Archive | giugno, 2011

“Summer Ethics Conference 2011”. L’intervento di apertura

VENEZIA – Ha preso avvio nella mattina di giovedì 30 giugno a S. Marta (Venezia) – presso l’Area congressuale del Porto – la Summer Ethics Conference 2011 organizzata dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum. Il tema al centro del dibattito, che continuerà fino a venerdì 1° luglio, è “Il Mediterraneo e i suoi Paesi del sud e del nord.  Lo sviluppo, i rapporti, i cambiamenti e la ricerca di dialogo nell’odierno Mare Nostrum” (per ulteriori info si rimanda al post precedente).

Qui di seguito il testo della relazione di apertura del card. Angelo Scola:

 

Sono molto lieto di rivolgere il mio saluto ai partecipanti a questo incontro e ringrazio gli organizzatori, che con la formula adottata quest’anno, quella della Summer Ethics Conference, hanno inteso rendere più evidente il legame tra questo appuntamento estivo e il lavoro svolto all’interno del Master in etica e gestione d’azienda (MEGA), mettendone in risalto il motivo ispiratore.

Il tema scelto per questa edizione della Summer Ethics Conference si è rivelato quanto mai appropriato. I mutamenti in atto in Africa del Nord e nel Medio Oriente, i cui effetti andranno certamente valutati nel più lungo periodo, impongono infatti una profonda riflessione sui rapporti tra le due sponde del Mediterraneo, la cui inevitabile evoluzione chiede di essere non solo interpretata, ma anche orientata. Per far ciò non basterà prendere atto della situazione politica venutasi a creare in alcuni Paesi del Nord Africa, peraltro ancora estremamente instabile, ma in un certo senso occorrerà operare un ripensamento più a monte di quanto la stretta attualità documenta.

Le rivolte nordafricane ci hanno colto di sorpresa. Eppure, ci dicono alcuni osservatori, non mancavano i segnali di un forte fermento all’interno delle società arabo-islamiche. Essi erano tuttavia mascherati da una lettura, rivelatasi perlomeno insufficiente, di uno spazio politico sostanzialmente dominato da due soli attori, i regimi in carica e i fondamentalisti islamici, servita a sua volta a legittimare, tramite un ricorso spregiudicato al principio del male minore, governi spesso autoritari e corrotti.

Un dato, assai rilevante per la natura specifica del Master Mega, si impone con una certa immediatezza: le rivoluzioni tunisina e egiziana sono scoppiate a causa di situazioni di grave deprivazione, soprattutto in ambito giovanile, che hanno fatto emergere una sottostante domanda di dignità, giustizia e libertà. La crisi economica che ormai da alcuni anni colpisce anche le nostre società ha sicuramente accelerato i processi insurrezionali, ma le condizioni socio-economiche dei Paesi nordafricani erano già da tempo insostenibili, nonostante una certa crescita del PIL, condizionate da un lato da forti squilibri interni e dall’altro dalla pressione esercitata da programmi di “aggiustamento strutturale” fortemente ispirati a paradigmi liberisti e troppo meccanicamente e uniformemente applicati a contesti estremamente differenziati.

È vero dunque che l’economia ha bisogno di etica, la quale, a sua volta, implica sempre una antropologia. Non tuttavia per correggere a posteriori le deformazioni che essa stessa produce, ma per garantirne un più corretto funzionamento. È perciò urgente proporre e approfondire il tanto prezioso quanto incompreso richiamo di Papa Benedetto XVI alla necessità di ripensare la «ragione economica», includendovi il principio di gratuità e di fraternità[1].

Sbaglieremmo dunque a trascurare ulteriormente i segnali che la sponda meridionale del Mediterraneo sta lanciando. Non a caso il Santo Padre, nella sua recente visita nelle nostre terre ha avuto ad affermare che il Nord-Est «non [è] più solo crocevia tra l’Est e l’Ovest dell’Europa, ma anche tra il Nord e il Sud (l’Adriatico porta il Mediterraneo nel cuore dell’Europa)»[2]. Non solo l’attuale contingenza economica chiede anche a noi una rapida inversione di rotta – basti pensare alla situazione della Grecia e di altre economie europee che si trovano ora a fare i conti con la grave questione del debito sovrano, ultimo riflesso di una crisi che ha più volte cambiato volto nel corso di questi anni –, ma i processi in atto nei Paesi nordafricani hanno immediate ricadute, e spesso molto tumultuose e dolorose, anche sulle nostre società.

Lo dimostra la crescente pressione dei migranti e dei profughi provenienti dalle coste tunisine, che, secondo alcuni esperti, non sono che una prima manifestazione di un’onda d’urto che deve ancora investirci. Dietro il Maghreb infatti premono le popolazioni dell’Africa sub-sahariana, che non di rado versano in condizioni di vita insopportabili[3].

