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“Summer Ethics Conference 2011”. L’intervento di apertura

VENEZIA - Ha preso avvio nella mattina di giovedì 30 giugno a S. Marta (Venezia) la Summer Ethics Conference 2011 sul tema “Il Mediterraneo e i...

VENEZIA – Ha preso avvio nella mattina di giovedì 30 giugno a S. Marta (Venezia) – presso l’Area congressuale del Porto – la Summer Ethics Conference 2011 organizzata dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum. Il tema al centro del dibattito, che continuerà fino a venerdì 1° luglio, è “Il Mediterraneo e i suoi Paesi del sud e del nord.  Lo sviluppo, i rapporti, i cambiamenti e la ricerca di dialogo nell’odierno Mare Nostrum” (per ulteriori info si rimanda al post precedente).

Qui di seguito il testo della relazione di apertura del card. Angelo Scola:

 

Sono molto lieto di rivolgere il mio saluto ai partecipanti a questo incontro e ringrazio gli organizzatori, che con la formula adottata quest’anno, quella della Summer Ethics Conference, hanno inteso rendere più evidente il legame tra questo appuntamento estivo e il lavoro svolto all’interno del Master in etica e gestione d’azienda (MEGA), mettendone in risalto il motivo ispiratore.

Il tema scelto per questa edizione della Summer Ethics Conference si è rivelato quanto mai appropriato. I mutamenti in atto in Africa del Nord e nel Medio Oriente, i cui effetti andranno certamente valutati nel più lungo periodo, impongono infatti una profonda riflessione sui rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, la cui inevitabile evoluzione chiede di essere non solo interpretata, ma anche orientata. Per far ciò non basterà prendere atto della situazione politica venutasi a creare in alcuni Paesi del Nord Africa, peraltro ancora estremamente instabile, ma in un certo senso occorrerà operare un ripensamento più a monte di quanto la stretta attualità documenta.

Le rivolte nordafricane ci hanno colto di sorpresa. Eppure, ci dicono alcuni osservatori, non mancavano i segnali di un forte fermento all’interno delle società arabo-islamiche. Essi erano tuttavia mascherati da una lettura, rivelatasi perlomeno insufficiente, di uno spazio politico sostanzialmente dominato da due soli attori, i regimi in carica e i fondamentalisti islamici, servita a sua volta a legittimare, tramite un ricorso spregiudicato al principio del male minore, governi spesso autoritari e corrotti.

Un dato, assai rilevante per la natura specifica del Master Mega, si impone con una certa immediatezza: le rivoluzioni tunisina e egiziana sono scoppiate a causa di situazioni di grave deprivazione, soprattutto in ambito giovanile, che hanno fatto emergere una sottostante domanda di dignità, giustizia e libertà. La crisi economica che ormai da alcuni anni colpisce anche le nostre società ha sicuramente accelerato i processi insurrezionali, ma le condizioni socio-economiche dei Paesi nordafricani erano già da tempo insostenibili, nonostante una certa crescita del PIL, condizionate da un lato da forti squilibri interni e dall’altro dalla pressione esercitata da programmi di “aggiustamento strutturale” fortemente ispirati a paradigmi liberisti e troppo meccanicamente e uniformemente applicati a contesti estremamente differenziati.

È vero dunque che l’economia ha bisogno di etica, la quale, a sua volta, implica sempre una antropologia. Non tuttavia per correggere a posteriori le deformazioni che essa stessa produce, ma per garantirne un più corretto funzionamento. È perciò urgente proporre e approfondire il tanto prezioso quanto incompreso richiamo di Papa Benedetto XVI alla necessità di ripensare la «ragione economica», includendovi il principio di gratuità e di fraternità[1].

Sbaglieremmo dunque a trascurare ulteriormente i segnali che la sponda meridionale del Mediterraneo sta lanciando. Non a caso il Santo Padre, nella sua recente visita nelle nostre terre ha avuto ad affermare che il Nord-Est «non [è] più solo crocevia tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, ma anche tra il Nord e il Sud (l’Adriatico porta il Mediterraneo nel cuore dell’Europa)»[2]. Non solo l’attuale contingenza economica chiede anche a noi una rapida inversione di rotta – basti pensare alla situazione della Grecia e di altre economie europee che si trovano ora a fare i conti con la grave questione del debito sovrano, ultimo riflesso di una crisi che ha più volte cambiato volto nel corso di questi anni –, ma i processi in atto nei Paesi nordafricani hanno immediate ricadute, e spesso molto tumultuose e dolorose, anche sulle nostre società.

