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“L’Eucarestia per la vita quotidiana”, un intervento del Patriarca in preparazione al XXV Congresso Eucaristico

XXV CONGRESSO EUCARISTICO - Qui di seguito il testo integrale dell'intervento pronunciato dal Patriarca, mercoledì 26 gennaio in Cattedrale a...

XXV CONGRESSO EUCARISTICO – Qui di seguito il testo integrale dell’intervento pronunciato dal Patriarca, mercoledì 26 gennaio in Cattedrale a Senigallia,  in occasione di un appuntamento in preparazione al XXV Congresso Eucaristico:

Signore, da chi andremo?

L’Eucaristia per la vita quotidiana

 

Senigaglia, 26 gennaio 2011

+ Card. Angelo Scola

Patriarca di Venezia

1. Eucaristia per la vita quotidiana

Il titolo di questa relazione – Eucaristia per la vita quotidiana – potrebbe suggerire diverse “piste” di lavoro: l’importanza della celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e, anche, dell’accostarsi alla Santa Comunione quotidiana; il rapporto tra l’Eucaristia domenicale e quella feriale; la domanda della preghiera del Padre Nostro sul pane quotidiano; l’impronta eucaristica dell’esistenza cristiana…

La preposizione per che unisce le due parti in cui si articola il titolo può, forse, suggerirci una strada feconda per questo gesto di preparazione al Congresso Eucaristico.

La preposizione per, infatti, esprime un elemento spiccatamente eucaristico. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”» (1Cor 11, 23-24); «Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti» (Mc 14, 23-24). Al punto che è stata utilizzata per designare ciò che è più caratteristico della persona e della missione di Gesù la sua pro-esistenza (il Suo esistere per).

In questo modo il per dice l’intrinseco dono dell’evento salvifico di Gesù Cristo fatto agli uomini. Egli, infatti, si è fatto uno come noi, in tutto simile tranne che nel peccato, è morto e risorto e ha donato il Suo Spirito, per noi e per la nostra salvezza.

Ma perché possa emergere in tutta la sua potenza il valore di questo per come trait d’union tra l’Eucaristia e la vita quotidiana, è necessario dire una parola su entrambi questi termini: Eucaristia e vita quotidiana.

Con un’espressione icastica, Benedetto XVI si è riferito al Santissimo Sacramento affermando: «L’Eucaristia è Cristo che si dona a noi, edificandoci continuamente come suo corpo» («Eucharistia est Christus se nobis tradens, nos usque aedificans veluti suum corpus», Sacramentum Caritatis 14). In modo geniale vengono qui indicati gli elementi essenziali della teologia eucaristica: il suo essere celebrazione sacramentale (Eucaristia), la presenza reale (Cristo), il sacrificio (si dona – tradens), la Chiesa come res sacramenti (suo corpo). Inoltre l’uso dei participi presenti – tradens, aedificans – dice l’immediato riferimento all’altro termine del nostro titolo: il quotidiano, cioè, l’hic et nunc. Ed in esso trova oggettiva collocazione il tema dell’ormai imminente Congresso Eucaristico Nazionale il cui significativo titolo recita: Signore da chi andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana.

Una riflessione organica sull’Eucaristia non potrà dimenticare nessuno di questi elementi fondamentali. Anzi, è possibile affermare che le distorsioni riscontrabili lungo i secoli, nella teologia e nella prassi eucaristica, potrebbero essere descritte a partire dall’esame delle verità ad essa relative che sono state trascurate. Così, senza la pretesa di essere esaustivi, possiamo riconoscere che dimenticare la dimensione liturgico-sacramentale condurrebbe inevitabilmente a disincarnare il rapporto con Cristo. Non parlare della presenza reale equivarrebbe a confinare la specificità dell’evento cristiano nelle strette maglie di una generica religiosità. Dimenticare la dimensione sacrificale, sradicherebbe l’Eucaristia dalla singolare missione redentrice di Gesù. O, infine, trascurare che la res sacramenti è la Chiesa e la sua unità, sfocerebbe nella riduzione individualistica del cristianesimo.

L’Eucaristia, quindi, in forza della sua propria e specifica integralità, deve essere per la vita quotidiana.

