Archive | marzo, 2017

«Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive»

Un milione di fedeli alla Messa nel Parco di Monza con Papa Francesco sabato 25 marzo. Una partecipazione gioiosa e convinta. Commosso, al termine della celebrazione, il grazie del cardinale Scola a papa Francesco: i suoi gesti, i suoi esempi, la sua cultura di popolo, ci indicano la strada. «Consegniamo da oggi le chiavi di casa per 50 famiglie che ne sono prive» ha annunciato l’Arcivescovo al Papa.

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«Perché Dio conservi la Santità Vostra, in modo che possiamo vedere nella Chiesa quel progresso spirituale che il mondo attende»

Lasciate le Case Bianche, papa Francesco sabato 25 marzo è arrivato in Duomo, accolto dal calore della gente in piazza e dall’abbraccio simbolico di tutti i sacerdoti, i consacrati, i religiosi e le religiose della Diocesi, che lo attendevano da ore nelle navate della Cattedrale. A introdurre l’incontro con i sacerdoti, l’arcivescovo Angelo Scola con le parole di san Carlo a san Pio V: «Perché  Dio conservi la Santità Vostra, in modo che possiamo vedere in questi nostri tempi nella Chiesa quel progresso spirituale che il mondo attende in continuazione dalla pietà e dallo zelo apostolico di Vostra Santità».

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«La Quaresima ci educa alla maturità della fede»

L’Arcivescovo: «Dalla nostra appartenenza alla Chiesa nasce in noi la responsabilità della testimonianza, personale e comunitaria. Attendiamo papa Francesco per continuare ad impararla»

«Misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (Es 34, 6b). Nel brano dell’Esodo che la liturgia oggi ci propone, Dio rivela a Mosè il suo cuore di padre; e Mosè, a nome di tutto il popolo, osa domandare la sua stabile compagnia: «Fa’ di noi la tua eredità» (Es 34,9b). Eppure è ben consapevole dell’ostinata ribellione di Israele: «Sì, è un popolo di dura cervice» (Es 34,9), che irrigidisce il collo per non portare il giogo della Legge. Ma sa che può contare su ciò che Dio è in se stesso, indipendentemente dall’uomo. Ognuno di noi, per vivere, ha bisogno di questa gratuità assoluta.

Lo sa bene l’Apostolo Paolo, quando scrive ai fratelli della Galazia: «Quelli… che si richiamano alle opere della Legge stanno sotto la maledizione» (Gal 3,10). La Legge infatti prima ordina e poi condanna, perché domanda una osservanza piena che l’uomo, con le sole sue forze, è impotente a realizzare. Affidarci alla forza di Dio e lasciarci condurre da lui, certi che Egli compirà la sua promessa – come fece Abramo – è questo che ci fa giusti. «Il giusto per fede vivrà» (Gal 3,11).

Il cammino quaresimale ci educa alla maturità della fede.

La disputa, serrata e drammatica (alla fine «raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui», Gv 8,59), tra Gesù e i Giudei, narrata dal passaggio del Vangelo di oggi ci propone un affondo sulla fede, cioè sull’«essere da Dio» (cfr Gv 8,47) per riconoscerlo come Padre. È un brano lungo e complesso, mi limiterò solo a una sottolineatura.

La dignità di figli e perciò la vera libertà (in latino i figli si chiamavano liberi) non derivano da nessun vanto umano, né di stirpe, né di merito, ma dal «rimanere nella parola» (cfr Gv 8,31) del Figlio.

I Giudei rivendicano la loro discendenza da Abramo, ma non ne fanno le opere. «Gli risposero: “Il padre nostro è Abramo”. Disse loro Gesù: “Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo”» (Gv 8,39). L’opera fondamentale di Abramo, dice l’Epistola, è la fede.

La fede di Gesù ha una cifra identificativa: il suo obbediente riferimento al Padre. Il Prefazio della Santa Messa dell’odierna domenica ci fa pregare così: «Tu, o Padre, nei secoli antichi, benedicendo la futura stirpe di Abramo, rivelasti la venuta tra noi di Cristo, tuo Figlio. La moltitudine di popoli, preannunziati al patriarca come sua discendenza, è veramente la tua unica Chiesa, che si raccoglie da ogni tribù, lingua e nazione. In essa contempliamo felici quanto ai nostri padri avevi promesso».

Dalla gratitudine per la nostra appartenenza alla Chiesa nasce in noi la responsabilità della testimonianza, personale e comunitaria. Attendiamo Papa Francesco per continuare ad impararla.

