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“Come Gesù anche noi siamo consacrati per Dio e, nello stesso tempo, per il mondo”. L’omelia della Messa del Crisma

VENEZIA - E' stata celebrata nella mattina di giovedì santo (21 aprile), nella basilica cattedrale di San Marco, la S. Messa “Chrismatis” con la...

VENEZIA – E’ stata celebrata nella mattina di giovedì santo (21 aprile), nella basilica cattedrale di San Marco, la S. Messa “Chrismatis” con la benedizione degli olii santi (l’Olio dei Catecumeni e degli Infermi più il Sacro Crisma). La celebrazione presieduta dal Patriarca ha visto la presenza dei sacerdoti della diocesi che hanno rinnovato pubblicamente le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione.

Qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca:

1. «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione» (Prima Lettura, Is 61,1).

Alzandosi a leggere nella sinagoga di Nazaret – a Nazaret, con l’Annunciazione, era iniziato tutto (Lc 1, 26ss) – Gesù manifesta se stesso. È questo il vero e solenne evento iniziale della sua missione. Domanda, oggi, a ognuno di noi di tornare all’evento iniziale della propria missione sacerdotale. Dobbiamo tornare alla chiamata, ma soprattutto al giorno dell’ordinazione, per esplorare, ancora una volta, il significato della nostra consacrazione.

Benedetto XVI lo approfondisce per noi. «Consacrato, cioè santo nel senso pieno, secondo la concezione biblica è solo Dio stesso… Così la parola santificare, consacrare significa il trasferimento di una realtà – di una persona o di una cosa – nella proprietà di Dio… Ma questa segregazione include allo stesso tempo essenzialmente il «per». Proprio perché donata totalmente a Dio questa realtà esiste ora per il mondo, per gli uomini, li rappresenta e li deve guarire… segregazione e missione formano un’unica realtà completa» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 101-102). Come Gesù anche noi siamo consacrati per Dio e, nello stesso tempo, per il mondo.

Da qui deriva un’importante conseguenza che ben conosciamo ma che spesso nel turbinio della quotidiana azione pastorale rischiamo di dimenticare. L’unico vero sacerdote è Lui. Noi non potremmo rappresentarlo sacramentalmente (agere in persona Christi), se non fossimo conformati, configurati a Lui. Il nostro ministero, infatti, non sostituisce Gesù, ma lo fa veramente presente; fa sì che Egli stesso agisca lungo la storia nella vita degli uomini, offrendo loro permanentemente la Parola di Dio ed il Pane e il Calice della salvezza.

 

2. «… Colui che ci ama… ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue… ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Seconda Lettura, cfr Ap. 5,5-6). È il Suo sangue versato che unifica i due termini della consacrazione: Dio ed il mondo (Egli è, infatti, il «testimone fedele» Ap 1, 5). È il suo “sacrificio” che, nello stesso tempo, ci giustifica e riconcilia con Dio e ci invia nel mondo.

Gesù è il Mandato dal Padre, e noi partecipiamo della Sua missione: «… Mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri… per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61,1.3).

Dall’opera espiatoria di Cristo scaturisce il potere di compiere le opere del consacrato che il passo di Isaia descrive con dettaglio e per contrasto, opere di cui Gesù, nel Vangelo di Luca, si appropria.

 

3. Nel solco del sacerdozio, oggettivo e soggettivo, di Colui che è nello stesso tempo sacerdote, vittima ed altare possiamo accogliere ed attuare il dono del nostro sacerdozio ministeriale. Un dono perché «il sacerdozio dei presbiteri, pur presupponendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana, viene conferito da quel particolare sacramento per il quale i presbiteri, in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono segnati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della Chiesa» (Presbyterorum Ordinis 2).

Il contenuto specifico del sacerdozio cristiano si profila a partire dall’incrocio di due significative figure bibliche.