Cosa dire, ora, sull’espressione vita quotidiana? Essa si presenta in modo molto più complesso di quanto a prima vista si potrebbe pensare.

Innanzitutto occorre affermare che tale espressione si riferisce all’esperienza della vita comune propria di tutti gli uomini. Se si è precisi, infatti, il succedersi degli istanti non costituisce vita quotidiana né per il mondo inanimato, né per quello animale. Il quotidiano esige che il soggetto protagonista ne sia consapevole, possa riconoscerlo come tale. Pertanto l’espressione vita quotidiana dice qualcosa di specificamente umano. Parliamo della vita, ciò in cui tutti noi, per il fatto di essere uomini e donne, siamo immersi. Il quotidiano è l’humanum in sé e per sé.

In secondo luogo parlare di vita quotidiana significa primariamente riferirsi alla dimensione del tempo come costitutiva dell’umana esperienza dell’esistenza. L’etimologia di quotidiano ci rimanda all’avverbio latino quotidie, di ogni giorno. Esso da una parte ci richiama la dimensione del presente: è quotidiano ciò che è oggi. Dall’altra ci ricorda la dimensione della continuità: è quotidiano ciò che è di ogni giorno. Le due dimensioni, presente e continuità, ci permettono di identificare le costanti dell’esperienza umana che, riproponendosi in ogni tempo e in ogni luogo, ci fanno appunto parlare di vita quotidiana.

Possiamo indicarne almeno due: gli affetti ed il lavoro, cui aggiungeremo qualche considerazione decisiva sul sacrificio. A partire da queste costanti, e da tutto ciò che in esse è implicato (generazione, fecondità, dono di sé, lavoro, riposo, edificazione sociale, sofferenza, condizione di prova…), può essere descritta la vita quotidiana degli uomini.

Le considerazioni sintetiche che vogliamo ora proporre hanno quindi come scopo di offrire qualche spunto di riflessione su come l’Eucaristia sia veramente per, su come illumina ed edifica la vita quotidiana in tutti questi suoi risvolti. Si tratta, pertanto, di mostrare la rilevanza antropologica dell’Eucaristia o, per dirlo con un’altra espressione più precisa a cui spesso faccio riferimento, si debbono evidenziare le implicazioni antropologiche, sociali e cosmologiche dell’Eucaristia.

 

2. Eucaristia: esperienza liturgica del tempo

Dicevamo che la vita quotidiana, in quanto espressione propriamente umana, si gioca, innanzitutto, nell’esperienza che ogni uomo fa, e non può non fare, del tempo.

Il tempo, come sappiamo, è rilevabile dall’uomo anzitutto nel presente. Orbene la dimensione del presente, il cui rapporto con l’eterno (un presente senza ieri e senza domani) è ben noto, è l’ambito per eccellenza in cui si esercita la libertà. Questa, emblema dell’umano, si gioca infatti in ogni istante. Poche volte ci soffermiamo a considerare che l’atto di libertà rivela la sua verità sempre e solo mentre lo si compie, e non mentre lo si progetta o lo si ricorda. Da qui l’importanza del presente nella vita dell’uomo.

Occorre, tuttavia, affermare che non è possibile parlare di presente fuori dalle dimensioni del passato e del futuro. Infatti, possiamo parlare di presente solo perché sta in relazione con quanto è già avvenuto e con quanto deve ancora accadere. E proprio in questo doppio intrinseco riferimento il presente trova la sua consistenza. Da questa insuperabile connessione tra presente, passato e futuro si evince che così come il presente è l’ambito specifico della libertà, il passato lo è della memoria e il futuro della speranza. Memoria, libertà e speranza esprimono un io in cammino, individuano cioè un uomo che, dall’origine (passato), possiede una sua effettiva consistenza (presente), ma che ancora si trova sulla strada del compimento definitivo (futuro).

In che modo l’Eucaristia illumina l’esperienza che inevitabilmente l’uomo fa del tempo a cui, con rapidissimi tratti, abbiamo accennato[1]?

