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Redentore 2011/ La “città serenissima”. Il Discorso del card. Scola

Il testo integrale del discorso del Redentore 2011...

VENEZIA – Viene qui pubblicato il testo integrale del discorso del card. Angelo Scola, Amministratore Apostolico del Patriarcato di Venezia, proposto in occasione della Festa del Santissimo Redentore e pubblicato domenica 17 luglio su “Il Gazzettino” e “Avvenire“.

 

La “città serenissima”

Il messaggio di Benedetto XVI a Venezia e al Nordest

 

1. Alzare lo sguardo al Redentore

Il pellegrinaggio di popolo attraverso il ponte votivo, gesto emblematico della festa odierna, non ha perso nei secoli il suo fascino. Mentre camminavamo sul ponte, il moto ondoso con il suo leggero rollio sembrava alludere a quella condizione della nostra società, che oggi per la sua instabilità e mutevolezza viene detta “liquida”. Lo ha ben osservato il Papa nel discorso al polo della Salute parlando della “città serenissima (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011).

Come la secolare lotta con le acque non ha tolto fulgore a Venezia, così il nostro procedere, malfermo ma deciso, sul ponte non ci ha precluso la meta: Gesù Cristo che redime la nostra umanità. Ora siamo di fronte a Lui. Ne è figura l’imponente crocifisso innalzato sull’abside a inondare con la Sua luce, grazie al genio palladiano, ogni angolo di questo tempio.

A Lui ora vogliamo innalzare lo sguardo e aprire il cuore. Come ci ha ricordato Benedetto XVI, Gesù stesso è la nostra salute:

«Salus nostra Dominus Jesus. Gesù salva l’uomo ponendolo nuovamente nella relazione salutare con il Padre nella grazia dello Spirito Santo; lo immerge in questa corrente pura e vivificante che scioglie l’uomo dalle sue “paralisi” fisiche, psichiche e spirituali; lo guarisce dalla durezza di cuore, dalla chiusura egocentrica e gli fa gustare la possibilità di trovare veramente se stesso perdendosi per amore di Dio e del prossimo» (ibidem). Stare davanti al Crocifisso innalzato (Vangelo, Gv 3,14) significa dunque deporre ai Suoi piedi tutta la nostra umanità – con la sua instabilità, le sue ferite e le sue malattie dell’anima e del corpo, il suo anelito di vita e di libertà, insomma il suo senso religioso – per consegnarla a Lui.

 

2. Un Padre ci ama per primo e per sempre

Chi è il Redentore a cui consegniamo tutta la nostra vita? O, meglio, qual è la Sua azione nei confronti di ciascuno di noi? Lo impariamo dalla promessa del profeta Ezechiele, proclamata nella Prima Lettura. Con un incalzare sovrabbondante di verbi [cercherò, passerò in rassegna, radunerò, condurrò in ottime pasture, ricondurrò nella loro terra, farò riposare, andrò in cerca, fascerò, avrò cura (cfr Ez  11-16)] vi si descrive l’intervento di Dio nella vita del suo popolo che, essendosi  allontanato da Lui, si era disperso e vagava affamato, stremato e ferito. «Dove Tu non sei, vi è solo gente senza casa» scriveva il giovane Karol Wojtyla.

Dio si china di nuovo sul suo popolo, lo raduna e lo riporta a casa. Dove Dio viene accolto cambiano i rapporti tra le persone, nasce la comunione.

«Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo Figlio unigenito» (Vangelo, Gv 3,16). In Lui percorre ogni sentiero dell’umanità, per stabilire con ciascuno una relazione personale e rinnovare il popolo di Dio.

Dio ama per primo e ama per sempre. Come abbiamo ascoltato nella Lettera ai Romani, «quando ancora eravamo nemici» (Seconda Lettura, Rm 5,10) il Padre ha dato Suo Figlio per noi. Se siamo ancora avvelenati dal male, perciò dispersi e incapaci di costruire insieme la vita buona, è perché resistiamo alla sorprendente gratuità di questa perenne sorgente dell’amore. E tuttavia questa sera ci è ridata una speranza affidabile – «La speranza poi non delude» (Seconda Lettura, Rm 5,5) – perché poggia sulla promessa di Colui che è per sempre fedele.

 

3. Una Chiesa senza Cristo?

Cristiani della prima ora riconosciamo con umiltà che siamo in balìa della grave separazione, già denunciata da Paolo VI, tra fede e vita.