«Costruire vita buona, chiedendo perdono. Questo chiede la Croce »

La terza Via Crucis della Quaresima ambrosiana 2017, guidata dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con la reliquia del Santo Chiodo e la Croce di San Carlo, si è svolta venerdì 17 marzo a Sesto San Giovanni, per la VII Zona pastorale. La Via Crucis ha per titolo «Si è addossato i nostri dolori» e prevede quattro “quadri”: Gesù, caricato della Croce (II stazione); Gesù, aiutato da Simone di Cirene (V stazione); Gesù, inchiodato sulla Croce (XI stazione); Gesù, morto sulla Croce (XII stazione).

 

«Abbiamo portato la Croce per le strade come segno di amore e non di potere»

Martedì 14 marzo a Milano, per la Zona pastorale I, seconda Via Crucis della Quaresima ambrosiana 2017, guidata dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con la reliquia del Santo Chiodo e la Croce di San Carlo. La Via Crucis ha per titolo «Si è addossato i nostri dolori» e prevede quattro “quadri”: Gesù, caricato della Croce (II stazione); Gesù, aiutato da Simone di Cirene (V stazione); Gesù, inchiodato sulla Croce (XI stazione); Gesù, morto sulla Croce (XII stazione).

Gesù e la samaritana, incontro con una «periferia esistenziale»

Nella Seconda Domenica di Quaresima, l’Arcivescovo richiama un’espressione cara a papa Francesco, nel commentare il brano evangelico che presenta il personaggio della donna di Samaria. Ma Cristo rimane il protagonista nell’itinerario di Quaresima che ci guida alla scoperta della sua identità

La Quaresima è l’avvincente itinerario che la Chiesa propone a ogni uomo alla scoperta dell’identità di Gesù. Anche se in ognuna delle domeniche di questo periodo liturgico il Vangelo ci presenta un personaggio che dà il titolo alla domenica stessa (della samaritana, di Abramo, di Lazzaro…), il protagonista è sempre Cristo stesso.

Oggi fissiamo brevemente lo sguardo sull’incontro di Gesù con la samaritana – uno dei più belli, ricchi e conosciuti del Vangelo di Giovanni – per coglierne qualche spunto.

Da subito l’iniziativa la prende il Signore: «Le dice Gesù: “Dammi da bere”» (Gv 4,7). E Agostino commenta: «Colui che domandava da bere, aveva sete della fede di questa donna» (Agostino, In Jo.). Nella samaritana è prefigurata la Chiesa, cioè noi, la Sposa adultera che lo Sposo, come aveva profetato nella sua stessa vicenda umana il profeta Osea, ostinatamente continua a cercare e a perdonare.

Con un’espressione presa dai nostri giorni si può dire che la Samaria, ai tempi di Gesù, era una regione di grande meticciato: durante una delle tante invasioni gli Assiri ne avevano deportato gran parte degli abitanti, ripopolando poi quelle terre con loro coloni. Culti pagani si erano così mescolati con il culto del Dio di Israele. Dagli Ebrei perciò i Samaritani erano considerati impuri; per di più quella a cui Gesù chiede da bere è una donna e dalla condotta non proprio irreprensibile. Ma Gesù la incontra e “ha bisogno” di lei. Papa Francesco direbbe che sceglie una «periferia esistenziale».

Alla sorpresa e alla provocazione della donna – «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv 4,9) – Gesù risponde proponendole un dono: «Se tu conoscessi il dono di Dio» (Gv 4,10).

Alla donna che voleva sapere dove recarsi per offrire il culto a Dio, Gesù risponde: non sei tanto tu che devi offrire a Dio, ma è Dio che si offre a te; e le si rivela (unico esempio di rivelazione diretta di Gesù a una singola persona) come Messia. «La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: “Venite a vedere [è la formula, tanto semplice quanto imponente, della missione] un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?”. Uscirono dalla città e andavano da lui» (Gv 4, 28-30). Se riconosciuto e accolto, il dono della fede diventa sorgente di vita, capace di soddisfare la sete di senso di ogni uomo.

«Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo – dicono i samaritani alla donna che aveva portato loro il primo annuncio –, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo» (Gv 4,42). È il primato, nella verifica della nostra fede, dell’esperienza sui “discorsi”. Perciò la missione richiede il primato della testimonianza e del racconto di vita sulla pura ripetizione dei valori.

