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Madre di tutte le libertà, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

La libertà religiosa sta in cima alla scala delle libertà effettive, perché il diritto a professare la propria fede ricomprende tutti i diritti. Essa, però, non ha nulla a che fare con il potere, ma solo con la testimonianza. Per questo domanda il fiorire della santità di ciascuno di noi.

di Angelo Scola

«Non è giusto!». Davanti a un’insufficienza immeritata, a un castigo arbitrario, a un rigore inesistente l’esigenza di giustizia si fa sentire, chiara e dirompente, fin da bambini. A questo incontenibile bisogno di ogni uomo risponde la promessa di Gesù che ci assicura: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6).

Del resto non è un caso che la giustizia sia annoverata tra le virtù cardinali, elemento fondamentale per l’umana convivenza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1807) definisce la giustizia «costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto». Ogni uomo ha fame e sete di relazioni rette con se stesso, con gli altri, con l’intero creato e con Dio. Dall’inizio della modernità, però, l’ultimo «con» è stato progressivamente messo in secondo piano, fino a essere quasi dimenticato.

Da questa grave omissione, le cui conseguenze spesso tragiche sono sotto i nostri occhi, ci ha messo in
guardia Benedetto XVI proprio nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno. «Nel nostro mondo – scrive il Papa – in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità
profonda dell’essere umano».
Il riferimento ai principi e ai valori religiosi, che fino alla generazione dei nostri padri era ancora un pilastro della convivenza civile, oggi va rapidamente scomparendo. Con il pretesto che le tradizioni religiose si mescolano, anche da noi è sempre più diffusa la tendenza a opporre all’universale concreto delle religioni il puro riferimento alle Dichiarazioni dei diritti umani, un «comun denominatore» in cui possono riconoscersi tutti. In effetti esse hanno il grande merito di formare una barriera morale e giuridica nei confronti dell’invasività del potere politico e in particolare dello Stato (pensiamo ai regimi totalitari) e di offrire un linguaggio utile al confronto tra soggetti, culture e religioni. D’altra parte, non si può tacere il limite con cui vengono oggi spesso lette queste Dichiarazioni: prescindendo dalla storia dell’uomo reale e concreto a cui si rivolgono rischiano di risultare inefficaci.
La loro universalità diventa «astratta».

In questo contesto, il ricorso alla libertà religiosa, che deve giungere fino alla libertà di convertirsi, esalta la dignità
dell’uomo, uno di anima e corpo, capace di cercare e trovare la verità. Infatti, la libertà religiosa sta in cima alla scala delle libertà effettive, perché il diritto a professare la propria fede ricomprende tutti i diritti. Dove c’è libertà religiosa – e quindi anche libertà della Chiesa – sono garantiti tutti gli altri diritti. Al bene prezioso della libertas Ecclesiae i cristiani non hanno mai rinunciato. Però dobbiamo sbarazzare il campo da ogni equivoco. La libertà della Chiesa non ha nulla a che fare con l’egemonia, ma solo con la testimonianza. Per questo essa domanda il fiorire della santità di ciascuno di noi. È una libertà che punta tutto sull’amore di Cristo per noi e sulla risposta – fragile e contraddittoria – dell’amore personale e dell’amore comunitario. Una libertà libera dall’esito come la storia della Chiesa, nonostante le contraddizioni, ci ha insegnato. Ci sono tempi di fulgore e tempi di prova. Ci sono luoghi in cui la Chiesa è stata fiorente e ora non lo è più (pensiamo al Nordafrica del III e IV secolo, e a quello di oggi). Eppure non fa differenza: l’esito è solo nelle mani dello Spirito. Nelle nostre mani è la totalità della dedizione a Cristo e alla sua Chiesa.

Il bene comune, su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà. D’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Una recente indagine ci informa che il tasso di crescita del volontariato in Italia è molto più alto che nel resto d’Europa e che nell’istituto dell’affido familiare siamo addirittura i primi. Ma come? Da noi, come in tutte le società più avanzate, non si batte continuamente la grancassa sulla libertà come assenza di legami? In effetti i partiti e i sindacati, che nel secolo scorso rappresentavano ancora un forte collante sociale, sono in affanno: in pochi decenni sembrano aver dilapidato un enorme capitale di fiducia. Appare vincente una sorta di «gaia rassegnazione» che ha rinunciato alle grandi passioni ideali a favore di obiettivi dal respiro corto e rigorosamente limitati alla sfera privata.