Anzitutto occorre ricordare che il presente eucaristico, il nostro partecipare alla Santa Messa, sta sotto una precisa ingiunzione di nostro Signore: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). La “ripetizione” dell’azione eucaristica (che non va mai confusa con la ripetitività) è un dato liturgico di primissimo ordine che sta alla radice non solo del ritmo celebrativo domenicale, ma anche di quello feriale. Essa è legata al mistero della Presenza reale di Cristo, mistero sacramentale che assicura la contemporaneità del Crocifisso Risorto ad ogni uomo di ogni tempo.

Nell’Eucaristia la presenza di Gesù riempie il presente di ogni uomo, provocando la sua libertà perché aderisca al dono elargito. A questo proposito vale la pena di ricordare la bellissima espressione di Kierkegaard: «L’unico rapporto etico che si può avere con la grandezza (così anche con Cristo) è la contemporaneità. Rapportarsi a un defunto è un rapporto estetico: la sua vita ha perduto il pungolo, non giudica la mia vita, mi permette di ammirarlo… e mi lascia anche vivere in tutt’altre categorie: non mi costringe a giudicare in senso decisivo»[2]. L’unico rapporto etico, cioè, in grado di implicare realmente l’umana libertà, è la contemporaneità. È una presenza al mio qui ed ora. Per questa ragione è adeguato parlare dell’Eucaristia come di incontro di libertà: nel presente eucaristico la libertà infinita di Gesù si incontra con la libertà in cammino dei fedeli[3].

Cosa accade quando la libertà accoglie il dono presente nell’azione eucaristica? Con una espressione efficace si può dire che il rito, e quindi l’Eucaristia, «non deve portare “altrove”, ma portare “dentro”»[4]. In questo modo la Presenza eucaristica, accadendo nel presente degli uomini, li innesta in profondità nella vita quotidiana, permette loro di cogliere la realtà nella sua pienezza. Si comprende allora l’insistenza della tradizione cristiana quando parla dell’Eucaristia come cibus viatorum, come l’alimento che rende possibile il cammino del popolo di Dio e di ogni uomo lungo la storia.

In secondo luogo, non possiamo dimenticare la natura di memoriale propria del sacramento eucaristico. In forza del suo essere memoriale della Pasqua del Signore, l’evento eucaristico, celebrato nel presente, è originariamente e per sempre radicato nella storia: è l’evento storico-salvifico della Pasqua di Gesù a farsi presente sacramentalmente nell’Eucaristia. «Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito…» (1Cor 11, 23): le parole di Paolo ai Corinzi dicono l’insuperabilità dell’evento storico della Pasqua. Esso, in forza dello Spirito del Risorto, è trasmesso – traditio -, cioè comunicato sacramentalmente nel presente senza che per questo perda la sua natura di evento storico.

Questo radicamento dell’evento eucaristico nella storia provoca la libertà del fedele al riconoscimento del dono che la precede e la costituisce: l’Eucaristia, come afferma Benedetto XVI, dice «la precedenza non solo cronologica ma anche ontologica del suo averci amati “per primo”. Egli è per l’eternità colui che ci ama per primo» (Sacramentum caritatis n. 14). In questo modo nell’Eucaristia la libertà del fedele si riscopre originariamente donata a se stessa: il dono della redenzione pone in essere una libertà liberata, capace quindi di accogliere tale dono. Ecco perché il memoriale è sempre azione di grazia per le meraviglie che Dio compie nella storia.

Infine una parola sulla dimensione del futuro e della speranza. Troviamo qui uno dei temi classici della teologia eucaristica. Un argomento che è stato affrontato, nel quadro della riflessione sull’Eucaristia, in termini di pignus futurae gloriae e che trova una delle sue più belle espressioni liturgiche nell’acclamazione «annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Questa attesa del Signore che viene, che ha propriamente la forma della supplica – «Vieni, Signore Gesù!» (Ap 22, 20) – dice che la vita quotidiana dell’uomo non è un errare senza destino, ma un cammino verso la meta già conosciuta, donata e, quindi, amata dall’uomo pellegrino (homo viator). Una meta certa, che rende sicuro il cammino presente. Senza questa prospettiva di speranza nel futuro, infatti, il presente diventerebbe per l’uomo fonte permanente di angoscia perché egli si sentirebbe andare verso il nulla.

