Solennità del Natale del Signore
Is 52, 7-10; dal Salmo 97; Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18
1. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1). L’Antico Testamento offre le lettere dell’alfabeto con cui Dio si è rivelato agli uomini, ma solo Cristo è il Verbo in cui esse trovano senso.
«E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi…» (Gv 1,14). I Padri della Chiesa arrivavano a dire: «Dio si è abbreviato» fino a rendersi «visibile agli occhi, palpabile alle mani, portabile sulle spalle». Dio si è impoverito, si è svuotato. Gesù non ha solo imparato l’aramaico, come tutti i bambini della sua terra; Gesù ha voluto imparare la lingua della creatura e per questo si è offerto fino a “rendersi mangiabile” da noi nel sacrificio della cena eucaristica. Ci ha così coinvolto nella dinamica della Sua donazione.
2. Questa è la buona notizia del Natale: Dio si rende familiare. E se Dio si rende familiare a noi, noi possiamo riconoscerLo. Per grazia lo riconoscono i credenti convinti che Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio incarnato. Ma, a ben vedere, lo possono riconoscere tutti nell’esperienza elementare di apertura verso la realtà e di amore verso i propri simili, propria di ogni uomo.