così diverse e contrastanti.

La crisi comunicativa non colpisce solo la dimensione sociale nelle relazioni tra diversi, ma investe l’uomo nella sua capacità di riflessione su di sé, di descrizione di sé. Lo si vede bene nei nostri stili di vita: viviamo frammentati in una miriade di informazioni, conoscenze e saperi a tal punto che, quando affrontiamo un aspetto della nostra esistenza, è come se di tutti gli altri non avessimo più memoria, quasi non esistessero. Viviamo “a compartimenti stagni”, “scheggiati”, facendo riferimento a logiche autonome fra loro e di fatto non comunicanti, perché non integrate in un sistema di “ideali” (valori) unitario e rispettoso di tutti.

Siamo così attaccati, quasi ossessivamente, a ogni particolare. E per questo ci appoggiamo all’enorme memoria quantitativa dei nuovi media, ma a ben vedere non è questa la vera memoria capace di stabilire nessi e relazioni tra passato e futuro, dal sé all’altro da sé.

Il travaglio presente investe l’uomo nel suo intimo (la coscienza di sé), nella sua espressione (linguaggio) e nel suo desiderio (rapporto sociale). Sembra essere svanita, come un sogno, la possibilità di un’ipotesi esistenziale che ci renda capaci di interpretare unitariamente la realtà che siamo e che viviamo.

Nel travaglio con spirito di «ad-ventura»

Dobbiamo rassegnarci a questo stato di cose o e invece possibile trovare strade percorribili che ci permettano di superarlo? Intanto, per quanto l’uomo possa distrarsi nell’immediato, il travaglio avanza ineluttabile nel suo corso. Ma, sotto sotto, l’umano reclama la sua parte. Perché il corso del travaglio, che avanza così drammaticamente da venir scambiato con il decorso della morte, può anche essere l’incoercibile inizio della nuova vita.

È in momenti di travaglio come questo che esplode il problema del senso della vita, ben sintetizzabile nella radicale domanda di Cristo: «Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?» (Mc 8,36). Si pone cioè il problema del senso della vita nella sua forma più nobile, quella del dono: a chi sto donando la mia vita? Ripeto spesso ai giovani: «Attenti, c’è un test del fatto che la vita è dono: se tu non la doni, il tempo te la ruba». E siamo di nuovo lì, al senso del tempo che si fa breve e di un’esistenza che chiede di essere strappata dalla pura sopravvivenza per essere portata alla vita vera, quella accolta e donata. (…)

La crisi politica può essere vinta solo da interlocutori capaci di riaprire e dilatare il desiderio dell’uomo. Se il cristianesimo non sa interloquire adeguatamente e teme di mettersi “alla scuola” delle domande dell’uomo per accoglierle e spalancarle, è destinato a essere un postcristianesimo, una sorta di anestetico troppo debole e ormai inutile per affrontare il travaglio.

Credo che ogni uomo oggi abbia il desiderio, come Giobbe, di poter tra-guardare l’attuale travaglio con spirito di «ad-ventura», rivolto al futuro. Occorre soltanto l’audacia di porre con radicalità la domanda esistenziale fondamentale, considerando ogni uomo come un interlocutore adeguato, capace di ascolto e di comprensione.

«Essere uomini della speranza, creando nuovi stili di scambio ed economia allargata»

Mercoledì 26, presso lo stabilimento della Peg Perego ad Arcore, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, ha presieduto la Veglia diocesana per il lavoro sul tema «Un lavoro per la vita». La Veglia è stata aperta dai canti e da un video con le parole del Papa e si è suddivisa in tre momenti. Nella prima parte «Provocazioni», un attore ha dato voce a Michele, il trentenne friulano che, rifiutando un futuro da precario, ha detto addio alla vita, e di Roberta, una ragazza che lavora in un call-center. Nel secondo momento “Immaginazione”, si è tratta ispirazione dalle letture di brani dell’enciclica di papa Francesco Laudato si’, del Libro di Geremia e del Vangelo secondo Matteo. Nella terza e ultima parte un video ha cercato di suggerire «Cosa possiamo fare». Infine ha preso la parola il Cardinale per il suo intervento.

La luce del Risorto trasfigura le tenebre del male

Con questo videomessaggio, l’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, in un simbolico abbraccio ai fedeli ambrosiani, vuole far giungere il suo augurio pasquale: «Chi l’ha perduta, possa ritrovare la strada per partecipare alle celebrazioni»

«Milano luogo di vita buona se lo è per tutti»

«Milano, il Futuro» è il tema del convegno organizzato da Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, che si è svolto giovedì 6 aprile presso il Piccolo Teatro Studio Melato di Milano (via Rivoli 6).