Eppure il dato che vi ho citato all’inizio resta lì, imponente. E impressiona. Forse, nel pieno della crisi economica, sta svanendo il miraggio di un consumismo senza fine e di un benessere facile, allergico al sacrificio.
Sotto le macerie affiorano le antiche, robuste fondamenta del nostro popolo e della sua bimillenaria storia di fede. E su queste fondamenta è possibile costruire un edificio sociale nuovo. In che modo?

Il Papa, in un documento di qualche anno fa, ne ha tracciato un bozzetto «ponendo la dignità della persona nel
punto di intersezione di due assi: uno orizzontale, che rappresenta la solidarietà e la sussidiarietà, e uno verticale, che rappresenta il bene comune», sia quello terreno che quello eterno. Sono questi i quattro
pilastri della dottrina sociale della Chiesa.  Consideriamo l’asse orizzontale: non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà; ma, d’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Mentre la sussidiarietà soddisfa l’esigenza di salvaguardare la singolarità della persona, considerandola come soggetto e non come oggetto della società e dello Stato che la governa, la solidarietà dice tutto lo spessore di un io che è sempre in relazione. Ogni uomo nasce, cresce e matura dentro una trama di rapporti costitutivi che gli permetteranno di generare, a sua volta, relazioni nuove. Da queste relazioni buone viene costruita la società, la quale a esse si alimenta.

Negli anni della visita pastorale a Venezia, mi sono imbattuto nella straordinaria ricchezza che la società civile italiana possiede ancora oggi. Pensate, per esempio, che nella sola cittadina di Caorle (intorno ai 6 mila residenti abituali) opera circa un’ottantina di associazioni di vario tipo (educative, culturali, sportive, di assistenza e di cura). E lo stesso mi sta capitando nella diocesi di Milano. Gli attori di questa costruzione dal basso sono spesso mortificati o penalizzati dallo Stato, fino quasi a esserne soffocati.

Vanno invece sostenuti e valorizzati. La storia delle innumerevoli opere di carattere educativo, socio-sanitario o culturale sorte nel nostro Paese lo documenta, ma sappiamo bene a prezzo di quanti ingiusti sacrifici! Consideriamo ora l’asse verticale: nella sua forma più elementare, il bene comune è lo stesso vivere insieme. Tale bene però – come ogni umana proprietà – non ha attuazione automatica, ma va voluto e praticamente perseguito.
Esso sta a fondamento della società come un bene di persone il cui valore dà sostanza al bene di tutti e insieme lo eccede.
Il bene comune, compiutamente inteso,non si esaurisce in nessun fattore storico e sociale, ma è aperto al bene integrale delle persone come tali. Un bene che va oltre la morte è la promessa che Gesù ci ha fatto.

Per questo, tra i diritti fondamentali di ogni società autenticamente umana, il magistero sociale della Chiesa non si stanca di mettere al primo posto la libertà religiosa. Per arrivare in cima alla scala dei diritti in maniera sicura bisogna, infatti, percorrerne tutti i gradini.

di Angelo Scola

Le associazioni mosse dall’amore

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sul ruolo dell’associazionismo familiare. Ogni sabato l’Arcivescovo di Milano propone sul quotidiano Il Sole 24ore  una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno, un appuntamento che sarà una «profezia dell’uscita dal tunnel», ha affermato Scola. Nei nove interventi già pubblicati, l’Arcivescovo ha trattato il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro e con quello del fisco, l’importanza della cura reciproca, il ruolo della famiglia nell’integrazione delle sempre più ampie comunità di immigrati.

di Angelo Scola

La famiglia, non mi stanco di ripetere, è la prima scuola di comunione, di relazioni improntate al principio della gratuità, alla logica del dono. Questo dinamismo si dilata, spesso, fino a costituire una rete. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di realtà nate spontaneamente dal basso, dai nuclei familiari stessi che avvertono la necessità di riunirsi per condividere e far fronte ad alcuni loro bisogni fondamentali: dai più immediati e semplici – come l’accompagnare i figli a scuola o alle mille attività in cui sono coinvolti o il passarsi i vestiti che subito scappano di misura – ai più impegnativi – come il prezioso confronto educativo, quando i figli “strappano”, o il sostegno “medicinale” quando l’unità tra i coniugi è messa a dura prova o si spezza. Su questa solidarietà spontanea fioriscono forme associative organizzate.

Infatti sono sempre più numerose nel tessuto sociale del nostro Paese le associazioni promosse e coordinate da famiglie. Esse si impegnano soprattutto in difesa dei loro diritti: cercano di sensibilizzare in questa direzione la società, le istituzioni e l’opinione pubblica e di sostenere le loro posizioni all’interno del dibattito culturale e politico, affinché vengano tenute in debita considerazione.