Possiamo, quindi, riconoscere che l’Eucaristia è per la vita quotidiana, poiché essa «colloca il tempo nella prospettiva dell’eterno, perché il Risorto ha strappato al tempo ogni potere di annientamento. Il tempo non mi sta trascinando nel nulla, ma portando tra le braccia del Padre. La sua inarrestabile corsa diventa un positivo. Nell’Eucaristia è chiara l’origine (passato): il Padre che ci dona la vita, ci redime dal peccato nella morte e risurrezione del Figlio incarnato. Ma per la potenza dello Spirito questo evento passato vive nel qui ed ora (presente) attraverso la comunione dei cristiani. E così, in forza di questo evento, gli uomini possono camminare spediti alla meta (futuro)»[5].

 

3. Eucaristia e affetti

Proseguiamo nel nostro percorso sulla rilevanza antropologica dell’Eucaristia nelle dimensioni essenziali dell’esperienza umana prendendo in considerazione l’ambito degli affetti.

Con questo vocabolo intendo indicare i cardini costitutivi dell’amore nell’umana esperienza. Proviamo ad elencarli per sommi capi.

Innanzitutto la dimensione del corpo e, quindi, della differenza sessuale. La vita quotidiana è inevitabilmente vissuta da ciascuno di noi nel suo proprio corpo, interamente maschile o femminile, e ogni azione e passione esprimono sempre un io situato nella differenza sessuale.

Alla considerazione del corpo sessuato la nostra umana esperienza lega immediatamente la dimensione del desiderio, quindi dell’attrazione che la persona dell’altro sesso esercita sull’io e, pertanto, dell’uscita da sé, della strada verso il dono di sé. È la strada dell’amore, inscindibile intreccio di eros ed agape.

Si dovrebbe qui mostrare, se ce ne fosse il tempo, come l’incontro amoroso porti inscritta nella propria natura la fecondità come orizzonte ideale. Una fecondità che impedisce ai due di rimanere chiusi nel loro rapporto e li obbliga a fare i conti con il terzo.

A nessuno di noi sfugge il livello di confusione in cui queste dimensioni fondamentali dell’avventura umana vengono oggi vissute e, ciò che è più grave, proposte dalla cultura dominante. La pretesa di poter prescindere dalla differenza sessuale e, contemporaneamente, un’esaltazione astratta del corpo, la separazione di amore e fecondità – o perché si cerca un preteso sterile dono di sé o perché si vuol essere fecondi senza consegna di sé -, l’orizzonte assai inquietante della clonazione umana che abolirebbe l’esperienza originaria della paternità-figliolanza… e l’elenco potrebbe continuare.

Di fronte a tutti questi elementi che rendono il travaglio del nostro tempo particolarmente doloroso e che, senz’altro, lasceranno non poche ferite, l’Eucaristia ha qualcosa da dirci?

Benedetto XVI, nel numero 27 di Sacramentum caritatis, risponde affermativamente a questa domanda: «L’Eucaristia, sacramento della carità, mostra un particolare rapporto con l’amore tra l’uomo e la donna, uniti in matrimonio. Approfondire questo legame è una necessità propria del nostro tempo».

Per farlo è opportuno partire da un dato: l’Eucaristia è il Corpo del Signore. La modalità con cui Gesù ha voluto rendersi permanentemente presente alla libertà degli uomini è stata quella di farli prendere parte al dono del Suo Corpo e al Suo Sangue: la comunione. Ma parlare del Corpo del Signore – ad un tempo l’Eucaristia e la Chiesa (la communio eucaristica e quella ecclesiale) – implica riconoscere il legame che esiste, nella Sacra Scrittura e quindi nella riflessione teologica, tra il linguaggio somatologico (del corpo) e quello nuziale.

Basti in proposito citare le significative parole di Agostino: «“I due formeranno una carne sola, pertanto non sono più due ma una carne sola”. Lo stesso rapporto che c’è tra sposo e sposa c’è tra capo e corpo perché il capo della moglie è il marito. Sia che dica capo e corpo, sia che dica sposo e sposa, intendetelo riferito ad uno solo. Per queste ragioni lo stesso Apostolo, quando era ancora Saulo, si sentì dire: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?” Perché il corpo è attaccato al capo. E quando quel predicatore di Cristo dovette subire dagli altri le persecuzioni che egli ad altri aveva inflitto, diceva: “Per completare nel mio corpo ciò che manca alle sofferenze di Cristo”, mostrando così che la sua sofferenza apparteneva alle sofferenze di Cristo. [Queste parole] non vanno intese come riferite al capo che, ormai in cielo, non patisce nulla, ma al corpo, cioè alla Chiesa, corpo che col suo capo è l’unico Cristo»[6].

