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Come il dono dei dieci comandamenti (le dieci parole) struttura la nostra memoria, la nostra tradizione, ma anche la nostra responsabilità di fronte alla grande sfida del mondo attuale

New York, 27 aprile 2010 Angelo Scola I. Che cos’è il Decalogo per i cristiani a. Sono parole di Dio. Egli ne è l’Autore, sebbene non tutte...

New York, 27 aprile 2010

Angelo Scola

I. Che cos’è il Decalogo per i cristiani

a. Sono parole di Dio.

  1. Egli ne è l’Autore, sebbene non tutte siano comunicate allo stesso modo.
  2. In virtù della congruenza in divinis di Parola e Persona esse sono «spirito e vita».
  3. Mediante la sua parola il Signore sostiene il mondo e dà sussistenza a tutti gli esseri del cosmo intero (Eb 1, 3).
  4. La parola che esce dalla bocca di Dio «è viva, efficace [energhes] e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e discerne [kritikos] i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4, 12).
  5. Noi non siamo in grado di comprendere appieno neppure una sola delle Parole del Signore benché esse non siano «lontano da noi». «Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» (Dt 30, 14).

b. Sono le Dieci Parole «del Patto»

  1. Il Decalogo non può essere staccato dall’Alleanza. Esso viene proferito e scritto sulle due tavole di pietra in una circostanza storica ben definita e non può in alcun modo essere stralciato dall’insieme dell’azione divina entro la quale è stato dato. Non può di per se stesso essere isolato quasi che l’Alleanza consista unicamente nelle «Dieci Parole». Non può essere strappato via idealisticamente, moralisticamente o spiritualisticamente dalla storia santa e ripresentato quale canone morale universale e fondamento di una presunta etica globale. La sostanza delle «Dieci Parole» è l’Alleanza. Ognuna di esse possiede un significato storico e comunionale che sussume quello creazionale. Perciò a partire da questa matrice si staglia il rilievo esistenziale ed etico e non viceversa. Le Tavole saranno collocate dentro l’Arca dell’Alleanza proprio a dimostrazione che l’Alleanza è il comprehensor. Non c’è quindi Alleanza senza un contenuto, ma non è quel contenuto ad istituire l’Alleanza e a fondarla.
  2. Proprio a motivo di questo loro statuto originario le «Dieci Parole» rinviano sempre alla relazione di Alleanza che Dio stabilisce col Popolo che si è scelto. Il principio del «faremo» e dell’«ascolteremo» (Es 24, 7) è sempre la premessa posta da Dio che ha liberato, ha donato la libertà, ha posto il quadro e conferisce la forza necessaria. Il fine di ogni «fare» ed «ascoltare» è la relazione con Lui, è Egli stesso: «Mi baci con i baci della Sua bocca» (Ct 1, 2). L’Alleanza sinaitica è stata perciò giustamente letta in consonanza con il Cantico dei Cantici.
  3. Anche noi cristiani siamo intesi nel Patto sinaitico perché è contratto anche con coloro «che oggi non sono qui» (Dt 29, 14). L’esclusività dell’elezione va strettamente tenuta, ma il suo fine, nel disegno divino, è la «benedizione di tutte le famiglie dei popoli» (Gn 12, 3), come già chiaramente espresso nel Patto abramitico e ribadito dai Profeti. Solo vivendo fino in fondo l’autoteleologia della elezione divina l’Israele storico e teologico perviene alla sua vocazione universale presente nella preveggenza divina fin dall’ inizio.

c. Sono Parole dette e scritte.

Non solo dette e non solo scritte.

Anche per i cattolici c’è un primato della Torah orale sulla Torah scritta.

In tutta la storia santa il Signore contrasta sempre e sistematicamente il tentativo ripetuto di appropriazione e quindi di assolutizzazione della parola scritta o detta ed esige che si ascolti la Sua voce (qol) (cf. Geremia 7, 23).

Egli deve poter dire oggi quel che intende dire oggi e quel che Egli ha da dire oggi non è quel che aveva detto ieri, è una cosa nuova che l’uomo non conosce ancora (cf. Is 48, 6-8).

C’è una simmetria da un lato tra la pretesa divina di non sequestrare l’insegnamento divino e l’invito a mantenersi sempre dentro il vivo della relazione con Lui e, dall’altro, la preminenza accordata alla Torah orale sulla Torahscritta nella nostra tradizione.

Inoltre, le «Dieci Parole» sono consegnate ad un popolo e quindi ad un’entità vivente, e solo entrando in relazione con esso, con la sua tradizione, con la sua consegna generazionale (paradosis) si potrà avere accesso al significato vitale della parola già detta e già scritta. La realtà di popolo suppone una generazione comune e non si può avere parte al suo patrimonio senza entrare nella dinamica generativa, quasi per estrapolazione di excerpta. Il popolo di Dio è un popolo sui generis (Paolo VI).