In ambito educativo, l’associazionismo familiare accompagna tutte le fasi del ciclo di vita, attraverso una multiforme varietà di servizi: corsi per le giovani coppie, assistenza competente ai genitori, attività scolastiche e formative per i minori, opportunità ricreative e di sostegno rivolte agli anziani. Esistono poi altre organizzazioni – è il caso, ad esempio, del Forum delle Associazioni Familiari, presente con esponenti ed iniziative in tutte le regioni d’Italia – che praticano forme di coordinamento più articolate, su contesti territoriali più estesi, in grado di coinvolgere risorse anche numericamente più significative, per ottenere maggiore rilevanza a livello sociale e politico.

La chiave per una vera integrazione

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sul ruolo della famiglia nell’integrazione delle sempre più ampie comunità di immigrati nel Paese. Ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno, un appuntamento che sarà una «profezia dell’uscita dal tunnel» ha sottolineato ieri Scola in una conferenza stampa. Negli otto interventi già pubblicati, Scola ha trattato il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro, con quello del fisco e l’importanza della cura reciproca.

di Angelo Scola

Accurate indagini statistiche riferiscono che già nel 2009 le famiglie residenti nel nostro Paese con almeno un componente straniero erano più di due milioni e quelle interamente composte da stranieri erano più di un milione e mezzo. Dati rilevanti, che sottolineano come, anche in Italia, i complessi rapporti tra eventi migratori e realtà familiari meritino ormai di essere approfonditi con attenzione. Di un tema tanto ampio e articolato, non riuscirò naturalmente a cogliere e a proporre in queste poche righe se non alcune sfaccettature, utili però – a mio avviso – per cominciare almeno a suscitare una qualche riflessione.

Una prima constatazione si impone con evidenza: nella maggior parte dei casi alle spalle di un singolo adulto che emigra c’è, e rimane, una famiglia. La scelta di chi parte interpella e sfida profondamente la rete di relazioni umane in cui la persona è stata fino a quel momento fisicamente inserita. Ciascuno dei suoi cari può infatti posizionarsi diversamente, anche in maniera critica, rispetto all’evento. In altre situazioni è la famiglia stessa, con decisione unanime, ad affidare a uno dei suoi membri il compito di andare, fare fortuna e poi tornare. O ad incaricarlo di preparare nel nuovo Paese le condizioni per una successiva migrazione più ampia, magari soltanto di moglie e figli, o di altri più numerosi parenti. Non sono rari nemmeno i casi in cui la decisione di espatriare prende origine dal desiderio di allontanarsi da una situazione familiare compromessa, di riscattarsi da vincoli oppressivi, oppure addirittura da un’esplicita espulsione dalla propria rete familiare. Questi sintetici esempi dicono bene come dietro ad ogni progetto migratorio ci possa essere una famiglia che fa il tifo, che trema, o che al contrario è indifferente o avversa, con importanti e prevedibili conseguenze. Sentirsi sostenuti e incoraggiati dai propri cari aiuterà, infatti, a muovere con maggiore tranquillità e sicurezza i primi passi in un paese straniero. Al contrario un’esperienza personale negativa nell’ambito delle relazioni affettive più strette potrebbe non facilitare subito un’integrazione serena. Anche dopo l’iniziale tentativo di insediamento, le relazioni familiari originarie continuano per lo più ad orientare attivamente la storia di chi è partito. La tecnologia attuale, consentendo scambi anche quotidiani attraverso il telefono o la rete con la maggior parte delle nazioni del mondo, facilita e rinforza questo fenomeno.

Analizzando la storia delle migrazioni, i risultati di indagini qualificate ci portano a constatare che, quando a trasferirsi sono le famiglie unite e non i singoli individui, l’integrazione è facilitata. Per quanto la qualità dell’accoglienza incontrata nel paese straniero possa essere determinante, già la stessa organizzazione familiare, con la sua capacità di avvicinare le differenze, di accogliere le novità dei mutati ambiti di vita e di integrarle con i preesistenti sistemi di valori, rappresenta un passo decisivo verso questa meta. Essa facilita l’avviarsi delle forme di mediazione su cui si fondano i processi d’inculturazione e realizza le premesse indispensabili per una convivenza pacifica, su uno stesso limitato territorio, d’individui di diversa provenienza etnica. Se dunque si contribuisse a conciliare e a rendere il più possibile coerenti i progetti migratori con le esigenze fondamentali dei nuclei familiari, indubbi vantaggi ricadrebbero sull’intero tessuto civile.
Anche gli effettivi rapporti tra le famiglie immigrate e i contesti sociali dei paesi d’accoglienza non devono essere valutati in maniera troppo semplicistica. Prendiamo in considerazione, al proposito, una variabile importante, costituita dalle religioni di appartenenza. Indagini del 2009-2010 ci dicono che tra i migranti che hanno raggiunto il nostro Paese, la componente musulmana rappresenta il 28,2%, quella cattolica il 25,7% e quella ortodossa il 24,6%. Ebbene, è vero che le famiglie provenienti da culture e società non occidentali possono continuare a subire il fascino dei valori di riferimento delle loro comunità d’origine e restare soggette a una forte pressione dei loro codici e delle loro tradizionali regole di vita. È altrettanto certo però che esse sono spesso in grado di modellare attivamente queste influenze e decidere, entro un certo margine, come poterle inserire all’interno dell’universo di valori che caratterizza la loro nuova esistenza quotidiana. Le dinamiche di interazione vanno quindi colte nella loro complessità: le famiglie possono diventare ponti fondamentali tra i migranti e le culture che li accolgono, oppure ridursi a fortezze impermeabili a qualsiasi tipo di dialogo.

