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La differenza sessuale? Condizione irrinunciabile

Pubblichiamo un estratto del libro «Uomo-donna. Il “caso serio” dell’amore», in cui il cardinale Scola affronta il tema dell’identità, sempre di grande attualità. Al centro l’io in relazione che nel rapporto con l’altro scopre se stesso

«S’io m’in-tu-assi come tu t’immii…». Così, con due arditissime invenzioni linguistiche, Dante esprime il dinamismo io-tu che si rivela decisivo per la sanità e la maturazione di ogni uomo, fin dal suo primo affacciarsi alla vita. Nella sorpresa del tu – misteriosa, eppure familiarissima alterità – si desta l’io – irriducibile identità. L’altro non è dunque un optional, ma condizione irrinunciabile perché ci sia l’io. Non un puro «accidente», ma qualcosa di costitutivo.

In tutti i tempi e a tutte le latitudini emerge nell’io un’apertura originaria, un invito a uscire da sé, che lo sospinge verso (in latino tale dinamismo è indicato dal verbo di-ferre) il tu. È questo un carattere inscritto in modo indelebile nella natura di tutti gli esseri umani. «Dio creò l’uomo a sua immagine (…) maschio e femmina li creò» (Gn 1,27): la Bibbia, con formula icastica, ce ne dice l’origine. La differenza sessuale si rivela dunque come una dimensione irrinunciabile dell’io. Così originaria che, se la si abolisse, l’essere umano ne risulterebbe «snaturato». L’uomo non sarebbe tale.

Senza dover ricorrere alle analisi più scaltrite degli esperti di scienze umane, basta uno sguardo semplice e leale sulla realtà per rilevare questo fenomeno assolutamente evidente: nessuno può esaurire in sé tutto l’uomo. Sempre avrà di fronte a sé l’altro modo (la donna per l’uomo e l’uomo per la donna), a lui inaccessibile, di esserlo. Possiamo pertanto dire, con Giovanni Paolo II, che l’uomo è, in realtà, l’unità duale di uomo-donna.

Il racconto della creazione della donna (Gn 2,18 ss.) ben descrive la percezione di tale irriducibile differenza da parte dell’uomo maschio, pur nella sua essenziale identità con la donna. Eva è cavata da Adamo per essere differente, anche se ha in comune con lui l’essenza personale. Dio la plasma con la costola di Adamo e gliela pone di fronte, come un interlocutore che egli non si può dare, né può, tantomeno, dominare come può fare con tutti gli altri esseri viventi (imporre il nome, nel linguaggio biblico, significa stabilire la propria signoria). Proviamo a raffigurarci lo sguardo di Adamo che vede per la prima volta Eva vicino a sé… Potremmo rinvenirne qualche traccia nello sguardo del bambino a sua madre cui ci siamo riferiti nella premessa. Fin dal principio la donna è posta davanti all’uomo (e viceversa) come un dono. Una presenza inimmaginabile, del tutto irriproducibile, eppure profondamente corrispondente a sé. L’uomo e la donna sono identicamente persone, ma sessualmente differenti. Tale differenza pervade tutto l’essere umano, fin nell’ultima sua particella: il corpo dell’uomo, infatti, è in ogni sua cellula maschile, come quello della donna è femminile.

La differenza sessuale si presenta così, a un tempo, come interna ed esterna all’io. Infatti se, da una parte, essa porta l’alterità all’interno della persona stessa, dall’altra ne segna la strutturale insufficienza, aprendolo al fuori di sé. «E Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”» (Gn 2,18). L’altro è per me tanto inaccessibile quanto necessario. La natura sessuata rappresenta uno dei luoghi originari in cui l’uomo fa l’esperienza della propria contingenza creaturale. O – più precisamente, anche se in termini un po’ più tecnici – della propria ontologica dipendenza e della conseguente capacità di relazione. Il disegno originario di Dio nel farci maschi o femmine ha a che fare con l’educarci a capire il peso dell’io e il peso dell’altro. La differenza sessuale si rivela così come «scuola elementare» per l’uomo. Si tratta di imparare l’io attraverso l’altro e l’altro attraverso l’io. Il bisogno/desiderio dell’altro che, come uomo e come donna, io sperimento non è pertanto il marchio di un handicap, di una deficienza, ma piuttosto l’eco di quella grande avventura di pienezza che vive nell’Unitrinità di Dio, perché siamo stati creati a Sua immagine. «A immagine di Dio lo creò. Maschio e femmina li creò» (Gn 1,27). Il gioco dell’alterità, infatti, è in Dio stesso.

Dalla nostra fede abbiamo conoscenza del fatto, straordinario e misterioso, di un io che è all’origine di tutto, il Padre. Egli dona il proprio essere a un altro il quale, accogliendo totalmente tale dono e restituendolo, è generato, il Figlio. E la reciprocità tra i due è così perfetta che il frutto di questa relazione è Dio stesso, nella persona dello Spirito Santo. Nel mistero della Trinità è presente la più radicale differenza che si possa sperimentare o anche semplicemente intuire. La massima differenza all’interno della più assoluta identità. Quando per grazia – cioè attraverso Gesù – tale mistero ci è comunicato, tutto l’orizzonte e la profondità della nostra umana esperienza ne vengono illuminati.