Vi sono poi fattori che abbiamo visto incidere con forza sulla trasformazione dei Paesi arabi, e che interrogano altrettanto potentemente le nostre società. Penso per esempio al tema della crescente incidenza dei new media e del ruolo ambiguo che essi sembrano svolgere nello strutturare lo spazio pubblico delle società contemporanee: capaci di favorire grandi mobilitazioni, essi sono intrinsecamente (e non potrebbe essere altrimenti) impossibilitati a sostituirsi a relazioni reali, stabili e durevoli fra le persone e rischiano di favorire forme estremamente individualiste, o per lo meno effimere, di partecipazione. E penso soprattutto al fatto che entrambe le sponde del Mediterraneo paiono essere entrate, certo con accenti e modalità spesso molto diversi, in una fase post-ideologica, segnata in Europa dal crollo degli assoluti mondani e nei Paesi arabi all’esaurirsi prima dell’utopia nazionalista e poi di quella islamista (ciò non significa che siano venute meno interpretazioni letteraliste dell’Islam, quanto che sia entrata in crisi l’idea dello “stato islamico” o della “soluzione islamica” come progetti globali di costruzione della società)[4].

Riaffiora così, sebbene in modo talvolta confuso, quell’esperienza comune a tutti gli uomini, che come diceva Wojtyla «nella sua sostanziale semplicità supera qualunque incommensurabilità e qualunque complessità»[5], ciò che apre tra l’altro vasti campi di dialogo fra uomini di culture e religioni diverse.

Di fronte a cambiamenti di tale portata, cui abbiamo solo potuto accennare, la strada più ragionevolmente percorribile per pensare l’evoluzione delle nostre società, anche nei loro rapporti con la sponda meridionale del Mediterraneo sembra essere quella che Benedetto XVI, nel solco del magistero precedente, ha definito «sviluppo integrale»[6]. Tale richiamo intende innanzitutto porre l’accento non tanto sui singoli fattori dello sviluppo, quanto sull’identità del suo soggetto, che non può che essere l’uomo, non «“astratto”, ma reale, [l’] uomo “concreto”, “storico”»[7], colto nella sua esperienza elementare fatta di lavoro, affetti e riposo. Certo non si tratta di un obiettivo conseguibile a buon mercato, attraverso l’applicazione di nuove e più vincenti “ricette”. Esso esige piuttosto «la libertà responsabile della persona e dei popoli» dal momento che «nessuna struttura può garantire tale sviluppo al di fuori e al di sopra della responsabilità umana»[8]. In quanto «vocazione» esso «richiede, inoltre, una visione trascendente della persona, ha bisogno di Dio».

Tale rimando aiuta peraltro a situare nell’orizzonte antropologico il ruolo dell’etica. Non si danno infatti settori etici dell’attività umana, quanto piuttosto soggetti che pongono in essere opere e attività rispettose dell’uomo nella sua dimensione costitutivamente relazionale, e perciò capaci di venire incontro ai suoi bisogni più veri.

Si situa in questo orizzonte il progetto dello Studium Generale Marcianum e del Master Mega: approfondire i vari saperi coltivando l’unità del soggetto che li elabora, attraverso un approccio transdisciplinare che non emargini la religione e la teologia, ma ne riconosca al contrario la capacità di educare soggetti personali e comunitari tesi alla narrazione e al riconoscimento reciproco e in grado di orientare gli attuali processi storici verso la vita buona.

In occasione della sua recente visita allo Studium Generale Marcianum, Benedetto XVI ha lanciato un’affascinante sfida: «Nell’ambito di una città, qualunque essa sia, – ha affermato il Papa – anche le scelte di carattere amministrativo culturale ed economico dipendono, in fondo, da [un] orientamento fondamentale, che possiamo chiamare “politico” nell’accezione più nobile e più alta del termine. Si tratta di scegliere tra una città «liquida», patria di una cultura che appare sempre più quella del relativo e dell’effimero, e una città che rinnova costantemente la sua bellezza attingendo dalle sorgenti benefiche dell’arte, del sapere, delle relazioni tra gli uomini e tra i popoli»[9].

Auguro a tutti i partecipanti che i lavori di questa Summer Ethics Conference siano un stimolo in questa direzione.

