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La cultura della cucina e il valore della condivisione

Pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, sul Sole 24 ORE del 4 aprile 2015. Ci sono attività a...

Pubblichiamo l’intervento dell’Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, sul Sole 24 ORE del 4 aprile 2015.

Ci sono attività a cui tutti, chi più chi meno, ci dedichiamo lungo la nostra esistenza. Azioni assolutamente quotidiane e “normali”, ordinarie, che tuttavia portano con sé tutta una serie di nessi e significati capaci di meglio illuminare chi siamo e che cosa desideriamo.

Una di queste è, senz’altro, cucinare. Expo 2015 non può non metterla a tema, se intende parlare di alimentazione. Perché creare (e il verbo non è casuale) un’alimentazione caratteristica degli uomini è proprio lo scopo specifico della cucina.

Per sottolineare il valore culturale della cucina basterà ricordare qualche nome più o meno celebre. Già nel XVIII secolo lo scrittore scozzese James Boswell definì l’homo sapiens, nel suo Journal of a tour to the Hebrides, come “l’animale che cucina” e nel 1825, pubblicando Physiologie du goût ou méditations de gastronomie transcendante, Jean-Anthelme Brillat-Savarin (che ha dato il nome a uno specifico dolce), brillante politico e gastronomo francese, riconobbe proprio nell’atto di cucinare una prima forma di organizzazione della vita civile degli esseri umani. Più recentemente Claude Lévi-Strauss ha sottolineato il nesso profondo esistente fra il “crudo della natura” e il “cotto della cultura”. E ancora più vicino a noi, l’antropologo statunitense Richard Wrangham sostiene che la cottura dei cibi ha rappresentato una tappa fondamentale nell’evoluzione e nella distinzione fra gli esseri umani e le grandi scimmie.

Ovviamente non è questo il luogo (né io ne ho la competenza) per esaminare e confrontare queste ed altre ipotesi interpretative circa il peso che la cucina ha avuto nella storia della civiltà. Ad ogni modo, cucinare è proprio da uomini e mette in evidenza qualcosa di specificamente umano.

Possiamo, invece, richiamare l’attenzione su taluni significati di immediata e universale evidenza.

Innanzitutto cucinare ha a che fare col bisogno di alimentarsi, eppure tutti siamo ben consapevoli che dice ben di più di questo. Per soddisfare il puro bisogno di alimentarsi uno potrebbe addirittura non cucinare! Purtroppo il crescente successo dei fast-food o dei piatti precucinati è lì a documentarcelo. La cucina mette invece in evidenza il nesso tra bisogno e desiderio e, quindi, quello tra soddisfazione e godimento. Un secondo significato che l’arte culinaria porta con sé emerge dall’idea stessa di tradizione: a cucinare, infatti, si impara. Le cucine sono, a dire dalla cuoca iraniana Samin Nosrat, luoghi di “pazienza, presenza e pratica”, popolati da persone reali, che davvero hanno a che fare con un lavoro certo non privo di aspetti faticosi, luoghi che possono essere descritti come autentiche scuole e centri di apprendistato. Conoscere una “ricetta” ed impararla è un processo specificamente umano e di socializzazione. Inoltre cucinare implica un complesso processo di trasformazione che porta a passare da alimenti crudi a un cibo cotto o comunque variamente modificato dall’uomo. Nonostante l’evoluzione delle tecniche di trasformazione dei cibi, resta in noi un istinto assolutamente arcaico che ci spinge a misurarci con la sfida (a volte non facile) di modificare le materie prime che abbiamo ricevuto per il nostro sostentamento. La preparazione degli ingredienti spesso richiede un lavoro lungo e laborioso – perfino noioso – che solo l’incontro con un maestro appassionato ci può far considerare come premessa necessaria a un percorso di soddisfazione che parte da sé ma si conclude nel rapporto con altri.

Si cucina, infatti, per se stessi ma anche, e nella maggior parte dei casi, per altri e, soprattutto, per quelli che amiamo. Essi ci si offrono come commensali, destinatari di un piacere comune, in cui si raccolgono le caratteristiche personali di ciascuno godendo dell’avvenimento del mangiare insieme. È innegabile infatti che il pasto insieme resta un fondamento della vita familiare – e quindi sociale – contraddistinto dal servizio e dalla condivisione, da una sorta di festa delle diversità, siano esse alimentari che umane.

A questo punto amore e passione non sembrano termini inadeguati per descrivere il rapporto con il cibo, perfino nelle sue forme patologiche, ma soprattutto in quelle sane che possono spalancare ciascuno di noi a godere dei doni della natura.

Amore e passione che raggiungono anche l’esperienza religiosa. Gesù fa Pasqua mettendosi a tavola con i suoi. I cristiani, dopo duemila anni, celebrano il sacrificio glorioso di Cristo sulla croce nell’Eucarestia che, facendo memoria dell’Ultima Cena, li apre a condividere con i fratelli uomini tutti gli ambiti dell’esistenza.

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