Quanto detto spiega perché una cultura che non accetti la rivelazione del Dio Trinitario sia, in ultima istanza, incapace di pensare positivamente la differenza sessuale. Basta considerare quel che sta succedendo nella stessa nostra cultura europea. Perdendo il riferimento vivo alla fede in Gesù Cristo, che ne costituisce la radice, essa ha perso il senso della Trinità. Come conseguenza fa sempre più fatica a concepire la differenza, anche la differenza sessuale (…). Segnata dal tocco originario del Mistero, la differenza sessuale è qualcosa che ultimamente sfugge a ogni umano tentativo di definizione, né può essere catturata come un oggetto con il nostro pensiero. (…) D’altra parte essa non può essere abolita, senza snaturare l’io. Ma, poiché con il peccato originale il disegno del Creatore ha subito una profonda incrinatura, l’apertura originaria tra l’uomo e la donna ne è rimasta in un certo senso mortificata: la logica della reciprocità e del dono ha continuamente minacciato di corrompersi in logica del potere. Ma Gesù è venuto a riportare le cose alla verità dell’inizio.

La lezione di speranza dal dramma dei nuovi martiri

Pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, Presidente del Centro Oasis (www.oasiscenter.eu.it), apparsa sul quotidiano nazionale Corriere della Sera nell’edizione di sabato 26 marzo 2016.

 

Il recente Rapporto sul genocidio dei cristiani in Medio Oriente, preparato dai Cavalieri di Colombo – un’associazione di circa 1.800.000 fedeli nata negli Stati Uniti ma ormai diffusa in vari Paesi del mondo –, reso pubblico lo scorso 9 marzo, ha la forma secca di un documento ufficiale: quasi 280 pagine di testimonianze sulla persecuzione che ISIS ha scatenato in Medio Oriente ai danni dei cristiani e delle altre minoranze religiose, con tanto di lista delle vittime e delle chiese distrutte e dati sul vergognoso mercato delle schiave, tuttora in corso. Ma dietro il tono asciutto, che non vuole concedere nulla ai sentimenti, s’indovina il dramma di intere comunità, sradicate dalle loro terre.

Solo pochi giorni dopo la pubblicazione di questo rapporto, il Segretario di Stato Kerry, a cui era indirizzato, ha qualificato i crimini di ISIS come genocidio, sulla scia di un’analoga risoluzione del Parlamento europeo. L’effetto politico che questa Dichiarazione potrà avere è tutto da vedere, ma certamente in una regione – il Medio Oriente – in cui a volte i fatti sembrano dissolversi nel prisma delle opposte interpretazioni, quella nuda lista di 1131 cristiani iracheni uccisi dal 2003 al 9 giugno 2014 (cioè prima della conquista di Mosul da parte di ISIS) adempie già una funzione essenziale, la memoria, «senza la quale – ha ricordato Papa Francesco parlando alla nazione armena – il male tiene ancora aperta la ferita».

A noi occidentali quella lista dice anche che gli attentati e le violenze che sconvolgono oggi alcune metropoli europee sono l’appendice di quell’amaro pane quotidiano di cui intere popolazioni, dall’Iraq alla Siria, dall’Afghanistan alla Somalia, per non parlare della Nigeria, si nutrono ormai da anni. Prenderne coscienza produce un moto di com-passione che non sostituisce ma allarga la riflessione sulla sicurezza.

E tuttavia memoria e compassione, per quanto importanti, non sono sufficienti a cancellare il male: e allora, come non restare impotenti scorrendo gli elenchi di quelle vittime, e ora anche quelli di Bruxelles e di Parigi? Chi ridarà loro la vita?

La Pasqua che ci apprestiamo a vivere avanza da duemila anni una tenace risposta: l’uomo della Croce, risorgendo, «calpesta la morte di ogni comune mortale con la sua singolare morte». Come dice San Paolo scrivendo ai Corinzi: «la ingoia dal di sotto». È inutile nascondersi l’astrattezza con cui spesso, anche noi, cristiani almeno per cultura, circondiamo queste parole, riducendole a formule vuote («abbruttiti, anchilosati da intere generazioni di catechismo», scriveva provocatoriamente Charles Péguy in Getsemani). Più forte della nostra astrattezza però si staglia la pro-vocazione dei martiri a noi contemporanei che, seguendo la logica di Cristo e unendosi al suo sacrificio, ce lo rendono presente con un’immediatezza a cui – grazie a Dio – è difficile sottrarsi. È il caso appunto dei cristiani d’Iraq o delle quattro suore Missionarie della Carità (la congregazione fondata da Madre Teresa) uccise in Yemen il 4 marzo scorso. Quale speranza ha potuto spingerle ad andare là dove tutti fuggivano?

I nuovi martiri ci invitano a guardare al Crocifisso per trovare rinnovata speranza a livello personale, ecclesiale e sociale. La loro vicenda infatti, come ogni testimonianza autentica, possiede un’imponente dimensione pubblica, culturale e sociale, che attende ancora di essere raccolta e adeguatamente valorizzata. Con la sua stessa esistenza il martire denuncia il culto della violenza che si è diffuso in ampie parti del Medio Oriente e di cui oggi si raccolgono i tragici frutti. Ma soprattutto smaschera la contro-testimonianza dell’uomo bomba.

Il jihadista che pensa di poter imporre la “sua verità” attraverso la sofferenza delle sue vittime è l’opposto del martire, è l’anti-martire.