 

Note:
[1] Cfr. Benedetto XVI, Caritas in veritate 32-34.
[2] Id., Assemblea del Secondo Convegno di Aquileia, Aquileia 7 maggio 2011.
[3] Cfr. i numerosi interventi sul tema del demografo Gian Carlo Blangiardo.
[4] Ciò di cui parlava già nel 1992 Olivier Roy facendo riferimento al fallimento dell’Islam politico, cfr. L’échec de l’Islam politique, Seuil, Paris 1992.
[5] K. Wojtyla, Persona e atto, a cura di G. Reale-T. Styczeń, Rusconi, Santarcangelo di Romagna 1999, 45.
[6] Cfr. in particolare Caritas in veritate 11.
[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 13.
[8] Benedetto XVI, Caritas in veritate 17.
[9] Id., Incontro con il mondo della cultura, dell’arte e dell’economia, Polo della Salute, Venezia 8 maggio 2011.

Angelo Scola, Arcivescovo di Milano. Il video dell’annuncio alla Chiesa di Venezia

VENEZIA – Viene qui proposto il video dell’annuncio pronunciato dal Cardinale Angelo Scola martedì 28 giugno nel Palazzo Patriarcale a Venezia (per il testo scritto si rimanda al post precedente):

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Sul Mediterraneo le riflessioni a Venezia della Summer Ethics Conference 2011

L’iniziativa, promossa dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum, si terrà il 30 giugno e il 1° luglio a Venezia (Area congressuale del Porto a S. Marta). Domattina, ore 9.00, la relazione di apertura del card. Angelo Scola

Si svolgerà a Venezia da giovedì 30 giugno a venerdì 1° luglio – presso l’Area congressuale del Porto a S. Marta – la Summer Ethics Conference 2011 organizzata dal Master Mega (Gestione Etica di Impresa) dello Studium Generale Marcianum. Il tema al centro del dibattito sarà “Il Mediterraneo e i suoi Paesi del sud e del nord.  Lo sviluppo, i rapporti, i cambiamenti e la ricerca di dialogo nell’odierno Mare Nostrum”.

La Summer Ethics Conference 2011 (SEC) è un’occasione annuale di incontro, testimonianza e riflessione su  tematiche internazionali di tipo socio–economico–politico, considerate nelle loro connessioni con la cultura, l’etica, la religione, la responsabilità e il bene comune. Anche nel titolo quest’iniziativa pone l’accento sul suo criterio ispiratore: il comportamento etico nei diversi ambiti dell’agire.

Nelle due giornate si alterneranno moltissimi e qualificati relatori: esponenti di istituzioni governative nazionali ed organismi sovranazionali, imprese private, enti pubblici ed associazioni di categoria, istituzioni accademiche, formative e culturali, istituti e organismi bancari, enti religiosi. I relatori sono stati invitati non solo a offrire una fotografia del presente ma anche a tratteggiare i possibili scenari futuri a partire dal loro ruolo e osservatorio. 

La relazione d’apertura della mattina di giovedì 30 giugno (ore 9.00) sarà svolta dal card. Angelo Scola, da ieri Amministratore apostolico della diocesi di Venezia ed Arcivescovo eletto di Milano.

Alle due giornate di lavoro si aggiungono, inoltre, alcuni eventi collaterali tra cui la presentazione del volume “Asia emergente & Europa. Scenari di compenetrazione”, curato da A. Di Paolo, F. Longoni e F. Poles (Marcianum Press), che raccoglie gli interventi della Summer School 2010 del Master Mega.

Il Saluto alla Chiesa di Milano

Al carissimo confratello nell’episcopato Card. Dionigi,

a tutti i fedeli della Chiesa ambrosiana,

a tutti gli abitanti dell’Arcidiocesi di Milano,

mi preme accompagnare la decisione del Santo Padre di nominarmi Arcivescovo di Milano con un primo affettuoso saluto.

Voi comprenderete quanto la notizia, che mi è stata comunicata qualche giorno fa, trovi il mio cuore ancora oggi in un certo travaglio. Lasciare Venezia dopo quasi dieci anni domanda sacrificio. D’altro canto la Chiesa di Milano è la mia Chiesa madre. In essa sono nato e sono stato simultaneamente svezzato alla vita e alla fede.

L’obbedienza è l’appiglio sicuro per la serena certezza di questo passo a cui sono chiamato. Attraverso il Papa Benedetto XVI l’obbedienza mia e Vostra è a Cristo Gesù. Per Lui e solo per Lui io sono mandato a Voi. E comunicare la bellezza, la verità e la bontà di Gesù Risorto è l’unico scopo dell’esistenza della Chiesa e del ministero dei suoi pastori. Infatti, la ragion d’essere della Chiesa, popolo di Dio in cammino, è lasciar risplendere sul suo volto Gesù Cristo, Luce delle genti. Quel Volto crocifisso che, secondo la profonda espressione di San Carlo, «faceva trasparire l’immensa luminosità della divina bontà, l’abbagliante splendore della giustizia, l’indicibile bellezza della misericordia, l’amore ardentissimo per gli uomini tutti» (Omelia del 16 marzo 1584). Gesù Risorto accompagna veramente il cristiano nella vita di ogni giorno e il Crocifisso è oggettivamente speranza affidabile per ogni uomo e ogni donna.

