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“La Parola di Dio ci chiama e ci coinvolge”. Il Patriarca su “Verbum Domini”

VENEZIA – Si è tenuto, nel tardo pomeriggio di martedì 1 marzo, presso la basilica di S. Marco a Venezia, l'ultimo incontro – tenuto in diocesi...

VENEZIA – Si è tenuto, nel tardo pomeriggio di martedì 1 marzo, presso la basilica di S. Marco a Venezia, l’ultimo incontro – tenuto in diocesi dal Patriarca card. Angelo Scola – per presentare il recente documento del Papa “Verbum Domini”, l’esortazione apostolica scritta da Benedetto XVI a seguito delle riflessioni e proposte emerse dal Sinodo dei Vescovi svoltosi in Vaticano nell’ottobre 2008 sul tema “La Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
 
Tale appuntamento ha preso parte al percorso di preparazione alla prossima visita del Papa ad Aquileia e Venezia (7 e 8 maggio 2011) ed, insieme ai due incontri precedenti – al Teatro Toniolo di Mestre in gennaio e nella città di Jesolo a febbraio – ha visto la partecipazione di circa 2.000 persone delle comunità parrocchiali, delle associazioni e dei movimenti ecclesiali.

Viene qui di seguito pubblicata l’introduzione alla lettura del testo “Verbum Domini” proposta dal Patriarca nei diversi incontri:

 

+ Angelo card. Scola

patriarca 

Introduzione 

Dopo due anni dalla celebrazione della XII Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa, il Santo Padre Benedetto XVI offre a tutto il popolo di Dio l’Esortazione apostolica postsinodale che ne presenta i risultati. Lo scopo del documento è chiarito fin dall’inizio da Benedetto XVI: 

“Con questa Esortazione apostolica postsinodale accolgo volentieri la richiesta dei Padri di far conoscere a tutto il Popolo di Dio la ricchezza emersa nell’assise vaticana e le indicazioni espresse dal lavoro comune quanto elaborato dal Sinodo, tenendo conto dei documenti presentati. In tal modo desidero indicare alcune linee fondamentali per una riscoperta, nella vita della Chiesa, della divina Parola, sorgente di costante rinnovamento, auspicando al contempo che essa diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale” (n. 1). 

Questo documento si relaziona fortemente con l’XI Assemblea Sinodale, svoltasi nell’ottobre del 2005, che ha avuto per tema l’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa. Ciò è evidente non solo per il riferimento comune alla vita e alla missione della Chiesa e per il fatto che entrambe, Parola ed Eucaristia, costituiscono il cuore esistenza ecclesiale (cfr. n. 3), ma perché lo stesso testo più volte ritorna su questo legame, al punto da affermare, al n. 55, che: 

“Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico. L’Eucaristia ci apre all’intelligenza della sacra Scrittura, così come la sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il Mistero eucaristico”. 

E’ significativo, inoltre, anche l’ordine delle due ultime assemblee sinodali: in un certo senso, l’approfondimento che la Chiesa ha dedicato negli ultimi anni del pontificato di Giovanni Paolo II fino al Sinodo del 2005 sull’Eucaristia ha reso possibile una equilibrata tematizzazione della Parola di Dio in tutta la sua ricchezza teologica ed esistenziale. 

Come per l’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum Caritatis, anche la Verbum Domini può essere compresa come un atto di ricezione del Concilio Vaticano II in particolare della Dei Verbum e dei successivi interventi del magistero intorno al tema della Parola di Dio e della Sacra Scrittura (cfr. Verbum Domini, n. 3). Esso si pone anche in attento ascolto dell’aumentato dibattito intorno al tema della Scrittura dopo il Vaticano II, entrando in merito ai punti proposti dal Concilio e non ancora recepiti adeguatamente. 

Il testo che ci viene proposto è molto ampio; uno dei più abbondanti del magistero pontificio, in cui in effetti vengono riprese tutte le tematiche emerse nell’assemblea sinodale. Tutte le propositiones dei Padri sinodali sono state riprese dal documento, insieme agli altri testi che hanno ritmato i lavori sinodali.

Lo stile del documento è particolarmente felice perché di fatto si toccano le questioni nodali relative alla Parola di Dio e alla Sacra Scrittura con grande precisione e tuttavia il linguaggio utilizzato è chiaro e concreto, sia nelle riflessioni più specificamente teologiche, sia nei risvolti più propriamente pastorali. Il documento pertanto potrà essere letto e studiato non solo dagli addetti ai lavori ma anche da tutto il popolo di Dio.