I martiri non sono andati a cercarsi la loro fine, ma nel momento della scelta non hanno avuto esitazioni: hanno creduto che il male non ha l’ultima parola. Ed è a questa certezza che noi ora abbiamo così bisogno d’attingere. Nel frastuono di commenti sui dolorosi fatti di Bruxelles, sono ancora queste umili voci a dirci la parola più vera.

 

 

 

«Accompagnare le famiglie ferite accogliendo l’invito alla misericordia»

Pubblichiamo l’articolo «La famiglia soggetto di evangelizzazione» che l’Arcivescovo ha scritto per la rivista «Il Regno» quali note in vista della XIV Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

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La cultura della cucina e il valore della condivisione

Pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, sul Sole 24 ORE del 4 aprile 2015.

Ci sono attività a cui tutti, chi più chi meno, ci dedichiamo lungo la nostra esistenza. Azioni assolutamente quotidiane e “normali”, ordinarie, che tuttavia portano con sé tutta una serie di nessi e significati capaci di meglio illuminare chi siamo e che cosa desideriamo.

Una di queste è, senz’altro, cucinare. Expo 2015 non può non metterla a tema, se intende parlare di alimentazione. Perché creare (e il verbo non è casuale) un’alimentazione caratteristica degli uomini è proprio lo scopo specifico della cucina.

Per sottolineare il valore culturale della cucina basterà ricordare qualche nome più o meno celebre. Già nel XVIII secolo lo scrittore scozzese James Boswell definì l’homo sapiens, nel suo Journal of a tour to the Hebrides, come “l’animale che cucina” e nel 1825, pubblicando Physiologie du goût ou méditations de gastronomie transcendante, Jean-Anthelme Brillat-Savarin (che ha dato il nome a uno specifico dolce), brillante politico e gastronomo francese, riconobbe proprio nell’atto di cucinare una prima forma di organizzazione della vita civile degli esseri umani. Più recentemente Claude Lévi-Strauss ha sottolineato il nesso profondo esistente fra il “crudo della natura” e il “cotto della cultura”. E ancora più vicino a noi, l’antropologo statunitense Richard Wrangham sostiene che la cottura dei cibi ha rappresentato una tappa fondamentale nell’evoluzione e nella distinzione fra gli esseri umani e le grandi scimmie.

Ovviamente non è questo il luogo (né io ne ho la competenza) per esaminare e confrontare queste ed altre ipotesi interpretative circa il peso che la cucina ha avuto nella storia della civiltà. Ad ogni modo, cucinare è proprio da uomini e mette in evidenza qualcosa di specificamente umano.

Possiamo, invece, richiamare l’attenzione su taluni significati di immediata e universale evidenza.

Innanzitutto cucinare ha a che fare col bisogno di alimentarsi, eppure tutti siamo ben consapevoli che dice ben di più di questo. Per soddisfare il puro bisogno di alimentarsi uno potrebbe addirittura non cucinare! Purtroppo il crescente successo dei fast-food o dei piatti precucinati è lì a documentarcelo. La cucina mette invece in evidenza il nesso tra bisogno e desiderio e, quindi, quello tra soddisfazione e godimento. Un secondo significato che l’arte culinaria porta con sé emerge dall’idea stessa di tradizione: a cucinare, infatti, si impara. Le cucine sono, a dire dalla cuoca iraniana Samin Nosrat, luoghi di “pazienza, presenza e pratica”, popolati da persone reali, che davvero hanno a che fare con un lavoro certo non privo di aspetti faticosi, luoghi che possono essere descritti come autentiche scuole e centri di apprendistato. Conoscere una “ricetta” ed impararla è un processo specificamente umano e di socializzazione. Inoltre cucinare implica un complesso processo di trasformazione che porta a passare da alimenti crudi a un cibo cotto o comunque variamente modificato dall’uomo. Nonostante l’evoluzione delle tecniche di trasformazione dei cibi, resta in noi un istinto assolutamente arcaico che ci spinge a misurarci con la sfida (a volte non facile) di modificare le materie prime che abbiamo ricevuto per il nostro sostentamento. La preparazione degli ingredienti spesso richiede un lavoro lungo e laborioso – perfino noioso – che solo l’incontro con un maestro appassionato ci può far considerare come premessa necessaria a un percorso di soddisfazione che parte da sé ma si conclude nel rapporto con altri.

Si cucina, infatti, per se stessi ma anche, e nella maggior parte dei casi, per altri e, soprattutto, per quelli che amiamo. Essi ci si offrono come commensali, destinatari di un piacere comune, in cui si raccolgono le caratteristiche personali di ciascuno godendo dell’avvenimento del mangiare insieme. È innegabile infatti che il pasto insieme resta un fondamento della vita familiare – e quindi sociale – contraddistinto dal servizio e dalla condivisione, da una sorta di festa delle diversità, siano esse alimentari che umane.

A questo punto amore e passione non sembrano termini inadeguati per descrivere il rapporto con il cibo, perfino nelle sue forme patologiche, ma soprattutto in quelle sane che possono spalancare ciascuno di noi a godere dei doni della natura.

Amore e passione che raggiungono anche l’esperienza religiosa. Gesù fa Pasqua mettendosi a tavola con i suoi. I cristiani, dopo duemila anni, celebrano il sacrificio glorioso di Cristo sulla croce nell’Eucarestia che, facendo memoria dell’Ultima Cena, li apre a condividere con i fratelli uomini tutti gli ambiti dell’esistenza.

Essere amati “per sempre” per amare “per sempre”

Una riflessione del cardinale Angelo Scola in un articolo pubblicato il 27 settembre su “Il Sole 24 Ore.