Lo dimostra la crescente pressione dei migranti e dei profughi provenienti dalle coste tunisine, che, secondo alcuni esperti, non sono che una prima manifestazione di un’onda d’urto che deve ancora investirci. Dietro il Maghreb infatti premono le popolazioni dell’Africa sub-sahariana, che non di rado versano in condizioni di vita insopportabili[3].

Vi sono poi fattori che abbiamo visto incidere con forza sulla trasformazione dei Paesi arabi, e che interrogano altrettanto potentemente le nostre società. Penso per esempio al tema della crescente incidenza dei new media e del ruolo ambiguo che essi sembrano svolgere nello strutturare lo spazio pubblico delle società contemporanee: capaci di favorire grandi mobilitazioni, essi sono intrinsecamente (e non potrebbe essere altrimenti) impossibilitati a sostituirsi a relazioni reali, stabili e durevoli fra le persone e rischiano di favorire forme estremamente individualiste, o per lo meno effimere, di partecipazione. E penso soprattutto al fatto che entrambe le sponde del Mediterraneo paiono essere entrate, certo con accenti e modalità spesso molto diversi, in una fase post-ideologica, segnata in Europa dal crollo degli assoluti mondani e nei Paesi arabi all’esaurirsi prima dell’utopia nazionalista e poi di quella islamista (ciò non significa che siano venute meno interpretazioni letteraliste dell’Islam, quanto che sia entrata in crisi l’idea dello “stato islamico” o della “soluzione islamica” come progetti globali di costruzione della società)[4].

Riaffiora così, sebbene in modo talvolta confuso, quell’esperienza comune a tutti gli uomini, che come diceva Wojtyla «nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità»[5], ciò che apre tra l’altro vasti campi di dialogo fra uomini di culture e religioni diverse.

Di fronte a cambiamenti di tale portata, cui abbiamo solo potuto accennare, la strada più ragionevolmente percorribile per pensare l’evoluzione delle nostre società, anche nei loro rapporti con la sponda meridionale del Mediterraneo sembra essere quella che Benedetto XVI, nel solco del magistero precedente, ha definito «sviluppo integrale»[6]. Tale richiamo intende innanzitutto porre l’accento non tanto sui singoli fattori dello sviluppo, quanto sull’identità del suo soggetto, che non può che essere l’uomo, non «“astratto”, ma reale, [l’] uomo “concreto”, “storico”»[7], colto nella sua esperienza elementare fatta di lavoro, affetti e riposo. Certo non si tratta di un obiettivo conseguibile a buon mercato, attraverso l’applicazione di nuove e più vincenti “ricette”. Esso esige piuttosto «la libertà responsabile della persona e dei popoli» dal momento che «nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana»[8]. In quanto «vocazione» esso «richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio».

Tale rimando aiuta peraltro a situare nell’orizzonte antropologico il ruolo dell’etica. Non si danno infatti settori etici dell’attività umana, quanto piuttosto soggetti che pongono in essere opere e attività rispettose dell’uomo nella sua dimensione costitutivamente relazionale, e perciò capaci di venire incontro ai suoi bisogni più veri.

Si situa in questo orizzonte il progetto dello Studium Generale Marcianum e del Master Mega: approfondire i vari saperi coltivando l’unità del soggetto che li elabora, attraverso un approccio transdisciplinare che non emargini la religione e la teologia, ma ne riconosca al contrario la capacità di educare soggetti personali e comunitari tesi alla narrazione e al riconoscimento reciproco e in grado di orientare gli attuali processi storici verso la vita buona.

In occasione della sua recente visita allo Studium Generale Marcianum, Benedetto XVI ha lanciato un’affascinante sfida: «Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, – ha affermato il Papa – anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da [un] orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città «liquida», patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli»[9].

Auguro a tutti i partecipanti che i lavori di questa Summer Ethics Conference siano un stimolo in questa direzione.

 

Note:
[1] Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate 32-34.
[2] Id., Assemblea del Secondo Convegno di Aquileia, Aquileia 7 maggio 2011.
[3] Cfr. i numerosi interventi sul tema del demografo Gian Carlo Blangiardo.
[4] Ciò di cui parlava già nel 1992 Olivier Roy facendo riferimento al fallimento dell’Islam politico, cfr. L’échec de l’Islam politique, Seuil, Paris 1992.
[5] K. Wojtyla, Persona e atto, a cura di G. Reale-T. Styczeń, Rusconi, Santarcangelo di Romagna 1999, 45.
[6] Cfr. in particolare Caritas in veritate 11.
[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 13.
[8] Benedetto XVI, Caritas in veritate 17.
[9] Id., Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Polo della Salute, Venezia 8 maggio 2011.

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