In questo modo il corpo eucaristico esprime bene la nuzialità della Chiesa, come mostrano i riferimenti liturgici al banchetto di nozze dell’Agnello.

Così, attraverso la partecipazione quotidiana all’Eucaristia, i fedeli vengono educati all’esperienza del bell’amore. Nell’Eucaristia il Corpo del Signore viene loro amorosamente offerto sempre come l’Altro gratuitamente donato.

Il sacramento eucaristico, che ci obbliga fisicamente a spostarci in processione per poterLo ricevere in dono nella comunione, manifesta il valore positivo della dif-ferenza che chiede la consegna della nostra vita, il dono di noi stessi, in una parola l’amore. Un amore che ha sempre la forma della risposta all’amore che ci precede. In proposito San Tommaso scrive: «L’Eucaristia è la più grande di tutte le meraviglie operate dal Cristo, il mirabile documento del suo immenso amore per gli uomini»[7]. E l’amore chiede di essere corrisposto dall’amore, come ci ricorda Péguy in una delle sue acute osservazioni: «Chi ama viene a dipendere da chi è amato»[8]. I fedeli, eucaristicamente amati da Cristo, imparano a dipendere da Lui, apprendono cosa significhi la consegna della propria vita.

In tal modo l’Eucaristia mostra la fecondità dell’amore, poiché dall’Eucaristia nasce permanentemente la Chiesa, un popolo nuovo, un’umanità rinnovata e fisicamente rintracciabile nella storia degli uomini. È ancora Agostino ad illuminare in modo fulgido questa verità: «Il secondo Adamo, chinato il capo, si addormentò sulla croce, perché così, con il sangue e l’acqua che sgorgano dal suo fianco, fosse formata la sua sposa»[9].

Parafrasando l’affermazione di Sant’Ireneo, secondo cui «il nostro modo di pensare è conforme all’Eucaristia»[10], possiamo dire, con tutta verità, che anche il nostro modo di amare è conforme all’Eucaristia.

 

4. Eucaristia e lavoro

Una seconda dimensione che caratterizza l’esperienza elementare di ogni uomo, vissuta nella vita quotidiana, è il lavoro. L’ambito del lavoro esprime la capacità di interagire con la realtà, in tutte le sue dimensioni, ivi comprese quelle economica e socio-politica.

Infatti, nel suo rapporto con la realtà, l’uomo impegna la propria capacità creativa per edificare la vita sociale in tutti i soggetti personali e comunitari che la costituiscono, cominciando da quelli più prossime. Basti pensare, ad esempio, alla necessità di “lavorare per mangiare” (cfr 2Ts 3,10). Questo dato elementare – l’uomo lavora per guadagnarsi il pane – rivela, ad uno sguardo attento, l’intreccio di una serie di rapporti e fattori non privi di una certa complessità. Ad esempio: perché occorre “guadagnarsi” il pane e non ci viene gratuitamente dato? Perché sono responsabile del sostentamento di moglie/marito, figli…? Quale impegno con coloro che non sono in grado di guadagnarsi il pane in assoluto (diversamente abili, malati…) o con quelli che non lo sono ancora (bambini) o non lo sono più (anziani)? Quale decisivo coinvolgimento con i popoli ancora esposti alla fame e alla miseria? Da questo rapido elenco si intravvede la quantità e la qualità di rapporti che si stabiliscono a partire dall’esperienza elementare del lavoro.

Se ora passiamo all’ambito della costruzione sociale e politica, le cose non sono in assoluto più semplici. Cosa significa che insieme al nucleo di affetti per me costitutivo coesistono altri nuclei con uguale dignità? Come si esplicano i rapporti tra queste aggregazioni? Allargando l’orizzonte a tutti i corpi sociali, come si coniuga il principio della gratuità, che caratterizza la vita affettiva, con quello della giustizia che è il cardine della vita sociale e politica? Qual è l’origine e il valore dei diritti, dei doveri e delle leggi? Quali sono le procedure adeguate per legiferare? Come comportarsi di fronte a leggi ingiuste? Quali sono le vie possibili per il compromesso nobile, espressione realistica della vita politica?