Come spesso abbiamo ribadito nella Scuola di Metodo – significativo momento di lavoro per i responsabili ecclesiali di tutto il Patriarcato – non vediamo le implicazioni dell’avvenimento di Gesù e dei misteri del cristianesimo. Non a caso il Santo Padre ha messo in guardia le comunità cristiane del Nordest dalla gravità di questa miopia che impedisce di vedere cosa c’entri la fede in Cristo con l’uomo, la società di oggi ed il creato.

Con efficace sinteticità Benedetto XVI ha poi posto sotto i nostri occhi la grave conseguenza di questo dualismo: l’«essere di Cristo rischia di svuotarsi della sua verità e dei suoi contenuti più profondi; rischia di diventare un orizzonte che solo superficialmente – e negli aspetti piuttosto sociali e culturali – , abbraccia la vita; rischia di ridursi ad un cristianesimo nel quale l’esperienza di fede in Gesù crocifisso e risorto non illumina il cammino dell’esistenza» (Benedetto XVI, Omelia alla Messa al Parco di San Giuliano, Venezia 8 maggio 2011). Se i cristiani non riconoscono e non vivono il nesso quotidiano tra fede e vita, la Chiesa rischia di apparire una Chiesa senza Gesù Cristo.

 

4. L’amicizia evangelica

Sempre nell’omelia al parco di San Giuliano Benedetto XVI, offrendo un antidoto a questa patologia, ha sottolineato con forza la necessità di uno stile di vita personale e comunitario solidamente ancorato alla fede in Gesù Cristo vivente. Ha richiamato la conversione, mostrandone tutta la convenienza: «Talvolta quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore». è «conversione dalla disperazione alla speranza, conversione dalla tristezza alla gioia, e anche conversione alla vita comunitaria» (ibid.).

L’incontro personale con Gesù Redentore «ci inserisce anche nella comunità dei fratelli: la comunione con il Signore è sempre anche comunione con gli altri» (Benedetto XVI, Conclusione della Visita pastorale in San Marco, Venezia 8 maggio 2011). Rifulge qui la bellezza dell’essere Chiesa aperta: «esemplare, capace di autentica amicizia evangelica» (Benedetto XVI, Saluto in Piazza del Capitolo della cattedrale, Aquileia 7 maggio 2011) come fu la Chiesa di Aquileia, della quale siamo eredi.

Di questa amicizia abbiamo fatto esperienza lungo tutti gli anni della Visita pastorale (2004-2011). Non solo abbiamo incontrato le parrocchie, le comunità religiose, le aggregazioni di fedeli, ma abbiamo trovato sorprendente accoglienza nei luoghi di aggregazione sociale, negli ambienti di lavoro e di studio, negli ambiti istituzionali, civili e militari. La grazia della comunione cristiana si è confermata essere un dono per tutti, un prezioso lievito che contribuisce a far fermentare tutta la pasta. In una società plurale come la nostra – e forse tanto più in essa – la quotidiana testimonianza cristiana diffonde pratiche capaci di riconciliazione e di pace. Infatti, i discepoli del Dio incarnato sono chiamati a vivere l’adesione a Lui proprio lì dove si gioca il destino della persona, della società e del creato. Nulla dell’uomo resta loro estraneo o indifferente.

 

5. Costruire la “città serenissima”

La fecondità civica di questa amicizia evangelica è segnalata da alcune suggestioni che Venezia regala ai suoi abitanti e visitatori e che sono in particolare sintonia con la festa di oggi. Provengono da tre simboli, che qui vorrei richiamare. Dal Ponte di Rialto in poi su quanti archi e portali, ai lati o nei pennacchi, l’Annunciazione ricorda il mistero della perenne compagnia di Dio all’uomo di ogni tempo e di ogni luogo! E come non citare la croce cosmica che sormonta le cupole di San Marco e di altre chiese, quasi un invito a comprendere  «quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità» (Ef 3,18) del mistero di Cristo, che penetra e sostiene tutta la realtà? Ed infine sulla cupola di questa basilica e di diversi altri templi si staglia nel cielo la figura del Risorto, che imbraccia lo stendardo della vittoria sulla morte.