«Quando si parla di amore, matrimonio e famiglia, tra i “fondamentali” dell’esperienza comune più “terremotati” dal profondo movimento di trasformazione che scuote questo travagliato inizio del terzo millennio, si tende a ignorare un dato decisivo. Eppure è una cosa che ogni uomo e ogni donna, qualunque sia la loro visione della vita, riconosce con semplicità: vogliamo essere amati autenticamente e per sempre per poter amare a nostra volta. Questa esigenza non può essere scardinata dal cuore dell’uomo neppure dal radicale cambiamento di costume in atto.
La cosa è sotto gli occhi di tutti: i giovani rimandano sempre di più il matrimonio e, una volta sposati, rinviano il diventare genitori, e la causa non è solo la crisi economica. Quando poi decidono di diventarlo, in ritardo sull’orologio biologico, ricorrono sempre più spesso alle tecniche di procreazione assistita non prive di problematicità. E ancora: le cosiddette “unioni di fatto”, di qualunque tipo, rivendicano un riconoscimento sociale e giuridico, ma anche morale. Non c’è più un’immagine univoca di matrimonio, né di famiglia, e si assiste a un paradosso: da una parte, il matrimonio sembra perdere sempre più consensi a favore delle convivenze tra l’uomo e la donna, dall’altra è sempre più fragorosamente rivendicato dalle coppie dello stesso sesso.

L’elenco dei dati di fatto potrebbe continuare a lungo. Anche se, per essere obiettivi, si deve riconoscere che sono ancora numerose solide esperienze di vita matrimoniale e familiare, fedeli ed aperte alla vita.

Se il fascino del “per sempre” rimane inestirpabile, questa meta è presentata e avvertita come una fortuna che tocca a pochi, e il divorzio è messo in preventivo. Fino al punto che non di rado si cade nello scetticismo come l’unica posizione “realista” di fronte al desiderio di amare ed essere amati. Uno scetticismo che, pur non riuscendo a tacere il “magari fosse così”, inevitabilmente conclude col dire: “è impossibile”.

Tutto ciò accade.

E la Chiesa se ne occupa. Non può non farlo: siamo seguaci di un Dio incarnato che, per amore, si è immischiato nella nostra vicenda umana fino a dare la vita per ciascuno di noi.

Questa passione per l’uomo, che appartiene al DNA della Chiesa, ha spinto il Papa ad indire ben due Assemblee sinodali sulla famiglia: una straordinaria, che si aprirà il prossimo 5 ottobre, e una ordinaria nel 2015.

Il capillare lavoro preparatorio (sono state raccolte opinioni, riflessioni, testimonianze nelle Diocesi di tutto il mondo) ha fatto emergere uno scarto marcato tra ciò che la Chiesa insegna e ciò che i fedeli praticano. Ma il problema non è solo, né a ben vedere soprattutto, di coerenza morale. Se così fosse non ci sarebbe nulla di nuovo.

Non si tratta di tracciare i confini tra il permesso e il vietato, ma piuttosto di rimettere al centro le ragioni dell’insegnamento della Chiesa, che si fonda sul disegno originario di Dio, e di chiedersi qual è la sua convenienza umana. Non basta (anzi spesso è controproducente) che i genitori e gli educatori mettano di fronte ai figli un elenco di divieti perché i figli si convincano della bontà delle loro indicazioni e le seguano. Occorre dare le ragioni e documentarne la convenienza.

La Chiesa non è una madre arcigna che, di fronte alle domande dei propri figli, innalza una barriera di no. La sua proposta, anche in materia di amore, matrimonio e famiglia, racchiude in sé il grande sì di Dio all’umanità. Sì al bene della differenza sessuale che apre all’altro. Sì ad un amore che, per essere in anima e corpo e per sempre, diventa fecondo nel dono della vita accompagnata in un paziente lavoro di educazione. Per indicare sinteticamente questi beni irrinunciabili io sono solito prendere in prestito dalla sapienza biblica l’espressione “bell’amore”.

Proporlo agli uomini e alle donne di oggi significa offrire loro una grande chance di realizzazione di sé («nel cammino comune del matrimonio l’uomo ha il compito di aiutare la moglie ad essere più donna e la donna di aiutare il marito ad essere più uomo», ha detto recentemente Papa Francesco), oltre che del bene dell’intera società.

Un bene arduo, certo. Un bene anzitutto da testimoniare confrontandosi cordialmente con il mutato contesto culturale senza preclusioni, ma anche senza reticenze né timidezze».

Chagall e il nostro desiderio d’infinito. L’arte svela il rapporto tra uomo e Dio

Pubblichiamo l’articolo che l’Arcivescovo ha scritto per il «Corriere della sera» in occasione dell’inaugurazione delle mostre allestite a Palazzo Reale e al Museo Diocesano

di card. Angelo Scola

La Mostra «Marc Chagall e la Bibbia», sezione del Museo diocesano all’interno della retrospettiva Chagall allestita a Palazzo Reale, mi riporta ad alcune suggestioni nate in me a partire dall’occasione, avuta qualche anno fa, di visitare una ricca mostra su Chagall, alla Fondazione Gianadda di Martigny. Non si può comprendere Chagall senza tener conto della sua ricerca inesausta intorno al tema del rapporto tra l’uomo e Dio. Le gouaches a tema biblico sono come il primo passo di questa ricerca, la sua prima intuizione. Attraverso il colore, la velocità del tratto, l’immediatezza espressiva, esse comunicano tutta la vibrazione dell’umano desiderio d’infinito. Nella creazione artistica di Marc Chagall, infatti, non è la narrazione che conta. Prevale l’effetto visivo di forme e colori che sembrano danzare nello spazio. La sua pittura diventa provocazione alla libertà di ogni uomo, anche ad una visione del mondo senza Dio.