Accenno infine soltanto a due ulteriori sfide, impegnative ed urgenti, con cui il nostro Paese dovrà presto misurarsi: il ricomporsi dei nuclei familiari dei migranti e l’ingresso nella società italiana delle loro giovani generazioni. L’auspicio, anche in questo caso, non può che essere quello di evitare soluzioni frettolose e sommarie. Elaborando interventi e misure di sostegno adeguati, la famiglia, riconosciuta come risorsa, dovrà essere valorizzata quale soggetto attivo di vita buona.

Nuovi modelli di lavoro nella famiglia oggi

«La speranza affidabile nasce dalla cura appassionata dell’io fin dalla primissima infanzia. Gli affetti primari fanno passare i valori per osmosi, bisogna ripartire dall’educazione». Il cardinale Angelo Scola ha chiuso ieri, giovedì 17 maggio, il ciclo di incontri “Dalla crisi economica alla speranza affidabile” promosso da Fondazione Milano Famiglie 2012 e Gruppo 24 Ore in preparazione al VII Incontro mondiale delle famiglie.

Il video dell’intervento:

Il valore sociale della cura reciproca

L’appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a riflettere sulle diverse forme del prendersi cura all’interno della famiglia. Ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una meditazione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno. Nei sette interventi che sono stati già pubblicati, Scola ha toccato diversi aspetti che riguardano il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il dialogo fra generazioni, il rapporto con il mondo del lavoro e con quello del fisco che deve lasciare più risorse nelle case. Oggi si sofferma sulla cura in famiglia come modalità non formale da trapiantare più in generale nella società. Prendersi cura di chi ci vive accanto è un’esperienza di cui l’uomo ha bisogno per trovare piena e compiuta realizzazione. Secondo una suggestiva espressione della sociologa Margaret Archer, infatti, l’interesse per l’altro rivela le nostre “premure fondamentali”.

di Angelo Scola

Fin dalla più tenera età, è la famiglia a porsi come luogo privilegiato della cura. In essa non solo beneficiamo delle attenzioni amorevoli dei nostri cari, ma diventiamo noi stessi protagonisti di cure sollecite verso di loro. Negli aspetti più contingenti della vita di tutti i giorni, così come nelle intime motivazioni che sostengono le relazioni familiari, il prendersi cura manifesta la bellezza dello stare insieme. Con la stessa evidenza, il suo venir meno è sintomo e causa di gravi incrinature che feriscono e lacerano la consistenza del nucleo familiare.

La cura reciproca permette a ciascun membro della famiglia di cimentarsi nel dono gratuito di sé: in questo modo egli diventa artefice di preziosi gesti di condivisione e di solidarietà. Ogni uomo, infatti, porta inscritto nella propria identità un profondo “senso generativo”: il bisogno di dare vita, di spendersi affinché questa cresca e fiorisca, prendendosi cura di chi ama.

La cura in famiglia può concretizzarsi in molteplici forme, secondo la peculiarità dei legami che si instaurano e i diversi tipi di bisogni che si presentano. All’interno della coppia degli sposi, ad esempio, il reciproco volersi bene avrà a cuore la valorizzazione dell’identità e della differenza dell’altro; la preoccupazione dei genitori verso i figli si esprimerà maggiormente nella cura del rapporto educativo, mentre quella dei figli verso i genitori anziani si rivelerà piuttosto come cura della riconoscenza nei loro confronti. La saggezza della Scrittura ammonisce: «Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticarti delle doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?» (Sir 7,27-28).