In questo momento chiedo a Voi tutti, ai Vescovi ausiliari, ai presbiteri, ai diaconi, ai consacrati e alle consacrate, ai fedeli laici l’accoglienza della fede e la carità della preghiera. Lo chiedo in particolare alle famiglie, anche in vista del VII Incontro mondiale.

Vi assicuro che il mio cuore ha già fatto spazio a tutti e a ciascuno.

Sono preso a servizio di una Chiesa che lo Spirito ha arricchito di preziosi e variegati tesori di vita cristiana dall’origine fino ai nostri giorni. Lo abbiamo visto, pieni di gratitudine, anche nelle beatificazioni di domenica scorsa. Mi impegno a svolgere questo servizio favorendo la pluriformità nell’unità. Sono consapevole dell’importanza della Chiesa ambrosiana per gli sviluppi dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.

Questo mio saluto si rivolge anche a tutti gli uomini e le donne che vivono le molte realtà civili della Diocesi di Milano, ed in modo particolare alle Autorità costituite di ogni ordine e grado: «L’uomo è la via della Chiesa, e Cristo è la via dell’uomo» (Benedetto XVI, Omelia nella beatificazione di Giovanni Paolo II, 1.05.2011).

Vengo a Voi con animo aperto e sentimenti di simpatia e oso sperare da parte Vostra atteggiamenti analoghi verso di me.

Chiedo al Signore di potermi inserire, con umile e realistica fiducia, nella lunga catena degli Arcivescovi che si sono spesi per la nostra Chiesa. Come non citarne qui almeno taluni che ci hanno preceduto all’altra riva? Ambrogio, Carlo, Federigo, il card. Ferrari, Pio XI, il card. Tosi, il card. Schüster, Paolo VI e il card. Colombo.

Ho bisogno di Voi, di tutti Voi, del Vostro aiuto, ma soprattutto, in questo momento, del Vostro affetto.

Chiedo in particolare la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati, dei più poveri ed emarginati. Lo scambio d’amore con loro, ne sono certo, è ancor oggi prezioso alimento per l’operosità dei mondi che hanno fatto e fanno grande Milano: dalla scuola all’università, dal lavoro all’economia, alla politica, al mondo della comunicazione e dell’editoria, alla cultura, all’arte, alla magnanima condivisione sociale…

Un augurio particolare voglio rivolgere alle migliaia e migliaia di persone che sono impegnate negli oratori feriali, nei campi-scuola, nelle vacanze guidate, e in special modo ai giovani che si preparano alla Giornata mondiale della Gioventù di Madrid.

Domando una preghiera speciale alle comunità monastiche.

Nel porgere a Voi tutti questo primo saluto, voglio dire il mio intenso affetto collegiale ai Cardinali Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi.

Non voglio concludere queste righe senza esprimere fin da ora la mia gratitudine a tutti i sacerdoti, primi collaboratori del Vescovo, di cui ben conosco l’ambrosiana, diuturna dedizione ecclesiale e la capillare disponibilità verso gli uomini e le donne del vasto territorio diocesano.

Mi affido all’intercessione della Madonnina che, dall’alto del Duomo, protegge il popolo ambrosiano.

In attesa di incontrarVi, nel Signore Vi benedico

+ Angelo Card. Scola

Venezia, 28 giugno 2011

Scola nominato Arcivescovo di Milano, l’annuncio alla Chiesa di Venezia

(al sito chiesadimilano.it  è disponibile anche il testo dell’ annuncio pronunciato dal Card. Tettamanzi alla Chiesa di Milano)

 

Eminenza, Eccellenza,

Fratelli nel sacerdozio,

Carissimi fedeli,

Annuncio nomina

Vi ho convocato in questa preziosa Sala del Tintoretto per comunicarVi la decisione del Santo Padre, portata a mia conoscenza qualche giorno fa, di nominarmi Arcivescovo di Milano.

Potete ben capire come non sia facile per me darVi questa notizia. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti.

Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa.

Con sincerità debbo riconoscere che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da Voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari» (1Ts 2,8); dall’altra, mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede.

Tuttavia molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita. Sono certo che questo disegno passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre. Nonostante i miei limiti, grazie all’educazione ricevuta fin dall’infanzia, ho imparato che Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati.

Siamo quindi chiamati a guardare il disegno del Padre, Voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano.

Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore. Mi ha confortato in questi giorni una bella affermazione del nostro Proto-Patriarca contenuta ne “Il capitolo dell’amore” (XI, 1): «Nessuno è mai avvinto più ardentemente di quanto è avvinto dall’amore. E non si può non amare, quando si sa di essere amati. E che si è amati e si ama, lo si intende dai doni che ci si scambia in testimonianza di questo amore». Con questo spirito accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a Voi di fare parimenti.