Il mistero

Chagall conduce al mistero. La parola mistero però, come egli stesso chiarì esplicitamente, non rimanda alla sfera del non ancora noto che stimoli l’immaginario, ma alla profondità dello spirito: «Tutto il nostro mondo interiore è realtà, forse ancora più reale del mondo apparente». Nasce da qui nell’artista l’interesse vivissimo per la Bibbia, fonte inesauribile d’ispirazione per la sua vita prima che per la sua arte. «Mi sono riferito a quel grande libro universale che è la Bibbia. Fin dall’infanzia, mi ha riempito di visioni sul destino del mondo e mi ha ispirato nel mio lavoro. Nei momenti di dubbio, la sua grandezza e la sua saggezza altamente poetiche mi hanno quietato. Essa è per me come una seconda natura». Nella lunghissima esistenza di Chagall, che ha percorso l’intera drammatica parabola del XX secolo, la figura di Cristo crocifisso è ricorrente. Questo dato dice che il pittore riconosce nel Crocifisso un nucleo incandescente per l’interpretazione dell’umano. Ed il Crocifisso è ancor più tale per il travaglio dell’uomo moderno. Si può vedere nelle raffigurazioni di Cristo crocifisso la risposta cristiana al problema della sofferenza.

Il discorso sul dolore

Ma tale risposta non è una spiegazione. Gesù Cristo, il Figlio fattosi uomo per noi, Colui che poteva non morire, non fa un «discorso» sul dolore ma lo assume tutto su di sé. Così «inghiotte» da sotto «la morte per la vittoria», come suggerisce San Paolo (1Cor 15,54) riprendendo il profeta Osea. In obbedienza alla volontà del Padre, si consegna sponte (Anselmo) alla morte non solo per solidarietà con ogni donna ed ogni uomo, ma «al posto» di essi. Non solo con noi, ma per noi. La Sua è una morte veramente singolare, diversa dalla comune morte. La Sua morte è vittoria sulla comune morte. Guardando Crocifissione messicana (1945) sorprende la partecipazione degli animali, del cosmo, della «città» tutta al ludibrio della croce, ma ancor più attira l’abbraccio, in primo piano, delle due donne. Tenerezza nel dolore che anticipa, almeno per la sensibilità cristiana, la natura gloriosa della croce, l’«esaltazione della croce». È facile passare allora alla Creazione dell’uomo (1956), ove, portandolo in braccio, Dio gli dona il soffio della vita. La tenera misericordia del creatore fin dall’inizio tiene l’uomo vicino al cuore e nell’abbandono del Crocifisso, misericordia personificata, accoglie l’istanza di ciascuno di noi di fronte all’ombra sempre incombente della nostra morte che si fa domanda. La supplica ardente di Rilke che invoca per ciascuno «la sua morte, la morte che fiorì da quella vita in cui ciascuno amò, pensò, e sofferse».

Rapire i giovani e il loro futuro

La riflessione del cardinale Scola in un articolo pubblicato il 25 maggio su Il Sole 24 Ore”

Chi sequestrare? E dove? Rapire capi di Stato o comunque emblemi del potere, rigorosamente maschi, campioni di sfruttamento degli oppressi, militari dal pugno di ferro?Farlo nelle piazze, nei palazzi, nelle caserme, nelle sedi di partito o delle banche, come nei terribili anni delle Br e del terrorismo politico in Italia?
O colpendo al cuore le metropoli occidentali, alle Twin Towers o alle stazioni del metro, come in quelli più recenti di Al Qaeda?