Gesù non si attribuì il titolo di sacerdote, perché per la sua nascita non apparteneva alla tribù di Levi. Si propose come il buon Pastore (Gv 10) e ha pensato il Suo ministero a partire dalla profezia del Servo del Signore (in part. Is 53: «… offrirà se stesso in sacrificio di espiazione»; Mc 10, 45: «Anche il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»). Il Suo è un sacerdozio qualitativamente diverso da quello levitico, anche se Cristo porta a compimento il sacerdozio antico. Risponde però alla affascinante idea paolina del «culto umanamente conveniente» (cfr. Rm 12, 1) che coincide con l’offerta totale di sé. Il nostro sacerdozio non poggia su un ruolo cui ci deleghi la comunità, anche se siamo immersi nel popolo sacerdotale, per essere ministri dell’unico sacerdote, per poter rendere sacramentalmente presente sull’altare l’unico ed irripetibile sacrificio del Golgota (sacrificio oggettivo: ex opere operato). Questo tuttavia, conviene ripeterlo, domanda la partecipazione personale a tale sacrificio oggettivo (ex opere operantis): la meditazione della figura del curato d’Ars che abbiamo compiuto lungo l’anno sacerdotale ce lo ha richiamato con forza.

Al termine della Visita pastorale che apre tutta la nostra Chiesa all’ascolto dei segni preziosi che lo Spirito ci ha donato lungo questi anni e vorrà ancora donarci possiamo riassumere, in questa sede, in una sola affermazione il compito che ci attende. Affrontare il passaggio, carico di travaglio e perciò fecondo, da un cristianesimo di convenzione ad un cristianesimo di convinzione.

La realistica e profonda pratica del battesimo dei neonati, che dovrà essere proposta e sostenuta con sempre maggior convinzione, avrà più che mai bisogno, attraverso un impegno educativo capace di autentica generazione, di condurre ad un cristianesimo per scelta. La crescita del numero dei catecumeni adulti è, in questo senso, un segno che ci riempie di gioia e di commozione. Ciò sarà impossibile senza la continua rigenerazione delle nostre parrocchie ed aggregazioni.

La comunità cristiana deve rinascere in ogni persona di ogni generazione.

Ci aiuterà di certo l’imminente visita del Santo Padre. Come abbiamo voluto comunicare a tutti egli, concludendo la Visita pastorale, si rivolgerà di persona a noi, per confermare la nostra fede, per dirci che la morte di Gesù è il perenne di Dio alla vita degli uomini.

 

4. Per tutti questi motivi in questa Messa crismale procederemo anzitutto al rinnovamento delle promesse sacerdotali e poi alla consacrazione degli oli sacri. Con il primo gesto intendiamo immedesimarci di persona e come presbiterio ben compaginato a Gesù sacerdote. Con il secondo la Chiesa ci ricorda l’unzione nello Spirito Santo che ci è stata partecipata da Gesù di Nazaret, il Cristo, l’Unto di Dio. Gli olii e l’unzione ci parlano infatti della penetrazione della potenza divina nell’uomo [«o Padre, santifica con la tua benedizione quest’olio, dono della tua provvidenza; impregnalo della forza del tuo Spirito e della potenza che emana dal Cristo dal cui santo nome è chiamato crisma l’olio che consacra i sacerdoti, i re, i profeti e i martiri» (Benedizione del crisma)]. Commentava l’ormai beato Giovanni Paolo II nell’Omelia della Messa crismale del 1989: «Alla soglia del “Triduum Sacrum” della Pasqua ritorniamo al mistero che è eternamente in Dio: al mistero trinitario. Dal seno di questo mistero è venuto al mondo il Figlio, mandato dal Padre. Ed è stato unto con lo Spirito, soffio dell’eterno amore: l’amore del Padre e del Figlio. «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo» (Lc 1, 35): per opera dello Spirito Santo, nell’Incarnazione, la Vergine di Nazaret diventa madre del Figlio eterno. «Lo Spirito del Signore Dio è su di me». In lui – in Cristo – è la pienezza dello Spirito Santo. La pienezza dell’unzione trinitaria».

 

5. Luca, nel Vangelo, racconta come gli astanti guardino a Gesù con attenzione piena di attesa: «Gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4,20). È lo stesso verbo che userà per parlare di Stefano, il primo martire della Chiesa «E tutti quelli che sedevano nel sinedrio, fissando gli occhi su di lui» (At 6,15). Mendichiamo questo sguardo, questo “faccia a faccia” con Cristo, condizione per una autentica forma ecclesiale nei rapporti dentro ogni circostanza. Espressione potente della gioia di essere ministri ordinati di Cristo sacerdote, di essere un presbiterio vitale che, nel rispetto della fisionomia di ciascuno, intende donarsi in unità per il bene del popolo di Dio che gli è stato affidato. Amen

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