 

Tengo a dirVi che lascio la vita del Patriarcato in ottime mani. La simultanea partenza di S.E. Mons. Beniamino Pizziol e la mia possono, di primo acchito, creare qualche sconcerto. Eppure, esaminate le cose con il realismo della fede, sono certo che il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza. La Visita Pastorale e il modo con cui tutta la Diocesi e la società civile hanno vissuto e stanno cominciando a mettere a frutto il dono della presenza del Papa tra noi ne sono solida conferma.

I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la Diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato Amministratore Apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al giorno 7 settembre. Inoltre, già da ora posso comunicare di aver chiesto che S.E. Mons. Beniamino Pizziol mi succeda come Amministratore Apostolico dal giorno 8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca.

A tenore di quanto stabilito dalle norme della Chiesa, non è possibile procedere alla nomina del Vicario Generale. È mia intenzione, tuttavia, portare a termine la consultazione perché possa essere di aiuto per il futuro. Inoltre, da oggi cessano le facoltà dei Vicari Episcopali, così come le funzioni dei Consigli Presbiterale e Pastorale. Tuttavia, per assicurare il normale svolgimento della vita nel Patriarcato, mi è consentito di procedere alla nomina di Delegati (cf. canoni 416-417 e Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum successores, Appendice nn. 233-247).

Invito i sacerdoti, le comunità parrocchiali e religiose, ad elevare ferventi preghiere per la nomina del nuovo Patriarca e per le necessità del Patriarcato. Nella Basilica Cattedrale di San Marco e in tutte le altre chiese della Diocesi si celebrino Sante Messe con il formulario previsto dal Messale romano per l’elezione del Vescovo (cf. Apostolorum successores n. 247).

Avremo modo in occasione della Festa del Redentore e degli atti di congedo, agli inizi di settembre, di ritornare sul cammino di questi anni, sul futuro della nostra Chiesa e della nostra amata Venezia di terra e di mare. Potrò così ringraziare debitamente della comunione e della collaborazione che mi è stata offerta in questi anni, a cominciare dalla discreta e preziosa amicizia del Cardinale Marco.

Voglio rivolgere un saluto molto intenso a quanti stanno partecipando ai Grest, ai campi scuola, alle vacanze estive. Ho nel cuore in modo speciale e chiedo la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati e dei più poveri ed emarginati. Così come mi affido particolarmente alla preghiera dei monasteri del nostro Patriarcato.

Per ora rinnoviamo il nostro affidamento alla tenera protezione della Vergine Nicopeia che anche in questa occasione ci accompagnerà alla vittoria della fede, della speranza e della carità.

 

+ Angelo Card. Scola

 

Venezia, 28 giugno 2011

“Hope, faith and freedom – mission of the Church more relevant than ever”. Un’intervista da “The Universe”

VENEZIA – Viene qui proposta un’intervista al Patriarca pubblicata domenica 26 giugno dal settimanale cattolico “The Universe”:

Cardinale 3

Gerry O’Connell speaks to the Patriarch of Venice, Cardinal Angelo Scola – son of a socialist truck driver and a profoundly Catholic mother. He is also a leading intellectual in the Italian Bishops’ Conference and one of the more creative and original thinkers in the College of Cardinals.

 

Q. What do you see as the main challenges facing the Catholic Church today? 

A. I think the principal challenge, which the Church shares with every other social subject in the field, is the interpretation of the post-modern. The question is; have we, or have we not entered the post-modern world? Certainly the collapse of the Berlin Wall has marked a rather radical mutation that can be seen in certain macroscopic phenomena.

Indeed, what is happening in the Middle East is like a second phase of what happened in 1989. There is obviously a strong desire for freedom on the part of peoples on the world stage, and that comes with an urgent demand for real participation. 

This has complicated even more that which I call the process of the mixing of civilizations and cultures; that is, a process of movement and displacement of peoples which will become even more radical in the coming decades. All this has made it made more urgent for us in Europe to gain a deeper knowledge of Islam. 

Then there is the question of the progress of techno-sciences, especially in bio-engineering, cloning, bio-convergence, informatics, biology, molecular physics, neuroscience and so on. All these phenomena are producing a different kind of man and so the challenge for the Church is the same as for all humanity: What kind of man does the man of the third millennium wish to be?

 

Q. What is your view on this? 

A. Some 10 years ago when I was in Munich I bought a copy of Die Welt and there was an entire page written by this young German philosopher of science named Jongen under the banner headline Man is only his own experiment! 