Come si ricorderà, lo stesso Benedetto XVI lungo il suo pontificato è intervenuto più volte ed in maniera approfondita sul tema della Parola di Dio. Anche durante la stessa assemblea sinodale gli interventi del pontefice erano andati al cuore del dibattito circa il rapporto tra Parola di Dio e Sacra Scrittura e intorno al tema dell’ermeneutica teologica. L’Esortazione riprende ed approfondisce gli interventi del pontefice a tale proposito.

 

Elementi fondanti della Verbum Domini

 

Il Dio-che-parla e il Verbo 

Cerchiamo di segnalare alcuni aspetti particolarmente significativi del testo. Il primo elemento originale nel testo è propriamente l’impianto generale. Esso ruota intorno al celeberrimo prologo di san Giovanni, come lo stesso Benedetto XVI spiega all’inizio del documento: 

“Si tratta di un testo mirabile, che offre una sintesi di tutta la fede cristiana. Dall’esperienza personale di incontro e di sequela di Cristo, Giovanni, che la tradizione identifica nel «discepolo che Gesù amava» (Gv 13,23; 20,2; 21,7.20), «trasse un’intima certezza: Gesù è la Sapienza di Dio incarnata, è la sua Parola eterna fattasi uomo mortale». Colui che «vide e credette» (Gv 20,8) aiuti anche noi a poggiare il capo sul petto di Cristo (cfr Gv 13,25), dal quale sono scaturiti sangue ed acqua (cfr Gv 19,34), simboli dei Sacramenti della Chiesa”. 

La scelta del prologo giovanneo ci fa comprendere una prima originalità del testo. L’accento è posto su Dio che parla e sull’uomo, chiamato ad accogliere la sua parola e ad entrare nell’Alleanza. Si può dire che il “Verbum” nel testo non è mai isolato in se stesso ma sempre in relazione al Dio-che-parla [nn. 6-21] e alla risposta dell’uomo al Dio-che-parla [22-28].

A partire da questo impianto che domina nella prima parte si comprende anche il senso delle successive due parti. Nella seconda parte, Verbum in Ecclesia, la Chiesa si manifesta come il soggetto che accoglie la Parola che Dio ha comunicato, come evento sempre attuale e non come mero fatto del passato. Dio parla nel presente (VD 52; 87). Da qui si comprende perché la Chiesa viene presentata come “luogo originario dell’ermeneutica della Bibbia” (nn. 29-30) e la liturgia come “Luogo privilegiato della Parola” (nn. 54-71]. Infatti nella liturgia la Parola di Dio, proclamata, si mostra nella sua contemporaneità ad ogni fedele.

Anche la terza parte dell’Esortazione apostolica segue ed esprime la stessa logica. Verbum mundo. Il mistero della Chiesa, quale autentico soggetto di ricezione della rivelazione di Dio viene totalmente coinvolto nella missione del Verbo che si diffonde nel mondo intero. Pertanto, la missione della Chiesa non viene compresa in termini estrinseci, ma viene implicata dallo stesso evento dell’incarnazione del Verbo di Dio, nel quale la stessa Chiesa ha il suo fondamento: 

“I primi cristiani hanno considerato il loro annuncio missionario come una necessità derivante dalla natura stessa della fede: il Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infi ne nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che tutti gli uomini, nel loro intimo, attendono” (DV 93). 

“La missione della Chiesa non può essere considerata come realtà facoltativa o aggiuntiva della vita ecclesiale. Si tratta di lasciare che lo Spirito Santo ci assimili a Cristo stesso, partecipando così alla sua stessa missione” (DV 93) 

Non vi è veramente accoglienza della Parola di Dio fino a quando non vi è da parte del credente l’assunzione della missione nei confronti del mondo intero. Non si accoglie la Parola di Dio se non si accetta di lasciarsi includere nella stessa missione di Cristo che si prolunga nella Chiesa. Ciò è espresso in numerosi passaggi del testo, in particolare vorrei fare osservare il riferimento ad un testo emblematico in questo senso che è 1Gv 1,1-4, in cui nell’annuncio e nella testimonianza agli altri si dilata la comunione e la gioia. Non a caso il riferimento a questo brano giovanneo lo troviamo all’inizio (n. 2) e alla conclusione del documento (n. 123).