Dal punto di vista dei bisogni, l’impegno richiesto per accudire i più piccoli, totalmente dipendenti nelle loro esigenze vitali, sarà diverso dalla dedizione necessaria a fronte di gravi malattie, invalidanti o croniche e, segnatamente, da quella domandata alla generazione di mezzo – composta per lo più da tardo adulti e anziani – nell’assistere chi si avvia a concludere la sua esistenza terrena. Tuttavia resta comune – pur entro i limiti di ciascuno – un’esperienza umana profonda, fatta di rispetto per le differenze, passione per il dialogo e premura per le necessità degli altri, in particolare dei più fragili. L’esercizio della cura reciproca costruisce a poco a poco le relazioni e le rinsalda nel tempo; al contrario, l’impossibilità o l’incapacità di prendersi cura dell’altro conduce purtroppo a sperimentare, anche nei nuclei familiari, una sorta di vincolo di-sperante, cioè distruttore di speranza.

Sebbene la tensione all’aiuto e al sostegno coinvolga entrambi i sessi e non diminuisca con l’avanzare dell’età – prova ne sia il fatto che il 2012 è stato intitolato Anno europeo dell’invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni – le ricerche tendono ad evidenziare una netta prevalenza dei carichi di cura affidati alla responsabilità delle donne, soprattutto madri. Sollecitate dall’inclinazione tipicamente femminile al prendersi cura, esse riescono spesso ad attivare una complessa e virtuosa rete di attenzioni e di assistenza sia verso i figli che vivono in famiglia, sia verso i giovani adulti usciti di casa, sia verso le giovani coppie. Hanno però bisogno, a loro volta, di sentirsi sostenute da una relazione di coppia forte e solidale, da un amore che le colma e le rende sicure e in grado di portare fuori dai confini familiari questo prezioso orientamento al dono. In caso contrario, il peso del compito eccede le loro risorse, le opprime e rende loro impossibile una libera dedizione.

La modalità squisitamente familiare – non burocratica e non formale – di scambiarsi aiuto e sostegno, si inserisce in tessuti comunitari e circuiti relazionali più ampi. Arriva così ad acquisire notevole rilevanza anche a livello sociale, per i benefici effetti apportati soprattutto nell’ambito della solidarietà tra le diverse generazioni. È quindi facilmente intuibile l’estrema importanza, per la società nel suo complesso, che le relazioni familiari ricevano adeguato e competente supporto. Come ho già avuto modo di scrivere a proposito di politiche familiari, un welfare di comunità maturo dovrebbe saper riconoscere nella famiglia un soggetto capace di azioni a rilevante valenza sociale. Di conseguenza, dovrebbe esercitare nei suoi confronti le dovute funzioni di sussidiarietà.

La palestra del dialogo generazionale

L’abituale appuntamento settimanale con il cardinale Angelo Scola ci porta a ragionare sul dialogo tra le generazioni. Com’è ormai noto, ogni sabato l’arcivescovo di Milano propone una riflessione in vista dell’imminente Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 30 maggio al 3 giugno prossimi. Nei sei interventi che sono stati già pubblicati, Scola ha toccato diversi aspetti che riguardano il profilo sociale ed economico della famiglia, il suo ruolo e il suo compito educativo, il rapporto con il mondo del lavoro. Oggi si sofferma su un elememto particolare: la famiglia come palestra di confronto intergenerazionale tra genitori e figli e tra nonni e nipoti. Una pratica quanto mai utile di questi tempi. 

di Angelo Scola

Da sempre la famiglia è il luogo privilegiato dell’incontro tra le generazioni. Nel corso degli ultimi decenni le trasformazioni demografiche, vere e proprie sfide per i paesi occidentali, hanno modificato i termini di tale incontro rendendolo problematico. Conviene anche notare che già le due preposizioni in e contro da cui è formata la parola, ne dicono la duplice valenza di approssimazione e di opposizione.

Come è noto, nelle società avanzate è cambiata la “taglia” delle famiglie, toccando in Italia una media di 2,4 membri per ogni nucleo familiare. Al contempo però esse registrano la presenza di più generazioni, seppur non conviventi sotto lo stesso tetto.
Le ricerche condotte segnalano che le famiglie multigenerazionali, in cui individui e generazioni condividono un numero maggiore di anni di vita, costituiscono reti di supporto sia visibili, sia latenti. Si attivano frequentemente in momenti critici e rappresentano l’orizzonte nel quale i membri della famiglia organizzano la vita e definiscono i propri obiettivi. I legami che vi si intrecciano hanno assunto un significato e un’importanza crescente. Penso in particolare alla figura dei nonni che, da noi come in tutte le società europee, aiutano a far fronte alle esigenze familiari.