Vivente è il Signore, vivente è la realtà di popolo, vivente dev’essere il rapporto con la Torah, con l’insegnamento, con le «Dieci Parole».

L’interlocutore delle «Dieci Parole» (il ‘tu’ del Signore) è unitariamente il popolo nel suo insieme e ogni singola persona in esso. Quando il Signore dice ‘Tu’, il Suo ‘Io’ non intende né solo il popolo, né solo l’individuo isolatamente presi. L’implicazione di Alleanza comporta la verità di tutti gli uomini e di tutto l’uomo al contempo. Non solo, ma questa simultaneità d’implicazione personale e sociale detta anche la modalità storica ed esistenziale di vitalità delle Parole e dell’accesso ad esse.

d. Il primato del ‘dire’ ribadisce il primato delle prime due parole (secondo la numerazione ebraica) sulle altre.

Esse godono di un quadruplice risalto: 1. In esse il Signore si esprime in prima persona (anohi); 2. tutte le restanti parole dipendono da esse ; 3. tutte le parole successive derivano da esse; 4. tutte le parole che seguono rinviano ad esse, cioè, rinviano al Soggetto che parla.

  1. Il Signore che parla è Colui che ha operato la liberazione e la libertà è data per la verità della relazione, per l’amore e il servizio a Lui.
  2. Se il soggetto del dire non è affidabile e quindi degno di fede, le sue espressioni non lo sono. Ma Colui che parla è il «Dio di verità» (Sal 30, 6), il «Dio fedele» (Dt 7, 9; Is 65, 16; Os 12, 1) e quindi «vere e stabili sono tutte le Sue parole» (cf. Sal 110, 7). Un unico filo attraversa l’essere fedele, l’essere veritiero, l’essere consistente e duraturo (emuna, emet, amen).
  3. È nella relazione di Alleanza (Io sono tuo/Tu sei mio) e quindi di appartenenza che prendono corpo gli insegnamenti, le norme, le prescrizioni, i decreti e i comandi del Signore. Le parole che seguono le prime due consentono l’attuazione effettiva delle medesime. Senza le restanti le prime non stanno. Anche da questo punto di vista «tutte queste parole» (Es 20, 1; 24, 8 ) sono un’unica parola.
  4. Le Parole hanno senso in primo luogo in riferimento alla Persona e quindi in quanto pronunciate da un Soggetto personale. Ciascuna di esse quindi trae senso non solo dalla sua semantica, ricavabile dal vocabolario, e quindi dalla grammatica della lingua degli uomini, ma soprattutto dall’intenzione divina che le significa e le amplifica. Le «Dieci Parole» vengono date, ma non si separano dal Signore emancipandosi da Lui. Esse sono in terra sempre come donate dal Cielo.

II. Significato delle «Dieci Parole» nella vita del popolo di Dio.

Esse si collocano tra un ‘prima’ e un ‘dopo’, tra (a) l’azione di liberazione «dalla casa di schiavitù» (beth avadim) (Es 20, 2) e (b) il compimento dell’Alleanza, che non si dà senza «versamento di sangue» (Es 24, 8; Lv 17, 11; Zc 9, 11).

a. L’azione di Dio che precede sta ad indicare l’azione storica entro la quale tutto accade e il primato dell’azione divina come anche della Sua interlocuzione. Tutto procede da qui. L’agire di Dio pone le condizioni necessarie e irraggiungibili da qualsiasi mistagogia mondana. A partire dall’azione di Dio e nell’azione di Dio all’uomo ritorna ad essere possibile l’ascolto e l’obbedienza.

Dopo che Dio ha agito il rapporto diventa la misura della morale. Etica e relazione con Dio divengono inseparabili. Nella memoria di quel che Dio fa e nell’osservanza delle Sue parole l’uomo può intraprendere di nuovo la via del vero bene personale e sociale.

Un indice della verità di quel che stiamo affermando lo si ha nella distinzione delle «Dieci Parole» dai numerosi precetti (mišpatim) e norme (mizvot) che Mosè diede al popolo. Tale distinzione impedisce la riduzione delle «Dieci Parole» al rango di precetti o comandamenti e ne definisce la funzione tra l’atto fondamentale dell’assenso al Patto e quello categoriale della condotta etica. Peraltro «il Decalogo unifica la vita teologale e la vita sociale dell’uomo» (CCC 2069).

b. L’Alleanza, di per se stessa, chiede un «compimento» (milluim in Es 29 e Lv 8. teleiotes e teleiosis in Eb) che si ha solo nel «versamento del sangue».