 

Il paradigma mariano e l’orizzonte sacramentale della rivelazione 

In questa prospettiva si comprende bene anche il costante riferimento alla Madre di Dio. Il Dio-che-parla trova in Maria il paradigma della relazione tra Verbo di Dio e umana libertà. Già in Sacramentum caritatis si era affermato: “In Maria Santissima vediamo perfettamente attuata anche la modalità sacramentale con cui Dio raggiunge e coinvolge nella sua iniziativa salvifica la creatura umana” (SC 33). In riferimento alla Parola di Dio, Benedetto XVI nella Verbum Domini afferma: 

“In realtà, l’incarnazione del Verbo non può essere pensata a prescindere dalla libertà di questa giovane donna che con il suo assenso coopera in modo decisivo all’ingresso dell’Eterno nel tempo” (VD 27) (cfr. anche DV 28, Maria Mater Verbi Dei et Mater fidei). 

In realtà con ciò Benedetto XVI ci fa comprendere il fondamento di quanto viene proposto nel testo relativamente al senso della Parola di Dio, alla sua attestazione nelle Scritture, alla sua ermeneutica, alla sua celebrazione nella liturgia viva nella Chiesa fino arrivare a tutte le implicazioni più dettagliate relativamente alla missione della Chiesa nel mondo, quale annunciatrice di Cristo, Verbo incarnato, morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini. 

Infatti, ponendo Maria Santissima come paradigma della relazione tra il Verbo di Dio e la libertà umana siamo portati ad approfondire l’orizzonte sacramentale della rivelazione stessa di Dio – affermata genialmente da Giovanni Paolo II nella Fides et Ratio (n. 13), ripresa letteralmente sia nella Sacramentum Caritatis (n. 45) che nella Verbum Domini (n. 56). In quest’ultimo caso, Benedetto XVI riprende il testo di Giovanni Paolo II per spiegare il senso della sacramentalità della Parola di Dio, in profonda relazione ed analogia con il sacramento eucaristico: 

“All’origine della sacramentalità della Parola di Dio sta propriamente il mistero dell’incarnazione: «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), la realtà del mistero rivelato si offre a noi nella «carne» del Figlio. La Parola di Dio si rende percepibile alla fede attraverso il «segno» di parole e di gesti umani. La fede, dunque, riconosce il Verbo di Dio accogliendo i gesti e le parole con i quali Egli stesso si presenta a noi. L’orizzonte sacramentale della Rivelazione indica, pertanto, la modalità storico-salvifica con la quale il Verbo di Dio entra nel tempo e nello spazio, diventando interlocutore dell’uomo, chiamato ad accogliere nella fede il suo dono” (n. 56). 

In tal modo Benedetto XVI approfondisce la riflessione magisteriale sull’orizzonte sacramentale della rivelazione, mettendolo in riferimento alla Parola di Dio che si comunica a noi mediante la parola umana. Dio si rende incontrabile dall’uomo nella dinamica del segno per mezzo della quale la umana libertà è chiamata originariamente all’assenso a all’accoglienza.

Si potrebbe qui trovare un accostamento interessante con ciò che lo stesso Benedetto XVI afferma nella prima parte del documento riguardo alla dimensione cosmica della Parola di Dio (n. 8), in cui nello stesso orizzonte di significati si mostra come la Parola di Dio si comunichi anche attraverso la creazione. Citando Bonaventura il Papa afferma: “Ogni creatura è Parola di Dio, poiché proclama Dio”: n. 8) 

Benedetto XVI a questo proposito richiama la figura fondamentale della libertà di fronte al Dio-che-parla: “La risposta propria dell’uomo al Dio che parola è la fede” (n. 25); ed in riferimento al mistero dell’incarnazione si afferma: “tutta la storia della salvezza che in modo progressivo ci mostra questo intimo legame tra la Parola di Dio e la fede che si compie nell’incontro con Cristo. Con Lui, infatti, la fede prende la forma dell’incontro con una Persona alla quale si affida la propria vita. Cristo Gesù rimane presente oggi nella storia, nel suo corpo che è la Chiesa” (n. 25).

 

Implicazioni principali della Verbum Domini 

Da ciò è possibile considerare altri passaggi del testo dell’Esortazione che approfondiscono elementi decisivi già toccati dalla Dei Verbum.