Questo comporta spesso, soprattutto per le nonne tra i 50 e i 65 anni, un impegno su più “fronti”. Al lavoro domestico e, in casi che saranno sempre meno rari, al proprio lavoro professionale, si assomma quello della cura dei nipoti e quello dei genitori/suoceri anziani e fragili.

Sono profondamente convinto che il contributo dei nonni nel sostegno al compito genitoriale dei loro figli sia prezioso non solo in termini di tempo e di energie spesi nei frangenti dell’emergenza (quando i nipoti sono ammalati o quando il tempo-scuola dei bambini non copre tutto il tempo-lavoro dei genitori), ma soprattutto per il patrimonio di esperienza educativa che essi mettono a loro disposizione. Ho potuto costatare, ad esempio, soprattutto nelle visite pastorali, che i piccoli imparano il senso del dolore e della morte assai più dai nonni che dai genitori . E questa non è una cosa di poco conto. La cura che i nonni dedicano ai nipoti (soprattutto quando sono piccoli) è un dono che consente di mantenere la relazione tra le generazioni in una prospettiva di gratuità. Una risorsa decisiva per il benessere della società civile.

È importante per questo che la domanda dei figli non si trasformi in pretesa e il dono dei nonni non chieda un contraccambio. In tal caso le relazioni diventano ambivalenti, se non ambigue, e il prezioso scambio tra le generazioni rischia di trasformarsi in un “dono avvelenato”. Senza misconoscere la portata di questi rischi, è però innegabile che i legami intergenerazionali assumano un rilievo essenziale per la costruzione dell’identità personale, familiare e quindi sociale. Permettono di trasmettere e tramandare, attraverso la catena delle generazioni, il patrimonio (materiale e spirituale, cioè di simboli e di valori) e la storia della famiglia. Attraverso il dono tra le generazioni è possibile ricostruire l’albero genealogico (che non si riduce, evidentemente, ad un grafico il più possibile preciso e dettagliato). Con profondo acume, Giovanni Paolo II affermava che “nella biologia di ogni uomo è iscritta la sua genealogia” (cfr Lettera alle famiglie, 9). È questo un bene che svela l’apporto imprescindibile della famiglia alla società. Ancora una volta si vede che la famiglia non può essere ridotta ad un contratto privato tra i coniugi. Per limitarci al nostro paese le Istituzioni debbono decidersi a sostenerle con determinazione attraverso scelte politiche illuminate e coraggiose.

Il Fisco lasci più risorse nelle case

Consueto appuntamento settimanale, ormai il sesto, con il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano. Ogni sabato propone una riflessione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie, in programma nel capoluogo lombardo dal 31 maggio al 3 giugno prossimi. In vista del “Family 2012″ proseguono gli incontri promossi con il Gruppo 24 Ore.
Il prossimo è in calendario giovedì 10 maggio alle 18.15 presso la sede del Sole 24 Ore a Milano.
Tema: «L’economia in tempi di crisi. Quale sostegno alla Famiglia». Parteciperanno il cardinale Peter Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, e, tra gli altri, il sociologo della Cattolica Mauro Magatti e il vicedirettore generale di Bankitalia Anna Maria Tarantola.

di Angelo Scola

È possibile promuovere il benessere della singola persona senza considerarla all’interno delle sue relazioni familiari? Ciascuno di noi, per condurre una vita buona vi fa inevitabilmente riferimento. Si tratta, infatti, di relazioni costitutive: più sono autentiche e serene, più ricca e compiuta sarà la vita del singolo. Scriveva Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: «Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate e guidate dalla legge della gratuità che, rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda» (n. 43).

Oggi purtroppo la famiglia non gode della necessaria considerazione e talora la sua natura solidale si infrange contro il muro dello spensierato individualismo postmoderno. Inoltre mancano, da parte dello Stato e delle istituzioni pubbliche, strategie e politiche sociali che sostengano concretamente la vita della famiglia in quanto tale.