Infine, le questioni economiche e socio-politiche hanno come riferimento intrinseco e insuperabile il rapporto con il creato. Il lavoro dell’uomo, che interagisce sempre con la realtà, non può prescindere dal fatto che essa ci è data, e data come cosmo (universo ordinato) offerto alla nostra libertà. Parlare di vita quotidiana implica necessariamente riconoscere che l’io si trova sempre situato non solo in un contesto storico-culturale, ma anche geografico-cosmologico.

Come l’Eucaristia può illuminare tutti questi elementi riferiti al lavoro inteso in questo senso largo come fattore costitutivo della vita quotidiana?

Partiamo dal riconoscimento di un dato liturgico che, spesso, viene sottovalutato e non solo da coloro che non sono cultori della materia. Mi riferisco al fatto che l’Eucaristia è sempre azione eucaristica (tutta la teologia del rito viene qui chiamata in causa)[11]. Certamente il soggetto proprio, il protagonista di questa azione eucaristica è lo stesso Cristo Signore. E proprio per questo possiamo dire che l’Eucaristia è, nel presente della Chiesa, il compimento permanente delle parole di Gesù: «Pater meus usque modo operatur, et ego operorIl Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco» (Gv 5, 17). Ma, come ben sappiamo, l’opera del Padre e del Figlio coinvolge, nello Spirito, la libertà degli uomini, li rende co-agonisti dell’azione eucaristica (ministri e assemblea). Infatti l’Eucaristia è azione nella forma del dono e questo chiede sempre una libertà che lo accolga, che si metta in rel-azione e riceva quanto le viene offerto gratuitamente. In questo modo, nell’azione eucaristica, l’uomo impara quotidianamente anche in cosa consista la verità del suo agire, perciò anche del suo lavoro. Il suo agire non è mai come l’agire del Creatore, ma è sempre un co-agire, un agire che è rel-azione e in quanto tale non si può attuare in modo autonomo rispetto a ciò che lo precede: la realtà in tutta la sua alterità. L’Eucaristia è quella azione paradigmatica che precede e provoca l’azione dell’uomo. Analogicamente, la vita quotidiana dell’uomo si snoda, attraverso il lavoro, in questo rapporto con la realtà che sempre lo precede e lo chiama in causa. Una realtà che la risurrezione di Cristo manifesta come strada verso il compimento finale. Si comprende, allora, l’affermazione che «con la grazia operante del disegno di Dio, il lavoro riempie lo spazio tra la resurrezione di Cristo e la resurrezione finale»[12].

In secondo luogo, vale la pena soffermarsi sull’Eucaristia in quanto communio. La celebrazione eucaristica è invito a partecipare al Corpo e al Sangue del Signore senza limiti di parentela o affinità. Nella comunione eucaristica siamo fatti uno in Cristo Gesù, ogni divisione viene superata e l’io personale incontra il proprio compimento nella comunità. La comunione fa di noi una cosa sola, senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità. Nulla è più lontano dalla comunione cristiana dell’annullamento dell’io nel collettivo. Così l’Eucaristia diventa scuola di vita perché è dono offerto contemporaneamente a tutti – dimensione universale della communio christifidelium – e a ciascuno personalmente: nessuno, infatti, si può comunicare al mio posto! Nello stesso tempo, l’amore eucaristico (agape per eccellenza) compie l’esigenza di giustizia, come ben mostra la necessità di essere riconciliati con Dio per poter ricevere la comunione. Nell’Eucaristia le esigenze della giustizia vengono accolte dall’orizzonte più compiuto della carità, mostrando in questo modo la potenza edificatrice della carità nello scrupoloso rispetto dell’ordine giusto.

Quanto la Caritas in veritate insegna circa il principio di gratuità in economia è imprescindibile espansione della forma eucaristica per rispondere al dovere della condivisione in vista dello sviluppo degli uomini e dei popoli. Non si può impunemente celebrare l’Eucaristia senza farsi carico, ognuno secondo la propria vocazione e assecondando la legge della prossimità, della condivisione del bisogno a tutti i livelli.