 

Il Verbo incarnato e l’Analogia della Parola 

L’orizzonte sacramentale e dialogico della rivelazione cristiana ha permesso a Benedetto XVI di contribuire sensibilmente ad una corretta comprensione dei diversi significati dell’espressione Parola di Dio e Verbo di Dio, ossia il riferimento all’“uso analogico del linguaggio umano in riferimento alla Parola di Dio” (n. 7). Proprio a partire dalla meditazione del prologo giovanneo diviene chiaro che al centro di tutto sta l’espressione «Parola di Dio» che “viene qui ad indicare la persona di Gesù Cristo, eterno Figlio del Padre, fatto uomo” (n. 7). 

Intorno a questo centro stanno gli altri riferimenti che vanno a costituire una vera sinfonia della Parola di Dio: il riferimento va alla creazione, ossia al Liber Naturae, alla Parola di Dio che si comunica attraverso i profeti fino a coincidere con Gesù Cristo. Da qui viene considerata come Parola di Dio la Tradizione, a partire dalla predicazione apostolica, e la Sacra Scrittura quale attestazione normativa. Evidentemente, tutta questa sinfonia non potrebbe essere colta se non nella sua originaria relazione con il Logos fatto carne, ossia Gesù Cristo, Figlio di Dio e figlio di Maria. L’invito di Benedetto XVI è che sia nella riflessione teologica che nell’azione pastorale si comprenda meglio questo uso analogico della “Parola di Dio” cosicché “risplenda meglio l’unità del piano divino e la centralità in esso della persona di Cristo” (n. 7).

 

L’ermeneutica della Scrittura 

Particolarmente a cuore a Benedetto XVI sta il tema dell’ermeneutica della Scrittura. Quanto abbiamo precedentemente richiamato ci permette di comprendere perché il Papa ritenga che l’atto della ricezione della Dei Verbum a questo proposito non sia stata ancora del tutto compiuta. Infatti, se la Parola di Dio è il Verbo fatto carne che permane nel tempo e nello spazio e che si attesta nelle Scritture, allora il luogo originario dell’ermeneutica non potrà che essere la vita della Chiesa (DV 29) e in essa una autentica esperienza cristiana.

Tale posizione di per sé non mortifica il grande sforzo proveniente dall’esegesi con i suoi metodi adeguati per la comprensione del testo biblico. Semplicemente si mostra come tale livello non sia esaustivo dell’atto ermeneutico. In realtà ci troviamo ancora una volta a confrontarci anche qui con l’orizzonte sacramentale della rivelazione in relazione alla sacramentalità della Parola, ossia al fatto che il Dio-che-parla raggiunga la libertà credente mediante il segno della parola umana. La sacra Scrittura pertanto non avrà un approccio ermeneutico compiuto fino a quando non si riconosce che nella fatticità del segno è la stessa Parola di Dio che mi viene comunicata.

In tal senso l’ermeneutica della fede è essenziale ad un approccio integrale alla Scrittura. A tal proposito si afferma: “Approcci al testo sacro che prescindano dalla fede possono suggerire elementi interessanti, soffermandosi sulla struttura del testo e le sue forme; tuttavia, un tale tentativo sarebbe inevitabilmente solo preliminare e strutturalmente incompiuto” (VD 30). Infatti per l’intelligenza della fede nella “lettera” della scrittura è il Verbo stesso di Dio che non cessa di parlare qui e ora. 

L’esigenza di correlare meglio i due livelli dell’ermeneutica biblica comporta in sé notevoli conseguenze sia dal punto di vista degli studi biblici, sia nell’azione pastorale della Chiesa. Infatti, “dove l’esegesi non è teologia, la Scrittura non può essere l’anima della teologia e, viceversa, dove la teologia non è essenzialmente interpretazione della Scrittura nella Chiesa, questa teologia non ha più fondamento” (VD 35,c).

In tal senso si comprende perché gli interventi del magistero ecclesiale hanno sottolineato sempre l’importanza dello studio esegetico della lettera scritturistica, rifiutando una ermeneutica secolarizzata che esclude aprioristicamente l’intervento del divino nella storia; ma anche con lo stesso vigore rifiutato una interpretazione spirituale che prescindesse dalla letteralità della Scrittura. E’ lo stesso mistero dell’incarnazione ad esigere una ermeneutica integrale che consideri seriamente la “carne” del Verbo e che in essa accolga la presenza del mistero di Dio che parla a noi oggi.