 

 

Scola consegna l’Onorificenza Pontificia a Padovano, unico sopravissuto della strage di Linate

Nella Cappella arcivescovile in Curia il cardinale Scola ha conferito il Cavalierato dell’Ordine di San Gregorio Magno a Pasquale Padovano, l’uomo sopravvissuto al disastro aereo dell’8 ottobre 2001, nel quale persero la vita 118 persone.

«La Via Crucis non è solo segno di pietà cristiana, ma di cultura, verità e civiltà per le nostre città, per l’Italia e l’Europa»

La prima Via Crucis della Quaresima ambrosiana 2017, guidata dall’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con la reliquia del Santo Chiodo e la Croce di San Carlo, si è svolta venerdì 10 marzo a Saronno, per la IV Zona pastorale. La Via Crucis ha per titolo «Si è addossato i nostri dolori» e prevede quattro “quadri”: Gesù, caricato della Croce (II stazione); Gesù, aiutato da Simone di Cirene (V stazione); Gesù, inchiodato sulla Croce (XI stazione); Gesù, morto sulla Croce (XII stazione).

 

«Vivere la Quaresima come tempo di conversione d’amore»

Domenica 5 marzo, prima domenica della Quaresima ambrosiana, il cardinale Angelo Scola ha presieduto in Duomo la celebrazione eucaristica e il rito dell’Imposizione delle ceneri compiendo il gesto di conversione che apre il tempo di preparazione alla Pasqua

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«L’anima della penitenza cristiana è l’amore»

Nella prima domenica della Quaresima ambrosiana pubblichiamo una riflessione dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, che alle 17.30 presiede in Duomo la Santa Messa col gesto penitenziale dell’Imposizione delle ceneri.

La Quaresima è il tempo favorevole per la conversione, il cambiamento profondo del nostro io. Perché? Ci risponde una bella preghiera della liturgia ambrosiana di questa prima Domenica di Quaresima: «Perché possa giungere in novità di vita alla gioia della Pasqua». Anche quest’anno la Chiesa nostra Madre ci offre quaranta giorni di cammino per la rigenerazione profonda del nostro io.

La penitenza, o il digiuno cristiano, non è prevalentemente una posizione “negativa”, che si attua per sottrazione. Essa è una posizione “positiva”, che non si attua nella logica del negare, ma del donare. L’anima della penitenza cristiana è l’amore. Un amore che libera, non un possesso che asserve. La strada per riprendere coscienza fino in fondo del nostro essere figli.

All’inizio di questo cammino troviamo infatti il Padre che ci chiama. Dio non si rassegna alla separazione dai suoi figli – e tutti noi sappiamo per esperienza quanto il peccato ci separi da Dio e dai fratelli! –, ma per poterli riabbracciare ci ha donato Suo Figlio Gesù, che muore in Croce per ogni uomo, senza alcuna eccezione. All’inizio del nostro cammino quaresimale, paradigma del cammino dell’umana esistenza, poniamoci di fronte allo struggimento d’amore del Padre per ciascuno di noi.

Il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto ci aiuta a rendercene veramente conto. Il tentatore fa di tutto per separare Gesù dal Padre. Il diavolo, infatti, non mette alla prova tanto le virtù di Gesù, quanto la Sua relazione filiale con il Padre, nell’amore dello Spirito Santo. Egli cerca di avvelenare, con il sospetto, il rapporto costitutivo della Sua persona. Per questo introduce ogni tentazione con le parole: «Se tu sei figlio di Dio» (Mt 4,3 e 6). Così succede anche nella nostra vita. Il nostro male, le nostre fragilità ed errori, non nascondono forse sempre il rifiuto di riconoscerci figli? Inseguiamo l’illusione di poter fare a meno del Padre che ci vuol bene e ci chiama, come se la nostra felicità fosse l’esito di un nostro progetto e delle nostre forze e non un dono permanentemente elargito da Colui che sempre ci precede ed abbraccia la nostra libertà.

Eppure il Padre conosce la nostra fragilità di creature (ce lo ricorda il gesto dell’imposizione delle ceneri), ma anche la nostra grandezza. Il poeta francese Charles Péguy ha parole bellissime per descrivere il cuore del Padre che ci vuole figli e liberi: «Ora io sono loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo. Tutte le sottomissioni di schiavi del mondo non valgono un bello sguardo d’uomo libero… Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto… Per insegnargli la libertà» (Il Mistero dei Santi Innocenti).

Prepariamo la visita del Papa con questa libertà filiale, desiderosi di godere fino in fondo della sua testimonianza.