I governi non promuovono i germogli di vita buona che fioriscono dalle relazioni parentali, perché la famiglia è considerata come una sorta di joint venture di carattere strettamente privato. Non si vede che tra il benessere individuale e quello familiare c’è una forte interdipendenza. Se s’indebolisce la famiglia, non ne risentono solo gli individui ma l’intera comunità. I legami si sfilacciano. Ne patisce la coesione sociale, obiettivo tanto esibito a parole quando arduo da raggiungere nei fatti. L’urgenza di politiche sociali per la famiglia è spesso conclamata, ma nei rari casi in cui è posta in atto si riduce ad interventi settoriali. Viene indirizzata a soggetti e affronta problemi che sicuramente investono la famiglia, ma non la “vedono” come una comunione di persone. Possono dare l’illusione di avere seriamente a cuore l’unità familiare, ma in realtà procedono in modo “cumulativo”.
La famiglia, però, non è una somma algebrica di persone e problematiche. Essa è radice e frutto di un dialogo incessante tra i suoi membri, e non potrà essere sostenuta se non da politiche intersettoriali, che superino la logica della contrapposizione. Per esempio sarebbe limitativo ridurre la politica familiare ad interventi di lotta alla povertà, e da sciocchi non considerare “familiari” politiche indirizzate ai minori o al lavoro o agli anziani: tutto “c’entra” con la famiglia. Tutti i fattori, se armonicamente interconnessi, raggiungono l’obiettivo primario di rafforzare le relazioni familiari. Senza mai dimenticare che esse si articolano lungo due direttrici: le relazioni tra i sessi e quelle tra le generazioni.

Una famiglia che ha la capacità e le risorse per rispondere ai propri bisogni, ed è consapevole del proprio ruolo fondamentale in ambito sociale, è una sorgente insostituibile di progresso sociale. Questo è il significato ultimo del principio di sussidiarietà. Come ha ribadito recentemente Benedetto XVI, celebrando il 20mo anniversario della Centesimus Annus (15 ottobre 2011): «La famiglia, da mero oggetto, diventa soggetto attivo e capace di ricordare il “volto umano” che deve avere il mondo dell’economia».

Due questioni cruciali meritano oggi particolare attenzione: l’”equità fiscale” e la “conciliazione” tra famiglia e lavoro. Un sistema fiscale equo nei confronti delle famiglie va inevitabilmente a colpire interessi ed ambiti oggi molto difformi e distanti l’uno dall’altro. È urgente, per esempio, lasciare direttamente in mano alle famiglie una parte di risorse fiscali, scommettendo sulla loro capacità di auto-organizzazione.
Nel campo della conciliazione famiglia-lavoro, su cui già ci siamo soffermati, la scelta coraggiosa di lasciare più tempo alle famiglie può ridurre le conflittualità coniugali, incentivare le nascite e favorire la produttività. Politiche familiari ormai improcrastinabili rappresenterebbero una salutare iniezione di fiducia nel futuro.

La conciliazione tra casa e lavoro

Quinto appuntamento con il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che ogni sabato propone una riflessione in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie. Ha iniziato mettendo in rilievo la centralità della famiglia. Si è poi soffermato sulla necessità di non lasciarla sola nella formazione degli adulti di domani. Quindi ha ragionato sulle povertà che colpiscono le famiglie, “soggetti economici” e fattori di sviluppo del “bene comune”. In vista dell’Incontro anche una serie di dibattiti: il prossimo, dal titolo “Dalla crisi economica alla speranza affidabile. L’economia in tempi di crisi: quale sostegno alla Famiglia”, è in programma il 10 maggio a Milano (via Monte Rosa 91, ore 18).

- Da Il Sole 24 Ore del 21.04.2012 -

La possibilità di conciliare la famiglia con il lavoro è un fattore decisivo per la qualità della vita. È un elemento centrale per la maturazione di donne ed uomini. È quindi condizione necessaria per una società giusta, coesa e solidale. La parola “conciliazione” etimologicamente significa “chiamare insieme”, nel senso di “unire” e “mettere d’accordo”. Il termine si riferisce, quindi, sia ad un’azione, quella del mettere insieme, sia al suo effetto: l’accordo, l’armonia e la pacificazione. Misure di conciliazione – affermano a ragion veduta gli esperti – sono tutte le facilitazioni che sostengono la compatibilità tra il lavoro retribuito e la responsabilità di cura dei figli e dei genitori anziani di cura, tutte le strategie tese a rendere meno esacerbante il quotidiano affanno nell’impiego del tempo.

In quasi tutti i Paesi europei è sempre più diffuso uno stile di vita per il quale entrambi i coniugi sono inseriti nel mondo del lavoro e contribuiscono al bilancio economico familiare. Progressivamente questa modalità sta sostituendo quella dell’uomo-padre come unico percettore di reddito e della donna-madre casalinga. È pertanto decisivo realizzare misure e interventi volti a favorire ed aiutare sia donne che uomini, sia madri che padri, nella conciliazione tra tempi di vita ritmati da impegni lavorativi, responsabilità di cura e riposo.