Ma anche dal punto di vista pastorale, fa osservare il Papa, una inadeguata ermeneutica dei testi, porta delle conseguenze notevoli ad esempio nella preparazione delle omelie o nella divisione tra esegesi e lectio divina, o in genere nella “lettura pia” della Scrittura (cfr. DV 25; VD 86). In tal senso si comprende l’insistenza di Benedetto XVI sulla relazione tra Parola di Dio e celebrazione liturgica, in particolare l’Eucaristia, dove appunto la Parola di Dio innanzitutto è proclamata e celebrata come evento presente e non come testo meramente del passato.

Significativamente il Papa propone una interessante analogia tra adorazione eucaristica e meditazione pia della Scrittura: 

“Nella lettura orante della sacra Scrittura il luogo privilegiato è la liturgia, in particolare l’Eucaristia, nella quale, celebrando il Corpo e il Sangue di Cristo nel Sacramento, si attualizza tra noi la Parola stessa. In un certo senso la lettura orante, personale e comunitaria, deve essere sempre vissuta in relazione alla celebrazione eucaristica. Come l’adorazione eucaristica prepara, accompagna e prosegue la liturgia eucaristica, così la lettura orante personale e comunitaria prepara, accompagna ed approfondisce quanto la Chiesa celebra con la proclamazione della Parola nell’ambito liturgico” (VD 86). 

In quest’ottica è articolatamente proposta le Lectio divina (VD 87). 

Nella stessa logica Benedetto XVI raccomanda una ripresa della dimensione biblica della formazione cristiana e della catechesi in particolare. Quale ruolo gioca effettivamente la Sacra Scrittura nella pastorale? A questo proposito è interessante che si affermi: “Non si tratta, quindi, di aggiungere qualche incontro in parrocchia o nella diocesi, ma di verificare che nelle abituali attività delle comunità cristiane, nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, si abbia realmente a cuore l’incontro personale con Cristo che si comunica a noi nella sua Parola.” (VD 73).

Dunque la animazione biblica della pastorale deve essere compresa, non come l’aggiunta di nuovi incontri a carattere biblico, separati da quelli già presenti nelle attività parrocchiali e diocesane; ma piuttosto come rinnovata attenzione alla Sacra Scrittura in tutta l’attuale struttura pastorale, affinché le attività che già si svolgono possano permettere ai fedeli di accostare le Scritture secondo la fede ecclesiale. Infatti, “Là dove non si formano i fedeli ad una conoscenza della Bibbia secondo la fede della Chiesa nell’alveo della sua Tradizione viva, di fatto si lascia un vuoto pastorale in cui realtà come le sette possono trovare terreno per mettere radici” (VD 73).

 

Implicazioni antropologiche 

Alcune considerazioni si possono fare relativamente alla dimensione antropologica e alla ricaduta esistenziale della considerazione circa la Parola di Dio contenuto del documento di Benedetto XVI. Già abbiamo messo in evidenza come lo stesso orizzonte sacramentale della rivelazione in cui si colloca la nostra relazione con la Parola di Dio implichi la valorizzazione della libertà dell’uomo chiamata nella fede ad entrare nell’Alleanza Nuova compiuta definitivamente in Cristo. Benedetto XVI nella Esortazione apostolica approfondisce questo tema in molte direzioni interessanti. Una delle quali è certamente la considerazione di Dio che nella sua parola ascolta e risponde alle domande e al grido dell’uomo: “In questo dialogo con Dio comprendiamo noi stessi e troviamo risposta alle domande più profonde che albergano nel nostro cuore” (VD 23).

Qui troviamo anche un riferimento peculiare di Benedetto XVI alla condizione postmoderna dell’uomo nei confronti di Dio: 

Solo Dio risponde alla sete che sta nel cuore di ogni uomo! Nella nostra epoca purtroppo si è diffusa, soprattutto in Occidente, l’idea che Dio sia estraneo alla vita ed ai problemi dell’uomo e che, anzi, la sua presenza possa essere una minaccia alla sua autonomia. In realtà, tutta l’economia della salvezza ci mostra che Dio parla ed interviene nella storia a favore dell’uomo e della sua salvezza integrale” (VD 23). 