La legislazione cultuale è ben distinta dalle «Dieci Parole», ma la dinamica dell’Alleanza dentro la quale esse si situano richiede di per se stessa il servizio sacerdotale. Per i cattolici questo nesso è strutturante.

Anche la preghiera dello Shemà sembra richiederlo: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6, 5). «Con tutta la tua anima» potrebbe essere tradotto «con tutta la tua vita» o «persino se ti toglie la vita» (Berakot, 61 b). Le «Dieci Parole» chiedono come parte integrativa il sacrificio, l’offerta della vita, di tutto se stesso («santificazione del Nome», kiddush ha-Shem).

III. Responsabilità e sfide.

a. È evidente che la prima responsabilità è quella della decisione a stare nel Patto ed a vivere al cospetto della Presenza. Tale responsabilità va sempre rinnovata e non possiede mai il tratto dell’ovvietà, quanto piuttosto di una perenne novità che è fonte inesauribile di stupore e di letizia.

b. Si tratta quindi del fare esperienza del fatto che il Patto non è cosa del passato, bensì sorgente primaria di futuro.

c. Ciò comporta una conversione (teshuva) della vita, della mente, del cuore. Ciò richiede che tutta l’umanità dell’uomo sia investita. La vita di fede e la vita morale sono parimenti chiamate in causa.

d. Il giogo della Torah non si porta da soli. Nel libro del Profeta Sofonia si parla di un servizio del Signore «sotto lo stesso giogo» (3, 9), «con una sola spalla» (shechem echad, humero uno), cioè, spalla a spalla. Coloro che accolgono la Torah possono e devono collaborare.

Il più grande lavoro che ebrei e cristiani possono compiere insieme «con una sola spalla» è quello di rendere presente la realtà e la potenza del Patto nella storia degli uomini.

Solo una volta che si sia reso storicamente ed esperienzialmente presente il realismo del Patto si potrà far risplendere il Decalogo in tutta la sua luce.

La modernità si è infatti per larga parte affermata su due separazioni sequenziali: quella delle Tavole dall’Alleanza (da Dio), quella della seconda tavola dalla prima. L’ultimo passaggio è stato poi quello della riduzione delle ultime cinque Parole a prescrizioni morali e legali. Anche questa fase in Occidente è terminata ed ora non ha più tenuta nemmeno l’aspetto semplicemente normativo.

Era facilmente prevedibile una simile linea di sviluppo. L’esaltazione della fratellanza dopo l’uccisione del Padre era infondata, come lo è il tentativo di affermazione di leggi che non poggiano sull’autorità riconosciuta e riconoscibile di un Legislatore.

Noi, ebrei e cattolici, possiamo ricordare a tutti che non c’è moralità vera senza Patto e che non c’è Patto senza Dio.

e. Il Signore che istituisce il Patto è il Creatore del cielo e della terra e di tutto quanto si trova in essi. Coloro che non stanno dentro il Patto non possono neppure, dopo la caduta dei progenitori, riconoscere e rispettare la verità dell’ordine creazionale e, in particolare, la verità dell’opera del sesto giorno, la verità dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio quale maschio e femmina.

Oggi, in modo radicale, si tende a negare la verità creazionale dell’uomo quale maschio e femmina.

Ciò porta anche a sfigurare la conseguente paternità e maternità. La Parola che fa da cerniera tra la prima e la seconda Tavola richiama proprio il padre e la madre perché è attraverso la vis generationis consegnata all’unità stabile di uomo e donna, che si perpetua il rapporto di Dio con l’uomo e, quindi, responsorialmente dell’uomo con Dio, sia dal punto di vista personale, sia da quello della realtà del popolo. È infatti mediante la paternità e la maternità che ogni uomo è introdotto nella vita di cui solo Dio è il Signore. Ma è nella paternità e nella maternità che il popolo, che sta nell’Alleanza, permane nel tempo e nella storia.

La messa in discussione, attraverso la teoria del gender, della verità creazionale con la quale il Creatore ha suggellato la Sua opera (l’opera del sesto giorno è la più vicina al «riposo di Dio») scardina dal fondamento: da un lato rescinde il nesso dell’uomo con Dio, dell’uomo in quanto persona e, dall’altro, spezza la catena generazionale che lega le generazioni al Patto. Negazione della realtà della Creazione e del Patto in un colpo solo.

All’inizio del terzo millennio è per noi sufficientemente chiaro quello che al Sinai il Signore stesso ha palesato:non si potrà sostenere la verità della Creazione se non entrando nel Patto.

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