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Santo Natale 2010/ “Ritornare a fare spazio a Dio nella nostra vita, per appartenere completamente a Lui, quindi ad aprirci agli altri”. L’omelia del Patriarca

L'omelia pronunciata dal Patriarca durante la celebrazione eucaristica della Solennità del Santo Natale nella Basilica di San Marco a Venezia...

Solennità del Natale del Signore

 1. «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14, Messa del giorno). «Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce» (Lc 2,11-12, Messa della notte).

L’incarnazione è il metodo della nuova creazione che il Signore è venuto ad instaurare nel mondo e nella storia. È il metodo della salvezza per tutti gli uomini («tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio» Is 52,10, Messa del giorno), cioè della possibilità del diritto e della giustizia, della pace («la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia» Is 9,6, Messa della notte). 

2. «Egli giace in una mangiatoia, ma contiene l’universo intero; è avvolto in pochi panni, ma ci riveste d’immortalità; non trova riparo in un albergo, ma si costruisce il tempio nel cuore dei suoi fedeli. Perché la debolezza divenisse forte la fortezza si è fatta debole» (Sant’Agostino, Sermo 190). La cifra del cristianesimo è il paradosso: il Figlio di Dio, Colui che il Padre «ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (Eb 1,2, Messa del giorno), senza del quale «nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1,2, Messa del giorno) nasce, come ogni figlio d’uomo, da una giovane donna, in un angolo oscuro della terra, viene avvolto in fasce e posto «in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7, Messa della notte). Egli lascia alle spalle la sua gloria e si lascia racchiudere nell’umanità tenera e fragile di un bambino. Dio scende dal cielo e viene sulla terra fino al punto che nell’ultimo tratto della sua discesa nessuno di noi lo potrà più seguire [«pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso… diventando simile agli uomini… umiliò se stesso… fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,6-8)]. 

3. La liturgia della Messa del giorno ci presenta il messaggio più profondo del Natale. Le letture si staccano dal registro narrativo e ci invitano a trasferire tutta l’attenzione dai personaggi dell’evento al Protagonista: chi è il bimbo che è nato? È il Verbo di Dio fatto uomo: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio… Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (Eb 1,2-3, Messa del giorno).

Il bambino nato per noi, il figlio, annunciato dal profeta Isaia, ci rivela il volto di Dio Padre per sempre (cfr Is 9,5, Messa della notte) e ci schiude la possibilità di diventare figli nel Figlio: «A quanti … lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12, Messa del giorno). 

4. Ridicendoci chi siamo, di chi siamo e verso chi andiamo, cioè indicandoci le relazioni buone che ci costituiscono, il mistero del Natale di Cristo Signore ci apre la strada per quelle pratiche virtuose che solo ci permettono di condividere i bisogni, le fatiche e le solitudini degli altri e di collaborare alla costruzione della vita buona.

Il soprassalto di umanità che è generato dal mistero del Natale ci spinge a sentire nostra la sofferenza di chi non ha lavoro per ribadire il primato della dignità del soggetto del lavoro anche sull’equo profitto; a condividere l’inquietudine delle giovani generazioni che sentono il loro futuro privo di speranze affidabili; ad avvertire come nostro il dolore di chi trascorre questa festa in un letto di ospedale e nostra la fatica delle famiglie divise e ferite negli affetti; a riprendere in mano come nostro il compito di immettere nella società, ciascuno secondo la sua vocazione specifica, un contributo costruttivo per la ripresa da una situazione di crisi che segna l’economia e la politica; a percepire come nostra la paura dei cristiani e degli uomini di fede perseguitati violentemente in Paesi in cui non è praticata la libertà di religione; a non dimenticarci dei troppi che, soprattutto nel Sud del pianeta, soffrono la fame e vivono nella miseria.

Se questo Natale fosse vissuto solo come una pausa di riposo per noi uomini e donne sopraffatti da un ritmo di vita troppo frenetico, sarebbe tradito l’invito essenziale che in esso risplende: ritornare a fare spazio a Dio nella nostra vita, per appartenere completamente a Lui, quindi ad aprirci agli altri. «Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone» (Tt 2,14, Messa della notte). 

5. «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11, Messa del giorno): rimane una terribile possibilità anche per noi. Eppure la condizione per accoglierlo non è difficile, impervia, ma totalmente alla nostra portata. Si chiama semplicità, la stessa dei pastori che, dopo lo straordinario annuncio ricevuto dagli angeli, senza indugi si «dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”» (Lc 2,15, Messa dell’aurora).

Solo lo stupore conosce (Gregorio di Nissa) e lo stupore porta all’adorazione.

Maria ed il Suo castissimo sposo Giuseppe aprano in questo Natale il nostro cuore ad una nuova nascita. Buon Natale!

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