In tal senso la prospettiva che viene proposta è quella di scoprire sempre di più la capacità della fede di intervenire in ogni circostanza della vita con uno sguardo nuovo sulle cose, carico della luce che viene dal vangelo. Qui si apre un ambito molto ampio della missione della Chiesa che scaturisce dal Cristo stesso, Verbo di Dio nella carne, che riguarda la capacità di dialogo con tutte le genti e la possibilità di esprimersi in contesti culturali differenti.

Ma soprattutto, consapevoli della privatizzazione che la fede ha subito nell’epoca moderna il Papa invita a cogliere il rapporto tra la Parola di Dio e tutte le circostanze della vita quotidiana nella condizione comune degli uomini: 

“Avvertiamo tutti quanto sia necessario che la luce di Cristo illumini ogni ambito dell’umanità: la famiglia, la scuola, la cultura, il lavoro, il tempo libero e gli altri settori della vita sociale. Non si tratta di annunciare una parola consolatoria, ma dirompente, che chiama a conversione, che rende accessibile l’incontro con Lui, attraverso il quale fiorisce un’umanità nuova” (VD 93).

 

Parola di Dio e metodo della testimonianza 

Da ultimo l’Esortazione di Benedetto XVI approfondisce il metodo fondamentale della missione della Chiesa, ed in essa di ogni cristiano, che scaturisce dalle sorgenti della vita trinitaria stessa da cui proviene la Parola stessa di Dio. Tale capacità di annuncio in cui la Parola di Dio investe ogni realtà umana passa attraverso il metodo della testimonianza.

Il tema della testimonianza attraversa tangenzialmente tutto il documento, ma si specifica particolarmente nell’ultima parte, dove si dice: “è importante che ogni modalità di annuncio tenga presente, innanzitutto, la relazione intrinseca tra comunicazione della Parola di Dio e testimonianza cristiana”.

Riprendendo una delle propositiones approvate dai Padri, prosegue: “Questa reciprocità tra Parola e testimonianza richiama il modo in cui Dio stesso si è comunicato mediante l’incarnazione del suo Verbo. La Parola di Dio raggiunge gli uomini « attraverso l’incontro con testimoni che la rendono presente e viva »” (VD 97)

E’ suggestiva anche la correlazione che Benedetto XVI pone tra la “testimonianza” delle scritture e la “testimonianza” che i cristiani sono chiamati a dare nella società in parole ed in azioni: “C’è uno stretto rapporto tra la testimonianza della Scrittura, come attestazione che la Parola di Dio dà di sé, e la testimonianza di vita dei credenti. L’una implica e conduce all’altra. La testimonianza cristiana comunica la Parola attestata nelle Scritture. Le Scritture, a loro volta, spiegano la testimonianza che i cristiani sono chiamati a dare con la propria vita” (VD 97). 

Del resto lo stesso pontefice aveva ricordato già il metodo della testimonianza nella Sacramentum catitatis, quando aveva affermato che “Diveniamo testimoni quando, attraverso le nostre azioni, parole e modo di essere, un Altro appare e si comunica. Si può dire che la testimonianza è il mezzo con cui la verità dell’amore di Dio raggiunge l’uomo nella storia, invitandolo ad accogliere liberamente questa novità radicale. Nella testimonianza Dio si espone, per così dire, al rischio della libertà dell’uomo” (SCa 85). Così possiamo dire che nella attestazione scritturistica e nella testimonianza cristiana la Parola di Dio continua a bussare alle porte della umana libertà.

 

Conclusione 

Questa logica profonda che coinvolge l’uomo integralmente ha la sua radice nel mistero dell’incarnazione del Verbo; il quale ci coinvolge sempre il termini personali, come è avvenuto per Maria, la Madre di Dio. La Parola di Dio, come ha affermato Benedetto XVI non è mai generica nel rivolgersi a noi, essa ci chiama e ci coinvolge, facendoci scoprire così che l’intera nostra vita è vocazione (VD 77) ed è chiamata a rispondere all’annuncio che ci viene rivolto. 

Non è a caso che il Papa esorti il popolo cristiano a recitare e a diffondere la preghiera dell’Angelus Domini (n. 88). In realtà in questa preghiera c’è tutta la sintesi della Parola di Dio che si fa carne attraverso la libertà di una ragazza di Nazareth. La Chiesa invita a recitare questa preghiera perché è consapevole che questo mistero non è solo del passato ma riaccade oggi nel cuore di ogni fedele che accoglie l’annuncio della Parola di Dio. Qui sta il segreto della vera gioia (cfr. VD 123).

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