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Cristianesimo e società plurale. Un estratto dell’intervento del Patriarca per il Congresso internazionale di Venezia su “La società plurale”

E’ disponibile l’articolo a firma del card. Angelo Scola pubblicato dall’inserto Domenica de Il Sole 24 ore  del 13 settembre 2009.  Si...

E’ disponibile l’articolo a firma del card. Angelo Scola pubblicato dall’inserto Domenica de Il Sole 24 ore  del 13 settembre 2009.  Si tratta di un estratto dell’intervento che il Patriarca terrà al Congresso internazionale promosso dallo Studium Generale Marcianum a Venezia dal 15 al 17 settembre.

In qualità di presidente della delegazione francese alla Seconda Conferenza Internazionale dell’UNESCO (1947), Jacques Maritain aveva sostenuto una tesi che mantiene una forte validità e, se rigorosamente formulata, può costituire la base per identificare un nuovo modo di pensare la laicità nella società plurale. L’ambito politico – diceva Maritain – ha come oggetto un bene pratico riconosciuto da tutti come un valore in sé, indipendentemente dal fatto che non si riesca ad accordarsi sulla sua fondazione speculativa o dottrinale che necessariamente si rifà a diverse e spesso contraddittorie mondovisioni. In cosa può consistere? La convivenza e la comunicazione reciproca cui sono chiamati i soggetti, spesso in conflitto, che vivono nell’odierna società plurale, rivelano come bene pratico sociale il fatto stesso di vivere insieme. Se lo si riconosce nella sua inevitabile decisività (al limite come minor male) e lo si sceglie consapevolmente, questo essere in relazione diventa un bene politico primario. Elaborando, in modo adeguato, questa comune decisione, il bene pratico dell’essere in società potrebbe costituire quell’universale politico che il processo di secolarizzazione ha smarrito lungo la modernità.

La costruzione di questo universale politico nella società plurale domanda ad ogni soggetto una narrazione tesa al riconoscimento il più possibile condiviso. Deve contemplare un triplice aspetto. Ogni soggetto identitario deve narrare di sé, narrare degli altri ed accettare di essere narrato.

In una società plurale l’unitario soggetto ecclesiale viene inevitabilmente guardato da una prospettiva interna e da una esterna spesso tra loro discordanti: «Chi vede delle persone ballare ma non sente la musica, non capisce i movimenti che osserva. Così chi non condivide la fede cristiana sarà incline a spiegarla attraverso qualcosa di diverso dalla verità del suo oggetto». D’altra parte «il cristiano incapace di calarsi nella prospettiva esterna… diventa un settario o un fanatico che si chiude nei confronti dell’universalità della ragione» (Spaemann). La proposta cristiana deve quindi fare i conti, con coerenza, con entrambi i profili, senza rinunciare al suo nucleo veritativo che postula – è bene ricordarlo – la medesima “pretesa” di universalità propria della ragione.

Un prezioso contributo che il cristianesimo offre alla costruzione dell’universale politico è leggibile da chiunque, anche solo a partire dal suo profilo esterno. È quello di una pratica dell’esperienza morale elementare che rende ragionevole per tutti fare riferimento ad una common morality.

Per cogliere l’autentica natura di questa moralità comune si deve partire dalla esperienza elementare del bene che ogni uomo fa. Se guardiamo alla genesi dell’esperienza morale del soggetto (bambino) ci rendiamo conto che essa si radica in un desiderio di compimento di sé, che prende forma nelle inclinazioni e negli affetti originari, a partire dalle relazioni primarie di riconoscimento, in cui, circolarmente, il desiderio acquista coscienza pratica di se stesso e diventa capace di comunione con gli altri. La forma originaria da cui l’uomo apprende ad attuare il bene consiste quindi nella relazione con l’origine del bene. E la decisione per le cose buone da fare deriva dalla pratica di relazioni buone. L’esperienza morale elementare, comune a tutti gli uomini, non si origina da un’idea del bene che sia contenuta nel cosmo o nel bios, né si deduce dalla natura razionale dell’uomo, ma si forma a partire dal beneficio primario della relazione.

Su questa base la persona percepisce un legame de-ontico (ob-ligazione) con le possibilità del bene stesso. Si rende conto della loro non opzionalità ed ipoteticità, bensì della loro doverosità come opera della libertà.

La convinzione dell’assolutezza del Bene morale spinge i cristiani, consapevoli del valore del vivere insieme come bene politico primario, a proporre questa common morality. È la base su cui si può, di volta in volta, cercare il com-promesso nobile su beni specifici di carattere etico, sociale, culturale, economico e politico con tutti gli altri abitanti della società plurale. Quando questo com-promesso risultasse tecnicamente impossibile su principi sostanziali i cristiani dovranno fare ricorso all’obiezione di coscienza.

Guardando ora al cristianesimo dal profilo interno al fine di chiarire pienamente l’apporto dei cattolici alla crescita della vita buona del Paese, è importante notare che la sua incarnazione nella storia postula una insuperabile circolarità tra fede e cultura.

La fede, offrendo all’uomo un’ipotesi interpretativa del reale, produce cultura/e; la/e cultura/e, esercitandosi, interpreta(no) la fede stessa. Nel tempo storico, una tale dinamica è insuperabile.

Un sentiero adeguato per interpretare correttamente il circolo fede-cultura/e va cercato nella proposta di tutti i Misteri cristiani nella loro articolata unità, così come sgorga dall’avvenimento di Gesù Cristo. Essi, incarnati nella storia del soggetto personale e comunitario che li vive, incidono sul modo di concepirsi come uomini, come società, sul rapporto con il creato e sono esposti, a loro volta, alle inevitabili interpretazioni culturali che questo soggetto pratica. L’impegno del cristiano con la persona, con la società, con il cosmo, non è una conseguenza dei Misteri che vive. E, tuttavia, non è immediatamente coincidente con i Misteri cristiani come tali: è implicato in essi. I Misteri cristiani infatti non sono dati una volta per tutte nella forma di un pacchetto di dogmi da cui tirare le opportune conseguenze; essi sono dimensioni dell’evento di Gesù Cristo che continuamente si ripropone alla libertà, sempre storicamente situata, dell’uomo. Non esigono meccaniche applicazioni, né estrinseche giustapposizioni, ma dinamiche implicazioni.

Annunciare l’avvenimento di Gesù Cristo in tutta la sua interezza, giungendo quindi a mostrarne tutte le implicazioni, è quanto oggi è domandato ai cristiani. E questo soprattutto in Italia, dove il fenomeno della secolarizzazione rivela, ad una attenta analisi, caratteristiche del tutto particolari, talora assai diverse rispetto a quelle degli altri paesi euroatlantici. Non per niente si parla della Chiesa italiana come di un “caso eccezionale”.

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