Se queste immagini scomparissero dai nostri occhi, Venezia ci apparirebbe più povera, quasi monca. La loro forza simbolica sta proprio nel fatto che esse appartengono ad un tessuto visivo capace di rinnovare ogni giorno la nostra memoria condivisa. Continuano ad essere segni che invitano a costruire la vita buona di una città. «Il nome “Serenissima” ci parla di una civiltà della pace, fondata sul mutuo rispetto, sulla reciproca conoscenza, sulle relazioni di amicizia. Venezia ha una lunga storia e un ricco patrimonio umano, spirituale e artistico per essere capace anche oggi di offrire un prezioso contributo nell’aiutare gli uomini a credere in un futuro migliore e ad impegnarsi a costruirlo» (Benedetto XVI, Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Venezia 8 maggio 2011). Edificare una città Serenissima che non riduca il Vangelo a puro contorno all’interno del vessillo cittadino significa non temere la forza della verità, anche come puntuale lotta contro il “male”.

In comunione di intenti si realizza in tal modo una vita civile in cui tutto l’umano fiorisce.

 

6. Nuovi orizzonti per il Nordest 

Redentore 2011

La singolare festa del Redentore di quest’anno si fa potente stimolo per imparare Venezia e la sua vocazione all’interno del Nordest. E non solo di esso. «La città serenissima – ha detto il Santo Padre – può aiutare la progettazione dell’oggi e del domani in questa grande regione» (ibid.). In quest’ottica il Papa ha aperto importanti orizzonti al Nordest quasi configurandone una nuova fisionomia. Ha affidato alle più di cinquanta Chiese nate da Aquileia un nuovo ben preciso mandato: «Nella complessità [della società plurale] siete chiamati a promuovere il senso cristiano della vita, mediante l’annuncio esplicito del Vangelo, portato con delicata fierezza e con profonda gioia nei vari ambiti dell’esistenza quotidiana. Dalla fede vissuta con coraggio scaturisce, anche oggi come in passato, una feconda cultura fatta di amore alla vita, dal concepimento fino al suo termine naturale, di promozione della dignità della persona, di esaltazione dell’importanza della famiglia, fondata sul matrimonio fedele e aperto alla vita, di impegno per la giustizia e la solidarietà» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011).

Dialogo, coesione, convergenza, integrazione e sviluppo sono parole sulla cui base il Nordest può svolgere anche un ruolo di promotore di pace nel Mediterraneo. Il Mare Adriatico, golfo naturale dell’Europa verso sud, continuando l’importante tradizione di accoglienza e di relazioni della Serenissima, può aprire tutto il Nordest ai popoli del mare nostrum che, proprio in questi tempi, domandano libertà. Il Nordest scopre una nuova dimensione per il suo futuro: l’asse Est-Ovest diviene anche significativa cerniera tra Nord e Sud. Essa farà sentire un benefico influsso anche sul nuovo modello di sviluppo legato all’inevitabile evoluzione delle imprese.

Il 2° Convegno di Aquileia, a cui le 15 diocesi del Veneto, del Trentino Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia si stanno, ormai da più di un anno, preparando, si farà carico di questa nuova fisionomia dei nostri territori. Approfondendo l’insegnamento offerto dal Santo Padre in vista di questo Convegno le Chiese promuoveranno una nuova evangelizzazione che sappia, con le debite distinzioni, rispondere adeguatamente all’evoluzione sociale, culturale e politica delle regioni italiche, slave e germaniche legate ad Aquileia e al loro nuovo compito nei confronti del Sud.

L’equilibrata accoglienza dei migranti, che si sta realizzando in armonia con le Istituzioni, aiuterà questo nuovo impegno dai contorni ancora imprevedibili. La lunga esperienza di condivisione delle varie forme di povertà e di emarginazione in atto da decenni nel Patriarcato e in tutte le Diocesi del Nordest è buona garanzia della realistica serietà di questo impegno.

 

7. Affrontare con decisione l’emergenza educativa

Entro questi nuovi orizzonti del Nordest non possiamo non tenere presente anche taluni rilevanti fenomeni di disagio quali l’abbandono scolastico precoce, l’inattività (NEET), la disoccupazione, la precarietà e la perdita del lavoro. In questo contesto quella che è stata chiamata “emergenza educativa” sta assumendo le dimensioni e i contorni della questione sociale del nostro tempo. Non si può restare inerti di fronte all’accusa di “non essere un Paese per giovani!”. Il compito educativo ha però bisogno di una chiarezza di obiettivi. Esso non può ridursi allo stereotipato richiamo ai valori, ma domanda un impegno personale e comunitario a far fare l’esperienza dei valori, come ha opportunamente rilevato il “Rapporto-Proposta della Conferenza episcopale italiana” (La sfida educativa, 11).