Infine, vale la pena ricordare l’offerta del cosmo così come viene realizzata dall’azione eucaristica attraverso i doni perché diventino il Corpo e il Sangue del Signore. Questi, nella forma della benedizione, sono presentati dal ministro con le parole che tutti ricordiamo: «Benedetto sei tu Signore, Dio dell’universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane/vino, frutto della terra e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna / bevanda di salvezza». A questo proposito, altrove ho avuto occasione di affermare come «nella presentazione dei doni (i frutti della terra e del lavoro umano: il pane e il vino a cui si unisce l’acqua) si rivela  esplicitamente che i protagonisti del rapporto uomo-creato non sono semplicemente due, la comunità degli uomini ed il cosmo, ma tre. Confermando quanto già contenuto nel secondo racconto della creazione (cfr. Gn 2, 4b-25), vi è un Terzo che mette in relazione uomo e creato: Dio che, fin dall’inizio, pose l’uomo nel “giardino” perché lo coltivasse e lo custodisse. Uomo e cosmo sono uniti nell’unica historia salutis guidata da Dio. Nella redenzione, Cristo apre la prospettiva della glorificazione finale all’uomo e al cosmo, ridimensionando definitivamente ogni pretesa antropocentristica»[13]. In questo modo, proprio perché libera l’uomo da ogni pretesa di essere il centro assoluto del cosmo, l’Eucaristia è l’antidoto per eccellenza contro lo spiritualismo, che è un’affermazione dell’umano e del suo compimento che prescinde dalle dimensioni corporea e materiale.

 

5. Sacrificio come condizione della dimensione eucaristica della vita quotidiana

Per dare conto dell’importanza decisiva dell’Eucaristia nella vita quotidiana dobbiamo fare riferimento ad un dato che, tra l’altro, fa parte dell’essenza del sacramento. Mi riferisco alla condizione di sacrificio che costituisce una costante dell’esperienza elementare degli uomini. Possiamo tentare di descrivere sommariamente questa condizione a partire da alcune considerazioni sintetiche.

La prima l’abbiamo già enunciata proprio parlando del sacrificio come condizione. Il termine condizione situa immediatamente la realtà del sacrificio come punto di passaggio, evitando dall’origine di confonderlo con la meta o il fine del cammino. Ma proprio in quanto passaggio, il sacrificio appare come inevitabile. Tentare di eliminarlo è segno della prometeica pretesa di negare il nostro limite creaturale, non riconoscendo che la nostra è una libertà dinamicamente aperta, ma non ancora definitivamente compiuta. A nessuno sfugge la forza che questa tentazione possiede nell’odierno panorama culturale. Le sirene del nostro tempo cantano la melodia di una vita senza sacrificio negli affetti, nel lavoro… E in questo modo, di fatto, condannano gli uomini a rimanere incagliati nelle prove della vita quotidiana, illudendoli che queste non dovrebbero esistere.

Come spiegare questa «strana necessità del sacrificio»? La risposta deve essere articolata in due tempi.

Innanzitutto occorre riconoscere la natura contingente o finita della libertà dell’uomo. Le mosse della libertà, quindi, implicano sempre una dimensione di incompiutezza. Questo emerge in modo particolarmente evidente nel rapporto uomo-donna. In esso, infatti, la libertà è chiamata ad uscire da sé per venire incontro alla libertà dell’altro/a che rimarrà sempre “altra”, non potrà mai essere posseduta compiutamente. E questa impossibilità costituisce, per così dire, una sorta di garanzia dell’inviolabile alterità di ogni uomo e di ogni donna, espressione della singolarità di ogni persona. Infatti, solo la libertà del Creatore può possedere l’altro senza pretendere di annullarlo, poiché proprio in quanto creatore ha immesso e mantiene l’altro nell’esistenza. Questo non vale per la libertà creata, la quale può “possedere” la persona amata solo nella dinamica del sacrificio (castità), condizione per il rispetto della libertà propria e di quella altrui. Questa dinamica è presente in ogni rapporto, anche in quello più virtuoso.