No. Il terrorismo oggi non parla quasi più questo linguaggio, imparte altre parole d’ordine. In talune componenti dell’Islam – quelle che solitamente vengono identificate con l'”islamismo” – il terrorismo parassita la religione fino a modificarne il Dna e ad usarla come arma di sterminio di massa.
E arriva a sequestrare 300 ragazze, studentesse di un collegio di una cittadina sperduta dell’Africa. Prive di ogni potere, ricche solo del loro sogno-diritto a un futuro di donne libere, istruite, emancipate.
Accade.
Questa volta la lucida follia degli islamisti di Boko Haram (alla lettera “libro proibito”) ha scelto con cura il proprio obiettivo, colpendo le donne, i giovani, l’educazione. In una delirante furia purificatrice contro l’Occidente, le sue fedi e i suoi valori. Ma questa volta la notizia non è svaporata, come invece capita troppo spesso, nella generica indignazione di pochi, per un paio di giorni; o, peggio, nella colpevole indifferenza dei più.
A partire dalle centinaia di madri nigeriane e dalle folle scese in piazza ad Abuja e a Lagos, la mobilitazione ha rapidamente coinvolto tutto il mondo. L’appello “Restituiteci le nostre ragazze” ha invaso il web, trovando immediata, larghissima adesione, da Papa Francesco a Michelle Obama, da intellettuali, politici, religiosi, a migliaia di persone qualunque in ogni angolo della terra.
Questa volta, in cui l’orrore sembra aver colmato la misura, sia in Occidente che in molti Paesi africani, prima tra tutti la stessa Nigeria, sembra essersi ritrovata l’unità tra uomini decisi a reagire. Più forte di qualsiasi divisione tra etnie o fedi. Documentando l’irriducibile unità dell’esperienza umana comune. «Eppure – scriveva San Giovanni Paolo II in Persona ed atto – esiste qualcosa che può essere chiamato esperienza dell’uomo». Ed è universale.
Ma perché questa esperienza sia custodita, difesa, promossa, occorre un’educazione. E perciò degli adulti che, prima di essere maestri, siano padri e testimoni. Appassionati della libertà dei giovani e giocati in prima persona con quello che propongono, con il vero, il bene e il bello, per tornare a parole-chiave antiche, eppure più che mai attuali, rilanciate dal Papa nel suo recente incontro con il mondo della scuola.
In Oriente come in Occidente, nel mondo musulmano come in quello cristiano, oggi l’urgenza educativa è ineludibile e improcrastinabile. Nel pieno rispetto della libertà religiosa così come il Vaticano II l’ha proposta, cioè senza mai spezzare l’indissolubile legame tra verità e libertà. I cristiani poi sono figli di un Dio che, per amore dell’uomo e della sua libertà, ha dato la vita, lasciandosi crocifiggere da innocente, sottoponendosi alla condanna capitale degli schiavi.
Affermare di voler liberare le persone costringendole a convertirsi è una odiosa e violenta contraddizione. Quello della libertà religiosa è il primo gradino della scala dei diritti dell’uomo. Demolirlo significa far crollare, inesorabilmente, tutta la scala, come la cronaca drammaticamente ci mostra quasi ogni giorno. Basti citare l’ultimo terribile caso di Meriam, la giovane mamma condannata a morte e a cento frustate per aver sposato un cristiano.
Difendere la libertà religiosa non significa certo immaginare una sorta di supermarket delle religioni presso il quale ogni uomo possa rifornirsi di quel “supplemento d’anima e di senso” di cui ha bisogno per vivere. Poco importa che a fornirlo siano fedi o caricature di fedi, sette di fanatici o invenzioni di sedicenti maghi… La libertà religiosa si fonda sul dovere assoluto di ogni uomo di aderire, in adeguata coscienza, alla Verità, che è viva e viene al nostro incontro, interpellando la nostra libertà.
Essa trova effettivo compimento quando, al dovere delle istituzioni di garantire a tutti un’effettiva pratica religiosa, corrisponde nei praticanti una fede autenticamente vissuta e appassionatamente comunicata. Così la libertà religiosa diventa “un’autentica arma della pace”
(Benedetto XVI).

La segreta fecondità del sacrificio. A proposito del tragico infanticidio di Lecco

Le terribili tragedie che si consumano tra le pareti domestiche, purtroppo così frequentemente da contendersi lo spazio delle cronache, ci lasciano muti e disarmati di fronte a quello che la tradizione cristiana ha sempre chiamato il mysterium iniquitatis.

L’impensabile ed inimmaginabile, l’indicibile accade.

Nonostante tutti i tentativi di esorcizzarlo, l’abisso orrido e immenso (per rubare un celebre verso leopardiano) del male sembra annichilirci.

Sulla stampa di questi giorni si sono moltiplicate le analisi, spesso lucide ed equilibrate, degli “esperti” per risalire alle cause – sia quelle immediate e scatenanti che quelle remote e profonde – di azioni così enormi. Ma non ci sono spiegazioni che ultimamente convincano o riescano a colmare la voragine di quel “perché?” che si è aperta nel nostro cuore. D’altra parte sappiamo bene, per averlo toccato con mano in altre occasioni altrettanto dolorose e drammatiche, che la com-passione, quando si ferma al livello emotivo e non raggiunge quello del giudizio e del paziente lavoro educativo, è destinata a spegnersi velocemente, riassorbita dall’individualismo dominante.

Lo scorso 9 marzo, a poche ore dalla tragedia di Lecco, invitando tutti a pregare, ho parlato di cuore trafitto per lo smarrimento e di impotenza non priva di responsabilità. Non riusciamo a disinnescare la potenza del male ma, nello stesso tempo, non possiamo chiamarci fuori. Vorrei partire da qui per offrire qualche ulteriore pista di riflessione.

Anzitutto, al di là di tutti i discorsi sul suo evolversi e senza voler minimizzare i colpi ad essa inferti dalle divisioni tra gli sposi e dalle ferite dei figli, viene prepotentemente alla ribalta l’esperienza elementare della famiglia.

Essa, in forza delle due differenze inscritte nel suo DNA (tra uomo e donna e tra genitori e figli), resta il grembo ideale in cui la persona è generata, custodita e fatta crescere. Qui il carattere relazionale dell’io emerge in tutta la sua forza e con tutto il suo potenziale di gratuità. Nonostante le persistenti difficoltà ed i martellanti messaggi oppositivi, i giovani – i dati statistici ne danno costante conferma – tenacemente continuano a mettere la famiglia in testa alla loro scala di valori.

Ma il nostro mondo di adulti come risponde a questa loro fiduciosa aspettativa?