Con tale intento quest’anno i nostri patronati hanno potenziato i Grest, le comunità parrocchiali e le aggregazioni di fedeli hanno promosso vacanze guidate e campi-scuola. Sono preziose opere educative che hanno visto un crescendo di partecipazione. Esse si collegano armonicamente con l’ordinaria azione catechetica, di carità e di cultura che da sempre la Chiesa, in sé e per sé soggetto educante, propone alle nostre popolazioni.

Anche lo Studium Generale Marcianum e la Fondazione Internazionale Oasis – oltre a consolidati istituti e strumenti quali i Gruppi di ascolto, la Scuola “Santa Caterina d’Alessandria”, la Scuola biblica, ecc.) – intendono dare il proprio contributo in tal senso.

Le famiglie, a cui spetta primariamente la responsabilità educativa, dovranno essere sostenute da politiche adeguate. è urgente inoltre che gli uomini e le donne della seconda generazione (tra i 18 e i 50 anni) sappiano essere protagonisti responsabili e decisi all’interno delle comunità ecclesiali e della società civile.

 

8. Vita buona, giustizia, legalità

Allargando lo sguardo al delicato momento di transizione che non solo la realtà italiana ma anche quella mondiale sta attraversando, l’invito del Papa ad attuare un «rispettoso confronto costruttivo e consapevole con tutti i soggetti che vivono in questa società» (Benedetto XVI, Discorso nella Basilica, Aquileia 7 maggio 2011) urge alla concezione e alla pratica di una adeguata vita buona in cui dimori la giustizia. Non si dà l’una senza l’altra: come ha affermato Paul Ricoeur la «vita buona con e per l’altro nasce all’interno di istituzioni giuste», e istituzioni giuste non si istaurano e non si mantengono senza una tensione di tutti i soggetti sociali a una vita buona.

Ma, a loro volta, vita buona dei soggetti e istituzioni giuste assumono il loro rilievo politico nella misura in cui sono orientate alla ricerca condivisa del bene comune di tutta la realtà sociale. Come l’azione buona è tale solo se tesa a coinvolgere ogni membro della famiglia umana rispettando la regola della prossimità, così, guardando all’insieme di una società, ogni agire non è pienamente retto se non tiene conto del bene comune. Esso poi consiste in quella dimensione dell’agire stesso che riguarda il bene del tutto sociale in quanto costituito da persone umane. Afferma giustamente il Catechismo della Chiesa cattolica: «Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio dell’essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l’uomo» (Catechismo della Chiesa cattolica, 1912).

È evidente che tutto ciò richiede, insieme, vita buona delle persone e giustizia delle istituzioni. Domanda inoltre che il rapporto tra vita buona, giustizia e leggi sia vissuto, con gradi diversi di responsabilità, da ogni cittadino, indipendentemente dal ruolo sociale che ricopre. La pratica della giustizia non può essere mai delegata. Oggi, piuttosto, vi è l’urgente bisogno educativo di rendere consapevoli ciascuno delle oggettive implicazioni sociali e di bene comune del proprio agire.

In proposito, la storia di Venezia, in cui relazioni sociali e intraprese – prima commerciali e poi anche turistiche ed industriali – si sono intrecciate, così come la straordinaria ricchezza della società civile del Nordest, sono dotate di un prezioso patrimonio: documentano che l’amicizia civica è una condizione imprescindibile per edificare una società secondo giustizia e che solo all’interno di questo orizzonte antropologico ed etico il necessario richiamo alla legalità, cui la Conferenza episcopale italiana fa da tempo riferimento, diventa efficace.

Infatti, anche nell’odierna società plurale, la legge non può, almeno di fatto, prescindere dall’obiettivo di educare ad agire secondo virtù, anzitutto le virtù che riguardano direttamente la vita comune.

Per questo in democrazie plurali, sempre tendenzialmente conflittuali, il ruolo delle Istituzioni assume un peso tanto decisivo quanto delicato. Resta fortemente attuale l’invito – già contenuto nel celebre documento “Educare alla legalità” elaborato nel 1991 dalla Commissione ecclesiale “Giustizia e pace” della Conferenza episcopale italiana e più volte reiterato –-a che le Istituzioni attuino il loro compito, rispettando rigorosamente i loro ambiti ben delimitati di competenza, anche nell’esercizio della loro funzione di reciproco controllo.