It is clear that we are faced here with a framework that is radically different from that which prevailed up to the 1980s, and it seems to me that the Church, in this context, has to insist on the fact that the ‘I’ does not exist without relations. This is the point. Because it is from the ‘I’ that the dynamism of the truth, the good and the beautiful is documented within the human family and, in my view, this fact is irrepressible. 

I think that we must value with much realism all the positive things that emerge from these major shifts and discoveries, while accepting the elements of contradiction that are found in every passage of civilization. 

The challenges are at the anthropological, social, cosmological and ecological levels, and since the Church of Christ is the presence of a God who became incarnate and who has engaged, and continues to be involved with humankind, it has to respond to these challenges of humanity. The risk is that man thinks of himself as freed from every bond, and so as ‘a self-made man’. 

This nullifies the exchange between the generations, it nullifies education in the proper sense of the term, and leads to many phenomena that we see in the anthropological transformations and ways of understanding sexuality, love, parenthood, work and so on. 

It seems to me that in this context, the mission of the Church is more relevant than ever. Indeed, I believe that the Christian proposal is particularly relevant now, because if we read the Gospel we see it revolves around the theme of happiness and freedom. Jesus said that if you wish to be happy, come and follow me, and he who follows me will be truly free. It inserts the dynamic of truth, goodness and beauty within the horizon of happiness and freedom. 

So when the Christian proposal is freed from the many things that weigh it down because of the contradictions and sins in the men and women of the Church, and is re-proposed in its youthful simplicity as an encounter with a humanity made whole by Christ, then it is more relevant than ever.

 

Q. What do you see as the strengths and weaknesses of the Church as it faces these challenges? 

A. They are those which Benedict XVI has formulated at the beginning of his first encyclical – Deus Caritas Est – namely, that the nature of Christianity is a personal encounter with Christ. We see this clearly in those people who have encountered him and witness to the beauty of a humanity that has succeeded. 

The weakness is the continuing existence of that which Paul VI denounced; the dualism between faith and life. This is evident when one does not experience how the relation with Christ impacts on one’s daily life, or how Church life is relevant to all this, and so one tends to conclude that the practice of the Christian life is useless, and one tends to put it aside. 

The paramount task of the Church is to announce Christ in all the settings of human existence and to simplify the life of the Christian community in the parishes and dioceses so that they may be better suited to people today, especially to the young, to the people who have a family and work. It’s a substantial problem to regain the link between faith and life, to understand how the faith is relevant to my life. This requires the way of relations; it cannot be done by oneself alone, it requires a living community of people who can communicate their experience.

 

Q. You have visited many Churches in the southern hemisphere and described them as “beacons of hope”. What do you mean? 

A. These are Churches of the first evangelisation, and they maintain a vitality and freshness in which the primacy of life renewed by Christ is palpable. 

Then, too, one sees a spirit of joyfulness in all the African Churches, where the liturgy is often positively incarnated, and where the depth of fraternal relations in Christ is tangible, notwithstanding the problems and contradictions that all people have. It is particularly striking to see how the experience of the mystery is an experience of joy.

I have seen this many times in Africa, I have seen it in Asia, in the Philippines, in Brazil and other parts of Latin America, although these situations are quite different. 

So I consider these Churches as signs of hope because I think they can rejuvenate the entire fabric of the Catholic Church. But it remains to be seen how the themes we have spoken about earlier will impact on them.

 

Q. Many of these Churches face the problem of how to relate to other religions. You have given much attention to this question. Do you think the Church has grasped this problem sufficiently? 

A. The Catholic Church, in my view, particularly since the Second Vatican Council and also because it has given a very high importance to the practice of ecumenism, is facing the question of inter-religious dialogue with great realism. But it takes time to find a proper balance.

I recall an affirmation of the then Cardinal Ratzinger which was more or less this; inter-religious dialogue is an intrinsic experience of the Christian Church, it is not something contingent, imposed from outside. It is not imposed by the fact that today we have 15 million Muslims in Europe, though this makes it more urgent for us to engage in inter-religious dialogue. 

An effective dialogue requires that I engage my faith in a dynamic way. It implies an identity, but a dynamic identity, and so we return to what we spoke about earlier: What is Christianity? The event of Christ, by which he gives himself as a gift to mankind to be the way, the truth and the life, is open to dialogue at 360 degrees. But if I reduce Christianity to a question of doctrine only, then I reduce it to a dialogue of a purely speculative kind. 

Certainly, Christianity implies a doctrine and a moral teaching, but they are incarnated in the life of a person and in the life of a community. Therefore, if I practice the Christian life for what it is – ‘the good life’ which the Gospel documents and witnesses to, then I can go and dialogue with everyone.