Quale immagine di amore trasmettiamo loro? Che cosa passano in proposito i mass-media e i social network? La prospettiva di un amore oggettivo ed effettivo che, senza ignorare la passione, non ha paura di misurarsi con il sacrificio e con il dovere perché li riconosce come strada al compimento, o quella di un amore puramente soggettivo ed affettivo, esposto alla precarietà e all’ambivalenza dei sentimenti e perciò costituzionalmente fragile e potenzialmente distruttivo? Come educare, ed educarci, a relazioni d’amore solide e mature, in grado di lasciar essere l’altro per se stesso, senza rinchiuderlo dentro la gabbia della nostra pura passione con le sue frustrazioni?

Quando vi si verificano terribili fatti di sangue come quelli di questi giorni, la famiglia ci appare più che mai indifesa e trascurata, abbandonata alla propria sofferenza e solitudine.

Qual è la via di uscita? La proposta, ancora una volta, di una forte e convinta amicizia civica, tesa alla vita buona e all’edificazione del bene comune, che riconosca nella famiglia una realtà originaria e fondamentale da promuovere in tutti i modi, anche con adeguate politiche familiari.

Fin dalle prime ore dopo la tragedia di Lecco, la città si è trovata unita «senza parole di rancore, di vendetta o semplificazione» come ha constatato il Sindaco. E la sera prima che i corpi delle bambine uccise fossero riportati in Albania, alla Messa di suffragio, partecipata da una gran folla di persone, erano presenti anche i parenti stretti, di religione musulmana.

Sotto la volta della grande Basilica sono risuonate le parole del padre, nella struggente lettera di commiato alle figlie. Parole di fede certa nella vita oltre la morte, di umile richiesta di perdono, di non vendetta di fronte al gesto incomprensibile della moglie, di gratitudine alla Chiesa per quel gesto di preghiera. All’inizio della Messa il sacerdote celebrante così si era rivolto ai parenti: «Siamo qui nel pieno rispetto della vostra fede e della vostra tradizione religiosa, ma noi non avevamo niente di più prezioso da dirvi e da darvi se non Cristo e Cristo crocifisso».

Questi non sono fatti interreligiosi riservati ai credenti. Parlano a tutti. In essi la pietas, che riconosce l’originaria dipendenza dell’uomo da Qualcuno di più grande, rivela agli uomini la loro fraternità costitutiva.

Per questo misteriosamente, ma realmente, anche la prova più tragica e dolorosa può trasformarsi in occasione di speranza e di vita. Sempre il sacrificio – e tanto più il sacrificio innocente – ha una sua segreta, indistruttibile fecondità.

 

+ cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da “Il Sole 24 Ore” di sabato 22 marzo 2014

Madre di tutte le libertà, riflessioni su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

La libertà religiosa sta in cima alla scala delle libertà effettive, perché il diritto a professare la propria fede ricomprende tutti i diritti. Essa, però, non ha nulla a che fare con il potere, ma solo con la testimonianza. Per questo domanda il fiorire della santità di ciascuno di noi.

di Angelo Scola

«Non è giusto!». Davanti a un’insufficienza immeritata, a un castigo arbitrario, a un rigore inesistente l’esigenza di giustizia si fa sentire, chiara e dirompente, fin da bambini. A questo incontenibile bisogno di ogni uomo risponde la promessa di Gesù che ci assicura: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5,6).

Del resto non è un caso che la giustizia sia annoverata tra le virtù cardinali, elemento fondamentale per l’umana convivenza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1807) definisce la giustizia «costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto». Ogni uomo ha fame e sete di relazioni rette con se stesso, con gli altri, con l’intero creato e con Dio. Dall’inizio della modernità, però, l’ultimo «con» è stato progressivamente messo in secondo piano, fino a essere quasi dimenticato.

Da questa grave omissione, le cui conseguenze spesso tragiche sono sotto i nostri occhi, ci ha messo in
guardia Benedetto XVI proprio nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace di quest’anno. «Nel nostro mondo – scrive il Papa – in cui il valore della persona, della sua dignità e dei suoi diritti, al di là delle proclamazioni di intenti, è seriamente minacciato dalla diffusa tendenza a ricorrere esclusivamente ai criteri dell’utilità, del profitto e dell’avere, è importante non separare il concetto di giustizia dalle sue radici trascendenti. La giustizia, infatti, non è una semplice convenzione umana, poiché ciò che è giusto non è originariamente determinato dalla legge positiva, ma dall’identità
profonda dell’essere umano».
Il riferimento ai principi e ai valori religiosi, che fino alla generazione dei nostri padri era ancora un pilastro della convivenza civile, oggi va rapidamente scomparendo. Con il pretesto che le tradizioni religiose si mescolano, anche da noi è sempre più diffusa la tendenza a opporre all’universale concreto delle religioni il puro riferimento alle Dichiarazioni dei diritti umani, un «comun denominatore» in cui possono riconoscersi tutti. In effetti esse hanno il grande merito di formare una barriera morale e giuridica nei confronti dell’invasività del potere politico e in particolare dello Stato (pensiamo ai regimi totalitari) e di offrire un linguaggio utile al confronto tra soggetti, culture e religioni. D’altra parte, non si può tacere il limite con cui vengono oggi spesso lette queste Dichiarazioni: prescindendo dalla storia dell’uomo reale e concreto a cui si rivolgono rischiano di risultare inefficaci.
La loro universalità diventa «astratta».