È sempre più chiaro che il Paese ha bisogno di un soprassalto di coscienza civica, soprattutto in questi tempi di grave crisi economico-finanziaria. Questa non potrà certo trovare soluzione nei pur necessari aggiustamenti tecnici delle regole di mercato, perché il mercato non è un fatto di natura, ma di cultura e dunque ha nel fattore umano e nella sua qualità morale una componente indispensabile. Anche la riforma del mercato chiede rinnovamento antropologico ed etico.

L’invito del Santo Padre, fatto proprio dal Presidente della Conferenza episcopale italiana, a un rinnovato impegno dei cattolici in politica sta dando vita a diversi tentativi di singoli e di aggregazioni. Se promossi con il necessario realismo etico e politico, essi potranno dare un utile apporto al Paese.

 

9. Orientare la transizione

Anche Venezia ed il Nordest sono immersi nel passaggio epocale in atto in tutto il pianeta. Si tratta di una transizione, non priva di forte travaglio, dalla modernità al postmoderno, di cui tutti gli uomini e le donne del nostro tempo portano i segni. Questo rapido e tumultuoso cambiamento, questa transizione appunto, è particolarmente evidente in ambito sociale, culturale, economico e politico. Per questo sono lieto di comunicare che i giorni scorsi ho formalmente istituito le prime due Unità di lavoro per la transizione (U.L.Tra), una per il litorale e l’altra per la città lagunare.

Sono organismi che, con preciso riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa, intendono mettere in collegamento persone che operano negli svariati ambiti della società civile in vista di un confronto e di una collaborazione aperta a tutti.

Ben coscienti della netta distinzione che intercorre tra realtà ecclesiale e società civile, questi organismi opereranno al fine di valorizzare, mediante proposte concrete, il bene politico primario dell’essere insieme.

Le Unità di lavoro per la Transizione non nascono a tavolino ma sono il frutto dell’impegno pluriennale di uomini e donne del Patriarcato in ambito sociale, culturale e politico. Soprattutto lungo l’arco della Visita Pastorale abbiamo colto l’esigenza di creare queste realtà per dare stabilità ad una trama ormai significativa di relazioni ecclesiali e civili.

Consapevoli delle inevitabili implicazioni sociali della vita cristiana, ognuna di queste Unità di lavoro per la transizione, la cui fisionomia sarà singolare e specifica perché ben radicata nel territorio in cui opera, favorirà la presenza stabile ed operosa delle comunità parrocchiali, delle aggregazioni di fedeli e di ogni cristiano nella società civile.

La loro attenzione sarà rivolta al con e al per dell’altro, qualunque sia il suo credo religioso e politico. Con umiltà daranno il loro contributo di solidarietà, di idee e di iniziative.

Una particolare attenzione verrà portata all’evoluzione del mondo del lavoro che chiede di essere ripensato – il doloroso caso di Marghera ancora privo di prospettive insegni ..! – all’interno della complessa rete di fattori entro i quali oggi è imprescindibile affrontare ogni questione sociale.

 

10. Gesù Cristo, preziosa risorsa

Al termine di questa celebrazione eucaristica, uscendo sul sagrato, invocheremo la benedizione su Venezia e il Nordest, il territorio, gli abitanti e i visitatori. Lo faremo adorando il Signore presente nel sacramento dell’Eucaristia, segno efficace dell’amore di Dio. È questo amore il fondamento, la garanzia e il sostegno del nostro sperare. «Dio – infatti – non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui» (Vangelo, Gv 3,17). In questo amore Dio ci tiene saldi e legati strettamente a Sé. È in forza di questo amore che “la città serenissima” ritrova “salute”.

La speranza cristiana non è una virtù privata, ma di tutta la comunità ecclesiale il cui unico scopo è testimoniare che Gesù Cristo Redentore è, anche in quest’epoca post-moderna, preziosa risorsa per l’umanità intera.

In questo Vespero di festa lo Spirito Santo ci conduca a conoscere, amare e servire Cristo. San Paolo rafforza questo nostro proposito: «Cristo in voi, speranza della gloria» (Col 1,27). Amen.

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