It’s sufficient to go to India where there are many mixed marriages between Hindus and Christians and there, one sees how people practice inter-religious dialogue in daily life, for example, in the way husband and wife love each other, or in the way they educate their children. 

On the other hand, it is also necessary to have reflection of a theological and cultural kind such as is happening, indeed flourishing, in many places today. One example of this is the small Oasis experience which we started here in Venice which is dedicated above all to the reciprocal knowledge. 

The first step in dialogue is knowledge, getting to know the other. This is fundamental because, as it is evident today, if one asks an Italian or European Catholic “what is Islam?”, more than 90 per cent would not know how to answer. I’m sure the same would be true vice versa for Muslims, if we question them about Christianity. 

It seems to me that, generally speaking, as Christians we are well on the way in terms of inter-religious dialogue, but it is an epochal question and requires a lot of time.

 

Q. In Rome many people – in the Vatican and outside – are saying that after the Polish and German popes, and all the crises of this pontificate, we need an Italian pope once again to put order in the Church. 

A. Well, we’ll see. First of all, the Holy Father is very well and is doing his task in a formidable way, giving us a teaching of the highest level that is arousing enormous and impassioned dialogue throughout the whole world. Second, he is renewing the pastoral work of the Church through rooting it in the liturgy and the sacraments. 

I do not at all agree with those who say that this is a papacy which has generated crises. There have been moments when he has had to take on his own shoulders great problems of other men of the Church, and he did so by taking the lead, without ever pulling back.

Corpus Domini, le immagini della celebrazione e della processione in Piazza San Marco

VENEZIA – Vengono proposte qui di seguito alcune immagini della celebrazione Eucaristica e della processione eucaristica in Piazza San Marco tenutesi domenica 26 giugno in occasione della solennità liturgica del Corpus Domini(per il testo dell’omelia si rimanda al post precedente):

L’omelia nella solennità liturgica del Corpus Domini

VENEZIA – In occasione della solennità liturgica del Ss. Corpo e Sangue di Cristo (Corpus Domini) si è svolta domenica 26 giugno a Venezia, nella basilica di San Marco, l’Eucaristia presieduta dal Patriarca alla presenza del Capitolo della Cattedrale, dei parroci e dei sacerdoti della città.

Al termine della messa si è tenuta la processione eucaristica in Piazza San Marco culminata, poi, nella benedizione all’intera città.

Qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca:

Card. Angelo Scola

Patriarca di Venezia

1. Fra poco la Cappella Marciana canterà l’Ave Verum. «Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine/ vere passum, immolatum in cruce pro homine,/ cuius latus perforatum unda fluxit et sanguine,/esto nobis praegustatum in mortis examine». Il genio di Mozart, mettendolo in musica, ha immortalato questa preghiera di un anonimo del XIV secolo che concentra con impressionante semplicità i temi della solennità di oggi: l’incarnazione del Figlio di Dio e la nascita da Maria Vergine, la sua radicale dedizione fino alla morte di croce a favore di ogni uomo, il suo permanere nel tempo nel sacrificio eucaristico come viatico alla vita eterna.

 

2. L’uomo «uno di anima e di corpo»

Nel nostro tempo niente sembra esaltato come il corpo. Il corpo è curato, vezzeggiato, manipolato nell’illusione di prolungarne indefinitamente la giovinezza e la vitalità. Ma si tratta di un corpo separato, senz’anima e autonomo.

Nella Prima Lettura abbiamo ascoltato questa importante affermazione: «L’uomo non vive soltanto di pane» (Dt 8,3). Anche l’immenso flusso di popolo durante la recente visita del Papa ce lo ha confermato. Anzi di solo pane spesso l’uomo muore. Di pancia piena, di comodità, di spese inutili, si può morire e si muore.

Ma l’uomo non vive neppure di solo spirito. Anche di pura e disincarnata spiritualità, magari sostenuta da tecniche e metodi di meditazione, si può morire.

L’uomo ha bisogno di vivere come «uno ci anima e di corpo» (Gaudium et spes 14). La solennità del Corpo e Sangue di Cristo ci dona il senso adeguato di questa umanità piena e totale. Nel corpo donato e nel sangue versato, nell’Eucaristia, Cristo ci offre il senso pieno del corpo: esso è segno (sacramento) di tutta la persona.

 

3. Il corpo filiale

Insiste la Prima Lettura: «Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso… che nel deserto ti ha nutrito» (Dt 8,14 e 16). Il nutrimento che il Signore non ha fatto mancare nel deserto al popolo eletto è solo figura, così ci ha ricordato il Santo Evangelo, «del pane disceso dal cielo». Questo «non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58).