In questo contesto, il ricorso alla libertà religiosa, che deve giungere fino alla libertà di convertirsi, esalta la dignità
dell’uomo, uno di anima e corpo, capace di cercare e trovare la verità. Infatti, la libertà religiosa sta in cima alla scala delle libertà effettive, perché il diritto a professare la propria fede ricomprende tutti i diritti. Dove c’è libertà religiosa – e quindi anche libertà della Chiesa – sono garantiti tutti gli altri diritti. Al bene prezioso della libertas Ecclesiae i cristiani non hanno mai rinunciato. Però dobbiamo sbarazzare il campo da ogni equivoco. La libertà della Chiesa non ha nulla a che fare con l’egemonia, ma solo con la testimonianza. Per questo essa domanda il fiorire della santità di ciascuno di noi. È una libertà che punta tutto sull’amore di Cristo per noi e sulla risposta – fragile e contraddittoria – dell’amore personale e dell’amore comunitario. Una libertà libera dall’esito come la storia della Chiesa, nonostante le contraddizioni, ci ha insegnato. Ci sono tempi di fulgore e tempi di prova. Ci sono luoghi in cui la Chiesa è stata fiorente e ora non lo è più (pensiamo al Nordafrica del III e IV secolo, e a quello di oggi). Eppure non fa differenza: l’esito è solo nelle mani dello Spirito. Nelle nostre mani è la totalità della dedizione a Cristo e alla sua Chiesa.

Il bene comune, su “La vita buona”

Continua la collaborazione del cardinale Angelo Scola, con il «Messaggero di sant’Antonio». Ogni mese si rivolge ai lettori della rivista parlando di vita buona, riallacciandosi all’omonimo libro-intervista con il giornalista Aldo Cazzullo.

Non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà. D’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Una recente indagine ci informa che il tasso di crescita del volontariato in Italia è molto più alto che nel resto d’Europa e che nell’istituto dell’affido familiare siamo addirittura i primi. Ma come? Da noi, come in tutte le società più avanzate, non si batte continuamente la grancassa sulla libertà come assenza di legami? In effetti i partiti e i sindacati, che nel secolo scorso rappresentavano ancora un forte collante sociale, sono in affanno: in pochi decenni sembrano aver dilapidato un enorme capitale di fiducia. Appare vincente una sorta di «gaia rassegnazione» che ha rinunciato alle grandi passioni ideali a favore di obiettivi dal respiro corto e rigorosamente limitati alla sfera privata.

Eppure il dato che vi ho citato all’inizio resta lì, imponente. E impressiona. Forse, nel pieno della crisi economica, sta svanendo il miraggio di un consumismo senza fine e di un benessere facile, allergico al sacrificio.
Sotto le macerie affiorano le antiche, robuste fondamenta del nostro popolo e della sua bimillenaria storia di fede. E su queste fondamenta è possibile costruire un edificio sociale nuovo. In che modo?

Il Papa, in un documento di qualche anno fa, ne ha tracciato un bozzetto «ponendo la dignità della persona nel
punto di intersezione di due assi: uno orizzontale, che rappresenta la solidarietà e la sussidiarietà, e uno verticale, che rappresenta il bene comune», sia quello terreno che quello eterno. Sono questi i quattro
pilastri della dottrina sociale della Chiesa.  Consideriamo l’asse orizzontale: non è possibile rispettare la dignità umana senza aver cura solidale di chi è in difficoltà; ma, d’altra parte, non si può parlare di autentica solidarietà senza garantire alle persone la necessaria libertà di iniziativa.

Mentre la sussidiarietà soddisfa l’esigenza di salvaguardare la singolarità della persona, considerandola come soggetto e non come oggetto della società e dello Stato che la governa, la solidarietà dice tutto lo spessore di un io che è sempre in relazione. Ogni uomo nasce, cresce e matura dentro una trama di rapporti costitutivi che gli permetteranno di generare, a sua volta, relazioni nuove. Da queste relazioni buone viene costruita la società, la quale a esse si alimenta.

Negli anni della visita pastorale a Venezia, mi sono imbattuto nella straordinaria ricchezza che la società civile italiana possiede ancora oggi. Pensate, per esempio, che nella sola cittadina di Caorle (intorno ai 6 mila residenti abituali) opera circa un’ottantina di associazioni di vario tipo (educative, culturali, sportive, di assistenza e di cura). E lo stesso mi sta capitando nella diocesi di Milano. Gli attori di questa costruzione dal basso sono spesso mortificati o penalizzati dallo Stato, fino quasi a esserne soffocati.

Vanno invece sostenuti e valorizzati. La storia delle innumerevoli opere di carattere educativo, socio-sanitario o culturale sorte nel nostro Paese lo documenta, ma sappiamo bene a prezzo di quanti ingiusti sacrifici! Consideriamo ora l’asse verticale: nella sua forma più elementare, il bene comune è lo stesso vivere insieme. Tale bene però – come ogni umana proprietà – non ha attuazione automatica, ma va voluto e praticamente perseguito.
Esso sta a fondamento della società come un bene di persone il cui valore dà sostanza al bene di tutti e insieme lo eccede.
Il bene comune, compiutamente inteso,non si esaurisce in nessun fattore storico e sociale, ma è aperto al bene integrale delle persone come tali. Un bene che va oltre la morte è la promessa che Gesù ci ha fatto.

Per questo, tra i diritti fondamentali di ogni società autenticamente umana, il magistero sociale della Chiesa non si stanca di mettere al primo posto la libertà religiosa. Per arrivare in cima alla scala dei diritti in maniera sicura bisogna, infatti, percorrerne tutti i gradini.

di Angelo Scola