Tuttavia, i documenti ufficiali dell’Unione Europea, pur parlando di conciliazione lavoro-famiglia, fanno riferimento all’individuo singolo e in particolare alla donna. L’interlocutore non è, quindi, la famiglia come soggetto sociale, luogo di relazione e corresponsabilità di mogli e mariti, padri e madri con i figli. È piuttosto la donna che, considerata parzialmente inattiva a causa della cura dei figli, andrebbe aiutata ad essere maggiormente presente nel mercato del lavoro. Simili interventi di politica sociale, mothers friendly, sono però quasi esclusivamente tesi ad allargare il mercato del lavoro attraverso una crescita dell’occupazione femminile, che consenta di raggiungere una condizione di pari opportunità. La relazione familiare, in questo contesto, è ridotta ad una variabile dipendente di quella lavorativa.

Vita come vocazione, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Dio è un Padre. Il Suo amore precede e accompagna le nostre esistenze, su ciascuna delle quali Egli ha un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie.
di Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

«Che cosa hai tu che non abbia ricevuto?». Dobbiamo ammettere che la domanda, a bruciapelo, di san Paolo ai fedeli di Corinto spiazza anche noi oggi, con la forza di un’evidenza inattaccabile. Tutto ciò che è decisivo per l’uomo (la vita, lo sposo, la sposa, il figlio, il battesimo, la vocazione…) ha questo carattere di dato, di dono. Incomincia da un ricevere.
E ne sappiamo anche la ragione. L’abbiamo detta fin dal primo articolo, richiamando la Lettera di san Giovanni: «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi». Sempre un amore ci precede e ci accompagna. Dietro alle cose che capitano, alle circostanze e ai rapporti che formano il tessuto della realtà di ogni uomo, non c’è un Motore immobile che, dopo aver dato il via all’immensa macchina del mondo, si ritira nella sua imperturbabile indifferenza, né un Caso capriccioso e beffardo, ma un Padre che «ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio uni­genito… perché il mondo si salvi per mezzo di lui».
Per questo – non mi stanco di ripetere ai giovani – è tutta la vita a essere vocazione. Poi, all’interno di questa che è la questione decisiva, lo stato di vita a cui ciascuno è chiamato – matrimonio indissolubile o verginità per il Regno – si imporrà con semplicità e chiarezza, nella pazienza del tempo e nella fedeltà alla vita della comunità ecclesiale in cui il Signore ci ha raggiunto e persuaso.
Il Padre ha infatti su ogni uomo un disegno personale e irripetibile che compiendosi lo compie. Alcuni li chiama a imitare alla lettera la modalità di rapporto con persone e cose vissuta da Cristo, anticipando nell’al di qua quella gratuità assoluta che tutti vivremo in Paradiso e di cui affiorano tracce visibili e affascinanti in Sua madre, in san Giuseppe, in san Giovanni… su su fino ai moltissimi che, riconosciuti o ignoti alla storia ufficiale, lungo i due millenni di cristianesimo lo hanno riprodotto nella loro umanità. Quel modo di possedere con un «distacco dentro» che la tradizione della Chiesa ha sempre chiamato verginità.
Ve ne cito solo un paio di esempi presi dai Vangeli.
San Matteo e san Luca, dando conto delle circostanze straordinarie in cui avviene la nascita di Gesù, lasciano trapelare la drammatica prova affettiva cui è sottoposto Giuseppe. Questo giovane uomo innamorato (egli non era certo il vecchietto un po’ dimesso presentatoci da gran parte dell’iconografia popolare, quasi a voler esorcizzare il rischio di ogni capacità generativa!) abbraccia senza riserve, pur non riuscendo a comprenderlo, il destino della sua giovane sposa. Così da Giuseppe – l’uomo obbediente (vir oboediens), secondo l’ineguagliabile titolo attribuitogli dalla Liturgia – nella dedizione gratuita e appassionata a chi gli è stato affidato per la vita, fiorisce una fecondità nuova.
La stessa sperimentata da Maria, ai piedi della croce, quando udì la voce di Suo figlio che le affidava Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio». Da quel momento memorabile – narra l’Evangelista – «il discepolo l’accolse con sé». Immaginiamoci come Giovanni – dopo essersi sentito dire da Gesù: «Ecco tua madre» – avrà guardato Maria, e come Maria avrà trattato Giovanni, dopo quell’invito: che potenza di affezione e che potenza di verità in quell’affezione! Che purificazione profonda e radicale della possessività della carne e del sangue in un legame non fatto di dominio – volontà di potenza e seduzione –, ma di pura, gratuita accoglienza dell’altro!
Siamo ora in grado di comprendere che la circolarità degli stati di vita sulla base della carità, l’amore che supera ogni cosa, è essenziale per la vita di ogni comunità cristiana.
(da Il Messaggero di Sant’Antonio – Dicembre 2011)