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Festa dell’Assunzione, l’omelia del Patriarca

FESTA DELL’ASSUNZIONE – Viene pubblicato qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca il 15 agosto in...

FESTA DELL’ASSUNZIONE – Viene pubblicato qui di seguito il testo dell’omelia pronunciata dal Patriarca il 15 agosto in occasione della Solennità dell’Assunzione di Maria:

Ap 11,19a;12,1-6a.10ab – 1Cor 15,20-27a – Lc 1, 39-56

1. La solennità di oggi riempie i cristiani, e potenzialmente tutti gli uomini, di una speranza affidabile. Essa rappresenta infatti la più evidente garanzia che il desiderio del nostro “io” di vivere in maniera definitiva la sua propria realizzazione, di durare per sempre si è, in Maria, effettivamente attuato.

Come ci ha ricordato l’Orazione di Colletta, facendo riferimento alla Bolla di proclamazione della solennità dell’Assunzione di Maria Vergine in cielo di Pio XII: «Dio onnipotente ed eterno ha innalzato alla gloria del cielo in corpo e anima l’immacolata Vergine Maria, madre di Cristo tuo Figlio».

Facendo riferimento alla Preghiera eucaristica del giorno di Pasqua possiamo identificare questa condizione definitiva in cui la Madonna versa con la seguente affermazione: come Gesù Suo figlio Maria è ora nel seno della Trinità col suo vero corpo.

È molto difficile per noi comprendere quale sia la configurazione di questo vero corpo. È impossibile poterlo fare senza passare attraverso l’esperienza della nostra morte. Fisica. E tuttavia la nostra fede ci offre questa speranza certa, questa speranza affidabile: noi non saremo lasciati cadere nel nulla. Ed è molto significativo che alla solennità di oggi la santa Chiesa applichi il grande canto del Magnificat, dove la custodia definitiva e totale da parte di Dio onnipotente nei confronti di questa giovane donna è garantita per lei e per tutta la sua discendenza e per tutto il popolo di Israele.

Quindi risorgeremo nel nostro vero corpo e con Gesù e Maria vivremo nel seno della Trinità quella vita definitiva che ora già speriamo. Possiamo però in qualche modo intuirne il significato perché è la festa che dà senso a tutti gli elementi costitutivi della nostra vita. Quando amiamo con autenticità, con verità e con castità le persone che il Signore affida alla nostra prossimità, quando affrontiamo il nostro lavoro con energia costruttiva come contributo all’edificazione della vita buona di tutti, quando cerchiamo, come avviene in questo tempo, il giusto riposo noi tocchiamo con mano il bisogno della durata e nello stesso tempo facciamo i conti con l’imminenza della morte.

2. Di tale imminenza la liturgia di oggi ci dà una prima descrizione dai toni molto forti. È contenuta come abbiamo udito nel Libro dell’Apocalisse. La morte vi si presenta in termini tragici, nell’iniziativa del dragone che attende il frutto del ventre della donna per divorarlo. La morte si rivela così come strumento di potere, come violenza e oppressione del male praticato come dominio dell’uomo sull’uomo. Vediamo che nella donna scampata e salvata Dio anticipa il destino di risurrezione mettendo in salvo il bambino e favorendo la dipartita della donna nel deserto, nel luogo per Lei già preparato. La chiusa del passaggio scritturistico afferma a chiare lettere che il potere che vince il potere del male è il potere del suo Cristo: la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio sono legati alla potenza del suo Cristo (cfr Ap 11,10). Questo scontro tra il potere della morte e il potere della risurrezione ci è confermato è spiegato, nella Solennità di oggi, dalla Seconda Lettura, il passaggio di Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi.

Ancora qui è questione del potere di Cristo; anzi si dice che è necessario che Cristo regni fino a quando l’ultimo nemico sia posto sotto i suoi piedi e questo ultimo nemico è la morte (cfr 1Cor 15,21-22). Ancora una volta viene presentato questo scontro di poteri: il potere del bene e il potere del male, la cultura della vita e la cultura della morte. La cultura della vita è poi raffinatamente identificata nel delicatissimo e umanissimo gesto di Maria di andare dall’anziana cugina Elisabetta e intrattenersi con lei, in un’esperienza di amore fattivo, costruttivo, capace di condivisione

3. Cosa viene chiesto a noi perché questa speranza affidabile generata dall’Assunzione della Vergine nel suo vero corpo nutra la nostra vita e la nostra fede? Lo indica ancora l’Orazione di Colletta e ce lo ripeterà il Prefazio parlando di segno di consolazione e di sicura speranza che è la Vergine assunta: dobbiamo essere costantemente rivolti ai beni eterni se vogliamo condividere la gloria di Maria. Cosa vuol dire questo? Non vuol dire certamente astrarci dalla realtà in cui siamo immersi per pensare, in termini del tutto immaginifici, dal momento che siamo impotenti a farlo altrimenti, cosa sarà il cielo. Vuol dire piuttosto accettare la presenza di Dio nella nostra giornata attraverso quelle condizioni elementari, a cui prima abbiamo fatto riferimento, che ci investono tutti i giorni. Rinnovare la dimensione degli affetti, rinnovare la dimensione del lavoro, vivere nella sobrietà la nostra esistenza – quindi l’attaccamento ai beni e alle cose -, adoperare in modo generoso ma nello stesso tempo equilibrato le nostre energie in modo tale che nel riposo si possa riscoprire la dimensione di eternità che è nascosta nella nostra esistenza quotidiana.

Cosa dice la festa di Maria assunta in cielo ai nostri fratelli uomini che pensano spesso di poter vivere senza far riferimento alla prospettiva dell’eternità? Il desiderio di Dio che nessuno può sopprimere ha trovato una risposta. Ha solo bisogno di essere manifestata. È necessario che i cristiani, attraverso la testimonianza del destino di eternità a cui tutti siamo chiamati, sappiano risvegliare la nostalgia del desiderio di Dio in tutti coloro che incontrano. Si verificherà allora in ogni uomo l’esperienza del Battista che sussultò nel grembo della madre Elisabetta quando l’incontro tra le due donne manifestò la vittoria definitiva dell’amore sulla morte.

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