Passando ora al secondo livello implicato nel sacrificio come condizione, l’esperienza storica dell’uomo non è segnata solo da una libertà creata, bensì anche da una sua cattiva autodeterminazione. Mi riferisco, ovviamente, al peccato. Davanti all’inevitabile dinamica del sacrificio, l’umana libertà si ribella e si oppone, giungendo fino a determinarsi al male. E una tale determinazione rende dolorosa la dimensione del sacrificio come condizione. Il sacrificio in questo caso non è più solo una condizione di passaggio, ma di un passaggio che assume la sembianza della morte.

In che modo l’Eucaristia illumina il sacrificio come condizione della vita quotidiana in entrambi questi aspetti? Non possiamo dimenticare che il Corpo e il Sangue del Signore offerti come alimento per il cammino, sono sempre il «Corpo offerto in sacrificio per voi» e «il Sangue sparso versato per voi e per tutti», sono la Pasqua del Signore. In questo modo, la morte di Cristo quale passaggio verso la risurrezione assume in sé ogni possibile sacrificio, e fa sì che la croce nella vita dell’uomo sia, per quanto dolorosa, soltanto una condizione. Nella potenza salvifica del Redentore persino il peccato, se riconosciuto, perde la sua sembianza di morte. L’Eucaristia rende presente quotidianamente questa possibilità per ogni uomo. Nell’offerta sacramentale dell’unico sacrificio della Pasqua, ogni fedele è chiamato a offrire se stesso ed il mondo intero: «Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente».

In questo modo il sacrificio eucaristico accompagna ed educa la libertà dei fedeli ad accogliere la condizione della prova, seguendo le orme del Signore. Come insegna Lumen gentium 8, «la Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. AGOSTINO, De civ. Dei, XVIII, 51, 2: PL 41, 614), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (cfr. 1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce».

 

6. Eucaristia evento e non pretesto

Questi brevi appunti su Eucaristia per la vita quotidiana hanno voluto essere una semplice introduzione all’importante evento del Congresso eucaristico nazionale. L’Eucaristia, che contiene in sé tutto il bene spirituale della Chiesa – Cristo stesso – accompagnerà la nostra vita fino alla fine dei tempi. Una volta che se ne è colta l’intima natura, nulla è comparabile all’azione eucaristica, né come valore in sé, né come potenza educativa. È la ragione per cui la Chiesa non cessa di obbedire quotidianamente al comando del Suo Signore: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Ai cristiani, soprattutto oggi, è chiesto di non ridurre questo comando a puro pretesto da lasciare alle spalle nella vita quotidiana, cadendo in quella separazione tra fede e vita denunciata con forza straordinaria già da Paolo VI. In ogni circostanza, in ogni rapporto, la presenza eucaristica di Cristo deve brillare come l’Evento che spalanca al desiderio di Dio. 

 

Note:
[1] In proposito cfr.: A. M. Triacca, Tempo e liturgia, in D. Sartore – A. M. Triacca – C. Cibien, Liturgia. Dizionari San Paolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2001,1987-2001; G. Bonaccorso, Il rito e l’altro. La liturgia come tempo, linguaggio e azione, LEV, Città del Vaticano 2001, in particolare 7-110.
[2] S. Kierkegaard, Diario, BUR, Milano 1998, 348.
[3] Cfr. A. Scola, Eucaristia incontro di libertà, Cantagalli, Siena 2005.
[4] G. Angelini, Il tempo e il rito, in Rivista del clero italiano 81 (2000) n. 2, 165-187, qui 179.
[5] A. Scola, Eucaristia…, 128.
[6] Agostino, Sermo 341, 10, 12.
[7] Tommaso d’Aquino, Opusc. 57, nella Festa del Corpus Domini.
[8] C. Péguy, Il portico del Mistero della seconda virtù, Jaca Book, Milano 1986, 232.
[9] Agostino, In Iohannis evangelium tractatus 120, 2.
[10] Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 18, 5: SC 100, 610 (PG 7, 1028).
[11] Ho affrontato questo argomento in A. Scola, Stupore eucaristico. Conversazioni dal Sinodo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2006, 29-35.
[12] L. Giussani, Perché la Chiesa, Rizzoli, Milano 2003, 283.
[13] A. Scola, Stupore eucaristico…, 111.

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