«La vittoria di Gesù sulla morte è parte della Sua missione»

La riflessione dell’Arcivescovo sul brano evangelico della risurrezione di Lazzaro, un dono d’amore esteso a tutti gli uomini: «Proprio perché di un dono si tratta, domanda il nostro sì. Siamo chiamati ad accoglierlo con una fede operosa nella carità»

Gesù invita Marta e Maria a credere tenacemente proprio nel momento del dolore più profondo: la perdita di un familiare o di una persona cara è per tutti un’esperienza gravemente penosa. Del resto, lo è stata anche per Gesù: «Guarda come lo amava!» ci narra il Vangelo.

Di fronte alla morte del fratello e in presenza dell’Amico che è appena arrivato, Maria si getta ai piedi di Gesù e gli dice: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Il dolore delle sorelle e degli amici di Lazzaro è ancora carico di scandalo mortale. E non solo, il grido di Maria ha quasi il tono del rimprovero e forse anche della sfida.

Ma Gesù non si tira indietro: «Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio?». In quel se è contenuto tutto il dramma dell’esistenza umana. Se credi, vedrai la gloria di Dio già nel mondo presente e nella contraddizione presente. La gloria che coincide con la persona di Gesù stesso: Egli, infatti, è risurrezione e vita.

Davanti alla morte dell’amico e profondamente mosso dal dolore delle sorelle, Gesù invoca il miracolo dal Padre. Egli affida la sua domanda a Dio, come un figlio a suo padre, ben sapendo che la loro volontà è una sola. La preghiera di Gesù, che accoglie fino in fondo la domanda di Maria, non è un’azione magica, né esibizione di potenza risolutrice, ma rapporto col Padre, espressione di un amore ricevuto e donato, più forte della morte.

La sua vittoria sulla morte è parte della Sua missione. Così sarà anche per la nostra morte. Gesù sulla croce consegna a Dio e alla Chiesa il Suo Spirito. Da quel momento la morte non sarà più il tragico destino dei figli di Adamo, ma la rivelazione dell’estrema dedizione del Padre, in Cristo, agli uomini. Solo perché muore di questa morte obbediente Gesù può dire di sé «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv 11,25a) con parole che eliminano la morte: «Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,26).

Per questo, noi possiamo ripetere con l’apostolo Paolo: «Ci ha fatto rivivere con Cristo… Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli» (Ef 2,5-6). Questo posto non ce lo siamo conquistati noi, ma ci è stato donato dall’amore di Dio. E proprio perché di un dono d’amore si tratta chiede di essere accolto, domanda il nostro sì. Nessuno, infatti, diventa “automaticamente” partecipe del gaudio eterno. Siamo chiamati ad accogliere tale dono con una fede operosa nella carità.

In Quaresima la Chiesa ci invita a fare opere di penitenza, ma che senso hanno se tutto viene dalla grazia di Dio e non dai nostri sforzi? Le nostre opere sono espressione della nostra fede e, quindi, della nostra mendicanza.

Anche noi come il Salmista possiamo rivolgerci ogni giorno al Padre con il Salmo: «Ricòrdati di me, Signore, per amore del tuo popolo, visitami con la tua salvezza».

Scola ai nonni: «Non chiudetevi nella famiglia. Il vostro è un compito anche ecclesiale e sociale»

«Il ruolo educativo dei nonni» è il tema attorno al quale si è articolato l’incontro svoltosi sabato 1 aprile presso il Centro diocesano di Milano su iniziativa dell’Associazione Nonni 2.0 in collaborazione col Servizio diocesano per la famiglia, a cui è intervenuto l’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola. La parte iniziale dell’incontro è stata dedicata alle testimonianze dirette di nonni, per privilegiare l’aspetto esperienziale. Poi ha preso la parola l’Arcivescovo per proporre alcune linee pastorali.

«Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive»

Un milione di fedeli alla Messa nel Parco di Monza con Papa Francesco sabato 25 marzo. Una partecipazione gioiosa e convinta. Commosso, al termine della celebrazione, il grazie del cardinale Scola a papa Francesco: i suoi gesti, i suoi esempi, la sua cultura di popolo, ci indicano la strada. «Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive» ha annunciato l’Arcivescovo al Papa.

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