Se la radice del nutrimento che sazia il cuore dell’uomo sta nel Padre allora «possiamo affermare che il corpo porta in sé un significato filiale, perché ci ricorda la nostra generazione, che attinge, tramite i nostri genitori che ci hanno trasmesso la vita, a Dio Creatore» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’incontro promosso dall’Istituto Giovanni Paolo II per studi su matrimonio e famiglia, 13.05.2011). 

La prima ed insostituibile “scuola” dove s’impara questo è la famiglia. Ha detto ancora il Papa: «Qui si impara la bontà del corpo, la sua testimonianza di un’origine buona, nell’esperienza di amore che riceviamo dai genitori… È nella famiglia che l’uomo scopre la sua relazionalità, non come individuo autonomo che si autorealizza, ma come figlio, sposo, genitore, la cui identità si fonda nell’essere chiamato all’amore, a riceversi da altri e a donarsi ad altri» (ibidem).  

 

4. Eucaristia e risurrezione della carne

«In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita… Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6, 53.56-57). 

«Chi mangia la mia carne»: Gesù con questa sua cruda rivelazione non si riferisce solo alla manducazione sacramentale, ma alla piena comunione tra Lui e l’uomo: all’ascolto della sua Parola, all’imitazione del suo esempio, all’amicizia con la sua persona. L’Eucaristia diventa così il sigillo e la garanzia di tutta l’esistenza. Nel Santo sacrificio eucaristico facciamo spazio alla presenza potente del Dio eterno che si è inserito al cuore del tempo e al cuore della nostra finitudine per spalancarci, attraverso la morte del Suo dolce Figlio incarnato, alla resurrezione dei morti, cioè alla vita, perché noi vivremo per sempre e, nella comunione eucaristica già in germe viviamo, nel nostro vero corpo.

 

5. Eucaristia e Chiesa

Con la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo la Chiesa nostra madre ci mostra l’Eucaristia come la perenne sorgente della sua stessa vita. Essa è il corpo ecclesiale in forza del corpo eucaristico. «Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo» (1Cor 10,17).

Nel sacramento dell’Eucaristia Cristo è presente in corpo, sangue, anima e divinità. In essa è quindi presente «Cristo intero: Dio e uomo» (CCC, 282). Possiamo così apprezzare il grande dono dell’Adorazione eucaristica. Dovremmo essere più solleciti nel praticarla. Come diceva il Santo Curato d’Ars, riportando l’acuto rilievo di un contadino assiduo nell’Adorazione eucaristica: «Sto davanti al Signore: Lui guarda me e io guardo Lui».

Fra poco si svolgerà nella piazza San Marco, ammirata in tutto il mondo, la processione eucaristica. Con essa vogliamo dire con semplicità a tutti gli abitanti e a tutti i visitatori: «Senza il Dio-con-noi, il Dio vicino, come possiamo sostenere il pellegrinaggio dell’esistenza, sia singolarmente che in quanto società e famiglia dei popoli? L’Eucaristia è il Sacramento del Dio che non ci lascia soli nel cammino, ma si pone al nostro fianco e ci indica la direzione. In effetti, non basta andare avanti, bisogna vedere verso dove si va!» (Benedetto XVI, Omelia del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, 22.05.2008). Amen

Corpus Domini a Venezia: domenica la messa solenne in basilica e processione in Piazza S. Marco con il Patriarca

Corpus Domini

VENEZIA – Domenica 26 giugno la Chiesa festeggia la solennità liturgica del Ss. Corpo e Sangue di Cristo (Corpus Domini): a Venezia il Patriarca card. Angelo Scola presiede, alle ore 18.00, l’Eucaristia nella basilica di San Marco assieme al Capitolo della Cattedrale, ai parroci e ai sacerdoti della città.
 
Al termine della messa è poi prevista la processione eucaristica in Piazza San Marco che culminerà nella benedizione all’intera città: con tale gesto la comunità cristiana rende pubblica testimonianza della propria fede onorando particolarmente la presenza del Signore Gesù nel pane eucaristico consacrato.
 
Sono particolarmente invitati a questa solenne celebrazione – accanto ai parroci e ai sacerdoti – i fedeli delle varie comunità parrocchiali e i rappresentanti degli ordini e delle congregazioni religiose, delle Scuole Grandi, delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi ecclesiali.

“Laicità e nuova laicità”, un estratto dall’intervento al Comitato scientifico Oasis 2011

VENEZIA – Viene qui proposto il video di un passaggio dell’intervento che il Patriarca ha pronunciato lunedì 20 giugno a San Servolo (Venezia) in occasione del Comitato scientifico della Fondazione Oasis che ha scelto quest’anno di porre a tema la “primavera araba”, i movimenti che stanno cambiando il volto del Medio Oriente e del Nord Africa (per maggiori info sul Comitato scientifico Oasis 2011 si rimanda ai post precedenti ed al sito ufficiale della Fondazione).

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